Tides from Nebula (recensione + intervista)

Leggo un evento su Facebook, concerto post-rock a Pescara. Apro la pagina e carpisco i dettagli: Tides from Nebula (mai sentiti…), gruppo polacco (che razza di esperto di post-rock sono?), al Mono Spazio Bar (esiste un locale in Abruzzo con una scaletta di concerti minimamente interessante per uno come me?), 23 Novembre 2010 e gratis…

Mi rilasso sullo schienale della sedia e penso: “Ma è oggi, è stasera….”. Scatta missione giro di telefonate. Alla fine trovo un nuovo amico, uno di quelli con cui ti sei inteso a prima vista e che sai potrebbe diventare un bel tassello del mosaico friends&co. Andiamo? Andiamo!

Il locale in sé sarebbe anche facile da trovare, se non fosse per la smania, la fretta, l’ansia, i cartelli senso unico e divieto d’accesso di tutta Pescara. Alle fine, dopo 40 minuti di giri inutili, eccoti dentro. Bianco e nero, luci soffuse, neon sul soffitto rossi, sgabelli in ferro battuto che si cappottano per un non nulla, gli strumenti pronti nel fondo della sala, birra, buona birra, alle pareti i prossimi appuntamenti, che se fossi pescarese mi trasferirei nella vicina via Bardet (menzionata in un racconto che ho scritto di recente). Ti metti in postazione, a 13 centimetri dal chitarrista, di più non sta bene, ma è in braccio a lui che vorresti stare. Macchina fotografica pronta. L’idea geniale per la creazione di una community (e non dico altro) in tasca. Lo stereo del locale passa canzoni che conosco alla perfezione, è la mia musica, quella che sento da tre anni, quella per cui chiunque mi conosce mi critica, quella che muove le corde del mio animo, si sa, la riconosci subito appena la senti.

Fine preamboli. Inizia il concerto. Luci rosse e fucsia. 4 ragazzi sul palco. Bassista centrale, ai lati i due chitarristi. Ai piedi dei tre altrettante valigione di pedaliere per gli effetti. Dietro il batterista incapsulato tra il rullante ed i piatti. Vestiti anonimi come da copione. Eseguono tutto il loro primo album Aura, nove canzoni in ordine sparso rispetto al CD.

Si tratta di un post-rock (definizione non “calzante” ma identificante, gli stessi componenti del gruppo mi diranno che loro fanno la loro musica, alle etichette non ci pensano proprio) molto simile a quello dei Caspian, dei This will destroy you, dei Laura, dei Saxon Shore. Per essere il primo album, dimostrano già un ottimo livello stilistico ed armonico. Forse, ma è normale che sia così, peccano ancora di carattere, della nota caratterizzante che li contraddistingue(rà). I viaggi che i tre si fanno sulle rispettive pedaliere sradicano anche l’ascoltatore dalle sue scarpe per condurlo nell’Iperuranio, in un mondo emotivo dove non esiste paura, dove si mastica solo la possibilità, la possibilità assoluta dell’esperire. La batteria è potente e precisa. I ritmi sono incalzanti ed articolati. Cullati dalle armonie delle 12 corde ci si ritrova sballonzolati con la cadenza del rullante intrecciato di grancassa. E poi le continue esplosioni, che seguono overture rockeggianti sgambe e spesso persino sgraziate, come in Higgs Boson. L’impatto che si riceve sulla faccia è dato dalla potenza del basso, mai fuori dalle righe, mai pesante, mai sottovalutato. Il basso è lo schiaffo in faccia che ricevi, le ritmiche delle chitarre i graffi di quella mano femminile che ti colpisce.

Tides from Nebula @ Mono Spazio Bar

Altra canzone altro viaggio. Tragedy of Joseph Merrick. Si diceva del basso, si diceva dei colpi in faccia. Eccoti una serie di calci ben apportati nello stomaco. E i chitarristi in continui rimandi reciproci sembrano ridere di te stramazzato al suolo. L’evoluzione, la crescita della canzone è legata al pizzicorio tremolante sulla paletta della chitarra. Il suono si e ti riempie, è la vera tragedia che ti prende, ti stupra d’emotività e poi ti getta nel caos e poi ti riprende per mano per reinfilarti nell’ordine costituito delle cose grazie al doppio pedale in grancassa. Quei pezzi di legno a tracolla diventano organi di cattedrale quando inizia It take more than one kind of telescope to see the light (e non posso che pensare al Papa che dice che non basta un telscopio per vedere Dio). Non dico certo che si veda Dio nella musica dei TFN, ma ad un minuto e venti, sono certo, io ho visto la sua ombra sparata dietro le schiene di quei 4. Per chiudere (dall’album, non dal concerto perché non ricordo l’ordine dei brani) due parole le merita Apricot, “arrivederci ci conto tanto non mi scappi anche se ti perdi ti vengo a riprendere a casa tua”. Ci sono i sospiri di quando devi andar via e sei un po’ timido nel salutare. Allora ci pensano i tamburi a smuovere le acque, a togliere gli indugi. E le chitarre lo seguono come quelle ultime battute prima di salutare il tuo migliore amico che parte per la Namibia. Il basso invece è composto, serio, il saluto è una cosa seria! Ci vuole calore, vicinanza. Prendi ancora qualche respiro di aria pulita e infine ti abbandoni all’abbraccio che volevi, che devi, pieno di emotività. I cuori battono all’unisono e…basta.

Tides from Nebula @ Mono Spazio Bar (detail)

Ho spedito tre domande ai Tides from Nebula. Ecco la mia traduzione ed il testo originale.

Come e perché avete iniziato a suonare questo tipo di musica?

È stato casualmente. All’inizio stavamo cercando un cantante, ma dopo un paio di mesi abbiamo deciso di andare avanti, e provare a lavorare su pezzi strumentali. Ha funzionato e continua a farlo. È solo venuto fuori naturalmente.

Che cosa vi piacerebbe dire o dare con la vostra musica?

Non abbiamo nessun messaggio nascosto nella nostra musica. Stiamo tutti cercando di dare alle persone le nostre emozioni, quelle che stanno sfociando attraverso la nostra musica. Comunque, non vogliamo mostrare agli ascoltatori un’immagine specifica che abbiamo in mente. Noi lasciamo sempre spazio all’interpretazione personale e agli ascoltatori per creare le proprie immagini mentre ascoltano la nostra musica.

Che cosa vi aspettate dal futuro? Quali sono i vostri piani?

Niente. Vogliamo continuare il tour, fare altri spettacoli e dare la nostra musica a più gente. Presto uscirà il nostro secondo album, e allora vedremo che fare in seguito. Per ora, siamo stati lontani da casa con il nostro tour più lungo e abbiamo bisogno di rilassarci per qualche periodo e trascorrere un po’ di tempo lontano dalla musica, ma con i nostri familiari e amici.

How and why did you start to play this kind of music?

It was by accident. At the begining we started to look for a singer, but after a couple of months we decided to go on, and try to  work as an instrumental piece. It worked out and it still does. It just came out naturally.

What would you like to say or give with your music?
We don’t have any message hidden in our sounds. All we are trying to do is to give people our emotions, which are flowing from us trough our music. Anyways, we don’t want to show the listeners a specific image wich we have in our minds. We always leave room for individual interpretation and for the listeners to create their own images while listening to our music.
What do you expect from the future? Which are your own plans?
Nothing. We want to tour more, we want to play shows and give our music to more people. Soon our secound CD is coming out, and then we will see what we can do next. As for now, we are after our longest tour so far and we need to chill out for some time and spend some time away from our music, but with our families and friends.
Link utili:
Chiappanuvoli
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