San Martino

Così scrisse, tra il 1861 ed il 1887, Giosuè Carducci, ispirandosi forse ad una lirica di Ippolito Nievo.

La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Così ho ripreso una poesia abbandonata da anni e diventata, oggi, una nuova San Martino.

Sempre questo passo avanti
castrato,
un vomito reingoiato,
crampi d’implosione tarda
e frustrazioni post parto.

Ali di cristallo e decollo,
già sfacello e rotte d’ossa.

Chiesa di San Martino a Viterbo, opera del 1650 di Mattia Preti.

Non opportunità
compromettenti,
solo l’urlo totale
impresso nei denti
dall’inesorabile
d’idee decadenti.

Frugo banchi di nuvole mie

privo di rossi mezzi
manti lì,
ove l’albero cadde
dalla parte opposta.

11/11/’02

restyling 29/11/’09

Musica da accompagnamento alla lettura:

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