¡A la orden, a la gran!

A Sergio

Il mestiere del tassista è uno dei più complicati a Città del Guatemala. I morti ammazzati nel corso del 2009 sono stati 67, ed il nuovo anno è iniziato registrando altri 5 omicidi. Vengono assaltati da malviventi comuni o da componenti di maras (bande armate giovanili) a scopo di rapina. Qui i tipi di taxi sono tre, anzi forse sarebbe meglio dire quattro. Ci sono i taxi amarillos e quelli verdes che si chiamano tramite un call-center, sono di due diverse aziende, hanno in tassametro, un numero di registrazione e sono, per questo, sicuri. Poi ci sono i taxi blancos e questi possono essere di due tipi. Il primo ha anch’esso un codice di registrazione, non ha il tassametro, motivo per cui bisogna contrattare il prezzo della tratta ed, in genere, sono affittati quotidianamente dai tassisti, che pagano un fisso ogni singolo giorno al proprietario delle automobili. Si possono trovare ovunque basta scegliere in base al prezzo ed alla confidenza che ti da la faccia del conducente. Infine di sono i taxi blancos, gli altri. Quest’ultimi sono privi del codice di registrazione affisso sul vetro anteriore e per il resto funzionano come gli altri mezzi dal colore bianco. La caratteristica di queste ultime due categorie, codice di registrazione o meno, è che una percentuale dei tassisti, oltre che occuparsi di trasporti, si dedica anche alla rapina dei propri passeggeri, turisti, cretini e sventurati in primis. La strategie per risparmiare al massimo sui propri spostamenti è utilizzare tutti i tipi di taxi, gialli e verdi per piccoli spostamenti fuori dagli orari di punte, ed i bianchi per tutti gli altri, ma affidandosi ad un tassista di fiducia, che sappia dare fiducia.

Sergio è il mio tassista bianco di fiducia. Disponibile a tutte le ore e puntuale. Veloce, simpatico e di compagnia. Ha una faccia sempre allegra, è bellissimo a vedersi, basso e pacioccone, esprime confidenza e responsabilità a primo sguardo. Ogni spostamento con lui si trasforma in charla sui più disparati argomenti, dalla politica all’Italia, dal Guatemala al calcio, dai problemi lavorativi alla sua famiglia, dalla vita notturna ai costumi locali. Durante uno dei miei tragitti è capitato anche che ci parlasse, a me ed ai miei amici, dei suoi trascorsi come tassista e più in generale della sua vita.

Sergio ha iniziato a fare il tassista per necessità. La sua azienda in Honduras, che vendeva materiali per la pittura, è fallita a seguito di un furto ingente di rifornimenti. Chiappe a terra, decise di sedersi in un taxi e ormai sono quasi 10 anni che scorrazza per le pazze strade di Città del Guatemala. Ha tre figli e deve ancora mantenere due di loro. Il suo sogno sarebbe aprire assieme a suo fratello un piccolo comedor (piccolo locale per rapidi pranzi tipici) nella zona 10, la più viva economicamente della città. Sergio, e si veda dalla stazza, ha la passione per la cucina e si ritiene un buon cuoco. È in attesa che il funzionario corrotto di riferimento presso il Comune gli dia un appuntamento per capire di quanti fondi si sarebbe bisogno.

Nel corso di questi 10 anni, Sergio ci ha raccontato di essere stato rapinato più volte, ma, come dice lui, “¡gracias a Diós aquì estamos!“. Ha imparato ad escogitare dei metodi, semplici ma efficaci per evitare le situazione pericolose. Non caricare persone che non gli esprimono fiducia. Se il passeggero si comporta in modo strano, dice cose pericolose, o addirittura lo minaccia, Sergio fa segno alla prima pattuglia di polizia che incontra per farsi fermare. Sempre grazie a Dio, la maggior parte delle volte riesce nell’intento e lascia il malintenzionato con le forze dell’ordine, che almeno lo fanno scendere dal taxi senza troppi problemi. Sergio racconta queste cose con fare tipico guatemalteco, come se fossero cose inevitabili, di cui non bisogna più meravigliarsi o indignarsi, è la normalità, è il male divenuto costume.

Tre anni fa, continua nel suo racconto, sono saliti in auto tre uomini. Gli hanno chiesto di essere accompagnati fuori città. Lui ha eseguito. Ad un tratto uno dei tre tira fuori una pistola e gli dice di accostare. Sergio obbedisce. Un altro si mette alla guida e lo conducono bendato lontano dalla capitale, in qualche locali sui monti. Li è restato per 4 giorni, prigioniero, in attesa e nella speranza che i proprietario del suo taxi pagasse il riscatto, chissà se per riavere più l’automobile o il tassista…

Con fare dimesso, calmo, quasi disteso, Sergio ci ha narrato un fatto assurdo, inconcepibile, aberrante. La propria vita per un pugno di pochi quetzales. Ogni guatemalteco in cuor suo sa che la sua vita ha un valore relativamente basso. Per noi occidentali, invece, pare non avere prezzo. Ogni guatemalteco sa che la sua vita prima o poi finirà. Per gli occidentali, la vita è eterna, viene vissuta come se mai dovesse aver fine. Ogni guatemalteco sa che la propria vita è unicamente nelle mani di Dio, a Lui bisogna affidarsi in tutto e per tutto. Per gli occidentali, Dio, per quanto si possa essere credenti, è un’entità altra dalla vita concreta di tutti i giorni, prima bisogna fare affidamento su se stessi, sulla società e sul denaro, poi su Fede e speranza. Però permettendomi di citare Sergio, seppur sia io un convinto agnostico: “¡gracias a Diós aquì estamos!“.

15/03/’10

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