Solidarietà in fumo – Storia del Centro Polifunzionale di Castelnuovo

Solidarietà in fumo

Storia del Centro Polifunzionale di Castelnuovo

Ieri sera ho acceso il computer intorno alle 19.00, tardi rispetto al solito. Ho letto una notizia su un sito di informazione locale che mi ha lasciato a dir poco di sasso: è andato a fuoco il Centro Polifunzionale di Castelnuovo. Una struttura donata e costruita dal Comune di Segrate (MI) nell’agosto del 2009 dopo l’emergenza terremoto. È successo intorno alle ore 13, pare per un guasto del sistema elettrico da cui sono scaturite le fiamme che, nel giro di qualche decina di minuti, hanno completamento distrutto l’edificio realizzato in legno. Tutto qui. Ho letto gli altri siti informativi, nativi per lo più negli ultimi due anni, e non vi ho trovato molto altro.

Mi sveglio presto stamattina. Barba e doccia. Salto in macchina e parto per la Piana di Navelli. Il sole è impetuoso, non sembra essere quello che siamo abituati a vedere negli inverni aquilani. Alle 11.00 ha già scongelato tutta la brina e, se non fosse per gli alberi totalmente spogli, sembrerebbe essere primavera inoltrata.

Una parete carbonizzata è rimasta in piedi sorreggendo quasi la metà dell’edificio, il restante non è che un cumulo di carbonella schiacciato sotto il peso del tetto in alluminio. Qualche colonna portante tutta mangiucchiata spunta perfettamente dritta tra le lamiere. “Area sottoposta a sequestro- vietato avvicinarsi” è scritto su alcuni fogli attaccati sul classico nastro bianco e rosso che delimita l’area. Questo è la scena che mi trovo di fronte una volta salita Via Aufinate, appena prima del cimitero, a meno di dieci metri dai M.A.P. Ce ne sono un’ottantina, forse più, sono costruiti sui due versanti del colle, in mezzo, il paese totalmente distrutto.

C’è un signore anziano che passeggia, una coppia che scatta alcune foto e che va via dopo cinque minuti e un’altra coppia, lui osserva interessato quel che resta del Centro, lei parla al telefono con l’accento romano, riesco solo a sentire che dice qualcosa sull’agibilità dello stabile e sullo sconforto che quella vista le causa.

Chiamo una signora di Castelnuovo che conosco, mi raggiunge in due minuti. È accompagnata da un altro uomo. Dopo pochi minuti si avvicina anche la coppia romana, tra loro si conosco.

«Quel che ci è successo, ti giuro, è peggio del terremoto. Non era bastato quello che ci è capitato, pure questo ci mancava! Adesso come facciamo?» mi dice subito la donna che poi aggiunge «Stavo tornando ieri dall’Aquila e da lontano ho visto un fungo nero, ma non credevo venisse da qui. Quando sono arrivata, c’erano le fiamme già alte, non c’era più nulla da fare.»

Le dico che ho sentito la signora al telefono parlare di agibilità e le chiedo una spiegazione. Mi risponde che non si tratta di “agibilità” ma di “abitabilità” e che il Centro non aveva ancora questa certificazione. Pare che ci fossero intoppi burocratici, che le carte avessero fatto sotto e sopra e da destra a sinistra tra il Comune di Segrate, quello di San Pio delle Camere ed il Genio Civile. Da un anno e mezzo, insomma, c’era un rimpallo di responsabilità senza uscita.

(Se andiamo su internet, scopriamo che il certificato di agibilità e quello di abitabilità praticamente, secondo la norma vigente D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sono la stessa cosa, la differenza sta nella finalità che ha l’immobile, abitativo o diverso uso. Ma tale diversificazione è venuta meno anche nella normativa stessa. Entrambi i documenti in definitiva attestano la sicurezza, l’igiene, la salubrità ed il risparmio energetico di un edificio e degli impianti istallati nello stesso. Dalla legge leggiamo all’articolo 2, poi ribadito nel 4°, che tale certificazione è rilasciata, nel rispetto delle regole regionali, dal comune in cui è ubicato l’immobile.)

È, dunque, il Comune di San Pio delle Camere che doveva rilasciare questo certificato, ma, sappiamo bene, che spesso le norme sono cristalline, mentre la loro messa in pratica più nera del fondo dell’oceano. La burocrazia non aiuta il quieto vivere quotidiano.

«Ma come è successo? Possibile che sia partito tutto da un guasto elettrico?» chiedo.

Mi rispondono un po’ tutti insieme. Prima del rogo, un paio di persone del paese e alcuni studenti dell’Università di Firenze stavano allestendo il Centro per l’incontro pubblico che si sarebbe dovuto tenere nel pomeriggio: la presentazione di un importante progetto Dov’era, ma non (necessariamente) com’era, ipotesi di ricostruzione di Castelnuovo”. Un uomo del paese ha iniziato a sentire puzza di bruciato. Pare di fossero anche delle stufette accese per riscaldare l’ambiente. Preoccupato, ha fatto un controllo. Capito che il forte odore veniva da dentro lo stanzino dove c’era collocato l’impianto elettrico, ha scoperto che la porta per accedervi era chiusa a chiave. Perché era chiusa a chiave? Ha provato a forzarla, a buttarla giù, senza successo. Ha gridato a tutti di uscire fuori ed è corso a prendere un estintore. È sì, perché dentro un edificio di legno destinato ad uso pubblico, non c’era neanche un estintore. Al ritorno, le fiamme già fuoriuscivano dal tetto e la schiumetta bianca non sarebbe servita a nulla.

Dopo pochi minuti sono arrivati i Vigili del Fuoco. Uno dei signori mi racconta che i pompieri hanno svuotato l’intera cisterna dell’acqua senza riuscire a domare le fiamme, che addirittura sono dovuti andar via a prendere altra acqua nel laghetto vicino perché, se non ci sono gli estintori, figuriamoci se sono state istallate le bocchette per l’acqua in caso d’incendio. In questo lasso di tempo, il Centro è bruciato del tutto.

«Forse si sarebbe potuto salvare» dice l’uomo tra le labbra strette.

Traspare rabbia dai loro volti, pochi secondi appena, per poi essere sostituita dallo sconforto, dalla desolazione.

Cerco di tenere viva la conversazione, quando, a dire il vero, vorrei unicamente stringerli tutti in un abbraccio e chiedo in cosa consisteva l’evento che si sarebbe dovuto tenere nel pomeriggio. In pratica, l’Università di Architettura di Firenze si era offerta di produrre un piano di ricostruzione del paese. Aveva portato un plastico e delle foto, tutto andato distrutto. Ogni studente aveva “adottato” una casa, avevano lavorato gratuitamente. Il sindaco, Francesca D’Andrea, però non sarebbe potuta intervenire per motivi personali. Il sindaco, da parte sua, non aveva dimostrato molto interesse già in precedenza. Pare che fosse sostenitrice di un altro progetto realizzato sempre dall’Università di Firenze, ma della Facoltà di Ingegneria. Aggiungono sconsolati che non sarebbe intervenuta neanche tutta la cittadinanza. La stanchezza, la confusione, le mille promesse fatte ed i dissapori che questi avevano creato, aveva reso minima la partecipazione.

Un aspetto poco chiaro questo. Un paese e due progetti, una ricostruzione e due Università coinvolte. Ma di concreto, viene da chiedersi, cosa c’era? Spero che almeno gli interessati (che termine freddo, e se usassi “quei poveri disperati senza più casa e speranza”?) sappiano rispondere a questa delicata domanda.

«Ma per cosa era utilizzato il Centro Polifunzionale?» domando a bruciapelo.

«La domenica ci si svolgeva la Messa. C’era un ambulatorio. Poi in uno stanzino ci tenevano l’archivio dell’associazione nata per seguire la ricostruzione del paese» risponde la signora.

È andata distrutta tutta la loro storia.

«Stavamo portando avanti dei progetti. Grazie all’Associazione Humanitas, avevamo intenzione di aprire un moderno Centro Oncologico. Sarebbe stato un laboratorio telematico, con il quale, una volta avuta la diagnosi del paziente, ci si sarebbe potuti mettere in contatto con ospedali, centri, medici specializzati e ricercatori in tutto il mondo per trovare una cura alle forme più rare di tumore.»

Aggiungono che anche su questo non avevano avuto il consenso del sindaco. Anzi, che negli ultimi periodi, diventava sempre più difficile ottenere l’autorizzazione per usare lo spazio. Avevano anche pensato di comprare di tasca loro degli estintori, ma non potendo più custodirlo come volevano, avevano lasciato perdere. (“Custodire” è il verbo che hanno usato, ed un dono inestimabile si custodisce)

«Anche ad un Centro Oncologico si era opposto il sindaco?» domando calcando un po’ la mano.

E risponde un uomo anziano che da poco si era unito al gruppo:

«Non ci si può parlare con il sindaco, è peggio di un muro.»

Noto che i loro occhi, all’unisono, si abbassano sconsolati. “E che diamine! Ma è un mostro questo sindaco!”, penso. Ma poi mi ricordo che la realtà è sempre più complessa di quanto appare e annoto sul mio taccuino: “prendere appuntamento col sindaco”.

La donna si riprende di spirito e ci domanda retoricamente:

«E se fosse successo nel pomeriggio? Oppure questa mattina durante la messa con il Centro pieno di anziani?»

«Ci sarebbe potuto scappare il morto…» rispondiamo quasi in coro.

«È stata una fortuna» ribatte la signora.

È assurdo solo pensarci. È assurdo stare qui a pensare come sia stata una fortuna che il punto di riferimento di questa gente, ormai privata di ogni luogo d’incontro, che l’unica speranza a cui potevano aggrapparsi, sia bruciata quando, casualmente, non c’erano troppe persone dentro. La casa, le quattro mura, qualsiasi un posto dove stare, ad un certo punto, smette di essere semplice luogo, diventa essenza pregnante, ambiente identificante, diventa parte di noi stessi, sempre. Pensate a chi non ha più una casa, a chi non ha più quello spazio, quella persona si attaccherà ad un nuovo posto, ad una nuova identità, con i contraccolpi emotivi che ne conseguono. Loro hanno perso anche questo. E ora stanno qui, davanti a me, ringraziando il cielo per la fortuna che hanno avuto.

«Voi eravate qui?» chiedo agli altri presenti.

«Sì.» risponde l’uomo anziano «Ho sentito le grida e sono uscito di casa. Le fiamme erano alte 4-5 metri e andavano dritte per dritte verso il cielo! Una scena!.. E non c’era vento, grazie a Dio non c’era vento, sennò si sarebbero potuti bruciare pure i M.A.P.!»

È vero. L’uomo ha ragione, una ragione tristemente amara. Il rischio è stato enorme. La distanza dalle abitazioni è pochissima.

«Poi ‘sti cosi chissà di cosa sono fatti?» aggiungere un altro «Si bruciavano tutti!»

«Chissà come sono fatti gli impianti elettrici piuttosto!» ribatte la donna di Castelnuovo.

Interviene, a questo punto, il marito della signora che parlava al telefono in accento romano e, dopo essersi qualificato come lavoratore in ambito della sicurezza, rincara la dose:

«A parte gli impianti elettrici, che andrebbero verificati ad uno ad uno, gli estintori e la vicinanza delle case, ma come è possibile che un edificio costruito in legno prenda fuoco così rapidamente? Chissà se ci avevano passato un impiegante ignifugo?»

Dubbi legittimi o chiacchiere da giorno dopo? C’è da stare sicuri negli edifici costruiti dopo il terremoto anche con enormi sforzi economici da parte del Governo, enti amministrativi o chissà chi altro? Non riesco neanche ad immaginare il polverone che si alzerebbe se si diffondessero dei dubbi sulla sicurezza di M.A.P., C.A.S.E., container e strutture di legno. Conoscendo però l’attitudine aquilana, probabilmente si monterebbe una mega-polemica per un periodo di tempo compreso tra i 7 ed i 14 giorni, poi tornerebbero tutti ai loro impegni, alla loro quotidianità, senza averci davvero capito nulla. Che si appendano in bella vista i certificati di agibilità, di sicurezza di impianti elettrici e quant’altro, allora! E dove non ce ne sono, che ci si adoperi a verificare e crearli. Diamine è tanto facile! Diamine, basta fare! Una volta tanto, fare e non parlare. Diamine, dovrebbero essere cose semplici, il minimo di legge! Diamine, quanto è brutto sognare e poi risvegliarsi all’ombra del Gran Sasso…

In preda ai miei deliri onirici, vengo ridestato dai castelnovesi che mi avvisano che la persona che guida l’auto appena arrivata è il sindaco. Vorrei andare da lei, chiederle spiegazioni, vedere che faccia fa. Prima di tutto, vedere anche che faccia ha. Mi contengo però. “Chiederò un appuntamento”, penso. È più professionale e avremo modo di discutere, e confrontarci, in modo più approfondito. In questo momento non sarei obiettivo.

Il sindaco D’Andrea parla a lungo con un uomo restando seduta nella sua auto. Dopo qualche minuto, scende e si avvicina al gruppo di signore che discute vicino i nastri di delimitazione dell’area sotto sequestro. Indicano qualcosa, scuotono spesso la testa. Non ci sono mostri, ci sono situazioni complesse da affrontare.

Anche la nostra discussione riprende animata. Gettiamo nel calderone le responsabilità, i rischi, ma anche la frustrazione per la situazione terribile che, qui a Castelnuovo, pare non dover finire mai. Parliamo degli altri Comuni della provincia dell’Aquila, di chi ha avuto aiuti e di chi li aspetta ancora. Dibattiamo se il Centro Polifunzionale è stato donato alla popolazione o al Comune, ma non può che essere stato donato a quest’ultimo. Mi dicono che il Centro, tra scavi, impianti, fondamenta ed edificio sarebbe costato quasi un milione di euro. E anche che il sindaco di Segrate, quando è venuto l’ultima volta, era furibondo per la questione dei certificati. Mi dicono, ma questo già lo so bene, che la situazione economica è terribile. Molti qui hanno perso anche la propria attività economica. Restiamo ancora basiti quando qualcuno ricorda quello che sarebbe potuto succedere se ci fosse stata molta gente dentro il Centro o se ci fosse stato vento. Ci domandiamo nuovamente in che stato siano gli altri edifici costruiti dopo il sisma. E credo che anche loro abbiano percepito come un senso di vuoto dentro. Il senso del dubbio, misto a follia e paura e tanta, tanta rabbia.

È l’una passata. Una signora anziana avvisa che il pranzo è pronto. Ci congediamo, per ora è tutto. E speriamo in cuore nostro che sia davvero tutto.

8 Febbraio 2011

Grazie a chi mi ha aiutato a raccontare questo evento.

Chiappanuvoli

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