Sempre un ultimo

Sempre un ultimo

 

È strazio di topazio,

l’ultimo orizzonte di fronte.

Sfuma irrisorio, quasi provvisorio

inerte di fumi, d’ansia vivente.

Coagula un giorno, un anno

senza danno né ritorno.

 

Smalto del riso sul mio viso

–                                    in risalto,

dubbi dal cuore come d’ogni dì

–                                          a venire.

 

– – –
31/12/’03

Chiappanuvoli

 

 

SuperMarket24 di M. Grimaldi – Recensione

E alla fine sono riuscito a trovare la concentrazione giusta ed il tempo per scrivere anche una recensione a cui tenevo particolarmente. Quella di Supermarket24, romanzo d’esordio di Matteo Grimaldi, aquilano e amico, edito dalla Camelopardus (ISBN 978-88-902561-4-1).

Supermarket24 è un genere di libro che a me non piace. Cioè non so se l’avrei scelto tra gli scaffali della libreria. Cioè la storia di tizio che va a lavorare in un supermercato, la storia di un singolo giorno, insomma, se non lo avessi voluto leggere per conoscere meglio Matteo, se non lo avessi voluto leggere per conoscere uno scrittore aquilano, non credo che lo avrei mai aperto. Ma in questo caso, fortuna ha voluto che le circostanze mi portassero ad affrontalo, a confrontarmici, oggi a recensirlo e devo dire che non me ne posso assolutamente pentire, tutt’altro.

Supermarket è un romanzo davvero ben riuscito. In esso si ritrova chiaro il tentativo, riuscito, di produrre un linguaggio nuovo, non solo giovanile e moderno, ma compiuto e sapientemente dosato. Matteo riesce a trattenere il lettore sul testo parlando della vita del commesso di un reparto ortofrutticolo, cosa non proprio facile e scontata. Dopo ogni pagina ed ogni avvenimento si ha la voglia di proseguire, andare oltre, vedere come va a finire. Numerose sono state le nottate in cui ho spento la luce oltre le due di mattina per colpa del ritmo avvincente e coinvolgente. Supermarket24 è scritto bene, va detto, è con questo presupposto che l’autore ha potuto permettersi di parlare di qualsiasi cosa, dalla frutta ai grandi sistemi, dal provincialismo dell’Aquila, città dove è ambientato, all’Italia intera, rappresentata con i suoi pro e contro fin dentro un semplice reparto di supermercato.

Ed i contenuti abbondano. Tra mele e pere si parla della solitudine degli esseri umani, dell’amore che troppo spesso non è la soluzione che ci aspettavano al problema della solitudine, dell’invidia tra le persone, della riduzione del lavoratore a cartellino da timbrare in orario. Arriva a toccare temi alti come il suicidio, la Fede, il rispetto per la donna, le differenze di genere, con semplicità e ferreo sarcasmo. Armi di cui deve essere dotato non già lo scrittore, ma l’osservatore della realtà che viviamo. Ecco cos’è SM24, un viaggio di 24 ore dentro la testa di un osservatore attento e spezzante, che non ha paura di mostrare, indicare, criticare il bello o il brutto dei minuti che riempiono le esistenze di tutti noi. A tratti, i pensieri sono sembrati diventare anche isteria, foga, ma mai, mai saccenza.

Paolo di Paolo nella sua prefazione scrive: “Luca (il protagonista CNL) passa nel supermarket come nei tre regni danteschi (i titoli delle tre sezioni sono Appena, Dentro, Scappo); si disorienta, si stupisce, si infuria. Scopre. Capisce.” Se si possono avvicinare con le dovute cautele le due opere, va riconosciuto a Matteo, non già unicamente la scoperta, il viaggio attraverso l’esperienza, “caduta, punizione e beatitudine”, quanto il carattere didascalico di SM24, scevro dalla mania tutta dantesca di mettersi sul piedistallo e giudicare.

Punti di forza: assolutamente la tecnica, la colla con cui è scritto i libro che ti trattiene le ciglia sulle pagine. L’ironia che dimostra il protagonista, e quindi crediamo lo scrittore, nel prendere se stesso e nell’affrontare le situazioni che gli si pongono davanti. Una gran bella piacevolezza di 200 pagine.

Punti deboli: non vedevo l’ora di arrivare a questo punto. La cosa che non ho gradito è il finale, che non voglio e posso svelare. Che dire? Io ci avevo creduto, ci ero entrato dentro, mi ero immedesimato, avevo sofferto, avevo immaginato, avevo sperato, avevo sentito l’odore della frutta e della merda che respira Luca Sognatore e mi aspettavo… Ma forse son io poco “Sognatore”.

Consigli al lettore: leggerlo perché parla di voi, di me, di lui, di loro, degli altri, e di quegli altri ancora. Parla della realtà di provincia, parla dell’Aquila pur non menzionando lontanamente il terremoto. Si accomodi chi vuole fare un giro nel cervello di un osservatore sarcastico e preciso.

Futuribili: a Gennaio esce il secondo romanzo di Matteo Grimaldi, “Una valigia tutta sbagliata”. Attendiamo, ma stiamo pur sicuri che ne sentiremo comunque parlare.

Link utili:

Camelopardus, scheda libro.

Intervista a Matteo su sololibri.

Sito di Matteo Grimaldi (www.matteogrimaldi.com).

Lacrime di poveri Christi – ed. Alfabeta2

Madonna della neve

Ecco qui i link per leggere tutto “Lacrime di poveri Christi – Cronaca di una giornata a Terzigno” gentilmente pubblicata sulla rivista Alfabeta2. Il racconto tratta del 22 Ottobre 2010 quando, insieme ad un paio di amici, siamo andati a vedere di persona quello che succedeva ai piedi del Vesuvio. Era il periodo caldo degli scontri, delle tante manifestazioni pacifiche alla famosa rotonda panoramica di Boscoreale e della scarsa informazione che circolava tramite i media tradizionali.

Questo il mio contributo per avvicinare il lettore alla realtà dei fatti che si vivono in quei posti. Imparata la lezione dopo il terremoto che ha colpito la mia città, metto al servizio di altri “combattenti” la mia passione per la scrittura.

In elaborazione la seconda parte e magari una pubblicazione. Il tutto tra qualche tempo.

Intanto, buona lettura e non esitate a segnalare eventuali imprecisione o commenti.

Bisogna ancora dire che nulla di quanto scritto di seguito è frutto di una mia qualche capacità, ogni parola mi è stata raccontata e dunque è stata vissuta dai veri autori: gli abitanti dei paesi vesuviani. A voi va il mio grazie.

Il racconto è diviso in tre parti, ecco i link:

Lacrime di poveri Christi – prima parte

Lacrime di poveri Christi – seconda parte

Lacrime di poveri Christi – terza parte

Chiappanuvoli

Sotto la neve del Dicembre 2010

Sbatto i pugni sulla scrivania, proprio davanti al computer. Nevica che Cristo se l’è scordato. Non è una novità, poi qui all’Aquila siamo abituati. Decido di uscire, ci saranno dieci centimetri ma sti cazzi. È pericoloso uscire, ma il senso del pericolo per noi ha un altro senso da una ventina di mesi a questa parte.

Salto in macchina ed esco spegnendo il cellulare: non voglio essere disturbato. Mi avvio lungo la statale 17. La neve si accatasta sul parabrezza ma non si deposita, per strada non c’è praticamente nessuno. Gli ultimi segni di pneumatici risalgono almeno a un’ora fa, o giù di lì. Passo di fianco al Motel, un uomo mette la benzina al distributore. Un altro disperato. Lungo Viale Corrado IV le luci dei locali sono accese, ma non ci sono auto parcheggiate fuori. Staranno aspettando che smetta per andare a casa, oggi quasi non si è lavorato. Passo la “rotonda” e tiro dritto. Via XX Settembre è ancora più spettrale del normale. La Villa Comunale un deserto bianco. Apro il finestrino, regna una calma inquietante. Imbocco Viale Collemaggio, la basilica in fondo riscalda il cuore con la sua semplice esistenza. Lei c’è. Lei è rimasta. Se c’è Lei si può ripartire.

La lascio alle mie spalle e vado verso Via Strinella. Gli addobbi natalizi soccombono sotto la coltre di neve, che quasi non fanno più luce. Dietro la Questura svolto a destra per Via Pescara, poi sinistra e alla rotonda ancora a sinistra. L’auto sbanda un po’. «Ma se non hanno mai costruito rotonde all’Aquila, ci sarà qualche motivo? Non è che sarà pericoloso quando c’è la neve o il ghiaccio?» penso tra me e me. Risalgo viale Gran Sasso, passo la Fontana Luminosa e parcheggio l’auto e scendo. La neve non è del tutto soffice, pare umida, direi che è acquosa. La temperatura un po’ si deve essere alzata. Potrebbe nevicare a lungo questa notte. Entro a piedi per il Corso. Tra i militari rinchiusi dentro la camionette e me non c’è assolutamente nulla. Neve, e neve solo. Quando spunto a Piazza Regina Margherita svolto rapidamente a destra per Via Garibaldi. Il fondo buio alla fine rallenta un poco appena il mio passo, ma cerco di non farci caso e continuo. L’unica luce proviene dal negozietto che ha riparto di recente. Una pasticceria mi pare di capire. Vado oltre, mi immergo nel buio.

Continuano a cadermi fiocchi negli occhi. L’alito mi scalda sotto il pile nero che porto chiuso fin sopra al naso. Attraverso Piazza Chiarino e mi infilo dentro il vicoletto sul lato opposto. Scivolo sui sampietrini rotondi senza cadere. So camminare sulla neve, almeno, lo so fare meglio di un romano, di un napoletano o di un milanese. È buio pesto, ma si vede. Il cielo riflette una luce fioca arancione, riflesso delle nostre luci accese, qui dalla Terra. C’è pace. Apparente silenzio. Si sente addirittura il battito del mio cuore. Il rumore e con esso la vita, non sembrano essere sepolti sotto la neve, ma sono lontani. La grande signora acciaccata riposa sotto una coperta bianca e gelida. Nulla però dà l’impressione di freddo. Quei vicoletti sembrano tutt’altro che decaduti o decadenti. Si scorge onore sotto le tettoie rimaste sane. Rispetto nelle mura. Si calpesta della Storia sotto il manto candido.

 

Quando ormai sono fracido e il nero con sfumature d’arancione mi ha inghiottito, mi fermo. Mi tolgo il cappuccio e aspetto, con le braccia spalancate, la bocca aperta e le orecchie ritte. Trascorro infiniti secondi. Un tempo etereo, di quelli sacri che però non invecchia. Chiudo gli occhi. Percepisco i fiocchi che si poggiano pesanti sulle palpebre. Aspetto. Non so cosa. La mente si svuota di ogni pensiero. Divento roccia, cemento, calcestruzzo, mattoni, tegole, finestre, canale, grondaie. Aspetto e divento città.

Lievemente da poco lontano inizio a percepire un lamento. Prima tenue, poi poco più forte. Spalanco gli occhi. Non vedo nulla. Ancora un altro lamento sempre più forte, cupo, sembra il latrato di un animale. Come una voce che viene da dentro chissà cosa. Una voce strozzata, compressa, annichilita. Sbando un po’ ma resto in piedi. Tento di capire, di darmi una spiegazione. Ancora un altro gemito, lungo, soffice, straziante. Qualcosa. Qualcuno. Entità. Essenza. Sostanza. Corpo. Certo un dolore vero, potrei osar dire umano.

Ristà schiacciata. Sotto il peso della neve bloccata. Tra gli squarci e le ferite imbracata. Una città, una signora abbandonata. E si lamenta. Cerco di capire. Ma non c’è alcuna spiegazione. Proprio nessuna possibile per il dolore. A sporcare la candida neve, solo i dubbi, i sospetti, i rimpianti, le paure. Gli affari, gli interessi, la politica ed il rancore. Ristà acciaccata, la signora, e chiede aiuto, silenziosa.

18/12/2010

Chiappanuvoli

Violenza Romana

In questo blog ogni riferimento politico è puramente casuale, qui non si parla della politica che siamo abituati a conoscere, ma della politica come servizio, della necessità antropologica della politica.

foto di Annalisa Melandri (http://www.annalisamelandri.it/)

16/12/2010

Io a Roma non c’ero. Col senno di poi, avrei voluto esserci però. Per capire meglio, per vedere con i miei occhi e per sentire con le mie orecchie. Per questo, le parole che ho scritto non hanno la pretesa di dare un lettura politica di quanto avvenuto. Ritengo la questione ben complessa per dare anche un singolo giudizio su qualsiasi delle persone presenti a Roma. La mia è una lettura esterna su un evento che rappresenta il momento storico che stiamo vivendo. La mia è una interpretazione “sistemica”.

Sento parlare in questi giorni di violenza, di protesta, di manifestazioni pacifiche. Vedo le persone riempirsi le bocche in televisione o sui giornali o nei profili di Facebook di parole di condanna o di difesa per la violenza perpetrata ieri. Vedo gente difendere o continuare ad attaccare. Ma difendere cosa? Attaccare cosa? In realtà, ciò che si sta dicendo in questi giorni ha del vago, ha del qualunquismo infilato tra le righe. La violenza è uno dei capisaldi che fondano la natura e lo spirito umano. La società si fonda, secondo gran parte dell’Antropologia, sul controllo della violenza. Il potere, diceva Weber, è null’altro che il controllo della violenza. La violenza non è, dunque, il manganello, la pietra, il fumogeno, il fuoco, gli arresti improbabili, la sciarpa sul viso, la disorganizzazione organizzata delle forze dell’ordine. La violenza è altro, è altro di più profondo, è un sub-strato, è un humus, è un contesto.

I fatti visti 2 giorni fa a Roma manifestano una semplicità quasi imbarazzante da ammettere. Una vergogna profonda dentro ognuno di noi. Perché vedendo quelle immagini, la prima emozione che si prova non è il disgusto o la rabbia. La prima emozione che si prova, ma che al contempo non si accetta, è la vergogna. Ognuno di noi, infatti, è cosciente, anche inconsciamente, di essere parte integrante del sistema società. Anche gli emarginanti, ad una lettura attenta, ne avvertono il peso mostruoso o il peso leggero della libertà di non esser parte di un tutto, di un prodotto profondamente umano e culturale. La società è un corpo vivo, fatto da ogni piccola cellula viva e in qualche modo responsabile del tutto. L’individualismo stesso, messo in croce da 50 anni a questa parte, dai sistemi di lettura sociologica, non ne è che un effetto. L’individualismo è una pena da espiare.

Non a caso di vergogna parla anche Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica. Ma pur cogliendo il noccio della questione, la lettura di Saviano resta di superficie. Quello scritto è un messaggio debole, valido il tempo di far stemperare gli animi. La direzione delle sue parole è giusta, ma un cartello non rappresenta da solo la strada che siamo chiamati a percorrere. «Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario.» ha scritto.

La vergogna nasce quando qualcosa in cui si crede inizia a vacillare, Dio agli occhi di Adamo ed Eva dopo le malizie del serpente. La vergogna per cosa, però? La vergogna per noi stessi, per le nostre credenze, per i nostri sistemi di riferimento, per la nostra cultura, per la nostra società. La vergogna per noi stessi in ultima analisi. E la vergogna è uno dei fattori scatenanti della violenza. Non siamo fatti per vivere nel caos, o almeno, non lo siamo più, per questo reagiamo e reagiamo con violenza ai dubbi.

Quello che abbiamo visto a Roma non era violenza fine a se stessa, era vergogna reazionaria che genera violenza. E questo è valido per i cosiddetti black block, per i book block, per gli studenti, per i terremotati, per quelli di Napoli, per i popolo Viola, per le forze dell’ordine, per le questure, per il ministero dell’interno, e via dicendo. Mai la violenza è senza causa, ma ha una causa profonda, non politica ma vitale. A Roma, in definitiva, si è manifestata la vergogna di un sistema che ormai vacilla, di una Nazione ormai allo sbando, di una cultura stuprata ogni giorno, di una dignità umana che non ricordiamo quasi più, ma che sappiamo in fondo di avere. La fine di un ciclo si è palesata. Potranno continuare a mettere “toppe”, ad elargire contentini, a mistificare la realtà, ma ormai il declino è in atto. Non si parla qui di sistema economico italiano, di Governi e Governucoli, di Capitalismo o di altre chimere. Qui si parla di sistema culturale, simbolico, semantico. Qui si parla della ragnatela su cui si è costruita la nostra cultura dalla notte dei tempi. Ebbene spesso questa ragnatela si rompe lasciando cadere i sistemi nel vortice del caos. Caos in cui non possiamo più esistere.

Quello che è successo a Roma è un campanello d’allarme, come del resto ne è piena la cronaca quotidiana o i racconti dei fatti provenienti dal resto del mondo. Qualsiasi di essi. La violenza è il suono di questo campanello. La violenza si palesa sempre per ricordare, per avvisare che il sistema culturale, le nostre convinzioni, stanno crollando. Piano piano o d’improvviso. Lei, la violenza, ce lo sta a ricordare perché lei è sotto, lei è prima, lei è dentro ognuno di noi. Lei è parte non è un semplice mezzo.

Chiappanuvoli

Link:

Lettera ai ragazzi del movimento di R. Saviano

Risposta degli studenti a Saviano contenuta in http://www.ateneinrivolta.org