Malto – racconto post-organico.

Malto.

È solo malto. Non è consolatorio però ripeterselo in continuazione, ma lo faccio. Sembra che abbia perso il controllo della mia vocina interna. La razionalità. Urla credo.

L’azzurro della spugna cozza contro il marrone dolciastro. Il sapore che sento nella gola. Parte del mio corpo ne è ancora intrisa. Sarebbe stato un suicidio perfetto per affogamento tra le tue braccia.

Non mi avresti salvato. Dèi dei dubbi.

Torbidi brividi di marrone smorto stavano appena cominciando a scivolare su mobilie incerte, e a bagnare corpi storpi certamente insicuri quando. L’azzurro dei tuoi occhi.

Non c’era altro modo di salvarsi. Dubbi divini.

E queste mie urla che vorrei sempre più azzurre ma è malto. Non si slava. Dalle lenzuola al tappeto in cucina. Mi sto lasciando deglutire e affogare. Bollicine di speranza che scoppiano, dolci e parche, di follia e paura. Già sappiamo tutti.

Azzurra. Dèi dubbi divini.

Ho tradito sogni più grandi di questo. Ho leccato il mio dorso succhiando ancora più veleno. La principessa mi ha sempre detto di non esistere. Anche se ho sempre confuso le sensazioni di viscido.

La mia fantastica edilizia ha sempre, come sempre farà, costruito megagalattici obelischi. Figurarsi che chiesi in dono, alle mie povere origini, un oltremare verde di gru già in età della libertà.

La ottenni.

Metri 100 sul livello del consueto. Compagnia spazzata via. Folate e deliri.

Il vuoto su cui vivo ed in cui credo.

Ancora devo sentirmi chiedere com’è possibile?

Li accompagni anche tu…

Eppure.

Come vorrei saper, e poter, finire questo seguito di parole…

Eppure.

Come vorrei non dovermi sempre costruire la verità. Come vorrei almeno costruirmi credente.

Eppure.

Un blando intreccio di concetti di dita. Struggentemente è assolutamente e tristemente lì.

Mi sento fortunato. Tu.

Nodi che si propagano come se insieme avessimo vissuto per qualche tempo tra i tuoi capelli. Il tempo confonde ed infittisce.

Ho avuto paura. Tu.

Quella magica fede che cinge la forza delle preghiere. Giungevamo le mani con i corpi. Lì era Dio?

Tu termini una proteina.

Io credo che ogni uomo e donna siano fratelli di sangue quando si rifugiano e rioriginano nell’Eden.

Noi. Una formula e una costruzione.

E dunque. Il caso.

Sciolti senza scelta.

Adesso mi avverto vuoto avvitato intorno ad un vago bruciore. Credo.

Abbiam salva la vita. Defunto solo il tempo.

Siamo fortunati.

Abbiamo riso. Non abbiamo fatto ridere nessuno.

Di cosa ti senti più unta? Di fortuna.

Ho già tolto, in realtà, lo yogurt al malto. Il fango. Le bollicine. Ecco.

Fortuna.

Com’è difficile vomitare quando avresti bisogno di mangiare.

Ecco.

Il piacere di stringerti ha logorato truppe. Ne avevo bisogno. Stringendoti sapevo di far male. Di solito opto per vivere. Le dita sul tuo volto sapevano già di essere smarrite. E seguivo la strada qualunque fosse stata. Vedendoti, la storia pareva in grado di fingere altre invenzioni, nei tuoi occhi eravamo già stati. Nei tuoi occhi vedevo futuro d’un riflesso di lacrima e bagno e ora affogo. Col pianto nella gola.

E stringerti.

Discrepanza tra bisogno che c’era e voglia che covo. Nutro.

“Ale”                                                                                                                “—”

Sto meglio.

Sapendo d’esser, in qualunque modo, un buon risveglio.

Buona notte.

30/04/2005

Chiappanuvoli

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