4 foto in croce – golgota

4 foto in croce di Lorenzo Nardis dalla prima presentazione di golgota.
Desidero ringraziare Enrico Macioci, che ha moderato l’incontro, per la disponibilità, per l’attenzione  e  le parole di stima rivolte al mio lavoro. Ringrazio la libreria Polarville, nelle persone di Giuliano e Luna. Gianna e Passeri per il catering. E ancora tutti voi per essere intervenuti. Non potevo aspettarmi di meglio.

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Hello Scotland – (EF + foto)

Scotland, Dunollie Castle

City streets, late spring,
Where smoke covers everything:
That’s where we push our eyes,
In front of ourselves.

For being true, for being hurt.

City streets in late spring,
Where smoke covers everyone and everything.
Heavy winds won’t bother us,
It won’t break no trees, it won’t break no bones.

Heavy winds: it won’t break no trees, it won’t break no bones.

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Strade della città, tarda primavera,
Dove il fumo copre tutto:
È lì che spingiamo i nostri occhi,
Di fronte a noi stessi.

Per essere veri, per essere feriti.

Strade della città in tarda primavera,
Dove il fumo copre tutto e tutti.
I venti pesanti non ci daranno fastidio,
Non si romperà nessun albero, non si romperà nessun osso.

Venti pesanti: non si romperà nessun albero, non si romperà nessun osso.

Isle of Skye, Kyleakin-

Chiappanuvoli

Miliardi – Agli aghi di Roio

Miliardi

Agli aghi di Roio

foto di Giulia Pignataro

Miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di aghi
uno strato setoso, così denso, scrocchiante,
millenni di strati
sempre tutti uguali,
aghi ancora accoppiati
congiunti come la V che fa donna,
aghi tronchi solitari
come uomini alla ricerca;
miliardi di miliardi di miliardi di aghi stanno a bruciare.

Bruciano in un lampo
come figli di Hiroshima,
tanti occhi fini tutti in fila
che guardano e guardano e vi guardano
dalla testa ai piedi:
«non ridi, perché voi non ridete?»

«Vi piangono gli occhi
solo di fumo, non vedete?»

Respirando un sospiro tossico.

«Avesse ragione il piromane?
Ce l’avesse solo lui?»

«Quella sua solitudine tanto simile alla solitudine
di questa spinosa moltitudine».

Tossire. «Akhkga!! Aakhahg!!»

«Voi non vi curate più di noi»

«Voi dimenticate troppo facilmente
che non siete fatti per camminare sul marmo»

«Voi, infilati come siete per le teste,
non sentite più il nostro dolore nelle mani»

«Noi ardiamo
bruciamo di solitudine»

«Quella, non è cattiveria quella dell’uomo solo»

«Lui
ci ha accesso
per riaccendervi»

«Come Hiroshima»

«Ne resta traccia solo nel dolore dell’assenza»

«Cosa sono quegli occhi vostri ora?»

«Gocce di fumo»

«Torneremo a miliardi,
a miliardi di miliardi di miliardi,
e voi
ci avrete già dimenticato».

06/08/2012

Chiappanuvoli

 

 

 

 

Tornare a Sarajevo (Codes in the Clouds – Where Dirt meets Water)

Vorrei tornare a quando tutto quel sangue aveva un senso.
Vorrei tornare a Sarajevo. A quei grappoli spiaccicati a terra. Alle schegge nel petto.
A quando dovevamo evitare i proiettili e non le parole.
Vorrei tornare alle contrattazioni del mercato, a quel vocio inutile per qualche marco in meno. Vorrei tornare.
Il valore del denaro più vicino alla vita. Una carriola di banconote per un pezzetto di carne.
Vorrei tornare a nascondermi dietro ai tram per attraversare la strada. La strada aveva una direzione, devo andare da qui a lì, non come ora che si ciondola sotto il cielo azzurro.
Vorrei ucciderti e seppellirti ancora dentro ai giardini pubblici, e poi ancora e ancora e salutarti il giorno seguente.
Vorrei sentirmi a casa dentro alla stanza più interna dell’appartamento. Tappare i buchi con quello che trovi. Ricordare perché la città ha tutti quei buchi e anche io.
Vorrei sacrificarmi perché tu possa mangiare un po’ di verza macchiata del sangue del mio sangue.
Vorrei stare attento a schivare quello che cade dal cielo. Riassaporare la paura dalle montagne tutto intorno.
Vorrei sentirmi in trappola e profondamente vivo. Appeso per il collo al cordone dell’assedio.
Vorrei bere la neve sciolta e dissetarmi lì all’angolo, davanti la moschea.

Vorrei tornare a Sarajevo.

Vorrei fare ancora la guerra con te.

Vorrei vent’anni tutti dentro uno sbadiglio.

Vorrei fare incontrare lo sporco con l’acqua.

Vorrei tornare a sognare la pace, invece di sognare tutte le notti la guerra.

Vorrei illudermi di non essere dovuto fuggire attraverso quel tunnel di merda segreto.
Vorrei illudermi. Di avere ancora bisogno della guerra, della fame, del freddo, dell’ignoranza, delle incomprensioni. Di strategia.
Vorrei illudermi di aver ancora bisogno del male che ci facevamo.
Quella Sarajevo lì, la chiamavo inferno e casa.
Quella Sarajevo lì mi dava un senso che oggi non ricordo più, ma che resta come i petali di rosa sulla mia pelle.

Vorrei tornare a quella Sarajevo lì. Ignorando le bombe. Ignorando la morte. Ignorando che ti ho ucciso perché la guerra questo fa, uccide.

Vorrei illudermi di poter tornare, anche se Sarajevo non esiste più.

Perché Sarajevo era di cartapesta. Sarajevo era un teatro bruciato.

Sarajevo ha ancora buchi alle pareti grossi come abbracci.

Sarajevo non era più una casa. E non lo è mai stata.
Sarajevo non era più inferno di quanto non lo sia oggi l’inferno in cui vivo.
C’erano solo molti più proiettili vaganti, solo molte più bombe.

Lo sporco non si pulisce con l’acqua. Lo sporco incontra l’acqua solo a piccole gocce.

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24/07/2012

Chiappanuvoli

#3 Emilia: un terremoto minore

Se anche mio nonno, nel chiedermi come è andata in Emilia, esordisce dicendo: «Ma non stanno messi come noi?», alludendo in questo modo ad un paragone tra le conseguenze dei due terremoti, emiliano e aquilano, vuol dire che non solo l’informazione mediatica ha miseramente fallito, ma anche che abbiamo fallito noi (aquilani in primis) come fruitori di tale informazione, ormai inebetiti dal pensiero dominante. Non è certo mio nonno il metro di giudizio per questa mia considerazione, ne è solo l’anello culminante. Tutti gli aquilani con cui ho avuto modo di parlare in questi giorni mi hanno fatto la stessa domanda: «Ma mica stanno messi come noi?».

palazzo di tre piani crollato

#3 Emilia: un terremoto minore.

Un tale comportamento non me lo sarei mai aspetto da un aquilano. È paradossale. Perché abbiamo la necessità di fare un paragone tra noi e loro? O peggio, perché abbiamo la necessità di sapere che il “nostro” terremoto è stato più distruttivo del “loro” terremoto? È come se essere certi che in Emilia ci sono stati meno danni ci rendesse più tranquilli. Una misera consolazione, moralmente parlando. Certo ci sono state meno vittime (29 vs 309) e non è stato colpito un grande centro storico cittadino, ma comunque un centro industriale nevralgico oggi rischia il collasso, il raggio del cratere sismico è di almeno 50 chilometri e comprende quattro province, gli sfollati (facendo un rapido conto dei paesi colpiti) superano abbondantemente le 100.000 unità, sono stati dichiarati “zona rossa” una ventina di centri storici. È incredibile, È come sapere di essere più terremotati ci faccia conservare la nostra leadership di sfigati. È come se fosse messa a rischio la nostra stessa identità. È come se (e mi vergogno anche solo a scriverlo) sapere che noi aquilani “stiamo messi peggio” ci garantisca una posizione di privilegio quando dovremo andare a bussare alla cassa del principale, del Governo, e alle tasche di tutti gli Italiani.

Spero di essere stato troppo duro e affrettato nel mio giudizio, ma non riesco a vederci altra spiegazione. L’unica giustificazione a questo comportamento la trovo, come detto, nell’informazione, nella scarsa, impreparata, asservita, degenerata informazione mediatica nazionale. L’impressione media è quella che siano caduti quattro orologi, sette campanili, qualche decina di fabbriche (di cui la maggior parte produceva Parmigiano…). E invece i danni ci sono e sono anche ingenti. La mia impressione, voglio essere onesto, è che possano essere danni quantitativamente inferiori a quelli dell’Aquila, cioè nel numero degli edifici, ma qualitativamente sono esattamente i medesimi. Ci sono edifici crollati, pilastri spezzati, le famigerate croci di Sant’Andrea, tutte le chiese (ma conta poco) danneggiate, oltre cento edifici scolastici inagibili, e centinaia, se non migliaia, di fabbriche che hanno interrotto la loro produzione. I primi dati sullo stato degli edifici che ho trovato in rete dice:
«(AGI) – Bologna, 13 giu. – Le strutture già controllate nella regione con scheda Aedes (ovvero controlli più approfonditi), invece, sono 6.994: di queste, 2.623 sono state classificate agibili, 1.203 temporaneamente inagibili ma agibili con provvedimenti di pronto intervento, 394 parzialmente inagibili, 95 temporaneamente inagibili da rivedere con approfondimenti, 2.318 inagibili e 361 inagibili per rischio esterno, ossia a causa di elementi esterni pericolanti il cui crollo potrebbe interessare l’edificio. Anche in Lombardia, informa la Protezioen civile, sono state eseguite verifiche approfondite in 413 edifici.»

Del resto, se chiedi a qualsiasi italiano come sta L’Aquila a tre anni dal terremoto ti risponde che l’hanno ricostruita. Del resto, siamo abituati a berci qualsiasi cazzata ci proponga la televisione. Del resto, in fin dei conti, ognuno ha i cazzi propri a cui badare, la crisi, la scandalosa Nazionale degli scandali, lo spread e drastiche misure (indemocratiche) adottate dal Governo tecnico della Repubblica Italiana democratica “affondata sui lavoratori”. Del resto, per quanti social network ci fregiamo di usare, ha ragione Bruno Latour quando quando dice che “Non siamo mai stati moderni”. Non riusciamo ad avere una visione di insieme, globale, siamo ancora attaccati al nostro orticello, e alle nostre misere identità (dicotomiche: “lui è cattivo perché io sono buono”). Del resto, e qui chiudo, lo Stato di Israele, il popolo martirizzato per eccellenza, sta commettendo un genocidio ai danni del popolo palestinese da mezzo secolo, sotto l’occhio impassibile del telespettatore medio mondiale.

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15/06/2012

Chiappanuvoli

Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #2 Protezione Civile

Uno degli obiettivi che mi sono prefissato per il mio secondo viaggio in Emilia era visitare almeno una tendopoli della Protezione Civile. Sono riuscito a visitarne due, quello di Cavezzo gestito dal Dpc Abruzzo e quello di San Felice sul Panaro della Dpc Trentino.
Questi i dati, aggiornati al 7 giugno 2012, pubblicati sul sito della Protezione Civile. Sono stati allestiti 35 campi in Emilia Romagna e 10 in Lombardia.  Accolgono 11.095 persone. In più ci sono 2.450 persone site in “strutture al coperto” e 2.427 alloggiate in alberghi. Il totale della popolazione assistita sale così a 15.972. Grandi numeri, ma non grandissimi, se pensiamo che all’Aquila, tre anni fa, allestirono più di 160 campi e la pop. assistita superò abbondantemente le 60.000 unità (N.B. dati orientativi di difficile reperimento sul web) in un cratere sismico abitato da più di 100.000 persone. Numeri non grandissimi, se consideriamo il cratere sismico emiliano e lombardo con un raggio di 50 km. Solo nei comuni e paesi che io ho visitato (vado a memoria) i dati sui residenti (fonte Wikipedia) sono: Sant’Agostino 7.106, Camposanto 3.218, Cavezzo 7.345, Finale Emilia 16.076, Concordia 9.059, Medolla 6.331, Mirandola 24.602, Nonantola 14.489, Novi di Modena 11.476, Rovereto sul Secchia 3.974, San Felice sul Panaro 11.135, San Possidonio 3.828, Rolo 4.090, Reggiolo 9.362. Per un totale di 132.091 abitanti. E questo SOLO per i posti che ho visitato. Per farvi un’idea di quanti comuni siano stati colpiti basta andare questa pagina di Wikipedia. La differenza, più che orientativa, è quindi di 116.119 unità. Dove sono queste persone? Dove sono sfollati?

La maggior parte delle persone è in tenda, camper o roulotte accampata davanti alla sua abitazione. Molti si sono fatti coraggio e sono tornati a casa (che sia troppo presto?). Alcuni se ne sono andati da parenti e amici in zone più sicure. Almeno 116.119 persone.

foto mia

#2 Protezione Civile.


Siamo arrivati al campo di Cavezzo verso mezzogiorno e mezzo. Ho riconosciuto un amico aquilano e mi sono fatto indicare i Capi campo con cui avrei voluto parlare. Sono stati molto disponibili, dato che mi sono presentato come semplice aquilano “in visita” e Jan come Dottorando con una tesi sul terremoto dell’Aquila. Mi hanno detto di aver allestito una tendopoli per 300 persone (Cavezzo 7.345 ab.). Così ha voluto il sindaco Stefano Draghetti. Ci sono anche due mense, aperte a chiunque (anche noi ci abbiamo mangiato): una interna, che verrà chiusa ai non residenti dopo la recinzione del campo in allestimento, e una esterna, che resterà sempre aperta a tutti. Non ci sono tanti stranieri e non hanno avuto problemi seri di gestione degli stessi. Per il momento la situazione è tranquilla.

Ho deciso di mettere in difficoltà il Capo campo esprimendogli “velatamente” le mie perplessità sulle tendopoli, ricordandogli appunto il caso dell’Aquila e i problemi relativi a quella che è stata definita “eccessiva militarizzazione del territorio”. Gli ho fatto l’esempio della tendopoli di Piazza D’Armi. Il Capo campo si è scosso e mi ha detto che lui lavorava proprio a Piazza D’Armi. Allora ho puntato il bersaglio grosso e gli ho detto che “forse” all’Aquila l’intervento della Protezione Civile è stato un po’ troppo pesante, alludendo proprio alla gestione dei campi. L’uomo è tornato subito fermo e deciso. Mi ha giustamente fatto notare che nel nostro caso erano venute a mancare tutte le strutture delle autorità competenti, Comuni, Prefettura, Questura, e che quindi si è causato un vuoto decisionale che doveva essere colmato in qualche modo. Poi (e bisogna riconoscergli la sincerità) ha subito aggiunto che sì, “forse” si è esagerato, che qui in Emilia si è scelto un profilo, per così dire, più “basso”. Il Dpc si è messo a disposizione dei Sindaci, i delegati legittimi delle questioni di sicurezza civile. Ogni decisione ultima tocca al Sindaco, anche decidere il numero dei bagni chimici per tendopoli. Sono loro ancora che tengono tutta la rendicontazione economica.

L’Aquila, in fondo, è servita a qualcosa, ho pensato. Se non altro a fermare quel macchinoso meccanismo succhia soldi nelle mani pochi individui. L’Aquila è servita a capire che i Sindaci non possono essere esautorati dal loro potere. L’Aquila è servita a capire che le tendopoli (mi si perdonerà l’eufemismo) non possono essere gestite come “lager”, anche se è ancora presto per dire come evolverà la situazione in Emilia. La Protezione Civile si è posta al servizio della popolazione. Speriamo bene.

C’è ancora un dato che va sottolineato, di cui ho discusso anche con il Capo campo. Perché la tendopoli ha solo 300 posti letto quando gli abitanti di Cavezzo sono più di 9.000? Certo le risorse economiche messe in campo (fortunatamente dal punto di vista degli sprechi) sono più limitate rispetto a tre anni fa. La responsabilità, come detto, ricade sui Sindaci e sul Commissario Straordinario Errani, non sul Bertolaso di turno. Mancano 8.700 persone all’appello. Il Capo campo mi ha detto che è stato proprio il Sindaco a volere una tendopoli di soli 300 posti. Ha aggiunto che, secondo lui, la volontà è quella di rimandare il prima possibile le persone a casa, nelle abitazioni che verranno dichiarate agibili. Sempre paragonando con L’Aquila, con le dovute attenzioni per carità, dal 6 aprile al 10 luglio 2009 (data di chiusura del G8) fu in vigore una ordinanza comunale che vietata a chiunque di mettere piede dentro la propria abitazione, se non accompagnati da personale autorizzato.

Da un terremoto, quello aquilano, “mediaticamente esasperato”, ad un terremoto, emiliano/lombardo, “minimizzato”. La macchina della merda sta funzionando. E qui mi fermo. Tutto ciò che potrei aggiungere sono nient’altro che paure, dubbi, insinuazioni insomma.

Vorrei chiudere però con una nota positiva. Come detto, ho visitato due campi. Il secondo è quello della regione Trentino. A San Felice, dove sono stato il 9 giugno, il clima era decisamente disteso. La Guardia Forestale all’ingresso è stata gentilissima. Abbiamo parlato con volontari del DPC e della Croce Rossa. Gli ospiti sono 380. Di questi all’incirca 270 sono stranieri. 11 nazionalità diverse. Ci sono state delle difficoltà, per stessa ammissione dei volontari, riguardanti più che altro la prima collocazione in tenda. Non tutti gli ospiti gradivano la convivenza con cittadini di altre etnie, anche tra stranieri e stranieri. Tutto risolto con calma e discrezione, mi hanno detto. Nel campo, inoltre, si è già fatto vivo il Cinformi di Trento, centro informativo per l’immigrazione, con cui ho collaborato anche all’Aquila assieme al Coordinamento di Associazioni Ricostruire Insieme. Abbiamo parlato con i membri della cucina che hanno ricordato con affetto i lunghi mesi trascorsi in Abruzzo. Abbiamo bevuto il caffè con loro. Io e Jan siamo andati via molto più fiduciosi del giorno prima, quasi tranquillizzati ecco. Il Trentino è un modello da seguire per tutta l’Italia, senza nulla togliere ai tanti tantissimi volontari accorsi dalle altre regioni, sia chiaro. Ma non è solo attraverso l’impagabile impegno dei singoli volontari che riesce una missione d’aiuto durante uno stato d’emergenza, il più è deciso, condizionato, dalla “testa”, da chi comanda, da chi fa le leggi e da chi ne vigila l’applicazione.

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13/06/2012

Chiappanuvoli

Pietà

Pietà

A Roberto Bonura

Roberto – foto di Andrea Mancini

1.

Se ti guardo negli occhi
in alto da qui
grondo di sangue

se guardo
oltre le spine

vedo la madre
vedo un corpo maculato
vedo preghiere
fontane infilzate

lacrime impresse a fuoco
nella pelle

un sorriso
che mai più rivedrò

padre mio, mai più rivedrò –

la poesia non salva nessun uomo nessun uomo è salvato dalla poesia –

se ti guardo negli occhi
non vedo alcun padre

infinite schiere di figli
e figli che saranno per sempre

«tu che sei figlio di dio,
scendi giù dalla croce»

«ha salvato gli altri,
non può salvare se stesso»

Se ti guardo negli occhi
ora
vedo che eri vicino a dio
più di tanti e tanti altri
covato nel ventre
come un dono per noi

se ti guardo guardare
non vedo più i tuoi occhi

ma so che non pregasti:
«dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato?»
mai.

2.

Da un abbraccio
l’abbraccio

braccia crocifisse
stringono solo
chiodi le mani

la madre ti aspetta

nel regno del padre
non c’è più pietà

«ricordati di me
quando sarai nel grembo»

«in verità ti dico:
non c’è nessun paradiso»

il ferro nel marmo
nessun’onda
ci ridarà la tua arte –

nessuna anima è salvata dalle sacre scritture le scritture sono solo poesie e la poesia non salva  il corpo di nessuno –

il tuo corpo ora è marmo
e noi non siamo che poeti

la pietà è l’abbraccio
che non meritiamo

la distanza siderale
tra le nostre braccia
avvicina

la verità alla morte.

3.

Inesauribili
raggi di sole

prima
che il cielo scurì
la terra tremò
si spaccarono le rocce

il velo del tempio
si squarciò
e l’adito ci fu
alla nostra casa

penetra luce
piovono lacrime –

per riavere ciò che sei la terra ti mangia non ti lascia niente niente siamo che la terra sfami riaverci è tutto ciò che è –

ora siamo
tutte le tue macchie

l’ombra apre voragini
che colmeremo di ricordi

la poesia
non spezza la croce

noi restiamo
a spartirci
le tue vesti
tirandole a sorte

così figlio
la tua profezia fu avverata:

«vieni però a prendermi, sarò lieto di essere accolto nel tuo ventre*».

21/05/2012

[* cit. di Roberto Bonura]

Chiappanuvoli

Sopra di me (foto A. Mancini)

Sopra di me

A una bambina che ora ha 5 anni.

foto di Andrea Mancini

Placida e riversa
questa mattina di – versi
.                             glicini rossi
.                             sulla mia pancia –

un giorno che non c’è mai stato – canaglia
.                                                  il nostro tempo –

non ne ho memoria nella mente
è più come una – voglia
.                          indelebile
.                          qui, sullo stomaco –

assenza oggi che non è più quel giorno
la parvenza di non essere mai – nata –

stata
tra petali rossi
e budella

come dentro una madre – sotto
.                                       la sua pancia –

che mi protegge
ma io
non ne ho – certezza
.                  solo assenza,
.                  la sua? –

ricordo.

08/05/2012

Chiappanuvoli