La signora Sonia

La signora Sonia

Inizi a pensare di essere davvero a casa, quando riesci a costruirti una casa tua propria. Almeno così ho spesso sentito dire dalle nostre parti. Il culto della casa. Dopo aver trascorso quindici anni in un Paese diverso dal tuo, una casa è tutto ciò che desideri. Il traguardo definitivo. Il compimento di quel termine vuoto che è “integrazione”. Le fondamenta diventano radici. La terra diventa anche tua. È il caso della signora Sonia e della sua famiglia. Dopo tre anni sforzi e sacrifici, avevano portato a termine i lavori. Erano riusciti a restaurare completamente la loro casa, un tugurio semidiroccato in una frazione dell’Aquila.

Ogni stanza era stata inaugurata con una festa speciale, ogni stanza fino all’ultima, forse la più importante di tutte, quella del figlio. Un ragazzotto adolescente, tutto voglia di vivere e confusione. L’ultima inaugurazione era avvenuta il 18 marzo 2009. La signora Sonia me ne parlò soddisfatta. Ecco, realizzata è il termine giusto. Mi disse che aveva solo un grande rimpianto. La casa, incastonata com’era nel paesucolo immerso nell’ombra ai piedi del Velino-Sirente, si affacciava sul muro di un’altra casa. Mancava un panorama mozzafiato per realizzare il sogno di bambina nascosto dentro la signora Sonia. Un panorama su cui affacciarsi alla sera, gomito a gomito con il marito, e respirare in boccate d’aria tiepida la soddisfazione per le piccole grandi soddisfazioni che riusciamo toglierci ogni giorno. Dove poter dimenticare per qualche attimo il tempo pastoso della precarietà. La signora Sonia è una badante pagata in nero, suo marito un manovale continuamente espiantato da un cantiere all’altro, il cottimo per lui è la realtà. E sospirare, ancora, tutta la malinconia per la propria terra lontana.

Quando ci incontrammo alla fine di quell’aprile così turbolento, gli occhi di Sonia erano limpidi e decisi. Stavano fermi sull’oggetto della conversazione, fissi sul soggetto con cui interloquiva. Era il periodo dell’afa di giorno e del gelo la notte. C’erano tende disseminate in ogni slargo disponibile ed io me li giravo uno ad uno. Cercavo invisibili. Stranieri. I diversi che in quei giorni erano così simili a noi. Pur rimanendo diversi. Più sfortunati di una popolazione già così sfortunata. Erano più terremotati. Questo si capiva subito.

Quel giorno m’ero portato un borsone mio da casa, l’avevo riempito di roba da mangiare presa alla tendopoli di Centi Colella ed ero tornato dalla signora Sonia. Elusi la sorveglianza grazie all’aiuto di alcune volontarie boyscout che mi fecero entrare da un ingresso secondario. Sudavo sotto gli occhiali. Non era una cosa semplice. La tendopoli della signora Sonia era stata allestita solo da pochi giorni. La distribuzione delle provviste era stata affidata alla buona volontà della popolazione locale. Di mensa organizzata, non se ne sarebbe parlato che diversi giorni dopo. La paura era il vero cibo quotidiano. Paura per un futuro ancora indecifrabile. I camion della Protezione Civile scaricavano pacchi di roba ogni giorno, che poi veniva suddivisa tra le famiglie residenti. Tra tutte le famiglie. Almeno, tra quelle famiglie visibili.

Mi infilai dentro la tenda della signora Sonia senza aspettare che qualcuno venisse ad aprirmi. Ci salutammo con qualcosa in più dell’affetto. C’erano i figli della signora Sonia, la cognata, la madre, c’erano le nipoti, c’era complicità. Solo gli uomini erano usciti, a raccogliere i cocci dei loro lavori ormai persi. Mi fecero accomodare su uno dei letti. Mi offrirono un caffè. Vidi delle gocce di pianto cadere sul mio borsone aperto.

La chimica è una cosa strana da capire. Me ne stetti lì ad ascoltare con la tazzina in mano. Quasi in silenzio. Trasportato dalla delicatezza delle parole della signora Sonia e della sua famiglia. La migrazione verso l’Italia. I primi ostacoli superati grazie al sostegno della comunità peruviana già presente all’Aquila. I lavori più assurdi. Gli svariati traslochi. L’arrivo del resto della famiglia. Tribolazioni consuete nelle quali, però, non riuscivo ad immedesimarmi. E poi quel poco di stabilità negli ultimi anni. La casa diroccata trasformata in casa dolce casa. La soddisfazione. Il luccichio negli occhi. E quella stessa casa dolce casa ritornata poco più di un rudere. L’afa torbida della tenda di plastica, la dignità sui denti bianchi della signora Sonia.

Quando feci per andare via, la signora Sonia, da buona padrona di casa, mi accompagnò all’uscita della tenda. Il sudore scolava a fiumi dalla fronte. Mi fermai per salutarla, ci baciammo delicatamente sulle guance. Stavo per aprir bocca ma lei mi anticipò:

«Beh, però non mi è andata poi così male.»

La mia testa fece uno scatto in obliquo, sgranai gli occhi sulla sua faccia pietrificandomi dietro un sorriso idiota.

«Alla fine ho avuto il panorama che ho sempre sognato.» disse tendendo il braccio verso lo spazio aperto davanti a noi.

I miei occhi le si scollarono di dosso andando a scivolare giù per la vallata. Si soffermarono sulla piccola frazione di Sant’Elia, e ancora a destra su Bazzano, e poi ancora, fino ai resti di San Gregorio e di Onna. Risalirono un poco appena raggiungendo la microcittà formata da Paganica e Tempera. E ancora più in alto ecco, nascosti, Collebrincioni e Aragno. A ovest vidi spuntare un pezzettino di Camarda, e poi a salire ancora Filetto, fino alle pendici del Gran Sasso, dove sta addormentato lo splendido Assergi. Spalancai la bocca a riprender fiato e, come per prendere la rincorsa, affrontai l’Appennino, dalla base della funivia risalii fino alle pendici del Corno Grande, e di lì strinsi le palpebre nell’azzurro intenso. Persa non è la speranza, almeno per la signora Sonia, almeno fin quando potremo contare su questa terra – madre e matrigna –, per gli occhi c’è ancora speranza.

04/07/2009

Chiappanuvoli

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