Qualunquemente – recensione

Lungi da me l’intenzione di criticare negativamente l’ultimo film di Antonio Albanese solo per darmi un tono o, peggio, per attrarre più persone sul mio blog, ma Qualunquemente è stato davvero una delusione. Forse sono andato con troppe aspettative, forse il vera obiettivo degli autori non era di fare un film comico. Fatto sta che, ad un certo punto, ho smesso anche di ridere. La pellicola improvvisamente è diventata uno spaccato fin troppo reale della situazione politica italiana, le battute e gli sketch dalla satira sono passati a esprimere puro e malsano sadismo.

 

Antonio Albanese

Qualunquemente - A. Albanese

Il personaggio ci è rivelato a tutto tondo. Viene dotato di una storia passata, di interessi economici, di una famiglia (deprimente), di una lobby che lo sostiene e persino sfrutta. Cetto Laqualunque, a tratti, sembra egli stesso vittima del sistema e con lui tutte le persone care che lo circondano (mogli e figli), come anche il suo acerrimo oppositore politico, De Santis. Quest’ultimo non è dipinto come un idealista che si rende ridicolo nel tentativo di portare la legalità o la democrazia nel piccolo paesino di Marina di Sopra, ma bensì come una persona triste e sfiduciata. Egli è un perdente come tutti noi che accendiamo ogni giorno la televisione e restiamo basiti di fronte gli ennesimi scandali e le ripetute ingiustizie che ci tocca sopportare. Non è comico vedere il nostro Paese che va a rotoli, ma triste, ferocemente triste, deprimente, scoraggiante.

La comicità lascia spazio alla lucida consapevolezza. Sono andato al cinema per ridere, per divertirmi e per svagarmi. Ne sono uscito amareggiato, quasi nauseato. Non ci trovo più nulla di divertente in tutto ciò. E non mi riferisco qui solo al bunga-bunga traslitterato nel famoso pilu, fin lì l’accetterei pure. Mi riferisco alla consapevolezza di una politica che fa solo il proprio interesse senza curarsi minimamente delle conseguenze per la cittadinanza, per l’arte, per l’ambiente, finanche degli effetti che tali comportamenti volgari e criminali dei leader politici hanno sui proprio familiari. Il figlio di Cetto è il primo succube del padre ed è svilente, penoso, perché sono cose che stanno avvenendo davvero quotidianamente. (Proprio oggi Emilio Fede in una intervista continuava a ripetere degli effetti negativi che si ripercuoteranno sul figlio della Macrì quando capirà di avere una madre zoccola, senza peraltro pensare agli effetti devastanti che si avranno sulla popolazione quando passerà come “normale” il costume di fare orge, di usare le donne come oggetti e simboli di potere, di pagare migliaia di euro per una scopata di lusso!)

Non ci trovo nulla di comico nei brugli elettorali, nel “riflettere” che significa andarsi a fare una bella scopata con una prostituta, nel denigrare il proprio avversario politico, nel fargli esplodere l’auto come monito, nel manovrare i mezzi di informazione, nel comprare i voti il giorno stesso delle elezioni, nel presentare programmi politici vuoti e farneticanti, non trovo nulla di comico nelle promesse che ci vengono fatte ormai da vent’anni, perché mi tornano subito alla mente quei 2.000.000 di posti di lavoro che non si sono mai visti e, da lì, il decadimento totale.

Non ci trovo proprio più nulla da ridere nel vedere l’Italia che va a rotoli e gli italiani che rimangono lì con le mani in mano, nell’illusione che basti lamentarsi o idolatrare per svolgere il proprio ruolo politico. Non ci trovo più nulla da ridere in questo immobilismo o nello sfruttamento della nostra ignoranza da parte di soggetti altamente ignoranti in materia di res pubblica, ma preparatissimi, al contrario, nel campo degli affari, professionisti dei cazzi loro. Non mi viene da ridere, mi vergogno anzi, terribilmente. Spero sia questo il vero messaggio che voleva trasmettere Antonio Albanese, altrimenti anche qui ci troviamo di fronte all’ennesima presa per il culo, per altro fattaci da parte di chi pensiamo sia lì a difenderci con il sorriso sulle labbra.

Chiappanuvoli

La mia casa dentro un pugno di note dei Sigur Ros

Secoli che non fossero loro a suonare esattamente le emozioni che mi stridono dentro. Secoli. Potrei dire che ero quasi un altro essere umano. Un’altra mistura umana calata dentro la stessa formina. Proprio questa canzone perché non ha parole, è cantata in hopelandic o in vonlenska se preferite l’islandese. Le parole oggi non mi servono quasi a nulla. Hanno un’utilità ma non si tratta effettivamente di uso, quanto di effetto. Oggi le parole riescono solo ad incasinare quel substrato di emozioni che vi dicevo prima. Questa canzone perché è ed è sempre stata per me un grido accorato, un grido anche taciuto. Un salire o un discendere, sì, un discendere verso le viscere. Le tue viscere. Le distorsioni delle chitarre ti guidano attraverso le budella, i violini sono l’eco che fa lo stomaco vuoto, il tuo cuore diventa il mix di rullante e grancassa.

Ad un certo punto, però, sembra che dica “don’t you, don’t you”. Non lo dice in realtà, ma quel barlume di senso ti prende in gola, ti strozza, ti sfiata, ti fa digrignare i denti, ti fa scoppiare gli occhi di sangue e continua ancora e ancora e ancora, mentre la musica aumenta e tu vorresti scendere, ma poi ci pensi un attimo e dici: “cazzo se scendo ora sarà stato tutto inutile”; e allora continui, cavalchi, vomiti, ti lasci trasportare nell’abisso, l’abisso più assoluto, quello dentro di te. E dopo è il Caos. L’abisso. Dopo. In fondo. Laggiù. Vicino il punto più disperso di te stesso. L’abisso diventa casa. Non so se potete capire, non si tratta di capire in effetti, si tratta di sentire, di accettare, accettarsi. Casa. Il caos diventa casa. E dallo stomaco prende a risalire una sensazione di caldo che ti assorbe. È casa. E non serve più che io scriva altro.

Untitled #8 – Sigur Ros, la mia casa.

Chiappanuvoli

Video di quel 22 Ottobre alla rotonda Panoramica

Mentre scrivo la seconda parte di Lacrime di poveri Christi, mi tornano in mente quelle voci, quei colori, il calore del sole, la puzza e la rabbia che si masticava.

Questo è il video di Francesco Paolucci, giornalista e videomaker e amico dell’Aquila. Nel suo piccolo, una grande testimonianza della realtà.

Avrei dovuto pubblicarlo molto tempo fa.

Dice che Speciale Terzigno

 

Io volevo Ringo Starr – Recensione

Era un po’ che avevo questo libro sulla scrivania di fianco al computer in attesa di essere recensito. Io volevo Ringo Starr è il primo romanzo di Daniele Pasquini, un giovanotto fiorentino di appena 22 anni, edito con la Intermezzi editore nella collana “MINIMALIAweb – Racconti fugaci ai tempi della rete”, 2009 (ISBN: 978-88-903576-7-1).

Io volevo Ringo Starr, Intermezzi Editore.

Un ragazzo alle prese con la fase di crescita tra l’adolescenza ed il periodo universitario. Quella sorta di limbo nel quale sembra (o sembrava nel mio caso) che si debba decidere del proprio futuro irrimediabilmente. Quel periodo in cui capisci che iniziano a passare i treni che non faranno più ritorno. Il momento anche in cui ci si confronta con i proprio sogni, si soppesano, si scartano le strade non percorribili come si anche ci si mette a masticare la terra nella direzione in cui si vuole andare. Vanni, il protagonista, dopo un serie di scelte universitarie poco fortunate ed un periodo di agitazione, trova nella musica e negli amici del gruppo quel minimo di stabilità che consente, non già di impostare la vita per il futuro, ma almeno di concedersi qualche attimo di sano sogno.

Il protagonista è abbastanza complesso. Ha una storia personale che da spessore al suo carattere e, oltre la passione per la musica rock, coltiva l’interesse per il filosofo Schopenhauer e per le date degli eventi storici. Nelle conversazioni con il suo amico di sempre, Gabo, mette a nudo i suoi pensieri, dimostra di sapersi mettere in discussione senza la saccenza protagonistica del narrante, ma con quella leggerezza sapiente propria “di chi non lo sa con certezza ma in fondo lo sente”.

Divertenti sono i richiami tra gli avvenimenti storici e quelli dei personaggi. Risulta molto curata la “casualità” con cui questi fluiscono nella trama. Anche i richiami al mondo della musica rock sono interessanti, anche se devo dire che non mi hanno soddisfatto le descrizioni dei concerti: poco sudore, poca vitalità, poco caos e, dunque, poco vero rock. Questa osservazione mi da il la per dire qual è a mio avviso il punto debole del libro: il diverso spessore che hanno le parti in cui traspare il carattere biografico rispetto a quelle di pura creazione letteraria. Sia chiaro, è una critica questa che però sento di poter perdonare all’autore.

Ringo Starr è comunque un libro ben scritto, con pretese definite, che lasciano trasparire la maturità di Pasquini. Dalla prima all’ultima pagina si ha la chiara sensazione di chi sia il pubblico a cui è destinato. Non solo un target giovanile, ma in particolar modo a tutti quei giovani che respirano ogni singolo giorno il peso e la leggerezza di un’esistenza vissuta nella consapevolezza dei proprio sogni e dei propri obiettivi.

Punti di forza: è un libro semplice e consapevole, scritto con il pigio di chi conosce i propri limiti ma anche le sue doti. La struttura riesce nell’intento di accattivare il lettore. Le pillole di filosofia, di storia e di musica rock arricchiscono notevolmente la trama, comunque divertente.

Punti deboli: come detto, un po’ di inesperienza nella dosatura degli ingredienti. Alcune descrizioni e momenti topici mi sarebbe piaciuto fossero più approfondite.

Consigli al lettore: lo consiglio a chi riesce ancora a nutrire e coltivare i proprio sogni, a tutti coloro che si sono confrontati a tutti i livelli col mondo musicale, con le frustrazioni e con le piccole soddisfazioni del suonare.

Futuribili: speriamo sia in produzione un nuovo libro!

Link utili:

Blog di Daniele Pasquini.

Intermezzi editore.

Pseudonyms – Gregor Samsa

Gregor Samsa, Pseudonyms

Murderous art has its grips on me – can’t wrap myself around internally. I can’t seem to put my name on anything. Our innocence yields to American dreams. Our innocence yields to pathetic conceit. Our innocence yields when our pocket’s empty.

L’arte assassina sta facendo presa su me – non posso avvolgermi internamente. Non può sembrare che metto il mio nome su ogni cosa. La nostra innocenza si arrende ai sogni americani. La nostra innocenza si arrende alla presunzione patetica. La nostra innocenza si arrende quando la nostra tasca è vuota.

The softest hearts break when the deed is done. I’ll patiently wait for new days to come, then I’ll wake and rise to write another song. Our innocence yields when we do it alone. The exodus begins now. I’ll travel ‘round and find you once more. You’re reaching out less than before, but I know you’re there.

I cuori più teneri si rompono quando l’azione è fatta. Aspetterò pazientemente nuovi giorni a venire, allora mi sveglierò e mi alzerò per scrivere un’altra canzone. La nostra innocenza si arrende quando lo facciamo da soli. L’esodo inizia ora. Viaggerò e ti troverò una volta ancora. Si sta raggiungendo meno di prima, ma so che sei lì.

Chiappanuvoli

Tides from Nebula (recensione + intervista)

Leggo un evento su Facebook, concerto post-rock a Pescara. Apro la pagina e carpisco i dettagli: Tides from Nebula (mai sentiti…), gruppo polacco (che razza di esperto di post-rock sono?), al Mono Spazio Bar (esiste un locale in Abruzzo con una scaletta di concerti minimamente interessante per uno come me?), 23 Novembre 2010 e gratis…

Mi rilasso sullo schienale della sedia e penso: “Ma è oggi, è stasera….”. Scatta missione giro di telefonate. Alla fine trovo un nuovo amico, uno di quelli con cui ti sei inteso a prima vista e che sai potrebbe diventare un bel tassello del mosaico friends&co. Andiamo? Andiamo!

Il locale in sé sarebbe anche facile da trovare, se non fosse per la smania, la fretta, l’ansia, i cartelli senso unico e divieto d’accesso di tutta Pescara. Alle fine, dopo 40 minuti di giri inutili, eccoti dentro. Bianco e nero, luci soffuse, neon sul soffitto rossi, sgabelli in ferro battuto che si cappottano per un non nulla, gli strumenti pronti nel fondo della sala, birra, buona birra, alle pareti i prossimi appuntamenti, che se fossi pescarese mi trasferirei nella vicina via Bardet (menzionata in un racconto che ho scritto di recente). Ti metti in postazione, a 13 centimetri dal chitarrista, di più non sta bene, ma è in braccio a lui che vorresti stare. Macchina fotografica pronta. L’idea geniale per la creazione di una community (e non dico altro) in tasca. Lo stereo del locale passa canzoni che conosco alla perfezione, è la mia musica, quella che sento da tre anni, quella per cui chiunque mi conosce mi critica, quella che muove le corde del mio animo, si sa, la riconosci subito appena la senti.

Fine preamboli. Inizia il concerto. Luci rosse e fucsia. 4 ragazzi sul palco. Bassista centrale, ai lati i due chitarristi. Ai piedi dei tre altrettante valigione di pedaliere per gli effetti. Dietro il batterista incapsulato tra il rullante ed i piatti. Vestiti anonimi come da copione. Eseguono tutto il loro primo album Aura, nove canzoni in ordine sparso rispetto al CD.

Si tratta di un post-rock (definizione non “calzante” ma identificante, gli stessi componenti del gruppo mi diranno che loro fanno la loro musica, alle etichette non ci pensano proprio) molto simile a quello dei Caspian, dei This will destroy you, dei Laura, dei Saxon Shore. Per essere il primo album, dimostrano già un ottimo livello stilistico ed armonico. Forse, ma è normale che sia così, peccano ancora di carattere, della nota caratterizzante che li contraddistingue(rà). I viaggi che i tre si fanno sulle rispettive pedaliere sradicano anche l’ascoltatore dalle sue scarpe per condurlo nell’Iperuranio, in un mondo emotivo dove non esiste paura, dove si mastica solo la possibilità, la possibilità assoluta dell’esperire. La batteria è potente e precisa. I ritmi sono incalzanti ed articolati. Cullati dalle armonie delle 12 corde ci si ritrova sballonzolati con la cadenza del rullante intrecciato di grancassa. E poi le continue esplosioni, che seguono overture rockeggianti sgambe e spesso persino sgraziate, come in Higgs Boson. L’impatto che si riceve sulla faccia è dato dalla potenza del basso, mai fuori dalle righe, mai pesante, mai sottovalutato. Il basso è lo schiaffo in faccia che ricevi, le ritmiche delle chitarre i graffi di quella mano femminile che ti colpisce.

Tides from Nebula @ Mono Spazio Bar

Altra canzone altro viaggio. Tragedy of Joseph Merrick. Si diceva del basso, si diceva dei colpi in faccia. Eccoti una serie di calci ben apportati nello stomaco. E i chitarristi in continui rimandi reciproci sembrano ridere di te stramazzato al suolo. L’evoluzione, la crescita della canzone è legata al pizzicorio tremolante sulla paletta della chitarra. Il suono si e ti riempie, è la vera tragedia che ti prende, ti stupra d’emotività e poi ti getta nel caos e poi ti riprende per mano per reinfilarti nell’ordine costituito delle cose grazie al doppio pedale in grancassa. Quei pezzi di legno a tracolla diventano organi di cattedrale quando inizia It take more than one kind of telescope to see the light (e non posso che pensare al Papa che dice che non basta un telscopio per vedere Dio). Non dico certo che si veda Dio nella musica dei TFN, ma ad un minuto e venti, sono certo, io ho visto la sua ombra sparata dietro le schiene di quei 4. Per chiudere (dall’album, non dal concerto perché non ricordo l’ordine dei brani) due parole le merita Apricot, “arrivederci ci conto tanto non mi scappi anche se ti perdi ti vengo a riprendere a casa tua”. Ci sono i sospiri di quando devi andar via e sei un po’ timido nel salutare. Allora ci pensano i tamburi a smuovere le acque, a togliere gli indugi. E le chitarre lo seguono come quelle ultime battute prima di salutare il tuo migliore amico che parte per la Namibia. Il basso invece è composto, serio, il saluto è una cosa seria! Ci vuole calore, vicinanza. Prendi ancora qualche respiro di aria pulita e infine ti abbandoni all’abbraccio che volevi, che devi, pieno di emotività. I cuori battono all’unisono e…basta.

Tides from Nebula @ Mono Spazio Bar (detail)

Ho spedito tre domande ai Tides from Nebula. Ecco la mia traduzione ed il testo originale.

Come e perché avete iniziato a suonare questo tipo di musica?

È stato casualmente. All’inizio stavamo cercando un cantante, ma dopo un paio di mesi abbiamo deciso di andare avanti, e provare a lavorare su pezzi strumentali. Ha funzionato e continua a farlo. È solo venuto fuori naturalmente.

Che cosa vi piacerebbe dire o dare con la vostra musica?

Non abbiamo nessun messaggio nascosto nella nostra musica. Stiamo tutti cercando di dare alle persone le nostre emozioni, quelle che stanno sfociando attraverso la nostra musica. Comunque, non vogliamo mostrare agli ascoltatori un’immagine specifica che abbiamo in mente. Noi lasciamo sempre spazio all’interpretazione personale e agli ascoltatori per creare le proprie immagini mentre ascoltano la nostra musica.

Che cosa vi aspettate dal futuro? Quali sono i vostri piani?

Niente. Vogliamo continuare il tour, fare altri spettacoli e dare la nostra musica a più gente. Presto uscirà il nostro secondo album, e allora vedremo che fare in seguito. Per ora, siamo stati lontani da casa con il nostro tour più lungo e abbiamo bisogno di rilassarci per qualche periodo e trascorrere un po’ di tempo lontano dalla musica, ma con i nostri familiari e amici.

How and why did you start to play this kind of music?

It was by accident. At the begining we started to look for a singer, but after a couple of months we decided to go on, and try to  work as an instrumental piece. It worked out and it still does. It just came out naturally.

What would you like to say or give with your music?
We don’t have any message hidden in our sounds. All we are trying to do is to give people our emotions, which are flowing from us trough our music. Anyways, we don’t want to show the listeners a specific image wich we have in our minds. We always leave room for individual interpretation and for the listeners to create their own images while listening to our music.
What do you expect from the future? Which are your own plans?
Nothing. We want to tour more, we want to play shows and give our music to more people. Soon our secound CD is coming out, and then we will see what we can do next. As for now, we are after our longest tour so far and we need to chill out for some time and spend some time away from our music, but with our families and friends.
Link utili:
Chiappanuvoli

Prima di sparire di M. Covacich – Recensione

Non è che capiti molto spesso, almeno per me, almeno di recente, di svegliarmi presto la mattina. Di farlo poi per finire un libro, non credo sia mai accaduto. O forse l’ho rimosso. Stamattina, 1-1-11, mi sono svegliato per leggere le ultime pagine di “Prima di sparire“, romanzo di Mauro Covacich, scrittore Triestino, Einaudi, collana I Coralli, 2008 (ISBN 978-88-06-16864-3). Questa è la mia recensione “a caldo”.

 

Prima di Sparire, M. Covacich

 

 

La storia è molto semplice. Il libro tratta della “cronaca di un amore che uccide un altro amore”. Di cambiamento, di rinnovamento, non facile, non sereno. I protagonisti delle due storie che si intrecciano, l’una di fantasia, l’altra “reale”, affrontano il momento della separazione dell’amore che si è pensato essere “per tutta la vita”, e quello dell’inizio, sovrapposto, di una nuova relazione. La narrazione di fantasia riprende due personaggi di Covacich presenti in un’altro libro (A perdifiato), Dario Rensich, maratoneta ed oggi artista maratoneta affermato, e sua moglie Maura. In quella “reale”, l’autore scrive della sua vita, della sua esperienza, la fine del suo matrimonio con Anna e il nuovo rapporto con Susanna. Avvenimento realmente avvenuto ma, per sua stessa ammissione, raccontato dal suo punto di vista, perché la memoria è sempre “una facoltà soggettiva”.

Il libro mi è stato regalato da Covacich in persona. Accompagnai un amico ad intervistarlo per un appello alla causa dell’Aquila. Finimmo a parlare della necessità di scrivere un libro sul terremoto. Mauro mi ha scritto nella dedica: “Adesso tocca a te”. Oggi capisco meglio quelle parole solo apparentemente banali. Il passaggio da un amore all’altro metaforicamente può essere considerato come il cambio tra la “convivenza” con una città ed un’altra (il suo fantasma, nel caso dell’Aquila). Il motivo per cui Covacich mi ha dato proprio questo libro è tutto qui: raccontare un dolore vissuto in prima persona.

Incredibile è la scorrevolezza con cui si affrontano pagine infilzate da aculei e cocci di vetro. Ti graffi il viso, lo sterno, ti buchi le mani e vai avanti. Ti ritrovi il sangue che ti cola dentro la gola e continui a deglutire come se nulla fosse. Il libro è fatto di attimi, di immagini e, dopo poco (non è facile iniziarlo), ti ritrovi ad averne bisogno. La passeggiata tra i Papaboys, la presentazione del libro ad Avezzano, gli incontri sfuggenti tra Maura ed il suo amante, la performance artistica di Rensich, diventano caldi antri, quasi liquidi (Bauman sarebbe d’accordo?), dove potersi rifugiare. Mi è capitato di voler rileggere capitoli interi per riprovare due volte lo stesso senso di fuga e di protezione. Dentro il ricordo, dentro il ricordo di un’emozione non può più succedere nulla, non c’è più pericolo. Eppure, il dolore provato dai protagonisti lo senti nelle mani, vivo, a tratti ingestibile.

Arricchiscono la trama dettagli, altre storie incastonate. Si parla dell’arte e di critici d’arte, si viaggia con Rensich in tre continenti, si passeggia tra i segreti di Roma, per le strade di Budapest, si frequenta l’ambiente letterario italiano e provinciale, finiamo dentro il corpo di un maratoneta e scopriamo come funziona. Inoltre, ci sono due fili conduttori su cui pare strutturarsi tutto il mondo della narrazione: la corsa e le stelle. Un po’ come il sogno e la fuga, o l’abbandono. Significati certo diversi a seconda del lettore. Covacich lo dice che ha sempre cercato di scrivere un romanzo in cui un maratoneta diventa artista, ma non gli era mai riuscito. L’Umiliazione delle stelle avrebbe voluto chiamarlo. Il risultato in questo romanzo è l’umiliazione esaltante delle stelle.

Ecco, il senso ultimo del libro, non sta nel dolore, nell’abbandono, nelle scelte difficili. Sta nella responsabilità con cui vanno affrontati alcuni momenti delicati e nella consapevolezza che, a volte, le “stelle” decidano per noi. È un gioco di rimandi. Ad un certo punto, si perde il controllo, si deraglia, per quanto fermi e decisi possiamo essere, ci si perde, si sbaglia, si fanno soffrire le persone che ci stanno accanto. È inevitabile. È la responsabilità dell’inevitabilità, dunque.

Punti di forza: lo stile incredibile, i rimandi, gli slanci, un libro vero che nasconde una storia “semplice” ma un tema decisamente difficile da gestire (ad esempio il male che si può fare con le proprie parole). Il libro ti fa vedere cose che prima non vedevi, anzi, non osservavi (come il corpo di una donna che geme davvero). Il dolore sincero, mai retorico.

Punti deboli: se non ne mettessi? Forse i buchi. Quelle cose che avresti voluto sapere e che l’autore lascia velate. A tratti pesano un po’, ma forse è solo la brama di capire, di imparare.

Consigli al lettore: Covacich è un autore da scoprire, di una bravura e modestia (che pare trasparire) imbarazzanti. Lo consiglio a chi si trova di fronte a sconvolgimenti sentimentali ma non solo amorosi, oserei dire vitali.

Futuribili: leggere altro dell’autore, leggere presto.

Link utili:

Einaudi, scheda libro.