Come ti impicco il Bartleby-smo

Un post. Forse un post mi salverà. Ci sono giorni, ma questo lo sapevo già e lo saprete di certo anche voi, che scrivere è proprio una cosa impossibile. È questo un post su uno dei miei personali blocchi da scrittore (utilizzatore di parole)? No. Non direi. Io, più che altro, vorrei dimostrare che si può sempre scrivere. Non si può produrre a piacimento su un solo argomento, ma scrivere, diamine, perché non dovrebbe essere possibile? Il fatto, almeno al momento, è che ho troppe robe per la testa. Mi sembra che il mio romanzo sia un’utopia e che, poi, non serva a nulla. Credo spesso di non essere in grado di scriverlo. Vabbè queste sono paranoie. Sto imparando a scrivere. Non è che uno parte di botto e mette nero su bianco un milione di battute così. Ma c’è dell’altro. Ci deve essere dell’altro. Sì, la concentrazione ed il caldo. Macché! Qualcosa di più profondo. Volontà. Ecco. Io mi sa che non sono capace di fermarmi su un solo argomento. C’è sempre quella voce che dice “avanti, avanti”. E infatti, il resto delle cose che ho per la testa sono gli altri progetti. Un libro di racconti sull’Aquila. Un altro di racconti di vario genere. Comporre un altro libro di poesie, anzi, prima dovrei finire quello in cantiere. E poi il futuro. Mi sto all’Aquila? Me ne vado da qualche parte? E dove? Insomma ce n’è di carne sulla griglia nel mio cervello.

Rilassati, penserete. Datti una calmata. Sì, potrei farlo. Ma poi scattano i sensi di colpa. Il tempo, non sprecare il tuo tempo. Oggi è sabato, fine settimana, se non scrivi oggi quando scrivi? Dopo una giornata di lavoro? Il senso di colpa. Sto diventando vecchio. Oddio come sei drammatico! Riprenditi col cervello figlio mio! Ma no, vedete, è solo come uno si pone davanti al tempo. Adesso mi metto a cercare scuse per le mie paranoie… È che…boh, non lo so neanche io!

Allora scrivi qualcosa sull’attualità, no? L’uragano Erika. La Perdonanza. Gli attentati Kamikaze in Algeria e in Nigeria. L’ospedale dell’orrore a Tripoli. Il vignettista massacrato in Siria. Eh, ma io vorrei scrivere qualcosa di “letteratura”. Adesso ti metti pure a fare il puntiglioso. È che questi sconvolgimenti interni non mi permettono di pensare all’esterno. Avete presente, no?

Dovrei scrivere un racconto breve. Un altro. Ne ho scritti due questa settimana. Di che parlano? Sarajevo e interstizio pre-tendopoli. Situazioni di confine. Di questo riesco a scrivere. Sulla linea. Attrazione della linea. Mi ricorda quando avevo 20 anni. I primi mesi di università. Ero fissato con questa storia del confine. Dentro e fuori. Società e natura. Limite: foresta-villaggio. Scrissi una tesina. Qualcosa di improponibile. Eppure mi valse un esame. Ipotesi sostenuta: la salvezza è stare in equilibrio sulla linea di confine. O qualcosa del genere. Stavo fuori. E la cosa bella è che non stavo tanto lontano da dove mi trovo e da dove vi ho portato adesso. Lì su, in equilibrio su quel filo sottilissimo di metallo. Talmente sottile che sembra segarti i piedi. La costante sensazione di cadere. Di sprofondare nell’oblio o, peggio, nella banalità. O nell’incomunicabilità totale. Eppure allarghi le mani e cerchi di resistere in qualche modo ondeggiando qua e là. Credo che ognuno di noi abbia le capacità per sopravvivere – vivere sopra – su quel filo. Certuni si reggono per pochi secondi appena nello loro vita fatta di miliardi di secondi. Certi altri, invece, vi danzano a loro piacimento. Spalanchiamo gli occhi. E restiamo estasiati. L’abitudine alla precarietà è l’obiettivo dell’uomo. Questo penso. L’equilibrio precario sul nulla. Tutto sta a resistere anche a rischio di rimanere impiccati.

27/08/2011

Chiappanuvoli

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2 risposte a “Come ti impicco il Bartleby-smo

  1. Bellissime riflessioni Ale. A questo punto non posso che consigliarti due letture: il romanzo breve di Joseph Conrad LA LINEA D’OMBRA (Oscar Mondadori), e la raccolta di poesie di Paul Celan DI SOGLIA IN SOGLIA (Einaudi). Sembrano fatti apposta per te!
    A presto.
    Enrico

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