Silenziosità (Industries of the Blind – music)

 

 

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Silenziosità

Già
increspata
silenziosità metastatica
pare
un’inesistenza mai vissuta
e raggrinzisce
la pelle dentro al corpo
carta
bruciata un poco appena
il nero non esiste
permane
cenere dinamica.

28/12/2012

Chiappanuvoli

Industries of the Blind - The Lights Weren’t That Bright, But Our Eyes Were So Tired

Una donna incazzata nera in un deserto di neri incazzati

Una donna incazzata nera in un deserto di neri incazzati – Cesenatico 19 agosto 2012

La spiaggia di Cesenatico è un deserto di gente incredibilmente abbronzata e terribilmente incazzata. La musica dello stabilimento copre ogni rumore, anche quello delle onde del mare. Nessuno parla con nessun altro. Il massimo è una breve battuta con compagno di “arrostata”. Questa gente sta 10 ore al giorno sotto al sole non riesco a quantificare da quanto tempo! Mesi, anni. Che stiano qui anche d’inverno? Sono neri e sembrano incazzati. Forse sono l’ansia e la stanchezza accumulate sul lavoro che ora si sciolgono al sole, sulla loro pelle. Forse sono incazzati perché vorrebbero essere più abbronzati. «Almeno, almeno più del mio vicino!» Forse avvertono dentro di loro che stanno sprecando il tempo migliore della loro vita ma non se ne capacitano razionalmente tanto che questa impressione quasi emozione scema all’improvviso scompare si scioglie assieme al sudore nella sabbia bollente.

Io sono qui, in mezzo a loro, tra le diverse tonalità, tutte di marrone. Le noto con stupore. Osservo come questo marrone della pelle prenda a risaltare maggiormente scorrendo lo sguardo dal bagnasciuga alla fine della spiaggia, man mano cioè che lo sfondo, la sabbia, prende, per contrasto, un colore più chiaro. Sono qui. E sono bianco. Io sono bianco. Devo mettere la cremina. Ora che ci rifletto, io ho anche i peli! Cristo, io ho i peli e loro no! Bianco e peloso.
Sono qui con Chiara e per Chiara. C’è anche la sua mamma e tra poco dovrebbe arrivare il suo ragazzo. Sono qui perché Chiara mi è mancata. Sono qui solo per starle un poco vicino. La sua vicinanza da una forza incredibile. Non so come ci riesca. È alta un metro e un pacchetto di Vigorsol®, ha la faccia buffa con la bocca un po’ all’infuori, sembra una paperella, (si incazzerà quando leggerà questa roba…), eppure, Chiara è una dura. Chiara è una incazzata nera. Lei dice, lei fa. Lei regge. Lei sostiene. Lei è una colonna portante. Di cosa? Di tutto. Di tutto ciò che le orbita attorno. E tutto quello che per puro caso entra nella sua traiettoria galattica resta imprigionato, attratto, ammaliato. Come una grossa deresponsabilizzazione interplanetaria. Se c’è Chiara nella tua vita tutto è più facile. Ti sembra che la sua energia possa sostenere anche te. Alla fine, prendi ad affidarti a lei, è inevitabile, è conveniente. «Cazzo, è meglio, no?»

Mi sposto come l’ombra dell’ombrellone. Parlo con Chiara e sua madre. È una signora molto sveglia. È intelligente, si vede. Chiara invece mi pare un po’ stanca. Come se non volesse sentire niente e nessuno. Sembra una della tante porchette che abbiamo intorno, ma io so che Chiara non è una di loro. Se loro possono permettersi di starsene qui belli rilassati è solo perché Chiara in questo momento si sta occupando di loro. Li sta reggendo tutti e loro non lo sanno neanche. Anche io ho “usato” Chiara. Diciamo meglio, Chiara ha sorretto anche me quando fu, quando ne ebbi bisogno, quando meno me l’aspettavo. Non voglio scendere nei particolari, sono cose nostre, cose di affetto, roba profonda e “ininchiostrabile”. Chiara è stata una spalla, una guida, un’amica, una mamma. Non so se con questa frase le arrecherò dolore, ma sento proprio di doverlo dire: Chiara è una mamma, una grande, grandissima mamma. Noi, orbitanti spaesati, siamo un po’ tutti sui satelliti, siamo tutti un poco figli suoi.

Ebbene, mi rivolgo direttamente a te, brutta bestia stronza che non sei altro: «Grazie. Cazzo, grazie.»

E voglio aggiungere anche quest’altra cosa: «Per quanto grande possa essere l’universo e imprevedibili le nostre traiettorie, sento di doverti dire che io resterò sempre nei paraggi, nei paraggi metaforici ma paraggi. Tra di noi ci sarà sempre il fighissimo teletrasporto interstellare di Star Trek!»

14/09/2012

Chiappanuvoli

#3 Emilia: un terremoto minore

Se anche mio nonno, nel chiedermi come è andata in Emilia, esordisce dicendo: «Ma non stanno messi come noi?», alludendo in questo modo ad un paragone tra le conseguenze dei due terremoti, emiliano e aquilano, vuol dire che non solo l’informazione mediatica ha miseramente fallito, ma anche che abbiamo fallito noi (aquilani in primis) come fruitori di tale informazione, ormai inebetiti dal pensiero dominante. Non è certo mio nonno il metro di giudizio per questa mia considerazione, ne è solo l’anello culminante. Tutti gli aquilani con cui ho avuto modo di parlare in questi giorni mi hanno fatto la stessa domanda: «Ma mica stanno messi come noi?».

palazzo di tre piani crollato

#3 Emilia: un terremoto minore.

Un tale comportamento non me lo sarei mai aspetto da un aquilano. È paradossale. Perché abbiamo la necessità di fare un paragone tra noi e loro? O peggio, perché abbiamo la necessità di sapere che il “nostro” terremoto è stato più distruttivo del “loro” terremoto? È come se essere certi che in Emilia ci sono stati meno danni ci rendesse più tranquilli. Una misera consolazione, moralmente parlando. Certo ci sono state meno vittime (29 vs 309) e non è stato colpito un grande centro storico cittadino, ma comunque un centro industriale nevralgico oggi rischia il collasso, il raggio del cratere sismico è di almeno 50 chilometri e comprende quattro province, gli sfollati (facendo un rapido conto dei paesi colpiti) superano abbondantemente le 100.000 unità, sono stati dichiarati “zona rossa” una ventina di centri storici. È incredibile, È come sapere di essere più terremotati ci faccia conservare la nostra leadership di sfigati. È come se fosse messa a rischio la nostra stessa identità. È come se (e mi vergogno anche solo a scriverlo) sapere che noi aquilani “stiamo messi peggio” ci garantisca una posizione di privilegio quando dovremo andare a bussare alla cassa del principale, del Governo, e alle tasche di tutti gli Italiani.

Spero di essere stato troppo duro e affrettato nel mio giudizio, ma non riesco a vederci altra spiegazione. L’unica giustificazione a questo comportamento la trovo, come detto, nell’informazione, nella scarsa, impreparata, asservita, degenerata informazione mediatica nazionale. L’impressione media è quella che siano caduti quattro orologi, sette campanili, qualche decina di fabbriche (di cui la maggior parte produceva Parmigiano…). E invece i danni ci sono e sono anche ingenti. La mia impressione, voglio essere onesto, è che possano essere danni quantitativamente inferiori a quelli dell’Aquila, cioè nel numero degli edifici, ma qualitativamente sono esattamente i medesimi. Ci sono edifici crollati, pilastri spezzati, le famigerate croci di Sant’Andrea, tutte le chiese (ma conta poco) danneggiate, oltre cento edifici scolastici inagibili, e centinaia, se non migliaia, di fabbriche che hanno interrotto la loro produzione. I primi dati sullo stato degli edifici che ho trovato in rete dice:
«(AGI) – Bologna, 13 giu. – Le strutture già controllate nella regione con scheda Aedes (ovvero controlli più approfonditi), invece, sono 6.994: di queste, 2.623 sono state classificate agibili, 1.203 temporaneamente inagibili ma agibili con provvedimenti di pronto intervento, 394 parzialmente inagibili, 95 temporaneamente inagibili da rivedere con approfondimenti, 2.318 inagibili e 361 inagibili per rischio esterno, ossia a causa di elementi esterni pericolanti il cui crollo potrebbe interessare l’edificio. Anche in Lombardia, informa la Protezioen civile, sono state eseguite verifiche approfondite in 413 edifici.»

Del resto, se chiedi a qualsiasi italiano come sta L’Aquila a tre anni dal terremoto ti risponde che l’hanno ricostruita. Del resto, siamo abituati a berci qualsiasi cazzata ci proponga la televisione. Del resto, in fin dei conti, ognuno ha i cazzi propri a cui badare, la crisi, la scandalosa Nazionale degli scandali, lo spread e drastiche misure (indemocratiche) adottate dal Governo tecnico della Repubblica Italiana democratica “affondata sui lavoratori”. Del resto, per quanti social network ci fregiamo di usare, ha ragione Bruno Latour quando quando dice che “Non siamo mai stati moderni”. Non riusciamo ad avere una visione di insieme, globale, siamo ancora attaccati al nostro orticello, e alle nostre misere identità (dicotomiche: “lui è cattivo perché io sono buono”). Del resto, e qui chiudo, lo Stato di Israele, il popolo martirizzato per eccellenza, sta commettendo un genocidio ai danni del popolo palestinese da mezzo secolo, sotto l’occhio impassibile del telespettatore medio mondiale.

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15/06/2012

Chiappanuvoli

Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #2 Protezione Civile

Uno degli obiettivi che mi sono prefissato per il mio secondo viaggio in Emilia era visitare almeno una tendopoli della Protezione Civile. Sono riuscito a visitarne due, quello di Cavezzo gestito dal Dpc Abruzzo e quello di San Felice sul Panaro della Dpc Trentino.
Questi i dati, aggiornati al 7 giugno 2012, pubblicati sul sito della Protezione Civile. Sono stati allestiti 35 campi in Emilia Romagna e 10 in Lombardia.  Accolgono 11.095 persone. In più ci sono 2.450 persone site in “strutture al coperto” e 2.427 alloggiate in alberghi. Il totale della popolazione assistita sale così a 15.972. Grandi numeri, ma non grandissimi, se pensiamo che all’Aquila, tre anni fa, allestirono più di 160 campi e la pop. assistita superò abbondantemente le 60.000 unità (N.B. dati orientativi di difficile reperimento sul web) in un cratere sismico abitato da più di 100.000 persone. Numeri non grandissimi, se consideriamo il cratere sismico emiliano e lombardo con un raggio di 50 km. Solo nei comuni e paesi che io ho visitato (vado a memoria) i dati sui residenti (fonte Wikipedia) sono: Sant’Agostino 7.106, Camposanto 3.218, Cavezzo 7.345, Finale Emilia 16.076, Concordia 9.059, Medolla 6.331, Mirandola 24.602, Nonantola 14.489, Novi di Modena 11.476, Rovereto sul Secchia 3.974, San Felice sul Panaro 11.135, San Possidonio 3.828, Rolo 4.090, Reggiolo 9.362. Per un totale di 132.091 abitanti. E questo SOLO per i posti che ho visitato. Per farvi un’idea di quanti comuni siano stati colpiti basta andare questa pagina di Wikipedia. La differenza, più che orientativa, è quindi di 116.119 unità. Dove sono queste persone? Dove sono sfollati?

La maggior parte delle persone è in tenda, camper o roulotte accampata davanti alla sua abitazione. Molti si sono fatti coraggio e sono tornati a casa (che sia troppo presto?). Alcuni se ne sono andati da parenti e amici in zone più sicure. Almeno 116.119 persone.

foto mia

#2 Protezione Civile.


Siamo arrivati al campo di Cavezzo verso mezzogiorno e mezzo. Ho riconosciuto un amico aquilano e mi sono fatto indicare i Capi campo con cui avrei voluto parlare. Sono stati molto disponibili, dato che mi sono presentato come semplice aquilano “in visita” e Jan come Dottorando con una tesi sul terremoto dell’Aquila. Mi hanno detto di aver allestito una tendopoli per 300 persone (Cavezzo 7.345 ab.). Così ha voluto il sindaco Stefano Draghetti. Ci sono anche due mense, aperte a chiunque (anche noi ci abbiamo mangiato): una interna, che verrà chiusa ai non residenti dopo la recinzione del campo in allestimento, e una esterna, che resterà sempre aperta a tutti. Non ci sono tanti stranieri e non hanno avuto problemi seri di gestione degli stessi. Per il momento la situazione è tranquilla.

Ho deciso di mettere in difficoltà il Capo campo esprimendogli “velatamente” le mie perplessità sulle tendopoli, ricordandogli appunto il caso dell’Aquila e i problemi relativi a quella che è stata definita “eccessiva militarizzazione del territorio”. Gli ho fatto l’esempio della tendopoli di Piazza D’Armi. Il Capo campo si è scosso e mi ha detto che lui lavorava proprio a Piazza D’Armi. Allora ho puntato il bersaglio grosso e gli ho detto che “forse” all’Aquila l’intervento della Protezione Civile è stato un po’ troppo pesante, alludendo proprio alla gestione dei campi. L’uomo è tornato subito fermo e deciso. Mi ha giustamente fatto notare che nel nostro caso erano venute a mancare tutte le strutture delle autorità competenti, Comuni, Prefettura, Questura, e che quindi si è causato un vuoto decisionale che doveva essere colmato in qualche modo. Poi (e bisogna riconoscergli la sincerità) ha subito aggiunto che sì, “forse” si è esagerato, che qui in Emilia si è scelto un profilo, per così dire, più “basso”. Il Dpc si è messo a disposizione dei Sindaci, i delegati legittimi delle questioni di sicurezza civile. Ogni decisione ultima tocca al Sindaco, anche decidere il numero dei bagni chimici per tendopoli. Sono loro ancora che tengono tutta la rendicontazione economica.

L’Aquila, in fondo, è servita a qualcosa, ho pensato. Se non altro a fermare quel macchinoso meccanismo succhia soldi nelle mani pochi individui. L’Aquila è servita a capire che i Sindaci non possono essere esautorati dal loro potere. L’Aquila è servita a capire che le tendopoli (mi si perdonerà l’eufemismo) non possono essere gestite come “lager”, anche se è ancora presto per dire come evolverà la situazione in Emilia. La Protezione Civile si è posta al servizio della popolazione. Speriamo bene.

C’è ancora un dato che va sottolineato, di cui ho discusso anche con il Capo campo. Perché la tendopoli ha solo 300 posti letto quando gli abitanti di Cavezzo sono più di 9.000? Certo le risorse economiche messe in campo (fortunatamente dal punto di vista degli sprechi) sono più limitate rispetto a tre anni fa. La responsabilità, come detto, ricade sui Sindaci e sul Commissario Straordinario Errani, non sul Bertolaso di turno. Mancano 8.700 persone all’appello. Il Capo campo mi ha detto che è stato proprio il Sindaco a volere una tendopoli di soli 300 posti. Ha aggiunto che, secondo lui, la volontà è quella di rimandare il prima possibile le persone a casa, nelle abitazioni che verranno dichiarate agibili. Sempre paragonando con L’Aquila, con le dovute attenzioni per carità, dal 6 aprile al 10 luglio 2009 (data di chiusura del G8) fu in vigore una ordinanza comunale che vietata a chiunque di mettere piede dentro la propria abitazione, se non accompagnati da personale autorizzato.

Da un terremoto, quello aquilano, “mediaticamente esasperato”, ad un terremoto, emiliano/lombardo, “minimizzato”. La macchina della merda sta funzionando. E qui mi fermo. Tutto ciò che potrei aggiungere sono nient’altro che paure, dubbi, insinuazioni insomma.

Vorrei chiudere però con una nota positiva. Come detto, ho visitato due campi. Il secondo è quello della regione Trentino. A San Felice, dove sono stato il 9 giugno, il clima era decisamente disteso. La Guardia Forestale all’ingresso è stata gentilissima. Abbiamo parlato con volontari del DPC e della Croce Rossa. Gli ospiti sono 380. Di questi all’incirca 270 sono stranieri. 11 nazionalità diverse. Ci sono state delle difficoltà, per stessa ammissione dei volontari, riguardanti più che altro la prima collocazione in tenda. Non tutti gli ospiti gradivano la convivenza con cittadini di altre etnie, anche tra stranieri e stranieri. Tutto risolto con calma e discrezione, mi hanno detto. Nel campo, inoltre, si è già fatto vivo il Cinformi di Trento, centro informativo per l’immigrazione, con cui ho collaborato anche all’Aquila assieme al Coordinamento di Associazioni Ricostruire Insieme. Abbiamo parlato con i membri della cucina che hanno ricordato con affetto i lunghi mesi trascorsi in Abruzzo. Abbiamo bevuto il caffè con loro. Io e Jan siamo andati via molto più fiduciosi del giorno prima, quasi tranquillizzati ecco. Il Trentino è un modello da seguire per tutta l’Italia, senza nulla togliere ai tanti tantissimi volontari accorsi dalle altre regioni, sia chiaro. Ma non è solo attraverso l’impagabile impegno dei singoli volontari che riesce una missione d’aiuto durante uno stato d’emergenza, il più è deciso, condizionato, dalla “testa”, da chi comanda, da chi fa le leggi e da chi ne vigila l’applicazione.

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13/06/2012

Chiappanuvoli

Terremoto Emilia: la macchina della merda

Uno spettacolo già visto. Lo show del macabro è sempre in agguato. Non nasce con le catastrofi. Esiste e basta. Se si occupa di politici la chiamano “macchina del fango”, quando si occupa di noi poveri Cristi dovremmo chiamarla “macchina della merda”. Audience e imbonimento delle masse, profitto pubblicitario e asservimento al potere. «Va tutto bene. È tutto splendido. Non c’è mai stato un terremoto con questi ascolti! Il Governo ha risposto impeccabilmente e tempestivamente e brillantemente.» Ho ancora nelle orecchie le parole di Bruno Vespa, un monito, una minaccia: «Preferivate stare nei container? Preferivate stare nei container? Preferivate stare nei container?» Sì, Bruno, preferivamo stare nei container, vicini alle nostre case, e non vedere lo scempio di denaro pubblico sperperato dalla casta, dagli amici tuoi e dell’ex Premier Silvio Berlusconi. Preferivamo non assistere alla scena pietosa, metaforizzata nella tua gobba, dell’asservimento più totale alla volontà del regime. “La dittatura della merda” (cit.). È toccato a noi aquilani, oggi tocca agli emiliani.

Ciò che sta succedendo in Emilia forse è anche peggiore. Noi ci siamo dovuti confrontare con la spettacolarizzazione dell’efficenza governativa. Si regalavano dentiere. Il caschetto rosso fiammante del nano andava da per tutto, era onnipresente. Il suo braccio destro SanBertolaso disponeva del potere spirituale e temporale. Ogni sacrosanta decisione era trasmessa a reti unificate. «Daremo una casa a tutti quanti. Costruiremo una Newtown, L’Aquila 2.» Era l’8 aprile. In Emilia il copione è leggermente cambiato ma sempre organizzatissimo. Il messaggio che deve passare è il seguente: «Deve sembrare tutto normale. Dobbiamo mostrare di avere la situazione sotto controllo. Sguardi su campanili e fabbriche, non inquadrate i danni delle case, quelli reali. Mostrate efficenza e morigeratezza. Siamo in crisi. E siamo in crisi anche perché hanno abbiamo avuto quello showman per vent’anni.» Ma sì, minimizziamo. Efficenza e morigeratezza. E non posso fare a meno di sentire anche quell’altra vocina, quella che parla a microfoni spenti. Quella intercettata al telefono alle 3.33 di notte. «Il terremoto in tempo di crisi è una manna dal cielo. Le conseguenze del terremoto, i danni, le responsabilità, le scocciature, le lamentele, la disperazione, lasciamole sul groppone di quei poveri sfigati. Se hanno resistito ad un terremoto, sopporteranno anche questo. Pensiamo a ricostruire. Pensiamo a ricostruire i nostri patrimoni. Per quella cosa siamo già d’accordo. Sì, sì ho sistemato tutto, ho già parlato con Lui…eheheheheheheheheh..» 3.32, io non ridevo.

Le televisione, di proprietà degli stessi uomini di potere, non ne è che il braccio. Il carnefice spietato. Il carnefice spesso tristemente inconsapevole. Passano attraverso i loro auricolari gli ordini più freddi e perversi. «Primo piano sulla bambina. Togli l’audio all’esterna. Trovami una famigliola tranquilla da intervistare. Meglio se hanno perso la casa.» Non c’è da meravigliarsi più di nulla. È solo un altro nemico da conoscere. E da combattere. Dobbiamo allenarci a portare la nostra verità nella casa degli italiani. L’informazione dobbiamo farla da soli. Chi meglio di noi può raccontare i nostri problemi, o le nostre paure? Lo imparerete presto anche voi, cari emiliani, sulla vostra pelle.

Non è un caso che dell’Aquila voi non sapete quanto è grande il centro storico. Non sapete a che punto è la ricostruzione. Non sapete che oltre L’Aquila ci sono altri cinquanta paesi distrutti. Non sapete che eravamo in ventimila a bloccare l’autostrada A24. Non sapete che quasi settanta di noi sono stati denunciati perché tentavamo di mostrare la verità, e di difenderla col proprio corpo. Non sapete che ci hanno manganellato. Non avete mai visto i nostri lividi. Non sapete che eravamo distrutti come ora siete distrutti voi.

Non a caso il resto dell’Italia non conosce i terribili danni che vi ha causato il terremoto. Non a caso sono morte 19 persone il 29 maggio. Non a caso nel resto dell’Italia si crede che vi sono caduti sono le torri degli orologi e qualche chiesa. Non a caso vi fanno sempre le stesse domande. Non a caso le telecamere sono puntate sempre tutte nella stessa direzione. Non a caso i loro sorrisi finiscono quando inizia la diretta. Non a caso vi sentiti smarriti. Non a caso vi sentite soli. Non a caso la bile trasalirà e rimarrete senza fiato non appena metterete il naso fuori dalla Bassa Padana e vi confronterete con il triste teatro della realtà italiana.

Alle 3.32 io non ridevo. Dalle 3.32 del 6 aprile 2009 io non rido più come ridevo prima. Dalle 3.32 io non rido più alle loro battute. Dalle 3.32 io vedo un’altra realtà, e rido ogni giorno perché non possono più ingannarmi. Dalle 3.32 io non ho più paura. E così tutti gli aquilani che hanno occhi per vedere. Oggi tocca a voi. Oggi tocca a voi interrompere le trasmissioni (di regime). Oggi tocca a voi raccontarvi.

[Diritto di replica libero per ogni personaggio citato]

[Video: Draquila, di Sabina Guzzanti e Terremoto Emilia, la rabbia di Cavezzo di AbruzzoLiveTV]

06/06/2012

Chiappanuvoli

Terremoto, un aquilano in Emilia

L’unico modo per rendersi davvero conto di quanto accade in Italia è andando a vedere con i propri occhi. L’ho imparato sulla mia pelle e anche questa occasione la lezione si è dimostrata fondamentale. La prima cosa che posso dire sul terremoto che ha colpito la Bassa Pianura Padana è che ha trovato, come al solito, una Nazione impreparata, delle istituzioni fragili e farraginose, una popolazione inerme, unica vittima di tale ignoranza. Basta vedere un qualsiasi telegiornale per accorgersi dell’incapacità metodologica e della scarsissima formazione dei giornalisti, domande sempre banali, volte non “alla comprensione di” o “all’informazione su” un fenomeno, bensì alla disperata ricerca dello scoop, in preda alla sindrome da tasso d’ascolto. Basta osservare la macabra dinamica delle morti per capire che è stata sottovalutata, per l’ennesima una volta, la gravità dell’emergenza, la pericolosità di un evento naturale con cui invece dovremmo essere abituati a convivere. Le vittime del 29 maggio sono a tutti gli effetti “vittime di Stato”. Quante altre L’Aquila o Bassa Padana dovranno esserci perché si radichi la cultura della prevenzione?

Sono partito venerdì 1 giugno subito dopo pranzo. Cinquecento chilometri di strada e una ragazza ad aspettarmi all’uscita dell’autostrada Bologna Casalecchio. Si chiama Monique, è di Modena, non della parte di provincia colpita. Nel 2009 è stata all’Aquila per sei mesi come volontaria, un’esperienza talmente tanto importante che l’ha spinta a fare anche un documentario (Ottocentroquarantanove – Vita e segreti di una città dimenticata) di recente uscita. Abbiamo chiacchierato davanti ad uno sprinz cenando con l’aperitivo. Poi subito in marcia direzione Mirandola. Dopo la scossa dello scorso 29 maggio, la Protezione Civile e le autorità nazionali hanno deciso per un intervento massivo e capillare sul territorio colpito. Stanno nascendo le prime tendopoli e iniziavano a spuntare i C.o.c. (Centro operativo commissariale, omologhi dei C.o.m. aquilani…).

Arriviamo in via Confalonieri verso le 21.30. È già buio. Sotto gli alberi di un parchetto comunale, una ventina di tende da campeggio. Ci vivono alcuni residenti della zona che, come più volte sottolineano, non vogliono andare nella tendopoli della PCI, non si fidano, non vogliono essere militarizzati (in questo la lezione dell’Aquila ha avuto il suo peso). Ad aiutarli, tre ragazzi, appena ventenni, appartenenti al Collettivo Autonomo Studentesco di Modena, conosciuto come Guernica. Un signore di mezza età suona la chitarra sotto la tenue luce di un lampione. Hanno generi alimentari e di prima necessità, ma non ancora la corrente elettrica. Mi dicono che gli è stato anche intimato di andare nella tendopoli, o saranno incriminati per occupazione di suolo pubblico. Il controllo governativo del territorio è già iniziato, presto vedremo le forme del comando, penso. Prima di me, due amici aquilani, Sara Vegni ed Emanuele Sirolli, sono stati qui in visita, e nonostante ciò mi sommergono di domande. La più ricorrente: «quando potremo tornare a casa?» Credono che tutto quello che gli sta capitando sia passeggero. Gli dico che devono abituarsi all’idea che l’emergenza possa durare a lungo, che non c’è fretta di tornare nelle case, che il rischio è ancora alto e non ne vale la pena, che la sicurezza è fondamentale.
Consegnamo ai tre volontari due tende donate da amici aquilani, Nicoletta Bardi e Federico Bucci, e ci rimettiamo in cammino. Voglio raggiungere gli altri due aquilani a Finale Emilia e farmi raccontare quello che hanno fatto nei giorni precedenti, sapere la loro impressione preziosa di terremotati e condividere i contatti presi.

Li incontriamo alla sede di Manitese (in via Per Camposanto 7A). È quasi mezzanotte e la maggior parte della persone è andata a dormire. Faccio la conoscenza di Enrico, un rappresentate dei G.a.s. della zona. Un bicchiere di lambrusco e i loro racconti. Monique dopo poco ci saluta, la aspettano ancora 80 km di strada per tornare a casa. Noi continuiamo a chiacchierare fino a notte fonda.
La mattina seguente inizio finalmente la mia attività di informazione. Manitese è una ONG nazionale che opera nell’ambito dello sviluppo e cooperazione nei paesi del Sud del Mondo. Qui a Finale Emilia hanno un mercatino dell’usato, fanno attività di laboratorio artigianale e lavorano con i bambini. Conosco Bettina, Luca, Nicola, Gianluca, solo per citarne alcuni. In realtà in questi giorni qui si sono riunite almeno una trentina di persone. Tanti abitanti del luogo usano questo posto come punto di riferimento, come hanno fatto anche diverse associazioni regionali e nazionali (ad esempio il T.P.O. di Bologna e il nostro 3e32), che si sono affidate a loro per lo stoccaggio dei generi di prima necessità. Non solo sono (e saranno a lungo) referenti validi per questo genere di iniziative, sono già testimoni obiettivi, hanno il polso della situazione e, scommetto, diventeranno anche un soggetto politico decisivo per le sorti di tutto il cratere sismico.

Dopo pranzo mi unisco a Nicola, ad altri ragazzi del Manitese e ad alcuni volontari bolognesi per andare a distribuire generi alimentari e monitorare gli insediamenti di fortuna che ancora non sono riusciti a visitare. È l’occasione per me di rendermi conto del reale stato delle cose. Solo ora alla luce del giorno inizio a vedere i veri danni causati dalle forti scosse. La prima cosa che balza agli occhi sono i vecchi casolari, oggi usati come magazzini o abitati da cittadini stranieri. Molti sono crollati, a quasi tutti è venuto giù il tetto. Siamo passati anche per il nucleo industriale di Mirandola, davanti ai capannoni crollati il 29 maggio, dove ci sono state gran parte delle vittime. Un cumulo di macerie contornato dal nastro bianco e rosso. Qualche auto di curiosi. Nulla di più. Mancano ancora i ricordi dei cari, i fiori, le foto, l’avviso di sequestro da parte della magistratura. È ancora presto. Ci vorranno anni per la verità, anni per accertare le eventuali responsabilità. Film già visti. Il peggio che il nostro Paese sa offrire.

Dapprima ci rechiamo a Forcello, una piccola frazione di San Possidonio. Ci sono molti danni, anche in case di nuove costruzione. Rispetto all’Aquila i danni si vedono nei tetti, non al primo o al secondo piano. Dipende dal tipo di costruzione, dal terreno sottostante, dal tipo di terremoto. Le persone della piccola tendopoli autogestita appaiono stanche, spossate. Hanno fronti corrucciate, la pelle scintillante di sudore. Dicono di non volersi muovere, anche loro non vogliono andare nella tendopoli della PCI. Vogliono stare vicino alle loro case. Mi metto a parlare con un anziano signore. Sembra essere sul punto di scoppiare a piangere; so bene che è la paura che ti rende così, vulnerabile. In questo accampamento hanno ogni genere di prima necessità. «Portatele a chi ha veramente bisogno, noi siamo a posto.» Gli lasciamo poche cose per l’igiene personale e andiamo via. Ad occuparsi della distribuzione degli alimenti in queste zone è il Comune di San Possidonio stesso. Ha allestito un magazzino in una scuola, credo. Tutto il piazzale è piano di bancali carichi di bottiglie d’acqua. I locali interni quasi tracimano di roba da mangiare. Ancora una volta la solidarietà degli italiani si è superata. Così come all’Aquila, in pochi giorni si è scongiurato l’allarme per la sussistenza alimentare. Come all’Aquila, credo sia già arrivato anche troppo. Non vorrei si ripetessero le scene pietose che ho già visto. Non è questione di Nord o Sud, in una tale condizione di smarrimento tutte quelle cose ci cambiano, diventiamo avidi, invidiosi.

Scarichiamo entrambi i furgoni, al resto penserà il Comune. C’è altro lavoro da fare, bisogna andare in altre zone a vedere qual è la situazione, capire quali sono i bisogni reali. Con Gianluca ed Enrico visitiamo Concordia, Novi di Modena, S. Antonio in Mercadello, Rovereto sulla Secchia, Cavezzo e una piccola frazione gravemente danneggiata di nome Disvetro. Non ricordi tutti i posti, tutte le frazioni, non ricordo i loro nomi, ricordo le immagini, i volti, le parole, il caldo, la luce del sole, la Pianura Padana, il labirinto delle sue stradine comunali e provinciali.
Più andiamo in giro e più mi rendo conto che tante tantissime persone sono accampate davanti alle loro abitazioni. Dove c’è un giardino c’è una tenda, un camper, una roulotte. I miei compagni mi dicono che nelle tendopoli ci sono per lo più gli abitanti dei centri storici, molti dei quali sono extracomunitari, quelli insomma che non hanno un giardino o una rete sociale adeguata.
Nei vari campi che abbiamo visitato, tutti autogestiti (sempre perché è diffusa la sfiducia nei confronti della Protezione Civile), più o meno troviamo queste condizioni. C’è cibo e generi di prima necessità. Mancano invece tende, materassini, i materiali da campeggio insomma. Tutti pensano che l’emergenza durerà poco, non sono preparati anche mentalmente al “campeggio” prolungato. Nessuna tenda è isolata dal terreno o ha la copertura adeguata per il sole, ad esempio. Sono sufficientemente organizzati per la prima emergenza però. C’è già il referente del campo, è già chiaro con chi dobbiamo parlare per avere un quadro preciso. Chiacchierando la prima cosa che emerge è che non hanno idea di cosa aspettarsi. Sono comprensibilmente spaesati, confusi. Tanti, troppi sono già i “dice che” (le leggende metropolitane, in pratica) diffusi, dalle cause del terremoto, al grado impreciso dell’intensità delle scosse maggiori, dalle decisioni politiche ai tempi della ricostruzione. Ascolto, intervengo quando chiedono il mio parere di terremotato aquilano. Cerco di non andarci pesante, di infondergli speranza, ma di essere al contempo lucido e realista: «Vi tirerete fuori dalla merda da soli, facendo comunità, stando uniti. Non è negativo ogni intervento governativo, ma dovete stare attenti, controllare, monitorare, soppesare le promesse che vi verranno fatte. Anche se è difficile, non abbassate mai la guardia.» Alcuni hanno persino la forza (o forse lo fanno per rendersi conto di ciò che li aspetta) di domandarmi come va all’Aquila.  Qui divento impietoso, ma la mia speranza è che dai nostri sbagli come cittadini e dalla negativa esperienza di interventismo televisivo-governativo possa venir fuori una lezione preziosa per loro. Anche se non c’è più Bertolaso, a capo della PCI c’è Franco Gabrielli, “un personaggio della stessa parrocchia”, anche se non c’è quel fantoccio di Berlusconi, la cultura politica affarista in Italia non è affatto cambiata.

Rientriamo al Manitese che è ora di cena. Molte strade sono interrotte e riuscite a districarsi è complicato anche per Enrico e Gialuca. Attorno al tavolo ci sono almeno due dozzine di persone. Parliamo. Del più e del meno. Della nostre vite. Del terremoto. Del futuro. Dell’Aquila. Della tragedia umana che ha seguito l’evento naturale. Il vino ed il caldo della giornata fanno il resto. Alle undici siamo rimasti in pochi. Decidiamo di andare a dormire, per quel che si può. L’agitazione è tanta anche per me, per me “vaccinato”, così mi metto a fare una lista assieme a Emanuele, un kit per il perfetto terremotato. Niente di più che qualche consiglio organizzativo per evitare di perdere tempo prezioso.

La mattina seguente (3 giugno), mi sento telefonicamente con alcuni amici. Da Roma sta arrivando Fulvio (un amico che già si fece in quattro per L’Aquila) con un carico di tende e Quadruccio (aquilano terremotato che vive a Bologna). Arrivano quasi in contemporanea. Li presento alle persone del Manitese. Si parla subito di come strutturare gli aiuti, di quello che concretamente si può fare. Bisogna progettare una collaborazione sul lungo periodo. È importante non sentirsi soli. Sia per loro che per noi, sia chiaro. Emotivamente c’è un grande bisogno in questo Paese di sentirsi uniti, di sentirsi popolo, peccato doverselo ricordare solo nelle catastrofi o quando gioca la Nazionale.
Dopo un buon caffè e aver assaggiato una birra artigianale fatta da persone disabili (se non sbaglio) facciamo il giro della grande struttura accompagnati da Bettina che ci illustra tutti i loro progetti. In me si radica l’idea che è da un posto come questo che si può ripartire. Loro possono essere un punto di riferimento per tutta la Bassa, lavorando nell’informazione alternativa, studiando le numerose ordinanze governative che in breve li sommergerà, puntando sulla ricostruzioni sociale, l’unica assolutamente fondamentale. Riprendendo il famoso slogan friulano, direi “prima le persone, poi le fabbriche, le case e le chiese”.
Verso le cinque del pomeriggio iniziamo a organizzarci per ripartire. Domani dobbiamo essere tutti a lavoro e ci aspettano almeno cinque ore di viaggio. Il distacco non è doloroso, ci vedremo presto. Torneremo. Sappiamo di avere ancora tanto da fare. Abbiamo da consigliarli. Abbiamo al contempo un mucchio di cose da imparare noi da loro. “Ci salviamo da soli”, questo ho imparato con il terremoto dell’Aquila. Ci salviamo da soli ma solamente se riusciamo a stare uniti, ritornando ad essere una comunità. Così si combatte la paura, si combatte l’ignoranza dilagante, l’incapacità del sistema, così si combatte il malaffare sempre sempre in agguato. Questo è l’unico modo per ricostruire quello che la natura, per mezzo dell’imperizia umana, ci ha portato via. In questo fine settimana abbiamo gettato le basi. Ci aspetta tanto lavoro. «Forza!»

04/06/2012

Chiappanuvoli

[Non sono riuscito a fare foto, mi spiace]

Madido (+ Lili Refrain “Ipnotica”)

Un chiodo finissimo
schizzo l’altra sponda

un chiodo piantato
al centro di un uragano

gocce
più che di acqua
nel centro del petto

sprofondo

è
irrefrenabile (quasi) dogma (assoluto)
avanza
la verità boreale

merletti candidi
sul cuscino di mandorlo
come sterili colombe –

non c’è più lo spazio di un tempo nello spazio del tempo –

la porta si è aperta
la stanza è vuota

18/05/2012

Sfondanuvoli

Elezioni ammaestrative 2012

6 maggio 2012, L’Aquila. Si decide il destino dell’universo. Tutto il futuro. La possibilità di ricostruire la nostra città. Dobbiamo votare. Dobbiamo cambiare? Dobbiamo continuare così, la continuità è l’unica garanzia? Voci discordanti. 8 candidati sindaco. Al momento pare che gli exit poll diano la pioggia vincente al primo turno. C’è ancora domani però. Grande battaglia contro il sole e i permessi lavoro.

Sono andato a votare verso le 18. Mi sono leggermente bagnato. Ho votato stesso candidato e lista. Non si dice il peccatore. Ci ho messo 12 secondi netti. Una croce a matita. E via. «Buonasera». Sono entrato un poco bagnato e sono uscito col mal di stomaco. Una domanda (la domanda) a preso a farfugliarmi dentro le budella non appena ho ripreso la scheda elettorale e il mio documento. «Perché votare? Serve davvero? Posso incidere sulla realtà in soli 12 secondi di “incisione”? Nulla di più. Finito. Pic. E diventi un numero. Perché votare?!»

Elezioni amministrative 2012. Sono fuori dal seggio. Piove ancora. Il mal di stomaco si espande virulento. Un dubbio cancerogeno. Elezioni ammaestrative.

Non preoccupatevi, non è questo un attacco alla democrazia rappresentativa e tantomeno uno sfogo post anarchico. Come il dolore si irradia nel resto del corpo anche la domanda si struttura, si completa. «Perché votare se poi per i cinque anni di carica la gran parte della popolazione avente diritto al voto non fa un “benemerito” per il bene comune della propria città?»

Altro dubbio. Erezioni ammaestrative. Al resto ci pensano loro, chiunque “loro” essi siano. Siamo ammaestrati alla logica dei 12 secondi. Una sorta di insignificanti coiti precoci. Voci. «Tolto il dente. Al resto ci penseranno loro. Basta che ci sia sufficiente menta per il mio mojito e ghiaccio tritato in quantità! Tengo già tanti problemi… Tanto so’ tutti uguali!.. Fanno schifo! E che pozzo fa? Ma l’ho linkato su feisbuk!..» Elezioni ammaestrative.

Ho votato. Sono a casa. Al sicuro. È fatta. Il dolore sembra placarsi. Tra le carni di fa largo una risposta (la risposta). Mi cheta. Mi allieta. Mi placa. Come un’inattesa nuova erezione a coito avvenuto. Come un’altra possibilità. «L’ultima botta, dai… C’ho ‘na certa età…» Si chiama partecipazione civile. Che sia tramite disobbedienza o sostegno, che sia semplice informazione o movimento politico, non ha troppa importanza. Purché sia. Ci sia. Purché siano cinque nuovi decisivi anni di partecipazione civile. Quantomeno per dare un briciolo di speranza a queste quattro case diroccate.

Altrimenti anche quei “12 secondi” di erotica gloria non serviranno a un cazzo.

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Chiappanuvoli

1096 giorni dopo, io dentro di te – [L'Aquila, 6 aprile 09-12]

1096 giorni dopo, io dentro di te.

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1096 giorni. Sono solo giorni. Un tempo che non conta un cazzo. Non è il tempo che importa ora. Il tempo è solo uno spauracchio, uno specchietto per le allodole. Distrae, porta via altro tempo. Il tempo non si ferma, come non si ferma una città, del resto. Non si ferma un popolo. Non si ferma una Nazione. Non si fermano le bugie e non si fermano le verità. Tre anni che pesano come trenta. Non è vero? Si è fatto tutto denso. “Perché non mi hai ucciso? Perché non hai scelto me?” – te lo sei chiesto mai? Casualità, calcestruzzo, cabala, cemento. “Andare avanti, tornate a volare” – è tutto ciò che sapete dire. Il tempo si è rotto. E non vedo nessuno che sia capace di ammetterlo. Se ti muovo la sedia, se sbatto forte la porta, se spengo la luce all’improvviso. Sono cose che non riguardano il tempo. Non cambiano niente tre anni o mille. Solo la morte toglierà il tuo marchio. Per sempre, sempre con te. È lì dentro che voglio arrivare. No, non sono il tempo, non temere. Non scappare. Le tue sono solo moine. Lasciati andare. Lascialo sfogare, lasciami parlare. Tanto sono più forte di te, non mi puoi fermare. Troppo più forte. È questo che ti ha fatto paura? È questo che ancora temi, che ti blocca, che t’inceppa, come la più stupida delle macchine? Non abbassare lo sguardo, so a cosa stai pensando. Sono già dentro di te. Sono tutto ciò che sei. Oltre il tempo. No, non sono neanche una paura, la paura è già passata. Non sono un ricordo, il ricordo si affievolisce, e si confonde. Non sono una notte, quella notte è ormai passata, per quanto ti ostini a ricordarla. Non sono un rumore, il più terribile dei rumori. Lo ricordi, è vero? Quel rumore era solo il mio grido. Non sono una casa o una città, le case e le città non sono niente senza di me. Non sono la distruzione, la distruzione è solo una delle mie tante forme. E non sono neanche la tua distruzione, non sei distrutto. Vedi? Sei tutto intero. Anche se ci puoi passare un’unghia dentro a quella solcatura che ti attraversa quasi a metà, un piatto di porcellana scheggiato. Non sono una spiegazione e tantomeno una verità, la mia verità è l’unica cosa che non può essere spiegata. Non sono Dio. Dio è cosa mia! Dio, Dio al massimo se ne sta lì a guardare, come te. No, non sono neanche il terremoto, lui è uno dei tanti strumenti nelle mie mani. Lui è senza colpa, come una pistola o una spada sul collo di tuo figlio. Prova a fermarmi. Uccidimi! Uccidimi se ci riesci! Me che non sono nemmeno la morte. Anche se, devo dire, è la cosa che più mi somiglia. La morte è la mia forza magnifica, è la mia lingua, il mio messaggio per voi. Eppure io non sono fatto di parole. Non sono pensiero e non è con il pensiero che potrai anche solo inseguirmi. Sono dentro di te. Mi senti? Tutto ciò che puoi. Sentire. Sentire. Sentire.

1096 giorni. Sono un nulla. Il tempo non c’entra. Non c’entra la città, non è la tua L’Aquila. O le critiche, le lotte, le umiliazioni. Il bene che hai quasi già dimenticato. Il male che non dimenticherai mai. Non c’entra la giustizia. La giu-sti-zia. Senti? Riesci a sentire come mi muovo dentro di te? Le budella si attorcigliano all’aorta. Non c’entrano neanche i 309 morti e tutti quelli, innominabili, che sono venuti dopo. Per carità, anche io ho un costo, ma credetemi quando vi dico che con loro io non ci azzecco nulla. Quei morti, che lo vogliate o meno, sono causa vostra, sono cosa vostra. Il mancato allarme, la prevenzione, le case costruite male o dove non dovevano essere. Vedi? Non era mia intenzione prendermeli. Me li hai donati tu. Li hai sacrificati a me. Ma io non sono un Dio da saziare come il tuo stomaco. Io sono oltre. Io sono tutto. Sentimi. Mi senti? Puoi sentirmi?!

1096 giorni fa. Quel rumore infernale, più forte della casa che ti cadeva addosso. Il buio, la notte, le 3.32. Ricordi? Tu non ridevi. I figli nell’altra stanza, forse già nel lettone grande, tra le tue braccia. O il figlio che ti scalciava nella pancia! Eri sbattuto dentro una centrifuga, e come altro descriverlo? Era il tuo mondo che ti vorticava intorno. L’impotenza assoluta. L’annientamento totale. I calcinacci, i mattoni, le tegole, la stanza, tutto il piano o tutto il tuo palazzo, crollavano su di te. Su-di-te. Ti cedono le gambe anche ora. Vuoi smettere di leggere. Fallo! Ma lo senti dentro, lo senti dentro anche ora. Più lontano, più profondo, ma c’è. Sentimi. Sono io che mi muovo dentro di te. 30 lunghi secondi, così ti hanno detto. 30 secondi in cui io ero con te. Contiamoli insieme: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 20 – 21 –  22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30. Io ero lì, ero dentro di te. Come ora. Calmati. Non è con le lacrime che mi scaccerai. Non sono qualcosa di cattivo, il male è una cosa solo umana. Non aver paura. Io sono la cosa migliore che possa capitarti di sentire. Di ricordare. Di riconoscere. Di accettare. E in quei 30 secondi di 1096 giorni fa, io lo so, tu mi hai sentito. Non riconosciuto magari, non ricordato, non accettato, per carità. Ma mi hai sentito, come mi stai sentendo adesso. Tra una lacrima e l’altra. Dentro, nel profondo. Nell’antro più remoto del tuo animo.

Io sono la vita. È me che hai sentito quella notte. E te lo ricordo oggi, dopo 1096 giorni. Non aver paura. Non aver più paura. E non volermene se te lo dico così, brutalmente forse, ma farmi sentire è stato il dono più bello che tu potessi ricevere. Non aver paura. Non aver più paura. Non sei solo. Non sei stato solo mai. Io per te ci sono sempre stata e per sempre ci sarò. Coraggio. Abbi coraggio. Hai ancora altra vita davanti. Non so quanta e non c’è dato saperlo, ma io, giuro, ci sarò sempre. Sarò sempre dentro di te. Non importa sotto quale forma, ma tu, tu ci sarai. Coraggio, Aquilano.

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Chiappanuvoli

Fiori di Rima-vera – il giardino letterario

Preambolo. Il 21 marzo si è svolto all’Aquila il principale evento italiano per la Giornata Mondiale della Poesia patrocinato dall’Unesco. L’evento in questione si chiama Lapoesiamanifesta ed è stato ideato e realizzato da Anna Maria Giancarli, Alessandra Di Vincenzo e Isabella Tomassi, con la collaborazione di Michele Fianco. Invadere L’Aquila con la poesia era il concetto, che dapprima ha convinto l’Unesco poi numerosi poeti e associazioni a partecipare. Sempre sul loro blog è possibile trova informazioni su tutti gli eventi realizzatisi, mentre questa è la lista dei poeti che hanno messo a disposizione i loro componimenti: Nanni Balestrini, Franca Battista, Dario Bellezza, Tomaso Binga, Donatella Bisutti, Maria Grazia Calandrone, Ugo Capezzali, Alessandra Carnaroli, Alessandra Cava, Franco Cavallo, Alessandro Chiappanuvoli, Tiziana Colusso, Bruno Conte, Ignazio Delogu, Lorenzo Di Marcantonio, Antonella Doria, Michele Fianco, Giovanni Fontana, Biancamaria Frabotta, Anna Maria Giancarli, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Mariangela Guatteri, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Valerio Magrelli, Alda Merini, Giuliano Mesa, Francesco Muzzioli, Elio Pagliarani, Marco Palladini, Paolo Paoletti, Elio Pecora, Lamberto Pignotti, Elena Ribet, Amelia Rosselli, Paolo Ruffilli, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa Spaziani, Fausta Squatriti, Isabella Tomassi, Gianni Toti, Valentino Zeichen. Le poesie sono raccolte qui. Un evento di risonanza nazionale dunque, tanto che già si prospetta, da parte dell’Unesco e della Giancarli, una nuova edizione per il prossimo anno.

Foto Lorenzo Nardis

Fiori di Rima-vera. Con un gruppo di amici, denominato “La banda”, abbiamo deciso di realizzare per l’occasione un’installazione che richiamasse sia la poesia che l’arrivo della primavera. È nata così l’idea di un giardino letterario, dove ogni pianta rappresentava un poeta e i fiori le loro poesie. Abbiamo poi invitato il pubblico accorso a raccogliere questi fiori e a seminarne di propri. Il tutto nello scenario suggestivo (e triste) del centro storico dell’Aquila, con l’aiuto del Bar del Corso di Luca Ciuffetelli, arricchito da letture, musica, proiezioni di foto (Lorenzo Nardis e Federica Tomassoni) e, non da ultimo, dai magnifici (quanto complessi da realizzare) origami contenenti poesie.

foto Lorenzo Nardis

Per la selezione dei poeti da proporre (dei quali bisogna sottolineare la gentilissima disponibilità), abbiamo propeso per dividere in tre gruppi. 1) Nuovi fiori: Antonella Taravella, Assurdo alias Paolo Paoletti, Isabella Tomassi e Valentina Inserra. 2) Fiori estinti: Alda Merini, Andrea Zanzotto, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti e Elio Pagliarani. 3) Poeti degli Anni Zero (def. da Poeti degli Anni Zero di Vincenzo Ostuni, Ponte Sisto, 2011): [  ] fu M.S., Andrea Inglese, Elisa Biagini, Gian Maria Annovi, Gilda Policastro, Giovanna Frene, Lidia Riviello, Marco Rovelli, Maria Grazia Calandrone, Michele Fianco, Natàlia Castaldi, Rossano Astremo, Vincenzo Ostuni. [In un altro post, saranno elencati i testi sia degli autori proposti che quelli "seminati" dal pubblico]

Tra le persone che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare elenchiamo: Giuliana Cicchetti Navarra, Filippo Crudele, Michele Fianco, Assurdo alias Paolo Paoloetti, Marilisa Rocchi, Roberto Bonura, Matteo Di Genova e le magnifiche Donne di Carta. Chiediamo venia agli altri che sono intervenuti e di cui non ricordiamo o non sappiamo il nome (ma fatecelo sapere!).

Tra i momenti che riteniamo indimenticabili, senza nulla togliere agli altri.

La prima anziana signora venuta a trovarci. Senza occhiali, ha detto, di non riuscire a leggere. Ha seminato però la prima poesia, forse di Carducci, recitandola a memoria, dopo averla imparata a scuola almeno sessant’anni fa.

Le poesie “aquilane” e “montanare del Gran Sasso”, dei poeti Giuliana Navarra Cicchetti e Filippo Crudele, anch’esse recitate a memoria. Come si faceva una volta, con la sapiente arte oratoria di una volta.

foto L. Nardis

Il militare, unico tra la dozzina che si è alternata durante il pomeriggio, che si è avvicinato al giardino. Ha dato uno sguardo qua e là. Ci ha detto di conoscere diversi dei poeti proposti. Ha dichiarato di leggere molto. Ha preso una poesia (non sappiamo quale) e ha ringraziato cordialmente. Quel militare ha piantato un prezioso seme di speranza, dato il non roseo rapporto che intercorre tra molti aquilani e le Forze Militari chiamate a sorvegliare il centro storico a tre anni dal sisma.

L’arrivo di vere balle di fieno a dare quel tocco in più all’installazione. Grazie a Fabrizio Spennati e a Daniele del ristorante Park Keller.

L’intervento inaspettato delle Donne di Carta, persone che dedicano la loro vita alla memorizzazione e alla narrazione orale di interi volumi sia di narrativa che di poesia. Il livello dell’evento ha subìto un’impennata pazzesca. Con la loro bravura hanno smosso il pubblico, lo hanno saputo commuovere. Da lì è partita la lettura a rotazione di più persone, per quello che è stato in assoluto il momento più bello della giornata. La piena realizzazione dello spirito dell’iniziativa Lapoesiamanifesta!.

L’abbraccio intenso con Roberto Bonura, un amico che da poco tempo ha iniziato a dedicarsi alla stesura di versi, dopo essersi lanciato nell’orazione dei primi due componimenti scritti in vita sua. Una commozione che da lui si profusa tra la gente e che, ricambiata in pieno, ha creato una sintonia magica. Sintonia che speriamo alimenti la vena poetica di Roberto.

La scoperta, a fine serata, delle tantissime poesie seminate dal pubblico. Poesie spesso seminate e raccolte nuovamente dalle altre persone che ci hanno fatto visita. E in effetti non conosciamo il loro numero esatto, ma ve ne forniremo presto tutti i particolari a nostra disposizione.

foto L. Nardis

Bene, l’ultima parte è dedicata ai ringraziamenti ovviamente. Ci ringraziamo anzitutto. Grazie a: Valentina e Francesca Nanni, Federica Tomassoni, Stefania Losch, Antonio De Paolis, Fabrizio Spennati, Alessandro Chiappanuvoli, Lorenzo Nardis, Stefano Di Brisco, Stefano Divizia, Federico Bologna e Pierluigi Frezza. Vogliamo ringraziare l’associazione Itinerari Armonici, nelle persone di Anna Maria Giancarli, Alessandra Di Vincenzo e Isabella Tomassi, per averci dato la disponibilità ed il sostegno necessario. Luca Ciuffetelli per aver offerto lo spazio antistante il suo bar, la corrente elettrica e la sua simpatica, il tutto allietandoci con aperitivi di gran classe e abbondanza. I poeti tutti che hanno messo a disposizione le loro opere, con particolare riferimento a Michele Fianco, che ha contribuito anche con consigli tecnici e buona dose di pazienza. Tutte le persone che hanno partecipato, che hanno reso la giornata fantastica e ci hanno ripagato dalle nostre fatiche. Infine, grazie alla nostra città, L’Aquila, che ci ha donato uno scenario magico, nonostante le vistose ferite che ancora porta addosso a tre anni dal sisma.

Dai Fiori di Rima-vera e La Banda, a presto.