Occhisecchi (musik: Mogwai)

Occhisecchi



 

Le mani e i piedi

sono a distanza siderale

dalla testa conica,

il busto non esiste più.

Nella gola un vuoto

cosmico resta schiacciato

tra i denti devitalizzati.

Occhisecchi.

 

Una paresi amorfa

corrompe i giorni,

l’ingolfa tra le coperte,

come a protezione

dello scafandro depressurizzato

che mi sento.

Occhisecchi di buio.

Recondito.

 

Quando mi dicesti,

quando feci.

Quando non.

Eppure.

Pareti d’illusioni

da rimbiancare

mi offrono il fianco.

Dipingendo

bagno le mie costole.

Sangue e acqua

d’occhisecchi.

 

Ci sono nel fondo

con-vincimenti

che prendono piede.

Strappano via le gambe.

Rotolano nelle ginocchia.

S’arrampicano tra i peli neri.

Ma non vengono a galla.

Almeno, come vorrei.

Restano placidi che tutto… –

vorrei dire andrà bene –

…resta fermo.

Un’immobilità stagnante

nel giorno del trasloco più importante.

Occhisecchi e dita con-fisse.

 

Quando si pensa che

“faccio così che di certo…”

“meglio che mi sto fermo che faccio peggio…”

“ma sbaglio sempre?”

“faccio e sbaglio,

non faccio ed è peggio”,

ho imparato che è il momento in cui le carni

stanno appese a sottilissimi fili.

Fili che si potrebbero suonare

per quanto tesi.

Fili che si spezzano in-un-non-nulla.

La cadenza non è più solo un ritmo

o uno sfracellamento romanzato,

la cadenza diventa verità.

Che dico? Regola.

Occhisecchi puntati sulle lance.

 

Queste vorrebbero essere le prime parole

espresse senza depressurizzazione corporea.

Non ci sto riuscendo evidentemente.

Il tiro alla merda: l’ho interrotto?

Il gesso bianco: ho smesso di disegnare contorni intorno al mio corpo?

La pipa mentale: S. Holmes la smette di dire “elementare Watson”?

Dal soffitto cala qualcosa: quando finirò di giocare con i fili circocentrici?

Quel filo appeso che chiamo “speranza”

strozza fuori gli occhisecchi.

 

Quando diventerò cosciente

della differenza tra

capire e comprendere?

Tra «prendere» «afferrare»

e

«prendere insieme»?

Etimologia dell’esistenza.

Lo studio del vero-profondo significato della parola

che esiste tutt’intorno e dentro.

Etimologia dell’assistenza.

Dell’insistenza.

Dell’accoglienza.

Ho anche perso il filo del discorso.

Perché tirare quel filo è come vederlo

riemergere da sotto uno strato di terra.

Si muovono i piedi, le mani,

la testa s’incrina, il busto si contrae.

Non era terra. Carne.

Non li voglio più gli occhisecchi.

 

Avrei solo la cosa più importante da dire.

Qui, in tasca, nel polpaccio, tra i pensieri.

Mento. Orridamente mento.

Quella cosa

è dentro un coso rosso che non voglio neanche nominare.

Sto solo circumnavigando l’emozione della priv-azione.

Che per re-azione prevederebbe l’azione (privata).

Non più convincimenti

ma vincimenti congiunti.

«Comprendere».

Anche gli occhi chiusi possono

diventare occhisecchi.

 

Non è più una lacrima che devo cercare per capire.

Non sono più gli occhi chiusi che servono per sognare.

Non è più lo sforzo delle palpebre che aiuta l’interpretazione.

«Comprendere».

Mi piacerebbe scrivere:

“sono gli abbracci di occhi aperti

e congiunti che portano insieme

verso l’azione e la con-divisione

(divisi insieme)”;

ma di parole siamo stanchi, no?

Di parole:

di «comparazioni» di «similitudini».

 

Aprire gli occhi-

-secchi!

E «versare insieme».

 

A noi.

 

Mogwai - Half Time

Chiappanuvoli

10/01/2011

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2 risposte a “Occhisecchi (musik: Mogwai)

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