Sotto la neve del Dicembre 2010

Sbatto i pugni sulla scrivania, proprio davanti al computer. Nevica che Cristo se l’è scordato. Non è una novità, poi qui all’Aquila siamo abituati. Decido di uscire, ci saranno dieci centimetri ma sti cazzi. È pericoloso uscire, ma il senso del pericolo per noi ha un altro senso da una ventina di mesi a questa parte.

Salto in macchina ed esco spegnendo il cellulare: non voglio essere disturbato. Mi avvio lungo la statale 17. La neve si accatasta sul parabrezza ma non si deposita, per strada non c’è praticamente nessuno. Gli ultimi segni di pneumatici risalgono almeno a un’ora fa, o giù di lì. Passo di fianco al Motel, un uomo mette la benzina al distributore. Un altro disperato. Lungo Viale Corrado IV le luci dei locali sono accese, ma non ci sono auto parcheggiate fuori. Staranno aspettando che smetta per andare a casa, oggi quasi non si è lavorato. Passo la “rotonda” e tiro dritto. Via XX Settembre è ancora più spettrale del normale. La Villa Comunale un deserto bianco. Apro il finestrino, regna una calma inquietante. Imbocco Viale Collemaggio, la basilica in fondo riscalda il cuore con la sua semplice esistenza. Lei c’è. Lei è rimasta. Se c’è Lei si può ripartire.

La lascio alle mie spalle e vado verso Via Strinella. Gli addobbi natalizi soccombono sotto la coltre di neve, che quasi non fanno più luce. Dietro la Questura svolto a destra per Via Pescara, poi sinistra e alla rotonda ancora a sinistra. L’auto sbanda un po’. «Ma se non hanno mai costruito rotonde all’Aquila, ci sarà qualche motivo? Non è che sarà pericoloso quando c’è la neve o il ghiaccio?» penso tra me e me. Risalgo viale Gran Sasso, passo la Fontana Luminosa e parcheggio l’auto e scendo. La neve non è del tutto soffice, pare umida, direi che è acquosa. La temperatura un po’ si deve essere alzata. Potrebbe nevicare a lungo questa notte. Entro a piedi per il Corso. Tra i militari rinchiusi dentro la camionette e me non c’è assolutamente nulla. Neve, e neve solo. Quando spunto a Piazza Regina Margherita svolto rapidamente a destra per Via Garibaldi. Il fondo buio alla fine rallenta un poco appena il mio passo, ma cerco di non farci caso e continuo. L’unica luce proviene dal negozietto che ha riparto di recente. Una pasticceria mi pare di capire. Vado oltre, mi immergo nel buio.

Continuano a cadermi fiocchi negli occhi. L’alito mi scalda sotto il pile nero che porto chiuso fin sopra al naso. Attraverso Piazza Chiarino e mi infilo dentro il vicoletto sul lato opposto. Scivolo sui sampietrini rotondi senza cadere. So camminare sulla neve, almeno, lo so fare meglio di un romano, di un napoletano o di un milanese. È buio pesto, ma si vede. Il cielo riflette una luce fioca arancione, riflesso delle nostre luci accese, qui dalla Terra. C’è pace. Apparente silenzio. Si sente addirittura il battito del mio cuore. Il rumore e con esso la vita, non sembrano essere sepolti sotto la neve, ma sono lontani. La grande signora acciaccata riposa sotto una coperta bianca e gelida. Nulla però dà l’impressione di freddo. Quei vicoletti sembrano tutt’altro che decaduti o decadenti. Si scorge onore sotto le tettoie rimaste sane. Rispetto nelle mura. Si calpesta della Storia sotto il manto candido.

 

Quando ormai sono fracido e il nero con sfumature d’arancione mi ha inghiottito, mi fermo. Mi tolgo il cappuccio e aspetto, con le braccia spalancate, la bocca aperta e le orecchie ritte. Trascorro infiniti secondi. Un tempo etereo, di quelli sacri che però non invecchia. Chiudo gli occhi. Percepisco i fiocchi che si poggiano pesanti sulle palpebre. Aspetto. Non so cosa. La mente si svuota di ogni pensiero. Divento roccia, cemento, calcestruzzo, mattoni, tegole, finestre, canale, grondaie. Aspetto e divento città.

Lievemente da poco lontano inizio a percepire un lamento. Prima tenue, poi poco più forte. Spalanco gli occhi. Non vedo nulla. Ancora un altro lamento sempre più forte, cupo, sembra il latrato di un animale. Come una voce che viene da dentro chissà cosa. Una voce strozzata, compressa, annichilita. Sbando un po’ ma resto in piedi. Tento di capire, di darmi una spiegazione. Ancora un altro gemito, lungo, soffice, straziante. Qualcosa. Qualcuno. Entità. Essenza. Sostanza. Corpo. Certo un dolore vero, potrei osar dire umano.

Ristà schiacciata. Sotto il peso della neve bloccata. Tra gli squarci e le ferite imbracata. Una città, una signora abbandonata. E si lamenta. Cerco di capire. Ma non c’è alcuna spiegazione. Proprio nessuna possibile per il dolore. A sporcare la candida neve, solo i dubbi, i sospetti, i rimpianti, le paure. Gli affari, gli interessi, la politica ed il rancore. Ristà acciaccata, la signora, e chiede aiuto, silenziosa.

18/12/2010

Chiappanuvoli

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