La fine dell’Amore

La fine dell’Amore


Ci abbiamo provato, Dio se ci abbiamo provato, ma abbiamo fallito. E’ triste dirlo, ma è così. Abbiamo miseramente fallito. Ormai abbiamo perso un’occasione e non possiamo più far nulla.
Sono talmente triste che mi suiciderei per la rabbia, per la delusione. Eppure sembrava tutto perfetto, il luogo dell’incontro, i tempi, le parole. Certo, chi non si sarebbe aspettato dei piccoli intoppi, degli inconvenienti? Ma con la forza, la determinazione, l’organizzazione ed infine l’amore pensavamo che si sarebbero potuti risolvere. Almeno, così ci parve. Invece abbiamo perso. Siamo stati sconfitti entrambi. Annullati, annichiliti tutti i nostri sogni dalla freddezza della realtà. Se non ha funzionato per noi, allora, che possano cadere tutte le alleanze di questo maledetto mondo! Che si fottano gli Stati, gli Imperi, tutte le Organizzazioni sovranazionali, i continenti persino! Ogni infinitesimo rapporto possa collassare su se stesso e lasciare nello spazio tra le parti lo stesso vuoto che corrode me, ora, dentro.

Non pensavo minimamente potesse essere così difficile, arduo, così forte. Adesso, inevitabilmente, tutto dovrà tornare ad essere ridimensionato. Gli orizzonti, le aspirazioni, i desideri, ogni misero pensiero, ogni piccolo gesto in cui abbiamo creduto. Qualunque cosa apparirà sotto una luce diversa. Mi piacerebbe poter dire “nuova” luce, quando invece, per un po’ di tempo, so che ombre oscure si addenseranno intorno a me, venti gelidi, lontano dal calore del sole, in quella merda di palude dove mi ritrovo, o forse mi gettò, dopo una delusione così grande.

Fin da piccolo ho sempre pensato che ogni cosa potesse essere cambiata, modificata, resa migliore insomma. Pensavo, sciocco, che si sarebbe potuto cambiare persino il mondo. Che fosse bastato crederci fino in fondo. Ed invece noi, messi di fronte l’opportunità unica nella vita, siamo ricaduti con un tonfo sordo nella banalità, nel consueto. In preda all’illusione del gioco delle parti, abbiamo creduto di poter cambiare quest’assurda sfera di cristallo azzurro che contiene la realtà che viviamo, quando, al contrario, non siamo riusciti neanche a scalfirla. Forse, in fin dei conti, è successo tutto perché non ci abbiamo creduto abbastanza.

Solo il mio cuore è a pezzi ora, il suo, al massimo, è appena affaticato. È forte il suo. Vorrei che le cose stessero diversamente: io, orgoglioso ed impavido, già allora ricerca di una nuova conquista, già alla ricerca di un’altra maniera per cambiare il mondo, a fronte della sua sofferenza, della sua distruzione mentale, fisica, del tuo totale tracollo morale. A seguito di questo ennesimo fallimento, viceversa sono io quello che è restato quasi morto, accasciato sul gelido pavimento lastricato  della città dell’Aquila. Sono solo io quello che ora ha bisogno di aiuto. Sono io che vorrei piangere, dimenarmi come uno psicopatico e urlare, urlare finché ogni piccola particella di rancore non venga espulsa dal mio fegato. Sono io che in preda a crisi isteriche rantola a terra cercando di strapparsi tutti i pochi capelli che mi rimangono. (E non ho neanche i soldi per rimettermeli…)

Beh, caro amico, come noterai, il dolore mi sta lacerando, e la voglia di tirarlo fuori, di gridarlo al mondo intero, forse, ancora di più. Ma non posso. Non posso, oltre il danno seguirebbe anche l’ovvia beffa, travestita da umiliazione e, poi, da conseguente pena.

Ma la cosa che più mi molesta, ora, è la continua mistificazione che si fa in questi momenti. È come se fossimo di fronte il sacrificio di qualche santo o la caduta del più grande imperatore del mondo, quando, invece, si tratta solo persone, di esseri umani, anche piuttosto piccoli a volte.

Non voglio rubarti altro tempo, mio amico, mio confidente, mio salvatore in un certo qual modo. Vorrei mandarti un grande abbraccio e dirti solo un grazie sincero, solamente per avermi letto, per aver condiviso con me tutta la delusione. Sono certo che potrai capirmi, come sono assolutamente sicuro che, del resto, un poco ci sia rimasto molto male anche tu.

Come si dice in questi casi, però, è inutile piangere sul latte versato o piangersi addosso o piangersi addosso del latte versato. A differenza sua, io ho ancora una dignità e dei sani valori da difendere, per fortuna.

Sarà per un’altra volta, per un’altra occasione, un altro tentativo, magari un tentativo milanese, che ne dici? Ci si potrebbe vedere prima, così si organizza qualcosa insieme, magari, magari con la presenza di qualche amico sincero come te al mio fianco, eviterei di fare gli stessi errori. Magari alla fine ci riuscirei, ci riusciremmo. Alla fine, magari, potremmo dirlo insieme, potremmo gridare a squarcia gola: “Ci abbiamo provato, è stato difficile, molto difficile, ma finalmente ci siamo riusciti! Siamo riusciti a uccidere Berlusconi!!!”

Ti abbraccio, rimandando il nostro prossimo incontro, a quando questo nostro sogno sembrerà vicino, ancora una volta.

In Fede

Maggio 2007

http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/politica/amministrative/berlusconi-solo-un-malore/berlusconi-solo-un-malore.html

La stagione dell’odio

1.

E’ il clima del massacro,
è la stagione dell’odio.

Il sacro s’è scagliato
in faccia al profano.

Un impeto acuto di follia
c’ha mostrato, ennesimo,
la Via contro la lobotomia.

Il sangue era lì a testimone
per ricondurre tra le mani
di una nuova Etica il timone.

Nessun sacrificio o errore,
gli occhi lindi della Storia
saranno ancora l’unico censore.

Consegnare al seme dovremmo
una terra migliore del grembo
d’ipocrita Madre che oggi siamo.

E’ il clima del massacro,
è la stagione dell’odio.

Io, il primo, a dover lavare
le mie stesse labbra
dal sangue dell’ignominia.

18/12/’09

A B. e T.

Blu silenzio + why she swallows bullets and stones

Blu silenzio

Al blu silenzio abbiamo lasciato
la memoria dell’evento passato,
sepolti assieme ai corpi restano
gl’imprechi rivolti al sovrano.

Sotto un grave strato di macerie
teniamo il tepore delle storie,
vite interrotte a forza s’ergono
su un domani che non afferrano.

Giovane è il tempo della rinascita,
riportare si deve i cari alla vita
senza paura alcuna dell’ardua salita,
ricostruiremo la Nostra Città ferita.

.

4/7/’09

Consiglio d’ascolto dopo la lettura:

La nera bile + I luv the valley oh

A volte girano dei giorni in cui sei terribilemente incazzato. Cumuli, accumuli di vera e propria merda, non solo lungo i marciapiedi ma persino nel mezzo della strada, talmente tanta da ostruire il passaggio. Non è la merda che fa rabbia, lei esiste, è sempre esistita, quanto l’indifferenza, l’atarassia delle persone che, tutt’al più si limitano ad evitarla, per quanto possono. Prima o poi, però, ti inonda, ci inonda. Qui a L’Aquila è arrivata al collo.

Questa poesia è solo un gioco di parole. L’atto poetico è racchiuso tutto nel gioco, nel gioco delle parole. Effetto che nasconde un altro gioco, più complesso e meno visibile, quello dei pensieri: loro sì, abili giocolieri ammalianti. E tutto questo fa rabbia, mi fa rabbia, mi ha sempre fatto rabbia, almeno, da quando ho scoperto il giochetto. Il messaggio non è così complesso come potrebbe sembrare. Le parole come i pensieri si compongono e decompongono. D’importante non nascondervisi dietro, e poi perdersi. Oggi, qui, nella mia città, riemerge, assieme alla merda, quella sensazione, quelle bile, mista parole e pensieri vuoti.

La nera bile

Sono un indolente
dolente,
la carie
d’un dente.

“Tre mendi canti
in cammino
tre manti
osannano
nei menti
tre canti.”

Obliscente obliquità
su tolta posta
dal tum-tum-ulo
del
pensi e rode con posto
ponibile

nera bile!


17/5/’04

Da ascoltare con calma, giusto dopo la lettura:

Guatemala

E se andassi in Guatemala? Sarebbe strano. Decisamente.
Forse si chiarirebbero molte cose. Forse scriverei tantissimo.
Forse sbaglierei tutto…forse è meglio il cous cous….
Fatto sta che non si è neanche in grado di decidere. Si è decisi. Da altro, qualcos’altro.
La paura di prendere una posizione è quella di rinfacciarselo dopo, poco dopo o molto dopo….
Alle volte però bisognerebbe mettere dei paletti.
Li posero tutti. Tutti i comuni mortali.
Chi non li pose ha fatto la storia, invece. Come Alessandro Magno, o Cesare.
Ma noi chi siamo? Comuni o condottieri? E siamo, piuttosto, tanto onesti da riconoscere ciò che siamo?