Volcàn Santa Maria – Quetzaltenango (terza parte)

[Chiedo scusa per gli eventuali errori, non ho voglia di rileggere]

Abbiamo iniziato la scalata all’una e venti di notte, l’emozione, la paura, l’incertezza ed il desiderio di arrivare in cima si facevano largo dentro di me. La prima tappa sarebbe stata dopo un’ora, su un pianale dove avremmo dovuto poi dividerci in gruppi diversi a seconda delle capacità di ognuno.

Prima di andare avanti, merita attenzione la considerazione che il popolo maya ha per i vulcani. Da sempre il procedere nella scalata ha rappresentato la possibilità di avvicinarsi a Dio. Ogni vulcano ha un suo proprio nahual o spirito. Ogni maya che abbia mai salito uno di questi vulcani lo ha fatto per chiedere alla divinità la ricchezza del racconto, la prosperità o una vita migliore. Oggi, che la maggior parte di queste persone ha fede cattolica o evangelista, continuano a scalare i vulcani, soprattutto di sabato e di domenica. Una volta in cima compiono dei piccoli rituali maya offrendo al Dio dei fiori, del cibo e addirittura dei soldi.

Giunti in questa piana, le guide hanno deciso di non dividerci in tre gruppi, ma di proseguire così, tutti insieme, anche per favorire tutti coloro che non aveva pensato di portare una torcia elettrica con sé. Era buio pesto ed io ero un di quelli senza luce. Dopo un’ora di cammino, la sudata era già abbondante, la magliette sembrava congelata. Siamo ripartiti quasi subito.

Italiani gruppo di testa, subito dietro la prima guida, la più veloce, l’apri pista diciamo. In principio la cosa sembrava fattibile, eravamo tutti vicini, si vedeva più o meno, qualche scivolone, ma tutto sotto controllo. Man mano che la salita faceva al selezione ed il gruppo si andava sfilacciando sono iniziati i primi problemi. Il sudore ti si ghiacciava addosso, gli occhiali scivolavano sugli occhi, ma tanto era buio, perché portarli? La bravura stava tutta nel posizionarsi nella posizione giusta dopo ogni sosta. Mai insieme agli americani, mi rincoglionivano parlando inglese e, non capivo come, chiacchieravano sempre. Non con le spagnole, per carità simpatiche, ma le esplosioni di risata nel mezzo di una foresta, nel cuore della notte, mentre si sale per la prima volta un vulcano, forse, forse non facevano al caso mio. Serviva inoltre qualcuno con la luce e il mio compagno di viaggio e di esperienze qui in Guatemala faceva al caso mio, se non fosse per il passo molto più svelto del mio…

Già dall’inizio non mi sentivo al pieno delle forze, facevo fatica a compiere i passi, sforzavo le caviglie ed i polpacci. Ho deciso di spingere di più sui quadricipiti, mi sembrava una scelta logica. Dopo un’altra ora di cammino, in questi sentieri praticamente a zig-zag e dunque molto ripidi, il mio quadricipite destro mi ha fatto capire che non era più cosa, che lui non si sarebbe sforzato più del normale come fatto fino a quel momento. Era duro, pareva congelato, come dopo uno scatto esagerato quando si è ancora a freddo. Ci guardammo, o almeno è quel che avremmo fatto se ci fossimo potuti vedere, io e la mia gamba sinistra e ci siamo detti “beh, rimbocchiamoci le maniche!” (perdonatemi ma a me fa ridere e per dovere di cronaca non posso negare che l’ho pensato davvero). Il respiro era diventato impossibile, a tratti sembrava che non ci fosse abbastanza ossigeno, per me, per gli altri e per tutti gli altri che avevo intorno. Ho odiato gli alberi.

Ad un tratto vedo i primi fermi, mi affanno per raggiungerli e potermi riposare un po’ di più in attesa degli ultimi. Erano fermi in un piccolo spiazzo, luci spente, li vedevo! La luna sopra le nuvole era alta e tonda, bianca, lucente, un lampione nella notte, dava fastidio agli occhi. Giù, un mare di nuvole, fitte tutto intorno al vulcano, solo in lontananza si distinguevano le luci della città. Il cielo sembrava uno squarcio, un burrone all’interno della logica umana, fissarlo era come cadere nel vuoto. Troppo presto ci siamo rimessi in marcia.

Gira che ti rigira mi trovavo sempre io primo davanti un gruppetto. Chiedevo se volessero passare avanti, così ci avrei visto anche io, ma nulla, la “cortesia” era imperante: “No, no, no te preocupes!”. Ed eccomi, bollente con una maglia gelida addosso, ansimante peggio di mulo di ottant’anni che prova a cavalcare una giovane puledra, zoppo dalla gamba destra, al buio più totale, salire un vulcano. Gli scivoloni si sprecavano, ogni volta si accendeva una spia luminosa nel cervello, fluorescente, “LASCIATI CADERE E ASPETTALI DOVE ATTERRI!”. Il mio inconscio, o forse la mia parte razionale mi dicevano, mi chiedevamo di fermarmi. Ma ogni scivolone, mi pulivo le mani sui jeans e ripartivo, alleggerito solo di qualche madonna.

Quello che mi dava in bestia, ma che mi dava anche la forza, anzi la disperazione per continuare a salire erano gli altri, le loro voci, cazzo parlavano!! E ridevano anche! “Se ce la fa uno yankee, ce la faccio anche io”, mi ripetevo, “se ce la fa una spagnola pure mingherlina, io devo salire correndo!”. Buio pesto alternato a luce fluorescente quando si usciva da sotto il bosco tropicale. Rocce, rami, tronchi, filetti d’erba con cui tirarsi su, fango, tanto fango. Ed ecco che d’improvviso, mentre credevo di aver preso un buon ritmo, tirandomi e appoggiandomi qua e là, proprio dopo essermi dato uno slancio da un ramo amico, mi becco una briscola sul cranio da un tronco nemico! Un botta stellare. Lì è cambiata la salita, l’esperienza, la realtà stessa.

Mi sono sentito un indigeno nella foresta alla ricerca degli spiriti, io cercavo quello che mi conducesse sul vulcano. Miraggi, pensieri mi cavalcavano il cervello, trottando o di corsa, ritmo diversi ma cambi troppo repentini per essere raccontati. Ho pensato di morire. Di lasciar tutto e starmi lì, e sti cazzi, col sole si vedrà, oppure pazienza. Ho pensato all’amore, al mio amore – i cavalli dei pensieri qui rallentavano – la gioia di poterla rivedere, di poterle raccontare, vivere l’esperienza come se dovessi farlo per lei, con lei, in lei, lei era in cima al vulcano e io dovevo raggiungerla. Immaginavo la sua mano da afferrare davanti ai miei occhi, sorridevo e facevo per prenderla verso il vuoto. Non importava non aver stretto nulla, un altro passo così era fatto. Pensi alla famiglia, pure alle sorelle, a quello che significa la tua presenza in quel momento lì, ai sacrifici che sono dietro le semplicità con cui viviamo, alla felicità di mia madre nel vedere le foto dell’alba, al suo pensiero genuino di sentirsi viaggiatrice anche solamente attraverso i miei occhi. Pensi agli amici, che con le loro cazzate ti avrebbero reso tutto più facile, leggero, pensi alle canzoni che si cantava ad Urbino per andare in fortezza, alla rinuncia per l’eccessiva salita e allo sfogo del ritorno, intonando a squarcia gola “Io mi rompo i coglioni” di Bugo. Pensi alla vita e che cosa significa essere alle tre di notte su un vulcano a Quetzaltenango in Guatemala, ma soprattutto pensi a tutto ciò che non significa la vita, a quei non-sense, come, ad esempio, che so, stare alle tre di notte su un vulcano a Quetzaltenango in Guatemala! Pensi a te stesso, misuri il tuo valore, ti aggrappi alla forza di volontà, al desiderio, alla speranza, energie molto più potenti dell’economia, del denaro, del capitalismo, della politica, delle nazioni e dei continenti. Realizzi che, se ci stanno sistematicamente togliendo la forza di volontà, il desiderio, la speranza, forse un motivo sotto ci deve essere. E allora continui, cammini, stringi i denti e vai avanti. Credi pure alla guida che ti dice apposta che mancano dieci minuti, quando te l’aveva già detto un’ora prima. Ti ripeti che tanto è solo cammino, che ridiscenderai, che lo racconterai, che scriverai un cavolo di post sul tuo blog sfigato! Lo farai, ci riuscirai, non è finita qui! Non è tutta qui! Tu ce la farai e tornerai!

Deliri che sono tutto ciò dovrebbe rimanere da queste esperienze, deliri, momenti in cui ti avvicini a quel “te stesso” che non ha tempo di venir fuori in questa merda di vita.

Poi, finiscono gli alberi, rimangono solo rocce, senti grida di soddisfazione, prima lontane, poi sempre più vicine, è la fine, è l’arrivo e non vedi l’ora di sederti e buttare le gambe.

Abbiamo aspettato quarantacinque minuti che uscisse il sole, più di un’ora che iniziasse a scaldare un po’. Ci siamo messi a parlare vicini per scaldarci, vestiti con tutto il possibile e oltre. Io mi ero messo dei calzini sporchi come guanti. Ti siedi nell’erba perché hai sentito qualcuno dire che più caldo, quando in realtà è tutto terribilmente congelato. Aspetti il caffè che ti hanno promesso le guide,  una agua de calcetin (acqua di calzini) orribile solo al pensiero, ma che sul momento è la cosa più buona del mondo. Tutto questo per…

…ed è giusto così.

Alla fine, posso dire di essere riuscito nell’impresa, quella di avvicinarmi a Dio, ossia, per un agnostico, di avvicinarmi a me stesso.

FINE

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