Grip on me – (musik: Gregor Samsa, Jeroen Van Aken)

[Avviare prima la musica]

“Ciak, ok buona la prima” e all’improvviso torna la realtà.

Le giraffe piegano i loro colli, le luci rosse si spengono, inizia un via vai di tecnici, il regista si alza dalla sedia. Svolazza un copione qua e là. Ma l’abbiamo mai seguito un copione? Gli attori restano fermi nel centro della sala. Uno di loro ha gli occhi sbarrati. Pensa “Cosa ho fatto?” “Cosa ho appena fatto?”. Le mani sono ancora sporche di colorante rosso, lo stesso che resta sparso sul pavimento, e sui vestiti dell’attrice di fronte. Lei ha una cera funerea. È bianca. Insanguinata ma sorride. Appoggia la mano sulla spalla dell’attore, con modi affabili si accomiata e se ne va nel suo camerino portandosi dietro il suo dolce sorriso.

L’attore alza la testa verso la luce accecante sopra di lui. Le pupille scompaiono nelle iridi marroni. Le labbra, le sopracciglia, i capelli e tutto il sangue che ha in dosso si dissolvono pian piano nel candore e nel calore del tungsteno incandescente. Passa pesantemente le proprie dita sul viso, sente l’umido del liquido che subito si secca e sfuma via. Le mani non sono più sporche. Come il viso. Gli abiti. Ed il pavimento tutto intorno. Il sangue s’è volatilizzato. Come anche le strumentazioni, gli apparecchi, sedie, persone, telecamere e scenografie. Resta la luce, bianca. Avvolgente. Eterea. Poi, un flash. Un crepitio. La luce sobbalza. Uno strepitio e si fa buio. “Che cosa ho fatto?”.

Passano giorni, settimane, secoli e qualche stagione. Il buio profondo. Le pupille nere che cancellano il marrone. Le mani aperte e secche che protendono dalle braccia poste di fianco al busto. La testa è rivolta verso il basso. A fargli compagnia solo il ripetersi del cigolio della tavole di legno del teatro che, alle sue ondulazioni microscopiche, rispondono con inequivocabili sforzi di pressione. Come se vacillasse il mondo, di tanto in tanto.

Non un sospiro. Il tempo si è sciolto nell’ombra. Non più un prima, tanto meno un poi. Ogni attimo pare irrevocabilmente infinito. Le distanze nello spazio diventano come vaghi ricordi nella mente di un cieco. Il peso, la forza della gravità, sono fenomeni che non lo riguardano più. Oramai fluttua. La diapositiva del fascio di luce che gli colpiva gli occhi è l’ultimo segno impresso nella retina. Che cosa aveva fatto? Solo un poco di polvere qua e là.

Sbadigli di voci. Barbeggiamenti soffusi. Scioglilingua disciolti. Parole incomprensibili accennano ad un ingresso nei padiglioni auricolari dismessi. Qualcosa o qualcuno. Senza un senso preciso, questi rumori prendono ad assottigliarsi. Iniziano la lenta fase di ristrutturazione. Le stanghette tornano sotto i trattini alti. I puntini rotolano piano piano. Si gonfiano rialzandosi i contorni delle vocali. Poi l’insperato miracolo, il senso rincontra il significato, il simbolo torna alla sua interpretazione. Una parola, due, una frase, un concetto. Ordine al cospetto dell’intricata creazione divina.

Un flusso lento d’aria risale in vortici ellittici le pareti nasali. Un tic colpisce le falangi della mano. Scricchiola la parete secca del palato. Uno spasmo della gola. Il peso del corpo ripiomba sulle articolazioni atrofizzate. Un colpo d’aria rinfresca tutta la bocca e picchia giù a riempire i polmoni e piegare il diaframma. I pugni nel frastagliamento di falangi si chiudono con la poca forza rinata. Il battito del cuore. E le palpebre cadono sugli occhi rovinando sulla membrana cutanea inferiore, in un’esplosione di microgocciole che scintillano in ogni lato dopo lo scontro delle due ghiandole lacrimali.

Torna la luce a filtrare arcobaleni nel cavo degli occhi chiusi. Le mani aperte si portano a placare la sua nuova irruenza. Le labbra si serrano e la saliva inonda il palato molle e si riversa nell’istmo delle fauci. Le ginocchia cedono di qualche grado. Le ossa del collo indietreggiando causano lo sferragliamento di neuroni in corsa verso la zona del cervello addetta al dolore. Un calore ancora tenue spolvera la sua pelle.

Quando aprirà gli occhi sarà pervaso da un flusso di linfa candida che lo farà ondeggiare poco appena nella direzione opposta. Le mani ricadranno sui lati. Risplenderà un poco di luce dai suoi denti. Il teatro sarà scomparso. Così le tavole e tutti gli strumenti. Ascolterà le melodie che danzeranno intorno e dentro le sue orecchie. Ci sarà dinanzi a lui quello che aveva a lungo immaginato. Il buio svanirà piano dentro il suo animo.

“Che avevo fatto?” penserà. Il sorriso si farcirà di consapevolezza. Lo sguardo tornerà serio ma non troppo. Riverserà il peso in avanti e farà per compiere un passo. Verso la nuova luce. Parole e mani volteggiano, l’invitano, l’attendono. Quei denti. I capelli. Ancora realtà.

Gregor Samsa, Jeroen Van Aken

“It finally did its time.
One million keystrokes have gone by
and I’ve never saved another’s life.
Why didn’t I choose the other way?
I’m damned if I go,
damned if I stay.

It seems the devil’s got a grip on me.

Then there’s the place I’m in.
All pages in your lap,
all levels in the dark.
Everything just goes
and then comes again.

It seems the devil’s got a grip on me.

All things come and go, but we won’t break.

[http://www.lyricsmania.com/jeroen_van_aken_lyrics_gregor_samsa.html]

Chiappanuvoli

9/01/2011


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