Hai mai morso la carne
di un tuo simile
fino a strapparla? >
Assaporato assieme al sangue
il sapore apoptotico
delle lamine cellulari
che si infrangono silenziose
contro le tue tese pareti cutanee >
concimato di zolfo
la tua gola fruttata
trapassando pavimentazioni granulose >
misto i batteri dei tuoi canini
che le poliedriche imperfezioni
lamellate dello strato spinoso squarciato >
inzaccherato la mucosa foliale
nell’ultimo baluardo cheratinoso
e riempito i tuoi calici gustativi
di cubiche giunzioni basali? >
Asciugato le labbra
di rubino plasmatico sul polso
e sorriso l’altero ematocrito
sul viso alterato
del sapiente tassonomizzato di turno? >
Già
increspata
silenziosità metastatica
pare
un’inesistenza mai vissuta
e raggrinzisce
la pelle dentro al corpo
carta
bruciata un poco appena
il nero non esiste
permane
cenere dinamica.
–
28/12/2012
Chiappanuvoli
Industries of the Blind - The Lights Weren’t That Bright, But Our Eyes Were So Tired
Miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di aghi
uno strato setoso, così denso, scrocchiante,
millenni di strati
sempre tutti uguali,
aghi ancora accoppiati
congiunti come la V che fa donna,
aghi tronchi solitari
come uomini alla ricerca;
miliardi di miliardi di miliardi di aghi stanno a bruciare.
Bruciano in un lampo
come figli di Hiroshima,
tanti occhi fini tutti in fila
che guardano e guardano e vi guardano
dalla testa ai piedi:
«non ridi, perché voi non ridete?»
«Vi piangono gli occhi
solo di fumo, non vedete?»
Respirando un sospiro tossico.
«Avesse ragione il piromane?
Ce l’avesse solo lui?»
«Quella sua solitudine tanto simile alla solitudine
di questa spinosa moltitudine».
Tossire. «Akhkga!! Aakhahg!!»
«Voi non vi curate più di noi»
«Voi dimenticate troppo facilmente
che non siete fatti per camminare sul marmo»
«Voi, infilati come siete per le teste,
non sentite più il nostro dolore nelle mani»
«Noi ardiamo
bruciamo di solitudine»
«Quella, non è cattiveria quella dell’uomo solo»
«Lui
ci ha accesso
per riaccendervi»
«Come Hiroshima»
«Ne resta traccia solo nel dolore dell’assenza»
«Cosa sono quegli occhi vostri ora?»
«Gocce di fumo»
«Torneremo a miliardi,
a miliardi di miliardi di miliardi,
e voi
ci avrete già dimenticato».
Vorrei tornare a quando tutto quel sangue aveva un senso.
Vorrei tornare a Sarajevo. A quei grappoli spiaccicati a terra. Alle schegge nel petto.
A quando dovevamo evitare i proiettili e non le parole.
Vorrei tornare alle contrattazioni del mercato, a quel vocio inutile per qualche marco in meno. Vorrei tornare.
Il valore del denaro più vicino alla vita. Una carriola di banconote per un pezzetto di carne.
Vorrei tornare a nascondermi dietro ai tram per attraversare la strada. La strada aveva una direzione, devo andare da qui a lì, non come ora che si ciondola sotto il cielo azzurro.
Vorrei ucciderti e seppellirti ancora dentro ai giardini pubblici, e poi ancora e ancora e salutarti il giorno seguente.
Vorrei sentirmi a casa dentro alla stanza più interna dell’appartamento. Tappare i buchi con quello che trovi. Ricordare perché la città ha tutti quei buchi e anche io.
Vorrei sacrificarmi perché tu possa mangiare un po’ di verza macchiata del sangue del mio sangue.
Vorrei stare attento a schivare quello che cade dal cielo. Riassaporare la paura dalle montagne tutto intorno.
Vorrei sentirmi in trappola e profondamente vivo. Appeso per il collo al cordone dell’assedio.
Vorrei bere la neve sciolta e dissetarmi lì all’angolo, davanti la moschea.
Vorrei tornare a Sarajevo.
Vorrei fare ancora la guerra con te.
Vorrei vent’anni tutti dentro uno sbadiglio.
Vorrei fare incontrare lo sporco con l’acqua.
Vorrei tornare a sognare la pace, invece di sognare tutte le notti la guerra.
Vorrei illudermi di non essere dovuto fuggire attraverso quel tunnel di merda segreto.
Vorrei illudermi. Di avere ancora bisogno della guerra, della fame, del freddo, dell’ignoranza, delle incomprensioni. Di strategia.
Vorrei illudermi di aver ancora bisogno del male che ci facevamo.
Quella Sarajevo lì, la chiamavo inferno e casa.
Quella Sarajevo lì mi dava un senso che oggi non ricordo più, ma che resta come i petali di rosa sulla mia pelle.
Vorrei tornare a quella Sarajevo lì. Ignorando le bombe. Ignorando la morte. Ignorando che ti ho ucciso perché la guerra questo fa, uccide.
Vorrei illudermi di poter tornare, anche se Sarajevo non esiste più.
Perché Sarajevo era di cartapesta. Sarajevo era un teatro bruciato.
Sarajevo ha ancora buchi alle pareti grossi come abbracci.
Sarajevo non era più una casa. E non lo è mai stata.
Sarajevo non era più inferno di quanto non lo sia oggi l’inferno in cui vivo.
C’erano solo molti più proiettili vaganti, solo molte più bombe.
Lo sporco non si pulisce con l’acqua. Lo sporco incontra l’acqua solo a piccole gocce.