Fuori movida, dentro…

Movida fuori, sono le undici e ancora si sentono schiamazzi, musica, vocio incessante. Le auto pian piano lasciano il parcheggio ma ancora c’è un discreto andirivieni. Ed io osservo, digerisco la cena e sono felice.

Oggi ho fatto la spesa, una grande compra dicono qui. Mi ha accompagnato una ragazza che lavora in ambasciata, così ho potuto mettere il naso fuori da questo scorcio di visuale di balcone. Abbiamo fatto pochissimi chilometri ma mi è bastato per capire un po’ meglio il quartiere in cui vivo e vivrò per un po’. Centro commerciali, grandi e piccoli ristoranti, palestre, edifici di 10 piani. Sono in un quartiere davvero residenziale, un quartiere che non è davvero Ciudad de Guatemala. C’era traffico, grandi auto in fila, sempre vetri oscurati, tantissimi suv, ma anche molte auto estremamente vecchie che avrei voluto fotografare. Gente per strada, dai turisti americani ai guatemaltechi originali, alti non più di un metro e sessanta.

Siamo andati in un mall, un centro commerciale, scale mobili, negozi e negozietti che vendono ogni cosa. Una sorta di Ikea. Grandi catene di caffé e fast food, sia quelle internazionali che altre più propriamente sud americane. Ho comprato una padella, un cuscino, due contenitori per mettere i cibi sotto vuoto, un mestolo di legno, pile. La mia accompagnatrice è una donna molto sveglia. Lavora da anni fuori dall’Italia, non sembra le manchi. Si occupa attualmente di un progetto sul caffé: aiutare i coltivatori guatemaltechi a produrre chicchi sempre migliori e ad entrare in contatto con acquirenti italiani ed europei. Sembra competente.

Ci siamo recati poi a fare la spesa in un supermercato. Ero confuso ed emozionato avrei voluto comprare tutto, tutto e subito, fagioli neri, fagioli rossi, guacamole, verdure di cui ignoravo il nome, carne di ogni animale, tutti i tipi di tortillas, avocado, platano da far fritto, peperoncini piccantissimi. Ne sono uscito, alla fine, soddisfatto, senza comprare tutto quello che sognavo, ma con abbastanza cose da affrontare una settimana, e 643 quetzales in meno, più o meno 64 euro. Le buste di plastica qui sono piccole, molto piccole. Ne ho riempite tipo otto.

Tornato a casa, ho messo tutto in ordine e mi sono messo a preparare la cena. Pollo, funghi e poi ho azzardato un uovo. Errore fatale, ho scoperto la mattina dopo. Ma lì per lì sono contento. È stato facile infondo. Mentre mi accingevo a letto, dato che ho mangiato alle dieci e mezza, un pensiero mi ha pervaso la testa. Non è poi così male da queste parti se ci sono persone disposte ad aiutarti, ad aprirti canali, ad inserirti nella seppur reclusa vita d’occidente oltreoceano. Scatta forse una sorta di innato sostentamento, viste le difficoltà oggettive, che, devo dire, stupisce, e fa bene all’animo. Una qualche rivisitazione del “mi casa es tua casa”, per rimanere in tema guatemalteco. Non c’è invidia, e non mi pare di riscontrare neanche alcun secondo fine, cose queste a cui “noi” non siamo abituati, non più. Cose che magari conoscevano i nostri nonni e che i nostri genitori hanno imparato, ma presto dimenticato. E dimenticato per la paura, per le mille paure che ci sono state radicate nel cervello dalle televisioni, i telegiornali, i governi, le industrie multinazionali come quelle farmaceutiche. Parlo di condivisione semplicemente fine a se stessa, perché, ed è questo che abbiamo dimenticato, se si è in sei al posto di cinque, in dodici al posto di undici, uno in più insomma, in questa assurda esistenza si vive meglio.

21/1/’10

Sentirsi come Saviano

Sentirsi come Saviano. Ritrovarsi rinchiusi in una stanza asettica, per ora. Protetto dal pericolo del mondo esterno, per diversi motivi ovviamente, ma sempre reclusi. Il pericolo, qui in Guatemala, non sono i Clan, non sono i risentimenti dei potenti toccati dalle parole, non sono gli interessi miliardari di boss rinchiusi in bunker come topi di fogna. Qui in Guatemala, il pericolo è la fame. Il pericolo non è la criminalità organizzata, ma quella detta “comune”, fatta di persone normali, che non trovano altra via per sopravvivere che derubare i gringos, gli stranieri, i turisti. Un coltello o una pistola è quanto basta per portare a casa qualche quetzales, magari giusto per affrontare una giornata in più. Qui in Guatemala la vita è così, è una vita di confine, una vita difficile. Forse sarebbe meglio dire, una vita di confino, isolati, come mi sembrano anch’essi, qui tra bidonville e quartieri super moderni, abitati però solo dai bianchi e dai pochi residenti locali ricchi. Qui la vita è così, spaventa certo, ma forse ancor più fa male, brucia nello stomaco, lascia un vuoto incolmabile nella gola.

Sono arrivato da due giorni. Due giorni di reclusione in Ambasciata, il lembo di terra natia sul suolo straniero. Sono arrivato da due giorni e non sento che ripetermi sempre le stesse cose: “qui la criminalità ha i tassi più alti di tutto il Latino-America”, “sembra tranquillo, ma è un pericolo che non si vede, che non si percepisce, bisogna stare attenti”, “ci sono 200 omicidi ogni 90.000 abitanti”, “è meglio non camminare per strada da soli, sia di notte che di giorno”, “meglio non portare cose troppo vistose addosso, come collane, orologi, o anche cellulari”, “solo i taxi che si chiamano per telefono sono sicuri, da quelli che si incontrano per strada non si sa cosa ci si può aspettare”; e via dicendo.

La polizia non deve starsene con le mani in mano si penserà, avrà di certo il suo bel da farsi. Frasi fatte, luoghi comuni da occidentali, da persone che fortunatamente non conoscono, o hanno mai conosciuto, la fame e la disperazione, quelle vere. La disperazione, mancanza di speranza, nel cambiamento magari. La polizia, invece, qui non fa quasi nulla. Il tasso di probabilità di non essere arrestati se si commette un omicidio è del 95%, cioè arrestano cinque assassini ogni 100 cadaveri. La polizia non può fare, non ce la fa a fare. Anche loro hanno gli stessi problemi comuni a tutti gli altri – sopravvivere – a cui va aggiunta una variabile non di poco conto: la corruzione. Il Guatemala è anche il paese dei corrotti, e la polizia non può essere certo da meno. Ogni poliziotto ha a casa bocche da sfamare. Oppure, molto più semplicemente, anche loro, come tutti noi, inseguono il suo fottuto sogno americano, l’opportunità di svoltare una buona volta e passare dall’altra parte, dalla parte di quelli che si possono permettere di guardare il resto del mondo dall’alto in basso. Anche loro hanno diritto a questo sogno, così come anche loro lo perseguono in tutti i modi che la vita gli pone davanti. “Le deremo un pezzo di carta con su scritto che sta qui da noi in Ambasciata, sa nel caso dovessero fermarla” – mi ha detto il consejero. Potrebbe volare una busta di cocaina nella mia tasca, per esempio, e così piovermi addosso la richiesta di una bustarella per farla finita con le buone.

Le auto, infine, hanno tutti i vetri oscurati. Che sia un narcotrafficante o una casalinga non si deve vedere l’interno della vettura, potrebbero avvicinarsi ad un semaforo e rapinarti puntandoti un coltello alla gola. Quindi non si devono neanche tenere aperti i finestrini. Mi si dice che anche in pieno centro può succedere l’irreparabile, con i vigili urbani magari a vedere tutta la scena: nessuno oserà far nulla, tanto il gringo ha altri soldi a disposizione mentre di vite non ne sono concesse troppe. Nessuno farà nulla, è normale così, la violenza sopra ogni legge, come da copione, come in ogni epoca mai vissuta, nella quale è stata proprio la legge a perdere il suo senso più basilare: detenere la violenza per proteggere tutto il gruppo. Così che non si uccida il prossimo, il simile, l’uguale, l’amico, il concittadino, il vicino e via dicendo.

Eccomi dunque, mi ritrovo in questo ambiente ancora asettico, sperando che non sia tutta qui la mia nuova esperienza, sperando in un contatto, sperando nella possibilità magari di comprendere la realtà che mi circonda, cosa che peraltro ho cercato in ogni viaggio passato. Se così è da questa parti, se così è il Guatemala, non mi resta che aspettare, capire, ragionare. La disperazione è sempre ad un passo da noi, ed in ognuno di noi, in fondo. La fame non è fatta per essere saziata, Saviano lo sa, così come lo sa ogni Guatemalteco che in questo momento se ne va a caccia.