A nome tuo di M. Covacich – recensione (?)

(Il contenuto di questo articolo è personale e non risponde al canone solito di recensione. NdA)

Ho pianto alla fine del libro. Ero in treno. Avevo le altre persone nello scompartimento a non più di un metro dalla mia faccia. Sono stato molto abile, non se n’è accorto nessuno. O forse mi sono illuso. Ho pensato di doverlo dire prima di iniziare la recensione di A nome tuo (Einaudi, 2011, ISBN 978-88-06-20018-3), ultimo atto del cosiddetto “ciclo delle stelle” (con A perdifiatoFiona, Prima di sparire e la videoinstallazione L’umiliazione delle stelle).

A nome tuo è diviso in tre parti: L’umiliazione delle stelle, Musica per aeroporti (la cui prima versione è stata pubblicata sempre da Einaudi col titolo Vi perdono sotto lo pseudonimo di Angela del Fabbro) e Lettera. Tre parti distinte eppure inevitabilmente collegate. Nella prima, Covacich ci racconta un viaggio che ha realmente fatto, la risalita dell’Adriatico, dall’Albania a Trieste, ma realtà e finzione iniziano qui a mescolarsi e al lettore non è permesso scorgerne i confini. Il viaggio però è solo il punto di partenza. L’arrivo è nella terza parte, nella lettera intestata all’autore stesso. Una lettera che più che una lettera è assieme, e al limite, una dichiarazione di guerra e un’ammissione di colpa. Nel mezzo c’è una storia, quella di una ragazza che come lavoro aiuta i malati terminali ad affrontare la morte dolce, a praticare l’eutanasia. Un’altra “zona d’ombra” tra realtà e finzione, quindi, una zona ambigua, come il terreno su cui si muove lo scrittore vero. A differenza degli altri libri recensiti, non voglio dire altro sulla trama. Non credo sia possibile riassumere A nome tuo senza svilirlo, senza ridurlo a qualcosa che non è. Invece A nome tuo è quello che è per ogni singola parola che lo compone, né una di più né una di meno. Ecco è la prima cosa che si può dire di questo libro.

La seconda cosa che si può dire è che Covacich si conferma scrittore di alto livello. Scrittore preparato dal punto di vista tecnico: la finzione può sfruttare un impianto teorico talmente minuzioso da renderla impeccabilmente paragonabile alla realtà. Scrittore dallo stile eccelso e soltanto in apparenza semplice: l’audace sistema retorico, poggiato sulle due gambe l’una reale l’altra finta, collasserebbe all’instante non ci fosse tanta maestria, infatti, resta lì solido davanti al lettore, monolitico come una montagna da scalare, profondamente umiliante come una discesa all’inferno. Scrittore, però, che a differenza degli altri libri non sembra più così “dosatore esperto, “centellinatore” di emozioni“: il dolore a larghi tratti trascende la pagina, corrompe la mani, infetta gli occhi, assale, macula la pelle del viso, mangia, corrode, crea buchi, voragini su cui il lettore dovrà districarsi inevitabilmente – inevitabile, appunto, come il dolore stesso. Solo uno scrittore vero riesce a districarsi su queste voragini, solo lui. E solo afferrandosi alla sua mano, fidandosi ciecamente, il lettore potrà sopravvivere, potrà sopportare il dolore – sopportare quella cosa talmente tanto grande da dover essere ignorata tutti i giorni della vita per sopravvivere.

La terza cosa che si può dire di A nome tuo è forse l’unica cosa che sento di voler dire su questo libro. (Mi stringo un attimo il cuore dentro la mano.) Chiusi la recensione di A perdifiato dichiarando, con ammirazione e invidia, che «Io odio Mauro Covacich». Ecco, non era così foriera di senso quell’affermazione. C’era in nuce un fondo di realtà, realtà nella finzione. Ecco, oggi posso affermare che odio Mauro Covacich perché Mauro Covacich vuole che io lo odi. (Vuole che noi tutti lo odiamo.) E il solo pensiero di questo pensiero fa sì che io lo odi ancora di più, perché mi rendo conto che, fin da quando ho afferrato la sua mano per scendere dentro le (sue) voragini giù fino all’inferno, in realtà, non ero io ad aggrapparmi ma lui che mi spingeva a fondo. Ero, sono diventato un oggetto nelle sue mani, un lettore di cui lui può disporre a piacimento. Per questo io lo odio. Perché Covacich questo fa, ti trascina, dove vuole. E non è possibile trascinare le persone in quel “lato oscuro della luna” (che è dentro ognuno di noi) e restare puliti, e non sporcarsi irrimediabilmente l’anima. Non è possibile creare un universo di dolore, immergerci le altre persone e non pagarne le conseguenze. Non è possibile, inoltre, generare dolore nel prossimo e non sentirsi in colpa. Il dolore causato come anche l’odio non sono sentimenti gratuiti. Qualcuno deve pur assumersene la responsabilità, ogni scrittore vero lo sa. Tutto ciò ha un prezzo carissimo. E chi lo paga? Chi ne fa le spese? La risposta pare essere una sola: Mauro Covacich.

Torniamo al libro. A nome tuo, da questo punto di vista, non è altro che un’ammissione di responsabilità, una dichiarazione esplicita di colpa. Il senso di colpa profondissimo che l’autore sente di dover espiare. Covacich è cosciente di essere responsabile del dolore provocato nel lettore. Dolore generato dal dolore dell’autore stesso, un dolore insieme personale e impersonale, un dolore reale e fittizio. Si sente responsabile di condurci in quell’inferno da cui tutti cerchiamo di sfuggire, che noi tutti abbiamo bisogno di ignorare per poter sopravvivere. In fondo, si dirà, questo è scrivere: condurre gli altri esseri umani dove normalmente non vanno, dove non vogliono più andare, lì da dove sono fuggiti immemore tempo fa. E ancora che lo scrittore vero ha questa capacità perché vive e scrive sempre sul limite tra realtà e finzione, tra sogno e incubo, tra sociale e animale. Ma lo scrittore vero sa anche assumersi questa responsabilità, è pronto a pagarne le conseguenze. E Covacich? Covacich si dimostra scrittore vero anche in questo?

Covacich sa che deve pagare per tutto il dolore che crea. Sì, lo paga scrivendo, lo paga vivendo, ma ciò non basta. Covacich lo sa, non è sufficiente. Non basta assumersi la responsabilità, non basta diventare l’unico capro espiatorio. Ci vuole qualcos’altro. Oltre l’espiazione è necessaria una soluzione, la soluzione al male stesso. Espiando salverebbe solo se stesso. Ci vuole altro, quindi, ci vuole qualcosa di più del semplice sacrificio umano per redimere anche “il resto del mondo”. Solo così si è scrittori veri. Ci vuole una proposta, filosofia, fede, speranza, scienza, idea, insomma, chiamatela come vi pare. Bisogna trovare un modo per sopravvivere a quel “lato oscuro” perché il “lato oscuro” non si può dimenticare del tutto, perché non si può non affrontarlo almeno una volta nella vita, perché, anche se lo ignoriamo, lui è sempre dentro ognuno di noi. Questo Covacich lo sa, e lo sappiamo anche noi.

«Ci salviamo da soli, senza l’aiuto di nessuna forza esterna. Ci salviamo a vicenda, insieme, l’uno con l’altro, uniti, almeno in due. E succede quando meno ce l’aspettiamo, succede e basta, è il caso. Tutto ciò da cui dobbiamo salvarci, le voragini su cui viviamo, il mare nero su cui nuotiamo, altro non sono che paura, umana paura. Solo uniti si può affrontare la paura, solo insieme si può sopravviverle.» – parrebbe dire Mauro Covacich.

Detto così sembrerebbe banale, ma non è mai banale cercare una salvezza da soli, cercarla per se stessi e per gli altri. Non è banale rinunciare a Dio e cercare una salvezza su questa Terra. Non lo è mai. Questo riescono a farlo solo gli scrittori veri, e gli esseri umani veri.

Se così è, se A nome tuo è tutto questo, se Mauro Covacich è uno scrittore vero, non posso che chiudere questa recensione che recensione non è in un unico modo, squartandomi il cuore, asciugandomi le lacrime, idealmente guardandolo negli occhi e dicendogli:

«Caro Mauro, io ti perdono. Anche se so che non è il mio perdono che vuoi.»

Ecco, questa è l’unica cosa che volevo dire.

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21/09/2012

Chiappanuvoli

Aspettando i barbari – J.M. Coetzee (recensione)

Se tutta questa storia (sceneggiata per i più) ha avuto inizio è per “colpa” di un libro. Il libro in questione è Vergogna di J.M. Coetzee e la storia è quella dello scrivere, del mio iniziare a scrivere “perché da grande farò lo scrittore”. Una malsana decisione destinata all’insuccesso nel 99,9% dei casi (direi che la percentuale è realistica, “uno su mille ce la fa”). Ebbene dopo aver letto quel libro pensai «caspita, un libro scritto in modo così semplice, eppure così complesso nei contenuti» – e qui viene la parte migliore del pensiero e  vaffanculo la vergogna – «mah, anche io credo di saper scrivere così, che ci vuole?». Solo un po’ di tempo dopo ho scoperto chi è J.M. Coetzee, qualche tempo dopo ho capito tante cose sulla scrittura. Per esempio, quanto è innaturale mettersi davanti ad una pagina bianca. A quasi un anno e mezzo da quella lettura, mi è capitato per le mani quest’altro libro, sempre di Coetzee, Aspettando i barbari (Waiting for the Barbarians, edizione Einaudi, 2000, ISBN 88-06-17312-8).

In una sperduta località ai margini dell’Impero vive un magistrato e la sua pacifica comunità. Il magistrato amministra, loro vivono. Il magistrato ha tempo anche per collezionare antichi manufatti delle popolazioni barbare preesistenti nella zona. Un giorno piomba in città l’esercito con la sua Terza Divisione. La loro missione è capire se i barbari oltre il confine stanno tramando contro l’Impero. I loro metodi sono violenti. Si scagliano contro le pacifiche popolazioni nomadi che vivono oltre questo confine che realmente, e come al solito, neanche esiste. Arresti, interrogatori, sevizie, morti. Il magistrato si oppone. Si ribella. Aiuta, per quel che può, quella gente indifesa. Ma non riesce a fermare tanta ferocia, in nome della giustizia, in nome della pace, in nome dell’Impero. L’esercito va via a mani vuote, lasciando la città ed il suo magistrato scossi. Lasciando miserabili sfiniti dalla prigionia. Lasciando una ragazza barbara nella città. Lei è stata accecata dai suoi aguzzini. I piedi le sono stati spezzati. Non può andar via. Il magistrato la accoglie in casa sua, la cura. A modo suo, si innamora di lei. Così l’impurità del nemico barbaro si insinua nel suo cuore. Agli occhi della popolazione e dell’esercito diventa un nemico anch’egli. Quello che segue è la battaglia morale di un uomo giusto contro il potere spregiudicato e corrotto. Quello che segue è un insegnamento per tutti noi.

Aspettando i barbari è un libro scritto in piena Apartheid (1980). È il libro di un sudafricano bianco che ha vissuto in quel periodo. È il libro di uno scrittore che ha saputo cogliere le profonde motivazioni di tanto odio, che ha saputo metabolizzare e assolutizzare, rendendolo opera d’arte nei suoi libri. Si parla qui di archetipi fondamentali dell’essere umano. Tipologie antropologiche. Verità. Cose che hanno portato Coetzee ad essere premiato con il Premio Nobel per la Letteratura nel 2003. Per capire a fondo le sue parole, ho dovuto attingere alle reminiscenze universitarie dei tomi di antropologia. Canetti, Girard, Douglas, Foucault, per citarne alcuni. Letto altrimenti, senza strutture teoriche intendo, non vede dissiparsi assolutamente il suo valore. Tutt’altro, resta comunque un libro che riesce in pieno a comunicare con l’animo del lettore. Resta un terremoto culturale.

Il testo è breve, appena 193 pagine. La cura nel dettaglio è impeccabile. I ruoli perfettamente rispettati: io sono lo scrittore e ti suggerisco, tu sei il lettore e devi immaginare. Il deserto, il colore della pelle dei barbari, la fragranza della vita semplice, la vergogna e la rabbia, prendono forma, diventano reali. Il protagonista, seppur magistrato, è un uomo semplice. Il suo monologo permette di avvicinarci agli archetipi naturali dei quali siamo fatti, fluendo come olio raffinato tra le pieghe delle nostre sovrastrutture culturali. Si perde via via il contatto con i muscoli volontari del corpo, e con la ratio. Dopo poche frasi ci si ritrova ad ascoltare i propri organi. Il battito del cuore, le contrazioni delle viscere. È lì che avviene il libro, è lì che si completa l’essenza del libro.

Punti di forza: oltre la qualità direi indiscutibile, siamo in presenza di una vera e propria lezione di vita. Semplicità e profondità si integrano e si mescolano. Uno dei migliori libri mai letti.

Punti deboli: eh, qualcosuccia che non mi è piaciuta, qualche stonatura c’è. Sono sicuro che sarà costume nella letteratura anglosassone, ma troppo spesso i “modi di dire”, le metafore, si ripetono, rendendo, a tratti, il testo ridondante.

Consigli al lettore: un libro imperdibile. Ottimo se ci si vuole avvicinare all’autore, che in esso rivela tutta la sua classe e poetica. Da leggere, però, piano, gustarlo, poche pagine al giorno. Al massimo 20.

Futuribili: credo che sarò ben lieto di leggere tutti gli altri libri di Coetzee. E credo che continuerò con i primi. Terre al crepuscolo, Nel cuore del paese, La vita e il tempo di Michael K.

Link:

J.M. Coetzee wiki.

Aspettando i barbari, Einaudi.

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Chiappanuvoli

A perdifiato – (io odio) Mauro Covacich

Diciamo che dovrei essere più sciolto nella corsa verso questa nuova recensione, non dovrebbe farmi male nulla, dovrei avere tutto il fiato necessario, dovrei, anzi sono pronto, sono allenato. Invece non è così, tentenno, mi fermo, ho persino paura di scrivere quello che già so di voler scrivere. Non è un modo ad effetto per dire che ho appena finito di leggere A perdifiato di Mauro Covacich (Einaudi Tascabili, 2005, ISNB 978-88-06-16984-8), il primo libro della quadrilogia dello scrittore triestino, di cui per altro ho già recensito il terzo volume Prima di sparire. A perdifiato non lascia altra via di scampo. Come si fa leggere, così sento di doverne scrivere. Tutto di un fiato, cosciente che non sarà facile. Non ho il fisico io.

C’è questo Dario Rensich e sua moglie Maura, un ex maratoneta arrivato sesto alla maratona di New York e una ex sciatrice semi professionista. Dario viene ingaggiato dalla federazione ungherese per allenare sette atlete magiare e farle diventare, da adolescenti svampite, vere maratonete. C’è questo fiume, il Tibisco, inquinato per la fuoriuscita di cianuro da una fabbrica rumena, a fare da scenario adatto. C’è Alberto, l’amico e professore di Berkeley, il suo aiuto particolare offerto alla coppia. C’è questa bambina, Fiona, la foto della bambina haitiana che i Rensich stanno per adottare, perché lui, Dario, non può avere figli. Ci sono anche Agota e Làszlò e Gianna, una delle atlete di cui si innamora Rensich e che poi rimarrà incinta, l’allenatore ungherese delle ragazze velato antagonista e l’assistente sociale con cui la coppia dovrà mettersi a nudo per ottenere il benestare per l’adozione. C’è il tempo, quello che fa sì che questi eventi si sovrappongono, mandando Dario Rensich in Ungheria nello stesso momento in cui lui e Maura aspettano, da un giorno all’altro, l’autorizzazione per andare ad Haiti a prendere la piccola Fiona. È sempre quel tempo che incrocia queste esistenze, fino ad un attimo prima quasi distratte, rendendole fragili ed impure dinanzi la realtà dei loro stessi comportamenti.

Dopo aver letto il libro, posso dire di aver fatto una maratona, quella di Triste, nella quale il lavoro di Dario e delle atlete verrà testato. Posso dire di essere stato ad Haiti, alla Holy Cross di Baissin Blue, dove è cresciuta Fiona. Posso dire di aver bevuto un fiume di cianuro e di essere sopravvissuto. A perdifiato è tutto questo. A perdifiato è uno specchio che riflette mondi familiari e lontani, che riflette uomini e donne ignari di essere guardati. È uno specchio con cui il lettore deve fare i conti. La vostra immagine ne uscirà più satura e più nitida, accentuata nei colori e fin troppo definita nei contorni. È un libro che richiede coraggio, il coraggio di accettare una sfida, come affrontare una maratona, già sai che per lo sforzo dovrai nutrirti del suo stesso corpo. Se non si tratta di masochismo, poco di manca. Certo è incoscienza. Ma questa corsa non è una fuga, come leggo tra i trafiletti  di recensioni sparsi qua e là sulla copertina. La corsa non è autodistruzione, o distruzione dell’avversario (che si sa che davvero non si distrugge mai nessuno). La corsa è la sfida di scavare dentro se stessi, sotto quei cumuli di vita ammucchiata, inquinata, che ci portiamo appresso. La corsa è una lotta contro la realtà, realtà di specchio sia chiaro. È quel pugno secco dato contro il vetro freddo, i tagli, il sangue, te che ti scorri dentro, come un fiume, come una maratona.

Chi ha letto la precedente recensione saprà che adoro lo stile di Covacich. Siamo di fronte ad un dosatore esperto, ad un “centellinatore” di emozioni, di piccoli dettagli, di rimandi ad universi imperscrutabili ai più, eppure in fondo inconsciamente familiari. Quando l’ho letto la prima volta credevo di avere a che fare con uno dei tanti scrittori italiani che sono riusciti a scavalcare la barricata e a giungere così al tanto sospirato “vivere di quel che scrivi”. Ebbene, no. Adesso già mi vedo le pagine dei sussidiari che studierà mio nipote campeggiate dal titolo “Mauro Covacich”. Ebbene, no. Non è piacioneria, non è paraculagine, se avrete la fortuna di leggerlo, non serve che aggiunga altro.

Quello che continua a sconvolgermi è la cura del dettaglio. Dopo A perdifiato, io ho la ferrea convinzione che Covacich sia stato un maratoneta prima di fare lo scrittore. Adesso, dalle sue biografie sulla rete non emerge nulla, ma quando leggendo le sue pagine arrivi a credere che in realtà stia parlando di se stesso, che Rensich sia velocemente scomparso per essere sostituito dall’autore, il dubbio te lo poni eccome. Forse è per questo motivo che lo stesso Covacich ha sostituito e incarnato Rensich in una recente performance artistica chiamata L’umiliazione delle stelle. Adesso, il dubbio ce l’ho. Dovrò chiederlo direttamente all’interessato.

In chiusura vorrei fare una confessione. «Io odio Mauro Covacich!». È semplice. Non può un “pincopallino” (chiedo venia…) uscito dal nulla piombare casualmente nella mia vita e farsi i propri comodi senza che io dica nulla! Non può uno incontrato per caso accompagnando un amico a Roma farsi beffa delle mie difese letteral-stilistiche e intaccarmi così tanto! Non uno così, uno che non sapevo manco esistesse, uno così io lo odio.

Punti di forza: la potenza, il realismo, l’angoscia, la realtà, lo stile, la tecnica, l’audacia. Basta.

Punti deboli: (qui mi rifaccio) avevo già capito l’esisto del secondo dei due momenti culminanti già al primo indizio. Chi leggerà saprà.

Consiglio al lettore: se volete iniziare a leggere questa quadrilogia di Covacich, inizia da questo libro.

Futuribili: se non erro Fiona.

Link utili:

Einaudi, A perdifiato.

Schiavi degli invisibili – Eric Frank Russell (recensione)

Lo strato di polvere sulla copertina del libro Schiavi degli invisibili mi dice che è un bel po’ che non faccio una recensione ed è davvero un casino di tempo che l’ho finito di leggere. Erik Frank Russell è uno dei padri fondatori della fantascienza inglese. Il libro in questione (Sinister Barrier il titolo originale) è quello che lo fece conoscere al grande pubblico nel 1939. Fu tra i primi romanzi pubblicati nella collana Urania. La mia copia invece è del 2010 edita da Coniglio Editore, nella sua collana “Ai confini dell’immaginario” (ISBN 978-8860632555). Premessa doverosa: non sono un appassionato di fantascienza, pochissima letta, tantissima vista in TV.

Siamo nel 2015. Il futuro, il mondo anche dopo di noi. Delle insolite morti colpiscono dapprima alcuni scienziati americani poi altri in tutto il mondo. Chi per infarto, chi per suicidio. Non può essere una casualità. Ad indagare sui casi Bill Graham, una sorta di agente segreto. Dalle indagini emergono dettagli singolari. Alcune vittime hanno il braccio pitturato di tintura di iodio. Prima di morire avevano assunto della mescalina. Erano quasi tutti i contatto tra di loro, in rete.  Seppur tramite discipline differenti, ognuno di loro sembrava interessarsi allo stesso fenomeno. Ed è proprio l’oggetto dei loro studi a condannarli a morte. Graham si troverà ad affrontare un nemico imbattibile e letale. Questo “male” è il vero gioiello del libro, soprattutto se si considera che è stato scritto ben prima dei vari Matrix e compagnia bella. Ben presto la storia prende una piega apocalittica, alla Guerra dei Mondi, ma la tenacia di Graham e la capacità organizzativa del governo americano riusciranno a farvi fronte.

A pensare, dico sul serio, che questo romanzo è stato scritto nel 1939 vengono i brividi. A pensare però che quello è lo stesso periodo in cui è prolificato il genere fantascientifico i brividi si attenuano, ma non spariscono. Notevole è l’intuizione di fondo della storia, divertenti ed innovative, certo per l’epoca, sono le “previsioni tecnologiche”, come ad esempio i videotelefoni o le girovetture. I colpi di scena e la suspense rendono avvincente la lettura e lo svilupparsi della vicenda. Il tratto più sorprendente, e qui mi ripeto, è l’idea sottesa. L’idea di un’umanità resa schiava. Se credete che i film di oggi (come il già citato Matrix) siano rivoluzionari, Schiavi degli invisibili vi riporterà subito con i piedi per terra. Il filone fantascientifico che vuole un’umanità assoggetta a forze malefiche, che vede l’uomo come una mucca da spremere, da sfruttare, è solo una sessantina d’anni più vecchio.
Il libro è ben scritto, e anche ben tradotto (traduttore sconosciuto). Come detto gli incastri ed i colpi di scena rendono facile la lettura. Non sempre tuttavia le scene risultano del tutto scorrevoli, meglio le descrizioni degli scenari che l’effettivo svolgimento dell’azione. La trama, per quanto innovativa e interessante, soffre in alcuni punti decisivi di poca chiarezza. A tratti, e tratti non sottovalutabili, non si capisce come il protagonista acquisisca le sue capacità nel contrastare il nemico. In un paio di punti ci sono delle vere e proprie “toppe” per salvare i vuoti di senso. Insomma se non ha attraversato i decenni restando un caposaldo del genere qualche motivo c’è.
Punti di forza: ovviamente e come detto l’idea di fondo. Idea che, per stessa ammissione dell’autore, è stata mutuata dalle teorie (per alcuni strampalate) di Charles Ford.
Punti deboli: la trama non sempre lineare e chiara. La complessità messa in campo non trova piena estrinsecazione nelle spiegazioni messe di volta in volta in campo.
Consigli al lettore: da leggere se si è appassionati del genere fantascientifico, da leggere se si vuol capire dove sono nate le idee innovative che troppo spesso ci vengono spacciate per “rivoluzionarie” nella cinematografia odierna.
Futuribili: non so se leggerò nel futuro prossimo altre opere di Russell, certo mi ha dato lo stimolo di approfondire un genere che finora ho quasi del tutto ignorato.
Link:
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Tolleranza Zero – recensione

Mentre scrivo un romanzo che ha per scenario la Scozia non posso non leggere uno dei suoi scrittori più apprezzati e più discussi, Irvine Welsh. Sì, proprio quello di Trainspotting, il film che ha segnato gli adolescenti degli anni ’90. Il libro che ho letto, a dire la verità qualche mese fa, è Tolleranza Zero del 1995 (seconda pubblicazione dopo Trainspotting), edito da Guanda nel 2001 (ISNB 978-88-8246-968-9). Malloppone di 300 pagine di non facile digestione.

Tolleranza Zero - Irvine Welsh

Roy Strang, il protagonista, è in coma da due anni. Tre sono le storie che lo coinvolgono e che si intrecciano. Quella di Roy che riesce a sentire quello che gli accade attorno, le infermiere, i genitori che lo vengono a trovare, ma che preferisce il coma. Preferisce l’oblio del sogno alla realtà che lo aspetta al suo risveglio. Welsh poi ci racconta tutta la vita di questo ragazzotto cresciuto nei sobborghi di Edimburgo, dall’infanzia spesa dietro due genitori strampalati, all’adolescenza del ghetto, tra botte e frustrazioni, fino al “riscatto” da uomo adulto: l’ingresso in una banda di hooligan, l’indipendenza, le terribili conseguenze della violenza di gruppo. L’altra storia, invece, si intreccia con il Sudafrica e l’immaginaria caccia all’uccello marabù, un sanguinario rapace che fa razzia di tutti gli altri uccelli. Metafora questa dell’animo stesso di Strang che nella cattura del rapace vede la liberazione dai suoi errori e dal senso di colpa che si porta dentro. Tornare alla vita o restare nel sogno? Tornare a mangiare tutta quella merda da cui cerchiamo di scappare tutti i giorni o abbandonarsi alla salvezza onirica? Allo stesso modo in cui Welsh piano piano ci cala nella merda del protagonista, sembrerà al lettore di sprofondare nella sua. Quel che succederà dopo, sono c…i tuoi, lettore. Come per Roy Strang, nessuno ti aiuterà a tirartene fuori.

Tolleranza Zero non è un libro per tutti. Scorre sangue, scorre sperma, scorre violenza, violenza di quella che non si giustifica facilmente. Sebbene la voce narrante del protagonista sia profondamente umana, non sempre è possibile immedesimarsi del tutto con lui. A volte ti ritrovi solo, fuori, esterno alla pagina e non sai che fare? Continuare a leggere? Provare a capire quelle gesta? L’unica cosa che sai è che anche tu hai delle colpe nascoste, colpe che mai e poi mai riveleresti. E allora senti che puoi solo lasciarti andare al fiume di parole ed emozioni di Welsh. “Magari mi da qualche dritta. Magari alla fine mi dirà come fare. Se si tira fuori dalla merda lui posso riuscirci anche io.” Ecco, pensi robe del genere. Io le ho pensate. Io mi sono lasciato guidare. Non posso dirti come è andata a finire. Sono c…i miei. Posso solo dirti che ne è valsa la pena. Vale la pena andare A FONDO con quello stronzo di Welsh

A FONDO

——–A FONDO

—————-A FONDO.

Il linguaggio è lo stesso che abbiamo potuto conoscere, anche se solo nel film, con Trainspotting. Slang dei bassifondi di Edimburgo. Crudo grezzo tossico. Al quale però se ne accostano altri due. Uno arioso e caldo. È quello della caccia africana. Gli spazi si dilatano. Le gocce di sudore ti calano sulla fronte. I pensieri si espandono a macchia d’olio nel bush. È di caccia che si parla, di sopravvivenza, di morte. L’altro incredibilmente stretto. Da camera. Da camera di ospedale. Sei in coma. Pensi, anche se i pensieri non possono andare troppo lontani. Sei bloccato. Immobilizzato. Vorresti urlare vorresti scappare vorresti schiattare del tutto ma non puoi. Sei nel limbo. Frustrazione e stomaco stritolato, altro non senti. Welsh ti pianta tre chiodi nell’animo.

Punti di forza: se si ama l’autore, non si può non leggerlo. Se si è amato Trainspotting e ci si sente ancora in colpa per questo, non si può non leggerlo. Se si vuole respirare la Scozia degli anni ’80, non si può non leggerlo. Se avete qualche macigno in sospeso con voi stessi o con qualcun altro, forse vi farà bene (ricordando che nessuno ti tirerà mai fuori dalla tua merda).

Punti deboli: un po’ confuso all’inizio. Ho dovuto iniziarlo un paio di volte. Mi perdevo, non capivo. Forse non è un libro che puoi leggere quando ti pare. Di certo non si legge a cuor leggero. Dispersivo, inoltre, nella parte della caccia al marabù. Chissà, intenzione dello scrittore?

Consigli al lettore: altri? Tiratene fuori al più presto. Non è ancora finita. La caccia non è ancora finita. Quella alla felicità. Parola di Irvine Welsh.

Futuribili: penso che non leggerò Trainspotting per il momento. Andrei sul Il lercio, Colla o Porno.

Irvine Weish wiki.

Tolleranza zero wiki.

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Chiappanuvoli

L’esistenza degli altri – Iolanda Di Bonaventura

“Le esistenze altrui scorrevano davanti le finestre. Tutta quella vita era solo un alone dentro gli occhi di chi si limitava a guardare.”

Iolanda quest’anno si è rimessa a giocare con la carta stampata. Ha aggiunto dei collage di lettere. Fotografie. China. Quest’anno è “L’esistenza degli altri”. Poche pagine, al solito, ma piene di significato. Mondi da scavare con la pala. E ti ritrovi impalato davanti lo specchio del bagno. Da qui inizia a raccontare Iolanda. Lo specchio, la tua immagine. Quei pezzi di te che senti si trattengono nei vestiti mentre ti spogli. “I suoi abiti sapevano di sé più del suo corpo”. Lo specchio è una superficie piatta, eppure ci vedi proprio un mondo là dentro. Profondità, spazi da riempire, vuoto o pieno, dipende dai casi. Dipende da quale gioco ti piace giocare con la tua vita. A volte, a volte pensi persino di poterci infilare una mano dentro. L’unica cosa che chiunque si aspetterebbe nel toccare uno specchio è una sensazione di freddo. Iolanda osserva lo specchio, la sua immagine, e ti fa sentire proprio quel freddo.

Iolanda vede quelle mani che le si fanno incontro e. Sono le sue mani e sono anche le mani degli altri. E sa che quelle mani sono le sbarre di una prigione fatta di due braccia e due cosce (cit.). La prigione del corpo. La prigione della mente. Dentro lo specchio non sarai mai libera come vorresti essere. Libera non sei da questo lato. Eppure speri, speri, stringi i pugni e speri che da quell’altro lato. Un po’ di calore, un po’ di libertà ci sia. Perché di qua, il calore e la libertà sono mani e occhi che ti si strusciano addosso. Sui seni, tra le cosce. Quanti volte, anche tu, hai visto quelle mani.

“Sarò bella – aveva detto una volta – fintantoché sarò bella, mi amerai?”

Iolanda sente queste cose. E le fa sentire anche a te. Cose che se non stai attento, penseresti che siano cose normali per una ragazzina come lei. Cose che se non stai attendo, non ti accorgi che anche tu fai gli stessi pensieri prima di immergerti nella vasca da bagno. Cose che i tuoi vestiti possono coprire, nascondere, ma mai celare per sempre. Dentro. Al corpo. Rimane sempre quell’odore, quella traccia. Una cosa così bella che la possiamo solo osservare. “Esistono cose talmente belle da non poterle possedere”. E Iolanda. Iolanda lo sente. Iolanda la sente. La vede nello specchio quando è sola, se l’annusa addosso quando è nuda, l’appiccica tra le pagine del suo libro cosicché possiamo vederla anche noi. Per brevi attimi. Breve come l’attimo infinito di questo libro. Libro in cui Iolanda ci mostra la vita.

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L’idea come ti è venuta?

Accadono cose a cui non si può far fronte se non rielaborandole. E credo che quello che faccia ogni artista o pseudo tale…

Perché tu sei un artista o uno pseudo tale? – la interrompo.

Io sono una pseudo tale, come sempre. Sono uno pseudo tutto, potrei essere potenzialmente tutto quello che mi passa per la testa, ma potenzialmente siamo tutti tutto quello che ci passa per la testa.

Come mai hai lasciato il disegno per abbracciare questo nuovo stile?

In realtà è stato un approccio totalmente naturale. In questo periodo ho litigato col disegno, con le chine. Con il disegno non riuscivo più a scaricare lo stress. La fotografia invece mi ha aiutata. Il fotografare me stessa. Il ritrovarmi oggetto delle mie stesse attenzioni e non più soggetto pensante, quella che per forza deve scavare, il guardarmi dall’esterno è stato, non dico bello, ma qualcosa che ha ristabilito l’equilibro nelle cose.

Sei ancora bella?

Sono ancora bella? Non sono ancora bella. Non mi sento bella. Quella è la provocazione. Come è una provocazione la stessa frase: “fintantoché sarò bella mi amerai?” Che significa essere belli? Che significa essere amati soltanto perché belli? In questi termini, essere belli è quasi un ridurre se stessi. E a me interessava ridurmi, so che mi è stato utile.

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Chiappanuvoli

Invisible Monsters – Chuck Palahniuk

A sta botta dove metto mani? Invisible Monsters di Chuck Palahniuk. Un autore che non ho mai voluto leggere pur ammirandolo tacitamente. Perché non l’ho mai letto? Aspettavo il mio momento, lontano da condizionamenti “cinematografici”. (Fight Club-film è finito persino dentro la mia tesi di laurea). Ebbene eccolo, Invisible Monsters, Piccola biblioteca oscar Mondadori, 1999 in America, 2000 in Italia (ISBN 978-88-04.52136-5). Questo è il terzo libro pubblicato da Palahniuk dopo Fight Club (1996) e Survivor (sempre 1999). Wuuhh.

Dammi forza e coraggio.

Flash.

Invisible Monsters – Palahniuk

C’è questa modella, Shannon McFarland, che nel pieno della sua carriera si trova vittima di un’aggressione. Qualcuno le ha sparato in pieno viso strappandole via la mascella. Tutto quello che era stata, bellezza, vita al top, apparenza, resta appeso sul nulla, come la sua lingua penzoli sul collo. E poi c’è questa migliore amica, Evie, con cui condivideva tutto, anche il ragazzo (non certo volentieri), Manus, un ispettore di polizia (forse il personaggio più allucinante). E poi c’è lei, la principessa, la meravigliosa, l’irresistibile, Brandy Alexander, una trans a cui manca l’ultima e definitiva sforbiciata per diventare donna. Shannon e te, lettore, vi ritroverete a fare i conti col suo passato burrascoso. Famiglia delirante, un fratello gay morto di AIDS, lo squallore per raggiungere il Top, essere Top. E la nuova vita, dopo la fuga dalla clinica, a girare per le ville in vendita di ricchi e impasticcati signori per rubare gli psicofarmaci migliori dagli armadietti dei cessi lussuosi. Un bel quadro.

Se non avete mai letto nulla di Palahniuk e sentite di avere stomaco e palle per farlo potete ben iniziare da questo libro, tanto avrete visto tutti Fight Club, quindi perché iniziare da lì. Io ho scelto questo perché non ho trovato Survivor in libreria, semplice, e adesso mi ritrovo con una fame incallita di voler leggere tutto quello che ha scritto questo folle che viene dall’Oregon. Che cazzo vuole dire questo libro? Che le apparenze non contano nulla, sono solo lì a confonderci le idee, a farci rimuginare sulle nostre stupide fantasie. Che dietro ogni persona c’è un mondo, e sempre sempre sempre è fatto di sofferenze passate che cercano di essere seppellite. Vi sembra poco? Beh, se vi sembra poco allora, vi dico che qui potreste sempre imparare un mondo sugli psicofarmaci, sulla chirurgia plastica e sulla realtà patinata della moda fashion. Palahniuk sembra essere un esperto di tutto questo, come è sembrato essere esperto di esplosivi e sapone quando parlottavano Eduard Norton e Brad Pitt. Perfetto.

Lettura facile ed intuitiva. La voce narrante è quella di Shannon, una modella appunto, che si immagina non abbia mai scritto un libro. Il punto di vista è femminile, le inquadrature dei personaggi sono caratterizzate da un occhio femminile, attento ai dettagli, alle unghie, ai vestiti, all’arredamento. Ecco, sembra che stia raccontando una vera giovane modella. Una che non ne sa un cazzo di scrittura, ma che con semplicità riesce a dirti tutto, anche quello che non avresti mai immaginato. Come ci riesca lo scrittore è un cazzo di miracolo. Che ne sa uno che ha lavorato in radio, che ha fatto il giornalista e poi si è messo a fare il meccanico, di finissimi aggeggi per il restyling del make up? Cazzo un esempio, cazzo un modello, cazzo un maestro. Beh, o lo odi o gli lecchi il culo, non c’è altra scelta.

Punti di forza: velocità, precisione, dettaglio, colpi di scena, sapiente dosatura. Non sarà un capolavoro della letteratura contemporanea, ma è un libro che ti strappa gli occhi e te li tiene incollati alle pagine.

Punti deboli: ecco. Forse sul finale avrei qualcosa da ridire. Un po’ troppo veloce per i miei gusti, un po’ troppo sbrigativo. Ma del resto, mancavano solo pochi scheletri da scoprire ancora, perché tirarla per le lunghe? 10 pagine in più però sarebbero state gradite.

Consigli al lettore: ti senti brutto? Leggilo. Ti senti bello? Leggilo. Ti senti? Leggilo. Non ti senti da un pezzo? Corri a leggerlo. Fallo nel cesso, nel letto, in macchina, a lavoro, nell’armadio, in cantina, mentre scopi, mentre sogni di scopare. Non farlo di certo mentre mangi, o subito dopo pasti a base di carne.

Futuribili: cercare Suvivor o andare direttamente a quello dopo, Soffocare.

Link utili:

Chuck Palhniuk wikipedia.

Invisible Monsters wiki.

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Alta fedeltà – Recensione

Caspita. Ho finito di leggere questo libro oltre due mesi fa e, un po’ per questione di tempo, un po’ per oggettiva difficoltà, ancora non sono riuscito a scrivere la recensione. Il libro in questione è Alta fedeltà di Nick Hornby, romanzo del 1995 edito in Italia dalla Guanda (ISBN: 888-24615-2-1). Capolavoro, se proprio vogliamo mettere subito le cose in chiaro. Capolavoro editoriale che ha ispirato un altro capolavoro, cinematografico questa volta, l’omonimo film (2000) diretto da Stephen Frears con John Cusack. Film che, a pieno diritto, staziona nella mia personale top five dei film più belli di tutti i tempi. Riprendiamo fiato.

Alta fedeltà di Nick Hornby (Guanda)

Un trentenne alle prese con l’età che avanza e con i condizionamenti della responsabilità sempre maggiore. Gestore di un negozio di dischi “di nicchia” per veri appassionati. L’amore con la sua ragazza che all’improvviso finisce lo rigetta nel baratro dei suoi dubbi esistenziali. È lui destinato ad essere lasciato dalle donne o sono le donne che sono delle irrimediabili stronze che non lo capiscono? Dubbi amletici di fine secondo millennio. Allora, la decisione: ripercorrere le 5 relazioni amorose, la top five dei fiaschi sentimentali della sua vita, per cercare di capire per quale motivo prima o poi viene sempre scaricato. Un viaggio nel passato per capire il presente. Affrontare finalmente quei fantasmi che amiamo collezionare nell’armadio.

Che si può dire di più di questo libro? È geniale a mio modesto parere. Geniale è la sua profondità, geniale è la sua semplicità. Chi non ha mai consumato una musicassetta per ascoltare la canzone che gli straziava il cuore? Chi non ha mai urlato sotto una finestra? Chi non ha mai tirato le somme della propria esistenza? Non è che siamo tutti filosofi, eppure, queste cose le abbiamo fatte tutti. Profondamente e semplicemente. Hornby ci vuole insegnare il grande valore di quei momenti. Di quelle vere e proprie rivoluzioni esistenziali.

Mi sembra superficiale star qui a disquisire dello stile del libro. Basti dire che sono 250 pagine che si bevono come una pinta. Per quanto possano essere cervellotiche, malinconiche, tristi, disperate, a volte, risultano sempre, sempre condite con sapiente ironia. Lì il segreto del libro. Essere profondi, ma mai pesanti. Pesantezza è paura. Unico appunto che forse si può fare riguarda le differenze tra il libro ed il film. Ebbene, il finale del film è migliore di quello del libro. Bisogna ammetterlo. C’è un tocco in più che arricchisce. Ma fa nulla, li adoro entrambi…

Punti di forza: non è un libro per capire le donne, è un libro che aiuta a capire le relazioni (avete presente quelle cose che si costruiscono almeno in due?), è un libro, inoltre, che aiuta a capire se stessi.

Punti deboli: mmmm…che finisce.

Consigli al lettore: io lo leggerei proprio in quei momenti terribili di crisi. Secondo me aiuta chi si vuole aiutare. Non chi si vuole far aiutare, attenzione!

Futuribili: beh, leggere tutto Nick Hornby.

Link utili:

Alta fedeltà su Wiki

Nick Hornby official site

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Qualunquemente – recensione

Lungi da me l’intenzione di criticare negativamente l’ultimo film di Antonio Albanese solo per darmi un tono o, peggio, per attrarre più persone sul mio blog, ma Qualunquemente è stato davvero una delusione. Forse sono andato con troppe aspettative, forse il vera obiettivo degli autori non era di fare un film comico. Fatto sta che, ad un certo punto, ho smesso anche di ridere. La pellicola improvvisamente è diventata uno spaccato fin troppo reale della situazione politica italiana, le battute e gli sketch dalla satira sono passati a esprimere puro e malsano sadismo.

 

Antonio Albanese

Qualunquemente - A. Albanese

Il personaggio ci è rivelato a tutto tondo. Viene dotato di una storia passata, di interessi economici, di una famiglia (deprimente), di una lobby che lo sostiene e persino sfrutta. Cetto Laqualunque, a tratti, sembra egli stesso vittima del sistema e con lui tutte le persone care che lo circondano (mogli e figli), come anche il suo acerrimo oppositore politico, De Santis. Quest’ultimo non è dipinto come un idealista che si rende ridicolo nel tentativo di portare la legalità o la democrazia nel piccolo paesino di Marina di Sopra, ma bensì come una persona triste e sfiduciata. Egli è un perdente come tutti noi che accendiamo ogni giorno la televisione e restiamo basiti di fronte gli ennesimi scandali e le ripetute ingiustizie che ci tocca sopportare. Non è comico vedere il nostro Paese che va a rotoli, ma triste, ferocemente triste, deprimente, scoraggiante.

La comicità lascia spazio alla lucida consapevolezza. Sono andato al cinema per ridere, per divertirmi e per svagarmi. Ne sono uscito amareggiato, quasi nauseato. Non ci trovo più nulla di divertente in tutto ciò. E non mi riferisco qui solo al bunga-bunga traslitterato nel famoso pilu, fin lì l’accetterei pure. Mi riferisco alla consapevolezza di una politica che fa solo il proprio interesse senza curarsi minimamente delle conseguenze per la cittadinanza, per l’arte, per l’ambiente, finanche degli effetti che tali comportamenti volgari e criminali dei leader politici hanno sui proprio familiari. Il figlio di Cetto è il primo succube del padre ed è svilente, penoso, perché sono cose che stanno avvenendo davvero quotidianamente. (Proprio oggi Emilio Fede in una intervista continuava a ripetere degli effetti negativi che si ripercuoteranno sul figlio della Macrì quando capirà di avere una madre zoccola, senza peraltro pensare agli effetti devastanti che si avranno sulla popolazione quando passerà come “normale” il costume di fare orge, di usare le donne come oggetti e simboli di potere, di pagare migliaia di euro per una scopata di lusso!)

Non ci trovo nulla di comico nei brugli elettorali, nel “riflettere” che significa andarsi a fare una bella scopata con una prostituta, nel denigrare il proprio avversario politico, nel fargli esplodere l’auto come monito, nel manovrare i mezzi di informazione, nel comprare i voti il giorno stesso delle elezioni, nel presentare programmi politici vuoti e farneticanti, non trovo nulla di comico nelle promesse che ci vengono fatte ormai da vent’anni, perché mi tornano subito alla mente quei 2.000.000 di posti di lavoro che non si sono mai visti e, da lì, il decadimento totale.

Non ci trovo proprio più nulla da ridere nel vedere l’Italia che va a rotoli e gli italiani che rimangono lì con le mani in mano, nell’illusione che basti lamentarsi o idolatrare per svolgere il proprio ruolo politico. Non ci trovo più nulla da ridere in questo immobilismo o nello sfruttamento della nostra ignoranza da parte di soggetti altamente ignoranti in materia di res pubblica, ma preparatissimi, al contrario, nel campo degli affari, professionisti dei cazzi loro. Non mi viene da ridere, mi vergogno anzi, terribilmente. Spero sia questo il vero messaggio che voleva trasmettere Antonio Albanese, altrimenti anche qui ci troviamo di fronte all’ennesima presa per il culo, per altro fattaci da parte di chi pensiamo sia lì a difenderci con il sorriso sulle labbra.

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Io volevo Ringo Starr – Recensione

Era un po’ che avevo questo libro sulla scrivania di fianco al computer in attesa di essere recensito. Io volevo Ringo Starr è il primo romanzo di Daniele Pasquini, un giovanotto fiorentino di appena 22 anni, edito con la Intermezzi editore nella collana “MINIMALIAweb – Racconti fugaci ai tempi della rete”, 2009 (ISBN: 978-88-903576-7-1).

Io volevo Ringo Starr, Intermezzi Editore.

Un ragazzo alle prese con la fase di crescita tra l’adolescenza ed il periodo universitario. Quella sorta di limbo nel quale sembra (o sembrava nel mio caso) che si debba decidere del proprio futuro irrimediabilmente. Quel periodo in cui capisci che iniziano a passare i treni che non faranno più ritorno. Il momento anche in cui ci si confronta con i proprio sogni, si soppesano, si scartano le strade non percorribili come si anche ci si mette a masticare la terra nella direzione in cui si vuole andare. Vanni, il protagonista, dopo un serie di scelte universitarie poco fortunate ed un periodo di agitazione, trova nella musica e negli amici del gruppo quel minimo di stabilità che consente, non già di impostare la vita per il futuro, ma almeno di concedersi qualche attimo di sano sogno.

Il protagonista è abbastanza complesso. Ha una storia personale che da spessore al suo carattere e, oltre la passione per la musica rock, coltiva l’interesse per il filosofo Schopenhauer e per le date degli eventi storici. Nelle conversazioni con il suo amico di sempre, Gabo, mette a nudo i suoi pensieri, dimostra di sapersi mettere in discussione senza la saccenza protagonistica del narrante, ma con quella leggerezza sapiente propria “di chi non lo sa con certezza ma in fondo lo sente”.

Divertenti sono i richiami tra gli avvenimenti storici e quelli dei personaggi. Risulta molto curata la “casualità” con cui questi fluiscono nella trama. Anche i richiami al mondo della musica rock sono interessanti, anche se devo dire che non mi hanno soddisfatto le descrizioni dei concerti: poco sudore, poca vitalità, poco caos e, dunque, poco vero rock. Questa osservazione mi da il la per dire qual è a mio avviso il punto debole del libro: il diverso spessore che hanno le parti in cui traspare il carattere biografico rispetto a quelle di pura creazione letteraria. Sia chiaro, è una critica questa che però sento di poter perdonare all’autore.

Ringo Starr è comunque un libro ben scritto, con pretese definite, che lasciano trasparire la maturità di Pasquini. Dalla prima all’ultima pagina si ha la chiara sensazione di chi sia il pubblico a cui è destinato. Non solo un target giovanile, ma in particolar modo a tutti quei giovani che respirano ogni singolo giorno il peso e la leggerezza di un’esistenza vissuta nella consapevolezza dei proprio sogni e dei propri obiettivi.

Punti di forza: è un libro semplice e consapevole, scritto con il pigio di chi conosce i propri limiti ma anche le sue doti. La struttura riesce nell’intento di accattivare il lettore. Le pillole di filosofia, di storia e di musica rock arricchiscono notevolmente la trama, comunque divertente.

Punti deboli: come detto, un po’ di inesperienza nella dosatura degli ingredienti. Alcune descrizioni e momenti topici mi sarebbe piaciuto fossero più approfondite.

Consigli al lettore: lo consiglio a chi riesce ancora a nutrire e coltivare i proprio sogni, a tutti coloro che si sono confrontati a tutti i livelli col mondo musicale, con le frustrazioni e con le piccole soddisfazioni del suonare.

Futuribili: speriamo sia in produzione un nuovo libro!

Link utili:

Blog di Daniele Pasquini.

Intermezzi editore.