La valigia dei Sogni e la meraviglia degli uomini-albero

Gran Sasso d'Italia - Campo Imperatore

Uno poi vorrebbe scrivere tanto e tutti i giorni e riempire il blog e farsi conoscere e fare carriera e fare lo scrittore e allora pensi a cosa bisogna scrivere e come e quanto lungo e poi devi trovare il tempo che il tempo non si trova mai e poi le cose non ti escono quando ti dovrebbero uscire e allora finisce che per scrivere un piccolo post sul blog diventa una giro di matti che ti porta via due ore in cui avresti potuto cercare un lavoro o scrivere cose più serie, ma. Ieri volevo scrivere degli amici e non l’ho fatto. Tempo, voglia scarsa. Oggi invece volevo fare una recensione, ma ci vuole concentrazione e se non la scrivi bene non sta bene, ma non c’entra nulla. Poi ho visto una trasmissione de La7, La valigia dei Sogni, si parlava d’Abruzzo, si parlava dell’Aquila. Trasmissione realizzata qualche mese dopo il terremoto e che non avevo mai visto. Poi Feisbuk. La vedo. Mi viene da piangere. Penso. Trovo questo argomento e mi metto a scrivere, alle 13.26, questo post.

[http://www.la7.it/programmi/valigia_dei_sogni/video-52117]

Che dire non lo so bene neanche io. Che c’è da aggiungere ad una trasmissione televisiva ben fatta? Che posso aggiungere io? Sul cinema poi…

Beh, potrei aggiungere che l’Accademia dell’Immagine è ancora lì e che i film continuano a marcire nei suoi scantinati. Sarà vero? Ci vado domani a dare uno sguardo? Potrei aggiungere dell’Aquila, della ricostruzione pesante che non parte mai. Della Mafia, dei clientelismi. Di politucoli incapaci. Della testa del mio sindaco che vorrei vedere rotolare ai miei piedi. Assieme alle teste di tanti altri. Potrei parlare della mia soluzione al problema. Drastica certo. Ma scuoiarli vivi nella pubblica piazza come monito ai prossimi politici o imprenditori secondo me avrebbe il suo effetto positivo. (Sono estremizzazioni che rivelano lo stato d’animo e non quello psichico…) Però, ecco, a che serve? Adesso, in questo momento, che cosa cambierebbe?

Invece ripartire da quelle immagini, il Gran Sasso, i paesi, le vie dell’Aquila, l’Accademia dell’Immagine, i portici, il cinema Massimo, le lacrime che avrei versato. Forse non dovrei aggiungere nient’altro. Dovrei tacere al vento gelido che sfreccia tra i canaloni di Campo Imperatore. Che dire che non è già così immediato allo sguardo? Così vivo?

Quanto da cui ripartire. Quanto di meraviglioso tra le nostre mani. Sembra che il terremoto ti abbia portato via tutto. Che non ci sia altro. Sembra che si possa solo stare ad aspettare che ti ridiano quello che hai perso. Sembra che tutto sia più grande di te, che quell’energia ti abbia annichilito, annientato. Io ho la casa, la mia casa, non ho perso nulla e nessuno. Io sono un fortunato del terremoto. Per me ci sono state solo cose che mi hanno arricchito. Parlo di esperienze in assoluto, non brutte o belle. Eppure anche io sento di non avere più una parte di me. Che sia un vicolo, o che sia il centro storico, non conta in realtà molto. Ti senti privato di una arto, di qualcosa di vitale. Ti annienti, ti annichilisci comunque.

Eppoi vedi quelle immagini. Le stesse di quando scappi a fare una passeggiata sul Gran Sasso, che non è mai per sport, è sempre sempre una fuga. Un’evasione. Ti ricordi l’odore dell’erba che calpesti. Gli spazi aperti, la roccia. Le cime, il panorama. Dentro quelle immagini ritrovi chi sei. (Sembrano paroloni senza senso, ma forse qualcuno mi starà capendo…) In quelle pietre, piazze, rocche, pianure e creste, rivedi chi sei, anzi, come sei. Non ci sono parole, sono solo emozioni, senti come sei. Come infilare un dito dentro il tuo brodo primordiale e assaggiarne il sapore. L’Assolutezza.

Le scale di valori si sbriciolano. Gli schemi si smontano. Le paure si relativizzano. Le forze diventano vitali quindi vere e proporzionate. Il vento diventa musica. L’essenza ti scorre lungo il palato e la gola. Futuro e passato diventano storie da inventare e su cui scherzarci sopra. Vero? La bellezza diventa alimento. L’obiettivo torna ad essere quell’unico reale: si chiama sopravvivenza. Il terremoto torna ad essere un semplice convivente. Un triste ricordo ed un fedele compagno. Quale paura? Quale sgomento? Solo rispetto. L’amore si fa radice profonda, si potrebbe quasi pensare di essere diventati alberi. Ma sì, tutti attaccati al suolo, che finalmente risenti tuo, ed esplosi in mille direzioni verso un cielo di rami e raggi solari. Il solletico delle foglie. Con tale base, tutto torna possibile. Con questo semplice e fondamentale presupposto, questo substrato, ogni respiro torna sciolto e nutriente. Ti senti uomo o donna, comunque essere, vivo. La solitudine ed il senso di privazione non esistono più. Ecco l’immagine. Una foresta di uomini-albero, a braccia spalancate verso il cielo limpido, distesi tutti insieme sulle creste e le vallate del nostro grande monte. Sembra di poterci volare sopra, vero? E i sorrisi e gli occhi chiusi…

“Nowhere men but where they stand” viene da parafrasare i The Veils.

The Nowhere Man

I wonder where the junkies go to die
Were you a friend our just some passer by
Because lately it feels like I might need some time

If you want me then you’ve found me
With time out of mind

Lately I’ve wondered how many eyes there are in mine
Because if this aint real then what’s the point in trying
And lately it feels like I might need some time

If you want me then you’ve found me
With time out of mind

Darling I wonder how many signs you’ll find tonight
That we all know it’s the longest ties that bind
And still lately it feels like I might need some time

If you want me then you’ve found me
With time out of mind

Im the nowhere man
And I’m nowhere now but where I stand

If you want me then you’ve found me
With time out of mind

Un abbraccio a tutti gli uomini-albero.

Chiappanuvoli

5/01/2011

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