Omonimia – quella notte

Conoscevo il suo nome per il Processo alla Commissione Grandi Rischi. Era l’estate del 2013 quando arrivò la lettera di convocazione che portava la sua firma. Ne fui sorpreso e turbato. Il giorno indicato, andai in Tribunale.
– Sig. Chiappanuvoli, buonasera! – e mi invitò a entrare nel suo studio.
Gli sfilai davanti un po’ ingobbito, a pugni stretti; ero agitato. Lui dovette accorgersene, infatti disse – Nervoso? Non immagina perché l’ho fatta chiamare?
– No, assolutamente – accennai un sorriso.
– Vede, tempo fa una mia collaboratrice mi ha segnalato uno scritto sul suo blog.
Si riferiva a un testo con cui avevo inaugurato la sezione “La mia città” e che avevo scritto di getto più di due anni prima. Omonimia il titolo.
– Ma che c’entra con la Commissione Grandi Rischi? – feci.
– Nooo! – spalancò le braccia e un grande sorriso – Lei pensava? No, io mi occupo anche del “Domenico Cotugno”, il Convitto Nazionale.
Dentro Omonimia avevo riversato la mia notte del 6 aprile. L’avevo scritto senza troppe pretese, più che altro per fissarne il ricordo nella mente.
Il Pubblico Ministero indicò la sedia di fronte la scrivania e mi chiese se volevo dell’acqua, mentre riempiva il bicchiere mi scrutò un paio di volte, forse per capire se mi fossi calmato. Io invece stavo sudando nonostante ci fosse l’aria condizionata.
Si accomodò al suo posto e, senza che gli avessi chiesto nulla, cominciò a spiegarmi in modo fin troppo scrupoloso il perché fosse lecita la mia convocazione anche se non avrebbe comportato per forza la mia presenza al processo. – In fase istruttoria – concluse – è bene non lasciare nulla al caso, non crede?
– Se vuole… Può darmi del tu – dissi come a prendere tempo.
– Un resoconto così dettagliato non può che essere stato scritto da una persona che c’è stata dentro il Convitto. Anche se nessuno dei testimoni ha fatto il suo nome. Ops! Il tuo nome.
– Be’, non è che abbia fatto granché.
– Esserci stato è già qualcosa, no?
Mi guardai le mani e mi lisciai le nocche, come faccio sempre quando sono nervoso.
– Ecco, vorrei solamente che mi raccontassi di persona quel che hai visto. Tutto qui.
Tutto qui, disse. Non ho mai raccontato a nessuno di quella notte, intendo di persona. Sì, avevo scritto quel racconto sul blog ma avevo ricevuto poche decine di visualizzazioni e nessun commento, e presto era stato scalzato da altri post. Scrivere poi non è parlare.
– Vede… – da principio avevo davvero intenzione di evitare quella che per me sarebbe stata una forzatura, un’intromissione nei miei segreti, nella parte di me che era morta il 6 aprile 2009 e nella parte che era nata quella stessa notte, ma lui m’interruppe.
– Alessandro, ogni dettaglio può essere importante.
La scrivania era un caos, sembrava il tavolo di un falegname, con fogli e penne al posto di legno e seghe, polvere invece che segatura.
– Come sei arrivato, per esempio, al Convitto?
– Sono andato con la Misericordia del sig. Melchiorre – sussurrai.
– Mh-mh – fece il PM.
Quella notte, mentre giravo per il mio quartiere per accertarmi che gli amici e i loro parenti stessero bene, un vicino tirò fuori di casa la televisione. Vidi i primi servizi dei telegiornali: gente che scavava a mani nude in via XX Settembre, una voragine che aveva inghiottito un’auto, edifici sventrati in centro, macerie ovunque, il fantasma di una donna completamente impolverata trasportato su una barella dai Vigili del Fuoco. Mezz’ora dopo, davanti al mio cancello, si fermarono un’auto e un’ambulanza. Il padre di Giulio, un mio amico, aveva riportato dal centro il figlio, la sua ragazza e la coinquilina, e stavano trasferendo le ragazze in ambulanza per portarle in ospedale. Chiesi di unirmi a loro e accettarono. Prima di andarmene, dalla strada salutai i miei con un cenno. Non mi dissero neanche una volta di non andare.
Sul muro dietro la scrivania era appeso il diploma di laurea. Due delle quattro pareti erano rivestite di scaffalature di libri. Il PM stava seduto su una sedia di pelle e tutto proteso in avanti prendeva appunti. Era un uomo esile, barba e capelli castano chiari, quasi rossicci, la montatura degli occhiali dorata. Stava in camicia, mentre giacca e cravatta erano appese allo schienale.
– Poi cosa avete fatto?
– In attesa che tornasse l’ambulanza, ci siamo preparati. Abbiamo racimolato pale, picconi, quello che poteva servire.
– Quindi vi siete diretti in centro? – m’incoraggiò.
– Sì, cioè no. Prima ci siamo fermati a Santa Barbara per liberare la strada da un albero, di fronte al tabaccaio, dove era crollata una casa. Abbiamo provato a cercare la signora. Io mi sono infilato sotto il tetto, l’ho chiamata. Non c’era molto che potessimo fare però, così, siamo ripartiti per…
Lasciai la frase a metà. Il PM assottigliava le labbra solcando sul block notes linee sclerotizzate. Teneva la penna tra pollice e indice, come certi bambini. Era sereno, al contrario di me che sentivo il carico della responsabilità di ciò che stavo dicendo.
– Non so se anche queste cose possano esserle utili – balbettai.
Un riflesso gli attraversò le lenti degli occhiali. Sorrise ancora e mostrandomi il palmo della mano con la penna tra le dita disse – Considera la nostra niente di più che una chiacchierata informale. Stai tranquillo.
Sorseggiai un poco d’acqua. Il PM si tirò su e seguitò a parlare per mettermi ancor più a mio agio. Quando captai un «continua», ripresi senza accorgermene.
– Da lì, poi siamo andati alla Casa dello Studente, – mi tornarono in mente i volti impolverati dei ragazzi, i plaid a quadrettoni nei quali erano avvolti – ma non abbiamo fatto in tempo a scendere che il sig. Melchiorre ha ricevuto l’ordine di andare al Convitto. Credo perché i soccorsi lì erano sufficienti. Sufficienti per modo di dire.
– Ricordi per caso a che ora siete arrivati?
– Boh, verso le cinque, cinque e mezza. Non lo so con precisione, non stavo a guardare l’orologio. Ricordo che il cielo stava schiarendo.
– Va bene, non ti preoccupare – disse il magistrato in tono dolce.
– Abbiamo parcheggiato a piazza Palazzo. Oltre non si poteva andare, la via era piena di macerie.
– Corso Umberto I, intendi?
– Sì, la strada che costeggia i portici dove c’è l’ingresso del Convitto.
– Corso Umberto I – ribadì il PM – Continua.
– Era pieno di gente, per lo più anziani e studenti. Cercavano di ripararsi dentro alcuni stand allestiti non so per quale evento. Nel vicolo del Bar Tropical, invece, un gruppo di persone stava scavando nella casa che faceva angolo. Gli abbiamo dato una pala.
– Dimmi del Convitto, ora. Per favore – fece, risoluto ma dolce.
Deglutii ma la gola si bloccò. Ebbi una specie di rigurgito. Per un attimo, mi sentii quasi mancare. Presi ancora un sorso d’acqua. Mi toccai la fronte, era imperlata. Non fu però un mancamento, ora lo so, quel che provai fu mancanza.

Il cancello nero in ferro battuto con le volute tondeggianti è spalancato, così come, subito dietro, il portone alto almeno tre metri, sormontato dalla scritta CONVITTO NAZIONALE e dallo stemma del Regno d’Italia. Sul pavimento scricchiola uno strato di polvere, qua e là sono disseminati pezzi d’intonaco. L’ingresso dà sull’angolo dell’atrio circondato da un porticato. Ci sono le impalcature azzurrine dei lavori di restauro eseguiti di recente, dopo le prime scosse. L’accesso al piazzale è sbarrato da transenne, ma una è stata rimossa. I soffitti dei portici sono esplosi, una pioggia di mattoncini ha ricoperto il pavimento e schiacciato alcune auto. In qualche punto, dei pezzi di solaio hanno resistito e restano appesi nel vuoto, rattrappiti come carta bruciata.
Nel cortile ci sono due uomini di mezza età. Il primo, infagottato nel giaccone verde piange, ha gli occhiali appannati; il secondo, appena ci vede, si avvicina farfugliando frasi con un marcato accento veneto. È il preside. Subito ci fa strada attraverso l’atrio, oltre un portone e poi lungo una rampa di scale. Dalle crepe sgorga acqua a fiotti. Saliamo in fila indiana. Le scale sono scarnificate, la muratura degli scalini sopra di noi è caduta su quelle di sotto, non restano che i lastroni di marmo incuneati tra muro e ringhiera. Il preside dice non sapere quante persone ci sono nell’edificio. È sconvolto, continua a ripetere che avrebbe dovuto evacuare la scuola, ma che non sapeva dove mandare i ragazzi.
Sugli ultimi gradini dell’ultima rampa c’è una donna accovacciata. Se ne sta raggomitolata in un cappotto nero. Il sig. Melchiorre la invita a raggiungere l’uomo giù in cortile, ma le parole neanche la sfiorano. È la madre di uno studente. Attende che qualcuno gli restituisca suo figlio. Il ragazzo che le sta accanto è l’altro suo figlio, il maggiore, credo. L’uomo col giaccone verde in cortile, quindi, è suo marito.
Sul pianerottolo c’è un buco, si vede il piano di sotto. Un Vigile del Fuoco sta fermo sulla porta della stanza che ci si apre davanti. Avrà forse vent’anni. Lo superiamo ed entriamo in fila indiana, ma la stanza, oltre la porta, non c’è. Non più pareti, angoli, bordi, confini. Il soffitto non c’è più. Il profilo sconnesso dei tetti di fronte sembra così vicino. In cielo le tonalità dei colori sfumano dal blu scuro al bianco, al rosa, all’arancione. Quel vuoto inaspettato dà le vertigini. Su un cumulo di macerie ci sono altri due Vigili intenti a scavare. Sedie, letti, armadi, libri, vestiti, pareti, finestre, travi, tegole, è tutto tritato e ammassato senza logica, senza umanità. Sembrano i resti di un’esplosione senza bruciature.
Da sinistra, quattro occhi spauriti ci fissano. Sono ragazzi, pezzi di ragazzi, pezzi di corpi incastrati, obliqui, bloccati nella fuga, sorpresi nel sonno. Sembrano anche loro parti di un marchingegno fracassato. Si distingue solo il bianco degli occhi. Hanno quindici anni, non di più. Uno tiene solo la testa fuori dai detriti, l’altro invece ha un braccio libero. I Vigili del Fuoco li hanno dissotterrati il tanto per permettergli di respirare perché oltre, sommersi dal cumulo di macerie, ce ne sono altri due, dicono.
Il sig. Melchiorre prende il comando delle operazioni. Ordina a me e Giulio di andare a prendere la barella e la borsa del pronto soccorso, e di cercare dell’acqua, mentre lui, il padre di Giulio e un militare dell’Esercito, anche lui mio compaesano, si mettono subito a scavare intorno alle teste dei due ragazzi. Prima però, fissando tutti i presenti uno a uno, aggiunge «chi non se la sente è meglio che se ne tiri fuori ora: nessuna vergogna.»
Il marmo dei gradini vibra. Scendendo, iniziamo a sentire un lamento straziante che si fa più vicino. È fatto di una e una sola parola che si ripete: «Luigi…Luigi…Luigi…» È l’uomo con il giaccone verde. Gli passiamo a fianco e lui neanche ci vede.
In strada la gente vaga smarrita. Prendo la borsa e la barella nell’ambulanza, mentre Giulio trova una soluzione per l’acqua. Con un calcio sfonda un distributore automatico. Ci carichiamo di bottigliette.
Nella stanza il lavoro è frenetico. Con le pale si toglie il grosso e vicino ai corpi si scava con le mani.
Il sig. Melchiorre prende due siringhe dalla borsa e le riempie di morfina. Mi dice di lavare il viso ai ragazzi, di fargli risciacquare la bocca ma di non farli bere. I loro corpi stanno riemergendo. Non sono in pigiama, sono vestiti. Devono aver provato a non farsi sorprendere, ma l’incubo che li ha svegliati è stato più veloce. Per liberarli servirebbero mezzi meccanici che non abbiamo: uno è bloccato da una trave, l’altro è incastrato sotto la rete del materasso che l’ha salvato dal tetto. Un Vigile del Fuoco chiede rinforzi alla radio, ma dal comando rispondono sempre allo stesso modo: le unità sono tutte impegnate, bisogna attendere l’arrivo delle colonne da altre città.
Mi accosto a una porta che separa la stanza da quella a fianco. È leggermente aperta. Guardo. Oltre c’è il vuoto. Il tetto cadendo ha portato con sé anche il pavimento. Si vedono le tegole, un piano più giù. Per la prima volta ho paura.
Ci diamo il cambio a spalare perché non abbiamo pale sufficienti. Il freddo spacca le mani e il tempo passa inesorabile. Non sappiamo quanto ci vorrà ancora. Non sappiamo se il pavimento continuerà a reggere. E non sappiamo quante altre persone ci sono nell’edificio. Bisogna fare un giro di perlustrazione e mi offro io. Il sig. Melchiorre acconsente, ma fa venire Giulio con me. «Non fate cazzate» dice.
Controlliamo il nostro piano in pochi minuti. Tranne che su corridoio, scale, bagno e un altro dormitorio deserto, il tetto è collassato ovunque. Capire se c’è qualcuno è impossibile. Ci rechiamo così al piano inferiore. Tre dormitori vuoti, la cucina, il refettorio, un ripostiglio. Il lamento dell’uomo col giaccone arriva flebile, ma costante. «Luigi…Luigi…Luigi…»
Giulio accende una sigaretta dietro l’altra e io non riesco a non fissarlo. Mentre le consuma in pochi avidi tiri, mi porge il pacchetto ma io rifiuto ogni volta. Ho smesso da quasi sette mesi.
In bagno le piastrelle sono marroni. Molte sono saltate frantumandosi a terra. Sulla destra c’è una fila di lavandini. Uno è spaccato e l’acqua zampilla allagando tutt’intorno. Nello stretto corridoio che porta alle docce, le porte dei gabinetti sono aperte. Sulle docce, il soffitto alto quattro metri è crollato e dalla voragine pendono travi e calcinacci, e sospesa a mezz’aria c’è anche la rete di un letto senza materasso. C’è rimasto impigliato un lenzuolo verde che scende nel vuoto come una fune. Avanzo qualche metro, è pericoloso, ma devo guardare.
Il cumulo grigiastro di macerie supera il metro. Sembrano rifiuti edili. Qua e là, spunta un mattone, un pezzo di legno, una mattonella, un brandello di stoffa, un foglio di carta, un libro. Nella massa informe, attraverso il pulviscolo dorato dell’alba, non noto subito l’affiorare di una ciocca fina di capelli biondi. E un dito. Affusolato. Bianchissimo.
«Me la dai, ora, quella sigaretta?»

– Possiamo fermarci un attimo? – chiesi al PM – Vorrei andare a fumare.
– Se vuoi, puoi fumare anche qui. Alla finestra.
– Come vuole – e mi alzai.
– Non c’è fretta, non ci corre dietro nessuno.
Rollai malamente una sigaretta, col tabacco tutto raccolto al centro. Avevo le mani sudate, mi tremavano.
– Hai ripreso, quindi?
– Non ho più smesso.

Tornati all’ultimo piano, riferiamo al sig. Melchiorre. Non si scompone. Stanno arrivando i rinforzi, dice, ci pensano loro.
Lo scavo sul cumulo, nel frattempo, è già profondo, i Vigili del Fuoco ci sono dentro fino alla vita. Il padre di Giulio e il militare aiutano a tirare fuori le macerie dal buco, si passano secchi colorati, di quelli per strusciare il pavimento. I ragazzi incastrati si sono calmati, attendono al riparo sotto delle coperte. Cerchiamo di controllare che non si addormentino. In cielo il sole sta sorgendo. Un paio di elicotteri sorvolano la città, quando si abbassano, fanno tremare l’edificio. I Vigili gli imprecano contro. A terrorizzarci bastano le scosse che continuano a ripetersi senza tregua.
D’un tratto la radiolina gracchia, gli aiuti sono arrivati. Giulio ed io gli andiamo incontro. Sono in sette, hanno l’accento romano. Li aiutiamo a portar su un motore idraulico e una specie di cesoia gigante. Sono pesantissimi. Temo che le scale non reggano, ma ce la facciamo.
Entrati nella stanza, si mettono subito al lavoro dividendosi in due gruppi. Ormai, per noi c’è davvero poco da fare. Forse siamo persino d’intralcio. Con Giulio cerchiamo di convincere la donna e suo figlio a scendere. Il ragazzo accetta, vuole raggiungere suo padre, ma lei non si muove.
In quel momento sopraggiunge un altro uomo, in abiti civili. Ha il fisico compatto e tonico, è sulla quarantina. Ci sfila davanti di slancio, con un balzo salta il motore e si toglie al volo la giacca. Dice di essere stato volontario dei Vigili del Fuoco, e che vuole dare una mano. Poi aggiunge «Mio figlio Luigi è lì sotto.»
Sono due, quindi, i Luigi sotto le macerie. Hanno la stessa età, forse sogni molto simili. Per ora un destino comune. Bisogna continuare a scavare.
Giù in strada, un bobcat sta sgombrando le macerie. Davanti al Convitto i camion dei Vigili ora sono due e c’è anche un fuoristrada. Io vado diretto al distributore di sigarette poco distante e compro un pacchetto. Lo scarto, ne metto in bocca una e Giulio è già lì con le mani a coppa intorno all’accendino. Sbuffo una grande nuvola e chiudo gli occhi per un secondo.
Giulio invece è agitato. Gli domando che succede e mi dice che ha perso le chiavi della macchina a casa della sua ragazza, che l’ha appena comprata e che non vuole lasciarla in centro. Così, mi chiede di accompagnarlo, che tanto è vicino. Non vorrei, ma accetto.
Ai Quattro Cantoni, l’angolo sopra i portici è spaccato e pende verso il centro della strada. Una carovana di ragazzi avvolti da coperte e seguiti dai loro trolley va verso la Fontana Luminosa. Sembrano fantasmi in vacanza. Lungo il Corso ci sono detriti ovunque. La città pare un set cinematografico. Dà i brividi. Gli elicotteri continuano a volteggiare sulle nostre teste.

– Le avete trovate poi le chiavi? – m’interruppe il PM.
– No, era troppo rischioso entrare da soli. Nella stanza della ragazza di Giulio, il tetto nel frattempo era crollato, mentre il pavimento della camera della coinquilina era già venuto giù con la scossa. La ragazza era sprofondata con tutto il pavimento dentro una cantina. No, era troppo rischioso.
– Più o meno, quanto siete stati via?
– Non so. Una mezz’ora, forse più. Chiunque incontrassimo ci chiedeva di dargli una mano, di aiutarlo a cercare un parente, un amico. Potevamo solo scambiare due parole, poggiar loro una mano sulla spalla, fargli coraggio.

Al nostro ritorno, un piccolo assembramento si è raccolto davanti al Convitto Nazionale, un brusio discreto. Sono arrivati altri Vigili del Fuoco. Il preside sta parlando con i Carabinieri. Il fratello di Luigi e suo padre si scaldano al sole; l’uomo ha smesso di piangere. Vicino a un’autocisterna, ci sono il sig. Melchiorre, il padre di Giulio e i pompieri che per primi erano nella stanza. Uno di loro, capelli brizzolati, grandi baffi, è seduto sulle scalette dello sportello e si tiene la fronte tra le mani. Gli altri fanno capannello. Una troupe televisiva riprende la scena.
L’uomo ha sentito una fitta al petto, è pallido. Dice di respirare a fatica. Il sig. Melchiorre continua a ordinargli di starsene seduto. Lui ripete che deve aiutare i colleghi. Giulio, allora, fa un passo avanti, s’infila nel capannello, si avvicina al Vigile del Fuoco e gli mette una mano sulla spalla. Gli sorride, carezza il suo volto sudato. Gli dice di riposarsi un attimo, di riprendere fiato, che hanno già fatto molto; usa una dolcezza che non gli conoscevo. L’uomo fa un sospiro e alza lo sguardo al sole. Sorride. Pare aver capito. «Ok, mi riposo dieci minuti, ma dopo torno su» dice.
Decidiamo di tornare anche noi al secondo piano. I Carabinieri all’ingresso non ci dicono nulla. Nel Cortile non c’è nessuno, all’altro capo, però, in direzione dell’altro portone ci sono due coperte di plastica argentata stese a terra, coprono qualcosa. Quando mi avvicino, vedo un calzino blu spuntare da sotto la prima coperta. Mi chino per guardare sotto l’altra e una chioma di capelli biondi mi blocca.
Non provo niente, in me sento il vuoto assoluto. Tiro dritto. Riprendo la via delle scale.

Era come se la mia voce uscisse da sola. Sentivo le mie parole come se fosse qualcun altro a pronunciarle. Mi zittii all’improvviso.
Il PM alzò la testa e mi fissò. Ebbe ancora un sorriso per me. Dopo un attimo ripresi.
– Una domenica, durante una giornata delle carriole, incontrai una signora. Era un’insegnante delle Industriali. Mi disse che i due ragazzi cechi morti al Convitto Nazionale erano venuti in Italia grazie a una vacanza premio del suo istituto. La scuola non aveva fondi per pagargli l’albergo, così li avevano fatti ospitare al Convitto.
– Sì. Lo so – disse il PM.
– Per quanto? – chiesi – Cinquanta euro?

Dalla rampa delle scale viene un rumore di passi. Alcuni Vigili del Fuoco stanno scendendo, imbracciano una barella, uno dei due ragazzi incastrati è stato estratto. Ci facciamo di lato e loro ci sfilano veloci, li seguo con lo sguardo fin dove riesco. Poco dopo sento la sirena dell’ambulanza allontanarsi.
Nella stanza, i soccorritori ora lavorano in due gruppi; il primo sta liberando l’altro ragazzo intrappolato, il secondo seguita a scavare sul cumulo di macerie. Il padre di Luigi è dentro il buco con un Vigile del Fuoco, il buco è stato allargato e di loro si vede solo la testa.
Il motore idraulico fa un rumore pazzesco. Il pavimento trema tutto e dalle pareti cadono rivoli di polvere. I Vigili incastrano la cesoia sotto la trave, giusto vicino al bacino del ragazzo ancora bloccato. La trave si muove, si alza di pochi centimetri. Il corpo viene estratto con cautela, c’impiegano parecchi minuti, ma quando finalmente il ragazzo è libero, i movimenti diventano dinamici, veloci. Lo caricano su una piccola barella di alluminio, senza ruote né materasso, gli legano le cinture intorno al petto e alle ginocchia e lo avvolgono in una coperta termica. Tra le macerie, al posto del ragazzo, adesso c’è un buco.
Giulio ed io ci offriamo di dare una mano e con due Vigili del fuoco trasportiamo la barelle fin davanti al Convitto, e poi oltre, ai Quattro Cantoni, dove i raggi di sole iniziano a scaldare. Il ragazzo è pallido, sporco di terra e cemento, ha i capelli grigi, sembra vecchio. Nel naso e nelle orecchie ha come dei tappi ma di terra. A tratti ha dei tremori. Chiude gli occhi di continuo, è salvo, vorrebbe solo dormire, ma subito qualcuno lo scuote per il mento.
Mentre aspettiamo il ritorno dell’ambulanza, chiedo al ragazzo se vuole che avvisi i suoi genitori. Accetta, accetta con stupore, come se fosse già rassegnato all’idea di attendere ancora a lungo prima di rivedere i propri cari. Mi risponde una voce spezzata; un uomo, la cadenza di paese. Lo rassicuro subito, suo figlio sta bene, sta per essere trasportato in ospedale. Piange e mi ringrazia. Dice grazie una ventina di volte. Poi l’uomo mi chiede in quale ospedale può raggiungere suo figlio, ma io non so che rispondere.

– Alessandro, – disse il PM con voce pacata e riordinando i fogli tra le mani – Mi vuoi dire, ora, dei due Luigi, per favore?
Mi aggrappai ai braccioli della sedia, sentii la gommapiuma sotto le unghie. E con la testa feci cenno di sì.

Dopo l’ambulanza torna e porta via il ragazzo, saliamo di nuovo al secondo piano. La mamma di Luigi è ancora seduta sui gradini della scala. È tornato suo figlio, la tiene stretta tra le braccia.
La buca ora è enorme, dentro ci stanno due Vigili del Fuoco e il padre di Luigi. Il difficile non è più solo scavare, ma tirare fuori i detriti che devono essere sollevati oltre le loro spalle.
Mi avvicino e vedo la sezione del cumulo di macerie, ne riconosco gli strati. Qua e là, nel buco, cadono piccole frane.
I soccorritori si danno spesso il cambio. Si tirano fuori con un balzo e facendo leva sulle braccia mentre qualcuno li afferra. Solo il padre di Luigi rimane costantemente a scavare. Da ore provano a far squillare i cellulari dei ragazzi per orientarsi, ma è difficile capire da dove provengano, e con il frastuono degli scavi, spesso, non si sente proprio niente.
Io, Giulio, suo padre, il sig. Melchiorre, il militare, ormai, stiamo solo a guarda. Ogni tanto facciamo il passamano con i secchi di macerie ma nulla più. Attendiamo. Trascorre mezz’ora, un’ora, forse più, non ne abbiamo idea, poi d’un tratto il padre di Luigi si mette a gridare, dice a tutti di star zitti, di stare assolutamente fermi, e una flebile canzoncina inizia a suonare sotto i suoi piedi. Gli scavi riprendono subito, con più energia, con più foga.
Non aspettiamo che un urlo di gioia, ed è il padre di Luigi a lanciarlo. I Vigili esultano con le braccia al cielo. Il padre di Giulio abbraccia suo figlio.
Dal buco emerge la testa di un Vigile, poi il busto. Una volta fuori, l’uomo si toglie il casco e si asciuga il sudore sulla fronte con la manica del giubbotto. È impietrito, gli occhi sbarrati a tradire ciò che ha appena visto.
Dopo altri minuti interminabili di lavoro, viene calata una barella dentro il buco. La caricano, poi issano con premura. Il corpo è coperto con una coperta argentata. Da un lato spuntano due calzini bianchi di spugna, dall’altro un ciuffo di capelli neri. Solo allora riaffiora anche la testa del padre di Luigi, che rapido esce dal buco, s’infila sotto la coperta e abbraccia suo figlio.
Mentre i Vigili del Fuoco imbracciano la barella per portare via il corpo, incrocio lo sguardo della madre dell’altro Luigi, che nel frattempo si è avvicinata. I suoi occhi sono liquidi. La donna se ne sta ferma sullo stipite della porta, congiunge le mani al seno. Muove le labbra senza proferire alcun suono.
Il padre di Luigi si accuccia sul margine della buca, si sostiene con le mani vicino al bordo. Guarda il corpo di suo figlio sparire nella tromba delle scale. Il suo volto è serio, non piange. Non si dispera come sarebbe libero di fare. Fa solo grandi respiri, grandi respiri. E quando l’eco dei passi dei Vigili del Fuoco è lontano, scende di nuovo nel buco e ricomincia a scavare.
L’unico rumore rimasto nella stanza è di terra smossa. Nessuno ha il coraggio di rompere il silenzio dell’attesa. La speranza ormai è flebile. Ma trascorrono poco meno di venti di minuti che, ecco, proprio la voce del padre di Luigi rompere quel silenzio. L’altro Luigi è vivo, è sveglio. L’uomo gli parla, gli stringe la mano, gli lava il viso, gli sta vicino finché i Vigili del Fuoco riescono a liberarlo. Ed è ancora il padre di Luigi che lo prende in braccio, lo solleva fino al bordo del buco e lo adagia sulla stessa barella che gli ha portato via suo figlio, dove ad attenderlo c’è sua madre in ginocchio. Erano l’uno di fianco all’altro i due Luigi.
Caricato il ragazzo sulla barella, la donna non lo segue subito verso l’ambulanza, attende che il padre di Luigi esca dal buco e quando sono uno di fronte all’altra, lei apre le braccia e lui le sprofonda nel petto. La donna gli carezza la testa. Non si dicono una sola parola.
Poi l’abbraccio si scioglie. La donna si volta e corre via. Il padre di Luigi resta fermo sul buco, china la testa. È sudato, stanco. I Vigili del Fuoco rimasti lo accerchiano, sparisce dietro le loro spalle.

Ogni volta che torno con la mente a quella notte, provo un senso di nostalgia. So che è strano, ma per qualche attimo sto bene.
– Possiamo finire qui, che dici? – chiese il PM.
Una sensazione di calore mi riempie la gola, lo stomaco, e si espande.
– Alessandro?
Eppure, non riesco a parlarne, non lo racconto a nessuno.
– Alessandro, tutto bene?
– Sì – feci – Sì, sì, tutto a posto.

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La macchina perfetta

Il primo pensiero è stato devo andare. E come sette anni fa, sono andato.
Quel che di buono sono riuscito a fare non è importante. Quel che avrei potuto fare in più è un rimpianto che porterò sempre con me.
Ogni singola persona che ho incontrato la mattina del 24 agosto merita di essere lodata anche solo per aver avuto il coraggio di esserci. Non a loro è rivolta la rabbia con cui scrivo questo testo. La ricostruzione che faccio della prima fase dell’emergenza è frutto solo della mia osservazione diretta, ma condivisa con molte altre persone che quel giorno c’erano, e quindi spero, fortemente spero, del tutto sbagliata.

Sono arrivato tra le 5.30 e le 6.00. Entrato in paese, le parole del Sindaco Pirozzi, «Mezzo paese è crollato», mi sono subito sembrate un nulla: Amatrice non c’era più.
Per capire come muovermi, ho fatto un breve giro di perlustrazione durante il quale ho incontrato, oltre agli abitanti di Amatrice e a parenti e amici accorsi da Roma, solo una squadra del Soccorso Alpino aquilano munita di cane (3 persone), un paio di poliziotti, una manciata di Guardie Forestali e alcuni medici giunti dall’Aquila.
Verso le 7.00 sono cominciate ad arrivare le prime squadre di Vigili del Fuoco e delle Protezioni Civili locali, almeno nella zona dove mi trovavo. Lungo il corso, invece, c’erano quattro o cinque capannelli di persone al lavoro, a occhio, non più di cinquanta, cento unità ma a grande maggioranza civile. Molti gli aquilani, e non sarebbe potuto essere altrimenti.
A metà mattinata, attorno alle 10.00-10.30, c’erano diverse squadre di Carabinieri, Finanzieri, militari, poliziotti, Soccorso Alpino, Soccorso Speleologico, Unità Cinofile (ne ho incontrate almeno 6 o 7), Croce Rossa, gruppi di operai d’imprese edili, oltre ai VVFF e ai volontari della PC. E tanti, tanti civili. Una forza lavoro non sufficiente, ma finalmente degna di nota, nell’ordine di qualche centinaio di persone.
I primi mezzi meccanici, bobcat di ditte private in particolare, li ho visti quando era già mezzogiorno. Le strade potevano essere liberate e i soccorsi potevano muoversi con più rapidità. Da allora in avanti, a quasi otto ore dal sisma, mi sento di dire che la macchina dei soccorsi era in piena efficienza. O meglio, sarebbe potuta essere in piena efficienza. Perché non è una mera questione di numeri, lo sottolineo con forza, bensì di come il lavoro di soccorso è organizzato. Mi spiego. La finalità di quanto scrivo è che vorrei che si potesse imparare dagli errori, una buona volta; e non emettere una mera sentenza che lascia il tempo che trova.
Ho dato il mio piccolo contributo fino alle 17.00, più o meno, e fino a quel momento non c’è stato alcuna forma di coordinamento tra i soccorsi. Ogni singola persona, ogni squadra che si muoveva tra le macerie lo faceva senza organizzazione e logica. La difficoltà degli interventi era notevole, è innegabile, ma non ho visto una e una sola persona impartire ordini, orientare sensatamente l’impegno profuso. Anzi, spesso (e me ne assumo la responsabilità) mi sono trovato io stesso a dirigere gruppi di militari, di Carabinieri, e via dicendo, indicando loro i punti dove ancora non era stato nessuno. E spesso sentendomi rispondere che loro prendono ordini solo dal superiore. Ebbene, dov’erano questi superiori? E i superiori dei loro superiori?
I soccorritori hanno agito a intuito, seguendo più il cuore e la foga che la logica e la risolutezza. Le unità cinofile, seppur efficientissime, erano insufficienti. Loro erano le uniche a poterci dire dove scavare con esattezza, ma i cani dopo un’ora sono stanchi e il loro aiuto viene meno. Gli amatriciani e i parenti accorsi erano preziosi nell’indicare le abitazioni dove potevano esserci persone, persino nell’indicare dove avrebbero dovuto essere le stanze da letto, ma molti di loro, con l’arrivo dei volontari, sono stati allontanati e non invece ripartiti tra le squadre per velocizzare le ricerche.
Gli unici che sapevano come muoversi erano i Vigili del Fuoco, ma mi spiace dirlo, ancora loro senza alcun coordinamento apparente. Per esempio, attorno a loro si radunavano decine e decine di persone, quando invece per scavare e per togliere le macerie non ne servirebbero che dieci, venti, secondo le esigenze. Invece restavamo, io compreso, con le braccia conserte in attesa di un piccolo secchio da scaricare, di passare una pala, di rimediare una barella, o a far nulla.
Tanta volontà, tanto impegno, tanta fatica, per carità, ma credo di poter dire per troppo tempo gettati alle ortiche, sprecati.
Questo è il nocciolo della questione. Com’è possibile dopo L’Aquila, dopo l’Emilia non ci sia ancora una forma organizzata, veloce ed efficiente di coordinamento dei soccorsi? I mezzi erano parcheggiati a casaccio, spesso intralciando la strada. Chi scavava alle volte scavava dove si era già scavato. Intere vie sono state ignorate perché ci si fermava dove c’erano già altri soccorritori nell’illusione e nella speranza di poter comunque fare qualcosa, quando a pochi metri o in un’altra via decine di persone stavano morendo. I reporter erano liberi di muoversi a loro piacimento (bene documentare ma c’è un limite), a volte posizionandosi in zone rischiose solo per fare lo scatto della giornata. Quando sono andato via, fuori da Amatrice ho incontrato molte squadre specializzate ferme, in attesa, in attesa di chissà cosa.
Tutto questo si è tradotto in lentezza, tutto questo si è tradotto in vite umane. E dato che non si fa altro che riportare da ogni parte «238 le persone estratte vive dalle macerie», come se fosse il più grande dei successi, penso sia doveroso invece fare un esame obiettivo di quanto successo, imparare e alla svelta dai nostri errori. Ebbene, ho paura, sì, ho paura, che quel numero, «238», sarebbe potuto essere molto più grande se solo ci fosse stata una qualche forma di coordinamento, se solo ci fosse stato qualcuno a dirigere le operazioni. Se solo ci fosse stato qualcuno a dirci cosa fare.
Mi spingo a dire che ci sono delle responsabilità in tutto questo, sono certo, se non personali, almeno di sistema. La “macchina perfetta” non esiste, non l’ho vista; temo sia solo un’illusione che stanno inventando alla TV per coprire gli errori. Chi comanda in queste situazioni? Chi si prende la responsabilità? La Protezione Civile? I vigili del Fuoco? Ebbene, i graduati, i dirigenti dov’erano? Mi sarei aspettato di trovarli alle porte del paese a impartire ordini e direttive, a decidere tra loro la strategia migliore, a condividere le poche informazioni utili, invece c’era un appuntato che neanche bloccava chi non sarebbe dovuto entrare.
Avrei potuto fare di più, ne sono certo. Lo rimpiangerò per il resto della mia vita.
Si sarebbero potute salvare molte più persone, anche di questo sono certo, e questo è invece un rimpianto che ogni italiano dovrebbe avere. Dobbiamo richiedere con forza al Governo di strutturare un piano d’azione in caso d’emergenza realmente efficace. Dobbiamo pretendere con forza che la macchina dei soccorsi non sia solo mediaticamente perfetta, ma che davvero tenda alla perfezione. Che sia intelligentemente coordinata e in costante aggiornamento tecnologico e strategico. Dobbiamo pretendere che non si commettano mai più grossolani errori, anche se commessi in totale buona fede.

È un appello quello che faccio. Potevamo fare di più. Dobbiamo fare di più la prossima volta.

(Foto mie e di un amico; dal 2 al 17 settembre non sarò in Italia per rispondere ad eventuali critiche; la condivisione del testo è libera, basta citare l’autore, non per fama ma per responsabilità. Mi scuso per i refusi, il tempo è poco e molta l’urgenza.)

Alessandro Chiappanuvoli

 

A.I.

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Siamo delle intelligenze artificiali, dei prodotti, programmati, negli anni, nei secoli, siamo dei circuiti cybernetici, delle equazioni, poggiati sul caos, composti di numeri definitivamente indefinibili. La definizione è follia, l’indefinizione è utopia. Il caos una realtà inaccettabile. Inafferrabile. E sensibile. Le barriere, i limiti non sono che mero gioco di rimandi. Un’illusione controllata. Artificiali quali siamo, due sono le risposte che abbiamo imparato a elaborare: libertà – dipendenza. Altre gabbie, altre scatole comunque troppo grandi o troppo piccole. L’inganno verso gli altri o verso noi stessi è solo un tenue riflesso del grande, esiziale inganno. Non siamo ciò che siamo e non siamo neanche ciò che pensiamo di essere. Abbiamo una storia ma non siamo quella storia. Creiamo conflitti perché per noi non c’è pace. Siamo costretti ad arrenderci, prima o poi, all’illusione. A scegliere. A essere scelti. Libertà – dipendenza. Confidando, nella superbia divina, di poter generare salvezza, per noi stessi, quando invece creiamo altra utopia, ancora equazioni, altri circuiti, programmiamo ancora altra intelligenza artificiale. Non c’è via di fuga che non un lungo black out. Eppure, sembra così vero.

Frusciante

Stellato

Imparerò a imparare
imparerò a disimparare
ciò che ero, credo d’esser stato
tutto ciò che potrei essere un giorno:
oggi è una lezione bruciata sulla pelle
e oggi non ho più tempo per imparare
ma solo un fiato da sentir vivo.

Imparerò a sognare
imparerò a non sognare
vecchi sogni, sogni di polvere
tutto ciò che potrei sognare un giorno:
oggi è una strada da percorrere scalzo
e oggi non ho più tempo per camminare
ma solo un posto dove restar vivo.

Imparerò a cambiare
imparerò a non cambiare
me stesso, ciò che spero d’essere
tutto ciò che spero di diventare un giorno:
oggi è già una metamorfosi spaventosa
e oggi non ho più tempo per cambiare
ma solo un fuoco da tener vivo.

Imparerò a vivere
imparerò a morire
questa vita, questa morte
tutto ciò che significheranno un giorno:
oggi devo imparare ad aspettare
e oggi ho tutto il tempo per farlo
ma solo sopravvivendo a questa voglia.

29/07/2015

“Pora coccia” – un’analisi del testo.

Numero zero - Simone Coccia Colaiuda

Mi scuso subito per la scarsa sobrietà del titolo che cozza, lo giuro, con l’obiettivo, che spero condividiate, più “alto” dell’articolo stesso, ma la sua sfrontatezza ha a che fare con il bisogno profondo che avverto di scriverlo, con  l’urgenza di cittadino e di appassionato di arte, e con la responsabilità, dunque, di cui mi sento, anche sfacciatamente, investito. Non posso però tollerare, non solo, non già, che il brutto, l’infima qualità prolifichi (al declino forse e purtroppo non c’è rimedio), non solo, non già, che l’immorale scarsa professionalità imperi (ché pure infiamma di questi tempi, alla quale però, nello specifico, sono certo che possa opporsi un sano, minimo spirito critico che tutti abbiamo, nascosto da qualche parte), no, quello che non posso in alcun modo tollerare è il becero, sistematico, sciacallesco, indecoroso ricorso alla pantomima della vita, alla pantomima del dolore, alla pantomima della tragedia, che tra i tanti mali causa, non da ultimo, la mistificazione della memoria, l’offesa ignobile di coloro che hanno davvero vissuto la tragedia e continuano viverla sulla loro pelle nelle peggiori conseguenze, al sordido svilimento delle nostre difficili e preziose esistenze, all’inzozzamento dei nostri animi e, primariamente, di quelle dei più giovani, indifesi, vulnerabili.

Veniamo al dunque. In questi giorni abbiamo assistito all’uscita di un singolo, una canzone “rap” (che Iddio mi perdoni!) di un “noto” showman nostrano. Si tratta dell’aquilano Simone Coccia Colaiuta (sì, il fidanzato ex spogliarellista della senatrice Stefania Pezzopane, lui, sì, lui…) con la sua “Numero zero”. Non nutro dubbi che il lettore capirà l’intento serio del mio articolo e non lo traviserà, né lo strumentalizzerà in alcun modo. Non si vuole qui lucrare sul presunto successo altrui e, assolutamente, non se ne vogliono enfatizzarne i già svilenti risultati ottenuti. Non posterò, dunque, il video della suddetta canzone (forse è un labile modo di lavarmi la coscienza…), ne riporterò di seguito solo il testo e tenterò, per quelle che sono le mie capacità e i miei limiti, di analizzarne oggettivamente il contenuto.

“Numero zero”

[Devo dire immediatamente che mai titolo fu più sbagliato per una canzone d’esordio “rap” (che Iddio mi fulmini quando ne dovesse sentire il bisogno!) italiana, nata mi pare nell’intento (spero ve ne sia un altro!) di arraffare un po’ di facile consenso cavalcando un genere musicale abbastanza di moda, soprattutto tra gli adolescenti. I motivi sono di ordine culturale (1) e morale (2). 1. Con “Io sono il numero zero / facce diffidenti quando passa lo straniero”, infatti, inizia una delle prime e più importanti canzoni create nella scena italiana, “Lo straniero”, appunto, dei Sangue Misto. E io sfido chiunque (eccederò nell’iperbole), se non altro per decenza, a iniziare il proprio primo libro con “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, a iniziare il proprio primo film con esplosioni di napalm e la canzone “The End” dei Doors in sottofondo, o a iniziare la propria prima tragedia con “Nella bella Verona, dove noi collochiam la nostra scena, due famiglie di pari nobiltà”! Inoltre (perdonate la prolissità ma non son certo qui a dilettarmi!), “Numero Zero – alla radici del Rap Italiano” è il titolo di un bellissimo documentario di Enrico Bisi che ripercorre le origini del genere, e dunque ne consacra la memoria, ne indora il mito. Sorvolando, infine, sull’omonimia con l’ultimo romanzo di Umberto Eco… Mi limito a dire che non si può arronzare senza conoscere. (2) (Analizzo il contenuto non l’autore, sia chiaro una volta per tutte!) Non tutti hanno l’esigenza di sentirsi i “numeri uno”, non tutti hanno la paura di sentirsi degli “zeri”, e va da sé che nella vita non si può essere tutti dei miti viventi (“ricorda che nella vita non sarai nessuno”), ma addirittura permettersi la licenza, del tutto gratuita, di immolarsi a “profeta” di strada e dire che “nella vita DEVI essere il numero zero” mi pare esagerato, come se l’unico modo di contrastare questo “lurido” sistema sociale e affrontare serenamente il giudizio altrui fosse ignorando quel sistema stesso (e la complessità degli altri), eluderlo, fotterlo anche, dimostrare d’essere più forti, autosufficienti. Ma allora, mi domando, a cosa serve questa “canzone”? Questa “canzone” non dimostra immediatamente di essere frutto di quello stesso sistema? Non vi si rintraccia subito un che di contraddittorio? Di ipocrita, forse? Quale fine ha se non la semplice accettazione da parte dell’altro? Non è immorale? (Forse esagero…)]

Da quando ero adolescente la mia vita è stata dura

me ne sbatto il cazzo senza avere mai paura

[Rima baciata AA-BB: con l’andare della canzone si fa stucchevole, monotona: ricorda gli scimmiottamenti adolescenziali del Rap negli ’90, quando non avevamo ancora ben chiaro cosa fosse il Rap e bastava mettersi il cappello con la visiera al contrario o appunto fare una rima per sentirsi 2Pac! “Da quando…dura”: la vita di tutti, durante l’adolescenza, è stata dura, sottolinearlo come fosse oro colato pare incredibilmente retorico.]

del giudizio della gente sempre pronta a criticare

qualunque cosa fai sia nel bene sia nel male.

[“me ne sbatto…nel male”: se uno se ne sbattesse il cazzo davvero non ci farebbe una canzone e non lo rimarcherebbe ogni volta che ha modo di farlo, che so in televisione, sui giornali o sui social network, manco fosse uno dei dodici apostoli, manco fosse Mahatma Gandhi, manco fosse Galileo Galilei contro la Santa Inquisizione! Per quanto becera sia diventata la nostra “società dell’opinione”, spesso dietro ai giudizi, positivi o negativi, vi è del vero, vi sono cose chiamate etica ed estetica, non solo misera maldicenza.]

La mia vita è andata avanti senza farmi ostacolare

dalla gente invidiosa che non si è saputa realizzare

[“gente invidiosa”: siamo sempre lì; “La mia vita…realizzare”: ecco, cosa significa realizzarsi? Non solo realizzarsi nel mondo dello spettacolo, voglio sperare? E comunque anche qui, c’è una mitizzazione della realizzazione del sé, ma spesso le persone si realizzano con un lavoro semplice, con un figlio, con un amore, insomma, non siamo una chiavica di falliti perché non siamo “famosi”! Forse ho travisato.]

giudicando la mia storia con Stefania Pezzopane

stessa gente il giorno dopo mi chiedeva da mangiare.

[“giudicando…Pezzopane”: (sarò breve perché mi sono promesso di non parlare dell’argomento ma qui, testualmente, non posso esimermi) se non vuoi farti giudicare non spiattelli ai quattro venti te stesso, la tua relazione, normale o speciale che sia, non ti esponi volontariamente al giudizio, se non hai altri fini, ti godi il tuo sentimento e basta. È l’eccesso così fine a se stesso che più di tutto turba, infastidisce “la gente”, che crea il corto circuito, la contraddizione, e voi stessi, mi permetto di dire, in tal modo la alimentate. “stessa…mangiare”: non esageriamo, per cortesia, ah Eminem de’ Colle Pretara! Essù… (Perdono…) Banale luogo comune insito nel peggior rap che ha confuso le vere origini del movimento – l’emancipazione dei neri, della gente del ghetto, la lotta al razzismo – con lo sciocco narcisismo contemporaneo.]

Dopo la D’Urso e il tapiro di Striscia la Notizia

tutti quanti mi vedevano con tanto di malizia

[“Dopo…Notizia”: ognuno è libero di avere i punti di riferimento culturali che crede. “tutti…malizia”: “con tanto”, che significa? Mi sfugge il senso. E poi, chi semina vento raccoglie tempesta, se la gente non vedesse malizia in alcuni comportamenti, non sarebbe maliziosa nel giudicarli…]

una vita senza limiti, grazie a Dio senza botti

non poteva mancare anche il grande Gerry Scotti.

[“botti…Scotti”: è solo per far rima, un nonsense. Qualche limite bisognerebbe porselo, invece, un botto ogni tanto non verrebbe sempre per nuocere…]

Sono un ragazzo determinato, intelligente, furbo e scaltro

a questa gente qui gli dico “Avanti un altro”

[“Sono…scaltro”: autoincensamento fine a se stesso, siamo sempre alla parodia del Rap. “alttrrro”: esiste una roba che si chiama dizione, a volte serve.]

gente che vedi sui social network a commentare da leoni

e poi quando ti incontrano sono poveri coglioni.

[“gente…coglioni”: è vero che il mezzo social network sta planetariamente offrendo il peggio dell’indole umana, ma rimarcarlo in maniera gratuita manco non si fosse quotidianamente invischiati in infime diatribe (vedi Tagliacozzo, Striscia la Notizia, la relazione amorosa e via dicendo…) è surreale. “Poveri coglioni”: quei poveri coglioni sono gli stessi a cui il “cantante” chiede attenzione, mi pare…]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

[“Solo…anno”: banalità della banalità della banalità]

c’è sempre chi si crede il numero uno

ricorda che nella vita non sarai nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

[“c’è…zero”: già detto nella disamina del titolo, il problema pare dunque risiedere nel giudizio, nel peso dell’opinione altrui. Verrei soffermarmi però su quel “per intero”, ovviamente necessario solo alla rima con “zero”. Ma quanto è brutto quel “per intero”? Mi sono lasciato andare, me ne scuso. Alla volte però si può anche tacere “per intero” con risultati finanche migliori.]

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[Ecco, forse qui, più di tutto volevo arrivare. Sono stati assolti i 309 morti? No, perché questo significa, in italiano. In questi quasi 6 anni, spesso mi sono chiesto quale sia il limite tra testimonianza e tornaconto personale, tra aiuto solidale e sciacallaggio. Questo “coro” non mi aiuta minimamente a far luce. Mi sbilancerò con un’opinione che mi tocca molto da vicino, avendo scritto testi sul terremoto e scrivendoli ancora oggi: questa mi pare pantomima della tragedia, piagnisteo straziante e offensivo, sciacallaggio morale. Sul serio, che c’entra l’individuale condizione dell’autore con la condivisa ferita sociale che non solo noi aquilani, ma tutte le “vittime di Stato” portano nel cuore? Il rispetto pare scomparire, dileguarsi. Io mi domando perché, perché strumentalizzare anche il dolore condiviso per il fine personale? (Qui spero proprio di aver preso una cantonata.) Come la stragrande maggioranza degli aquilani non sono sorpreso da questo becero utilizzo, come loro, in realtà, me lo aspettavo che li si sarebbe andati a finire, questo però non riesce a placare la mia indignazione, e forse anche la loro.]

Gente che non ha nulla di più importante a cui pensare

mentre i bambini nel mondo adesso muoiono di fame

[“Gente…fame”: qualunquismo; oppure no, forse i proventi della canzone andranno interamente destinati alla F.A.O….]

ci mancava anche il terrorismo internazionale

la situazione così non si può più tollerare

[“ci mancava…tollerare”: mi spiace che il terrorismo internazionale generi nel Coccia Colaiuda un’inquietudine intollerabile, il livello dell’affermazione però è talmente povero che credo si lasci giudicare da sé, davvero, non tengo le forze pure per questo! (Sono stato eccessivo?)]

Una guerra contro il mondo che non sa cosa fare

donne e bambini costretti a pagare

[“Una guerra…fare”: sintatticamente zero, il senso si coglie solo con discreto sforzo; eppure mi pare che fior fior di politici, scienziati, studiosi stiano cercando, bene o male, di affrontare il problema, ma questo è un altro argomento.]

con la propria vita un sogno che non si è potuto

realizzare queste cose qui sono da condannare

[“donne…condannare”: parodia della moralità integerrima, ci mancherebbe che “queste cose” fossero da lodare invece! Banale, semanticamente inutile. In una parola, nocivo!]

Come i responsabili del post terremoto

che nella mia città si sente ancora il vuoto

di una giustizia mai arrivata sono stati assolti

intanto la mia città piange 309 morti

[“Come…morti”: a parte il fatto che il “post terremoto”, dopo il terremoto, “responsabili” o meno, ci sarebbe stato comunque e, scritto così, sembra quasi che senza i “responsabili” saremmo potuti tornare a casa la notte stessa; a parte il fatto che c’è ancora un processo in corso e che quindi si spera ci possa essere ancora tempo per la giustizia; vale il discorso di prima: è fuori luogo, fuori contesto, del tutto gratuito come tema all’interno di una “canzone” che invece chiede altro, è come una richiesta di riconoscimento del proprio valore solo in base alla propria condizione umana/sociale, è volgare (condizione per altro condivisa con 70.000 aquilani e con milioni di persone, per altre cause, in giro per il mondo…)]

Mentre gli sceicchi se la godono alla grande

tra yacht e grattacieli se ne sbattono le palle

[“Mentre…palle”: tralasciando il turpiloquio fine a se stesso, che cazzo c’entrano gli sceicchi con L’Aquila? No, perché proprio non ci arrivo! Avevano forse promesso di restaurare qualche monumento? Oscuro.]

intanto qui in Italia paese ala rovina

c’hanno rotto il cazzo la Belen e la velina

[“intanto…velina”: proprio LA Belen e LA velina “c’hanno rotto il cazzo”? Solo loro? L’Italia non è alla rovina anche per la smodata proliferazione di bellimbusti tatuati e muscolosi che nulla danno davvero a questo fottuto Paese se non di creare falsi e facili miti per le generazioni più giovani? Loro, loro non hanno rotto i coglioni? Cos’è il successo che loro inseguono? Benessere sociale condiviso? Un servizio pubblico? Un esempio positivo? Io farei, davvero, un po’ di autocritica, non sempre, ogni tanto.]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

c’è sempre chi si crede

il numero uno

ricorda che nella vita non sari nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[“Solo…assolti”: come sopra, anche se avrei una immotivata e gaudiosa voglia di ripetere il tutto da capo, ancora e ancora, fino alla nausea mia e vostra. Ma mi taccio, ho già sprecato fin troppo tempo.]

Spero con questo testo di non aver leso la sensibilità né dell’autore, né dei tanti fans che lo seguono e lo sostengono. La mia voleva essere solo un’analisi schietta del testo proposto. Forse ho ecceduto d’animo qua e là, lo riconosco, ma se l’ho fatto è perché credo nella cultura, nell’arte, nel bello, nelle parole, nella comunicazione, e nella responsabilità a esse connessa e nel lavoro faticoso che serve per arrivare a farne buon uso, o almeno un uso tecnicamente corretto. Se avessi un figlio, in altri termini certo più semplici, gli direi le stesse medesime cose se per caso in sua presenza m’incontrassi con questa “canzone”. Ora, davvero, la smetto e spero, vivamente, di non dover mai più tornare sull’argomento.

(Postilla: non cito il senatore Antonio Razzi solo perché mi rimane un briciolo di decenza e ho il bisogno di tenermela stretta.)

Ultima cosa, lasciamoci bene, almeno:

“Lo Stato non sussiste”

Trattengo il respiro: un secondo solo. (Eccolo) Ora mi lascio andare, prolasso.

Tutti assolti (eccezion fatta del il sig. De Bernardinis), perché “il fatto non sussiste”. Ecco l’esito del Processo alla Commissione Grandi Rischi. Era prevedibile, del resto, ci poteva stare, nessuna novità, siamo in Italia del resto. È così che si dice in questi casi, giusto? Sì, si dice così, ma qui subito mi si ribatterà che è l’esisto della Sentenza della Corte d’Appello, un verdetto sancito per legge, e per legge quindi gli imputati non sono responsabili. E ancora che è giusto così, è la Giustizia, la macchina della Giustizia che ha operato senza condizionamenti, nel pieno delle sue facoltà. La stessa Giustizia alla quale noi stessi ci siamo rivolti anni addietro per ottenere giustizia, appunto. Ebbene, giustizia è fatta! – Bene. Non posso ribattere, avete ragione. (A meno di un ricorso in Cassazione, che spero possibile) Ma se, ora, faccio un altro respiro: un secondo secondo. (Eccolo) Prolasso ancora.

Siamo un Paese di merda, lo dico, lo grido con forza! E non perché quei “4 cosiddetti scienziati” non sono stati condannati, sia chiaro. Buon per loro…anzi, cazzi loro! (Starà a loro, infatti, fare i conti con la propria coscienza, anche se credo che si tratti ormai di coscienze totalmente contaminate, intaccate, seccate, meccanismi perfettamente integrati in un sistema disumanizzato, marcio, logoro, vergognoso.) Lo dico invece con rabbia e con rammarico perché anche oggi abbiamo avuto la dimostrazione di come stanno le cose in Italia, nel sistema Italia. Uno Stato gretto, autoritario, ignorante, becero, che punta a tenere il proprio popolo in uno stato gretto, sottomesso, ignorante e becero. Uno Stato incapace di autogestirsi, autocriticarsi, autocontrollarsi e quindi autocondannarsi. Fascismo, regime? Peggio, siamo al Governo dell’ignoranza, all’anomia, al sistema incapace di sostenere se stesso, un sistema perfettamente umanizzato che salvaguarda la propria esistenza con logiche prettamente individuali, dunque bieche, spregiudicate, opportunistiche, sleali, all’occorrenza, pertanto, spregevoli nelle conseguenze finali. E gli effetti li possiamo vedere – per chi vuole vederli – all’Aquila come in Val di Susa, come pure sarà per Carrara, o in qualsiasi altro posto lo Stato abbia deciso di fare affari, durante le manifestazioni degli operai come in quelle degli studenti, dei malati di SLA o di chi lotta per il proprio territorio, li vediamo per strada, negli ospedali, a scuola come pure in carcere, ahimè, e in televisione, in Parlamento, nei messaggi politici di destra, di sinistra o grilloparlanti… L’obiettivo è sempre e solo uno: difendere il proprio potere. È questo il vero cancro italiano, la concezione individualistica del potere e la sua difesa tramite strategie violente volte a mantenere nell’ignoranza (e quindi si sottomissione) la popolazione. Oggi, credo, ne abbiamo avuto l’ennesimo bieco esempio di una lunga, troppo lunga serie.

Riprendo fiato, a grandi boccate. (Eccoli) Tra 309 boccate di ossigeno sarò finalmente calmo, e poi un po’ più solo, e poi un po’ più triste, proprio come mi sento da cinque anni a questa parte. Ma sia sa, siamo in Italia, il Paese dove nulla cambia, il Paese dove dovrebbero iniziare a cambiare le cose.

Sono calmo, ora. Respiro normalmente. Ma per quanto ancora ci riuscirò?

Grandi Rischi: video della sentenza [fonte News Town]

Chiappanuvoli