Jetesene colle cosse vostre

[foto di Claudio Cerasoli]

Adesso sono facili le ricostruzioni di quanto avvenuto ieri a Roma. Leggo di infiltrati, leggo di scempio della gestione dell’ordine pubblico, leggo di terremotati violenti e stronzi, leggo di indignazione per questo Stato dittatoriale che ci inganna. Ognuno di voi saprà dove reperire queste informazioni, non serve che mi metta a riportare ognuno di questi inutili link.

Quello che posso aggiungere con le mie semplici parole risulterà fin troppo chiaro. Ero lì, con i miei fratelli aquilani, ho visto, ho respirato, ho capito. Solo aquilani e abruzzesi terremotati e incazzati. Oggi tutta L’Aquila sa, oggi qualcuno in Italia si sta rendendo conto, il mondo intero uno specchietto che riflette quel che avviene, impunemente, nel nostro Paese. Infiltrati? A parte la polizia in borghese, eravamo tutti noi, soli, contro una dittatura.

5000 terremotati sono stati bloccati appena scesi dai loro pullman. Era l’inizio di Via del Corso, di fronte Piazza Venezia. Residui fascisti alle spalle, neo fascismo ad attenderci. La tensione subito aumenta. Assetto antisommossa. Capiamo subito di non essere i benvenuti. Scudi e manganelli ci vengono sbattuti in faccia, dietro facce di ragazzi, più giovani di me, sbarbatelli, che però non esitano a colpirci come se fossimo criminali incalliti. La nostra colpa? Mostrare, mostare all’Italia, a Roma, che il “miracolo berlusconiano” non esiste, non è mai esistito se non nelle televisioni di regime.

Ci fanno passare, invadiamo il corso, i carabinieri e la guardia di finanza tenta di riorganizzarsi. Corrono, provano a ribloccarci, ma siamo più rapidi, cedono il passo ad una rabbia provocata da loro stessi, o meglio, da chi dà loro gli ordini, o meglio ancora, dal Governo che dà ordini ai questori. Si percepisce subito che sono lì allo sbando, che non sono organizzati e questo, nel linguaggio della manifestazione (GENOVA INSEGNA) significa “mazzate”, scontro, repressione, cercata, voluta, “disorganizzata” da chi comanda. Non dobbiamo arrivare, non dobbiamo mostrare, dimostrare. Fino al secondo blocco, a pochi passi da Palazzo Chigi. Ricompattano le file, camionette a sbarrare la strada. E’ guerra, e rivolta, dietro gli scudi c’è solo paura e insicurezza, tra i manifestanti, tra i terremotati solo determinazione e disperazione.

Provano a farci deviare. Il piano e farci accalcare sui disabili raccolti a Montecitorio. Piano becero e vile. Una prima ondata, come normale che sia, un primo normale “scontro”, ossia sbattiamo i musi e le braccia alzate contro i muro di scudi e non un’esitazione, non un ripensamento: MANGANELLATE, quelle vere, quelle da stadio, quelle da rivolta popolare. Violenza inspiegabile, pensano i più. Si resta stupiti. Quasi ammutoliti. Perché? Non c’è spiegazione, la manifestazione è autorizzata, abbiamo il diritto di passare.

Contiamo i feriti, due. Punti, sangue, vergogna. Vari i contusi che non mollano, restano. Sudore, caldo soffocante, la nostra forza non è controllabile. Sento, penso, che ogni aquilano ha imparato davvero qualcosa dal terremoto, quando scatta la scossa, nulla può fermarla. Ieri abbiamo mostrato cosa è davvero un terremoto, un’energia incontrollabile che spazza via tutto e tutti. La paura diventa adrenalina e si scuotono tutte le radici, tutte le certezze che avevi avuto fino a quel momento. Ieri L’Aquila ha mostrato il 6 aprile 2009 a tutti quelli che hanno occhi per vedere.

Non vogliamo mezze soluzioni, non vogliamo più passerelle utili solo ai politici, non vogliamo la beneficenza, ma solo che vengano rispettati i nostri diritti. Allora avanti, avanti fino dove dobbiamo andare, il Parlamento. C’è voluta più di un’ora, un tempo interminabile. Le “forze del disordine” (a questo punto…) sono riuscite a farci disperdere. Una parte per i vicoli, una parte a muso duro ancora innanzi a loro. Escono telecamere, ci riprendono, la Digos conosce i nostri volti. Arriveranno denunce. Ma sono certo, ci sarà una città a difendere la decina di malcapitati che verranno identificati. Io, mio padre, mia madre, c’eravamo tutti, chi può dire a chi toccherà?

Passiamo ancora una volta, ci fermiamo di fronte Palazzo Chigi. Un semplice “grazie” va detto a Di Pietro, intermediario, che però oramai sappiamo essere come tutti gli altri, ossia interessato a cavalcare le situazioni solo per qualche voto in più. Arriva Bersani, un uomo inutile, parole inutili, volto inutile. Poi Pannella, abruzzese, volgare, parolacce, non resiste alle parole che gli piovono da tutti i lati. I radicale offende i terremotati. Vergogna anche per lui.

Ci muoviamo, è il momento del Senato. Si ricompatta il corteo e partiamo, ripercorrendo il Corso. Piazza Venezia, la finestra del Duce. Ci indicano di passare per Via delle Botteghe Oscure. Non esiste. Di fronte a noi, la finestra del nuovo Duce italiano. Dobbiamo passare e dimostrare che noi abbiamo capito, che noi conosciamo quello che sarà dell’Italia tra pochissimi anni: dittatura. Nessuno di noi sapeva che Berlusconi e altri 4 cialtroni erano lì dentro a decidere il futuro di una nazione allo sbando, morta, in mutande. Forse non avremmo mollato se solo avessimo saputo.

Pochi secondi, la pressione aumenta, la resistenza armata cede, facilmente, in tutto una decina di finanzieri che non esita  però a colpire. Ancora manganellate. Nessuno di noi si ferma, non sentiamo neanche più il dolore. A mani alzate subiamo colpi. Avanti! Altro blocco, che sa di trappola, proprio sotto la residenza del Premier. Ad attenderci calci, pugni, scudi, manganelli. Un solo grido che fa scuote la terra: L’Aquila! L’Aquila! L’Aquila! Martoriati, distrutti, frantumati, violentati, sfruttati, derisi, ingannati, smembrati, oggi, anche picchiati.

Dopo un’ora e tentativi di mediazione, decidiamo di tornare indietro. Andiamo a Piazza Navona, altro sbarramento, altri celerini. Sembra che ogni strada sia chiusa agli aquilani, ogni strada è chiusa al dolore, ogni strada è chiusa alla verità. Comizio, chiacchiere, aggiornamenti sulle decisioni dei potenti. Mi sembrano inutili. Meglio un gelato per rinfrescarmi. Meglio pensare al mio corpo che ad una marea di cazzate che non contempla affatto il nostro futuro, la nostra speranza di sopravvivenza, la nostra persona, ma solo i portafogli, i conti, le prime pagine dei giornali.

Non più 5 anni ma 10 per restituire le tasse. SEMPRE AL 100%. SEMPRE DA SUBITO. SEMPRE PER TUTTI. Rimonta la rabbia, ma siamo troppo stanchi per gridare ancora…almeno così sembrava. Torniamo agli autobus, parcheggiati di fianco la sede della Protezione Incivile. Lì non c’è la polizia antisommossa, lì risale tutto fuori, dopo 14 lunghi mesi di silenzio, tracima. Ancora a scontrarci contro un nemico che non si fa vedere. Ci sbattono il portone in faccia. “3e32 io non ridevo! 3e32 io non ridevo! 3e32 io non ridevo!” Coro infinito. Trattengo a stento le lacrime. Trema tutta Roma, tutti i palazzi del potere, almeno, così ci sembra e questo, come dice il buon Ettore, “è solo lo zucchero!”.

Vi siamo arrivati ad un passo. Vi siamo arrivati vicini. Terremotati ingrati? No, terremotati incazzati! Adesso, se non fosse stato chiaro prima, lo sapete. Lo sa il governo e lo sa l’Italia tutta. Ed anche noi che iniziamo a prendere coscienza della nostra  vera forza. Se facessimo una manifestazione domani mattina, verremmo un 50.000. Ancora più incazzati se possibile. Questa è una minaccia. Mò basta! L’Aquila non è ‘na pazziarella, L’Aquila è zona di frontiera. L’Aquila è la testa di un’Italia che s’incazza!

Jetesene colle cosse vostre, che sennò ve venemo a pijà!

Chiappanuvoli

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4 risposte a “Jetesene colle cosse vostre

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