Volcàn Santa Maria – Quetzaltenango (seconda parte)

Arrivati a Quetzaltenango, io, l’altro stagista, una ragazza italiana e due sorelle spagnole, ci abbiamo messo poco ad ambientarci. Xela, è questo diminutivo del nome della città, è tranquilla,ordina, sicura, rilassata ai piedi dei suoi vulcani, ridente dell’euforia che i tanti turisti e studenti stranieri, per lo più americani, portano con loro. In origine il suo nome era Culajà, che significa gola di acqua. Nel XIV secolo, dopo la conquista da parte dei maya Quiché di K’umarcaaj, venne rinominata Xelajù, che dovrebbe significare posto sotto 10 monti. Il centro di Xela ha subito le influenze architettoniche tipiche di queste zona del Guatemala, dopo la dominazione spagnola l’intervento dei tedeschi, che ha dato un tocco quasi gotico alla città.

Ci siamo diretti verso il parque central chiamato Centroamérica, una cartolina si è offerta ai nostri occhi: alberi secolari, edifici neoclassici, donne maya che vendevamo le loro produzioni, ragazzi che puliscono le scarpe ai signori della città “bene”, turisti intenti a fotografare o a leggere le loro guide, gente che semplicemente stava, stava a colloquiare, scherzare o godersi le luce del sole alto e giallo. Avevamo appuntamento con altri amici, baschi questa volta, con i quali avremo dovuto fare l’esperienza della scalata notturna di un vulcano per godere della luna piena dell’alba il mattino seguente. Conoscenza, sorrisi, sintonia, poi siamo andati a casa loro a lasciare le nostre cose e a prenotare l’escursione. Successivamente ci siamo abbandonati ai divani di un caffè decisamente suggestivo, vissuto, da turisti, ma non nel senso dispregiativo del termine, nel senso di curato per attrarre occidentali. Abbiamo stazionato lì forse due ore, io mi sono lasciato al sonno, piuttosto che a chiacchiere su amore, lavoro, vita genericamente intesi.

In seguito siamo andati a fare la spesa, le provviste per notte, poi a cena, e poi a dormire un paio d’ore in casa dei baschi. Momenti onirici, in uno stato di dormiveglia interminabile, preso tra i rumori della vita notturna di Xela e i miei pensieri più profondi. Al nostro risveglio, a mezzanotte, avevo in testa una canzone che avevo messo casualmente nella memoria del cellulare, che mi ha accompagnato per le ore successive: I didn’t mean to hurt you, dei Spiritualized.

Fin dentro l’agenzia (Kaqchikel Tour), poi l’autobus, poi ai piedi del vulcano e ancora durante la prima ora della salita, questa canzone mi ha accompagnato, bagnato dentro, è rimbombata tra sinapsi cerebrali e lo stomaco senza un motivo apparentemente logico. Non mi aveva mai colpito particolarmente, come il gruppo del resto. I primi due versi dell’unica strofa del testo, che si ripete per tutta la canzone, recitano:

I love you like I love the sunrise in the morning
I miss you like I miss the water when I’m burning

Col senno di poi, con un po’ di fantasia e un pizzico di romanticismo, l’alba a cui andavo incontro salendo una montagna di fuoco.

Il vulcano che ci accingevamo a scalare, partendo dal piccolo villaggio di LLanos del Pinal, si chiama Santa Maria. Si eleva per 3772 metri nel mezzo di un’area protetta di bosco montano subtropicale. Il S. Maria è un vulcano inattivo, uno dei 37 vulcani presenti in Guatemala. Dietro di esso si erge il Santiaguito(2488) che è invece tuttora attivo. Erutta, senza la violenza che potremmo immaginare ogni 45 minuti/1 ora. Armati di due litri d’acqua, del vestiario che credevamo potesse essere sufficiente, di una torcia elettrica (per chi l’aveva…io no di certo) e in compagnie di tre guide abbiamo iniziato la scarpinata verso la cima del vulcano. Era buio pesto, la luna piena si era andata a nascondere dietro una coltre fitta di nuvole.

– continua –

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