Schiavi degli invisibili – Eric Frank Russell (recensione)

Lo strato di polvere sulla copertina del libro Schiavi degli invisibili mi dice che è un bel po’ che non faccio una recensione ed è davvero un casino di tempo che l’ho finito di leggere. Erik Frank Russell è uno dei padri fondatori della fantascienza inglese. Il libro in questione (Sinister Barrier il titolo originale) è quello che lo fece conoscere al grande pubblico nel 1939. Fu tra i primi romanzi pubblicati nella collana Urania. La mia copia invece è del 2010 edita da Coniglio Editore, nella sua collana “Ai confini dell’immaginario” (ISBN 978-8860632555). Premessa doverosa: non sono un appassionato di fantascienza, pochissima letta, tantissima vista in TV.

Siamo nel 2015. Il futuro, il mondo anche dopo di noi. Delle insolite morti colpiscono dapprima alcuni scienziati americani poi altri in tutto il mondo. Chi per infarto, chi per suicidio. Non può essere una casualità. Ad indagare sui casi Bill Graham, una sorta di agente segreto. Dalle indagini emergono dettagli singolari. Alcune vittime hanno il braccio pitturato di tintura di iodio. Prima di morire avevano assunto della mescalina. Erano quasi tutti i contatto tra di loro, in rete.  Seppur tramite discipline differenti, ognuno di loro sembrava interessarsi allo stesso fenomeno. Ed è proprio l’oggetto dei loro studi a condannarli a morte. Graham si troverà ad affrontare un nemico imbattibile e letale. Questo “male” è il vero gioiello del libro, soprattutto se si considera che è stato scritto ben prima dei vari Matrix e compagnia bella. Ben presto la storia prende una piega apocalittica, alla Guerra dei Mondi, ma la tenacia di Graham e la capacità organizzativa del governo americano riusciranno a farvi fronte.

A pensare, dico sul serio, che questo romanzo è stato scritto nel 1939 vengono i brividi. A pensare però che quello è lo stesso periodo in cui è prolificato il genere fantascientifico i brividi si attenuano, ma non spariscono. Notevole è l’intuizione di fondo della storia, divertenti ed innovative, certo per l’epoca, sono le “previsioni tecnologiche”, come ad esempio i videotelefoni o le girovetture. I colpi di scena e la suspense rendono avvincente la lettura e lo svilupparsi della vicenda. Il tratto più sorprendente, e qui mi ripeto, è l’idea sottesa. L’idea di un’umanità resa schiava. Se credete che i film di oggi (come il già citato Matrix) siano rivoluzionari, Schiavi degli invisibili vi riporterà subito con i piedi per terra. Il filone fantascientifico che vuole un’umanità assoggetta a forze malefiche, che vede l’uomo come una mucca da spremere, da sfruttare, è solo una sessantina d’anni più vecchio.
Il libro è ben scritto, e anche ben tradotto (traduttore sconosciuto). Come detto gli incastri ed i colpi di scena rendono facile la lettura. Non sempre tuttavia le scene risultano del tutto scorrevoli, meglio le descrizioni degli scenari che l’effettivo svolgimento dell’azione. La trama, per quanto innovativa e interessante, soffre in alcuni punti decisivi di poca chiarezza. A tratti, e tratti non sottovalutabili, non si capisce come il protagonista acquisisca le sue capacità nel contrastare il nemico. In un paio di punti ci sono delle vere e proprie “toppe” per salvare i vuoti di senso. Insomma se non ha attraversato i decenni restando un caposaldo del genere qualche motivo c’è.
Punti di forza: ovviamente e come detto l’idea di fondo. Idea che, per stessa ammissione dell’autore, è stata mutuata dalle teorie (per alcuni strampalate) di Charles Ford.
Punti deboli: la trama non sempre lineare e chiara. La complessità messa in campo non trova piena estrinsecazione nelle spiegazioni messe di volta in volta in campo.
Consigli al lettore: da leggere se si è appassionati del genere fantascientifico, da leggere se si vuol capire dove sono nate le idee innovative che troppo spesso ci vengono spacciate per “rivoluzionarie” nella cinematografia odierna.
Futuribili: non so se leggerò nel futuro prossimo altre opere di Russell, certo mi ha dato lo stimolo di approfondire un genere che finora ho quasi del tutto ignorato.
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Chiappanuvoli

Kata-strofe

Kata-strofe

 

alle persone colpite

Vado cantando kata-strofe

.

– e son stufo –

.

alletterando tintinnii di

.                                di pioggellinina finissimissima

a gravi crateri di TeRRa

.                      e fragorose frotte di fango, a cumuli

dimmondizzia immarciscente

.

– e son stufo –

.

.    Piuttosto

.         (io)

di così mi spezzo

– TRA

l’odore una volta di terra e di madre

oGGi puzza

dal classico al moderno

dal grigio al viola

di porte / da un lato

di ponti / dall’altro

TRA

5 € 500 tagli SEMPRE

mal distribuiti

TRA le vittime e

.                       i carnefici

– un tempo

TRA servi e imperatori

passando per tutti i diversi gradi di vassallaggio

– che oggi

a TRAtti non ha più neanche odore

(pausa: richiamo: la paura del crollo delle borse

.                             quando invece ci cadono sulla testa montagne)

piuttosto

di così preferisco sognare

che la terra sia salda come i capisaldi

dei principi dell’economia e i saldi

a Natale.

.

– Ché son stufo –

.

– 4 saldi dalla padella alla brace

debito – interesse – capitale – liber(TIN)ismo moderno

ma lasciamo stare. –

.

Piuttosto

(IO) me ne sto qui a cantare

.       mentre villaggi finiscono in fondo al mare

miserrime kata-strofe

.       medesime nelle conseguenze in tutto lo stivale

.       medesime nello spazio in faccia al giornale

alletterando tintinnii

.       medesime nelle sub-strutture mafiose in azione

.       medesime nella (SUB?) strutturale mancanza di prevenzione

– e son stufo –

.       medesime della medesima puzza di morte

.       DIVERSE

nel dolore SOLO

astoricamente radicato in quell’ultimissimo lampo

.                                                 davanti la singola sorte.

.

Sono stufo del senso di colpa.

23/11/2011

Chiappanuvoli

“Berlusconi si è dimesso” – un racconto solidale con il Premier

«Berlusconi si è dimesso»

un racconto solidale con il Premier

Eppure le sue gambe non avevano mai tremato così tanto sotto la scrivania. Non aveva mai schiacciato compulsivamente il tasto F9-Forward sul suo Mac, il tasto per intendersi che manda avanti le canzoni su iTunes, per ricercare la canzone giusta, la canzone perfetta con cui incominciare. Era sempre fluito quasi tutto tranquillamente. Ecco, non era mai stato un fiume in piena, questo va detto, ma cinquemila volte di seguito in una giornata aveva battuto quei tasti per comporre parole. Si ripeteva che adesso quel che contava era il senso. Un senso alto, si ripeteva. Non posso più scherzare. Il tempo passa. Le occasioni sono poche. E il tempo era passato sul serio. Erano mesi che non scriveva più nulla. Tacche incise sulla parete come un carcerato, carcerato e carceriere del carcere stesso.

Mandava avanti le canzoni finché non arrivava quella giusta, una ballata post rock tranquilla, per allineare i pensieri. Ma i pensieri non si allineavano con facilità. La scaletta diventava sempre più spesso una sorta di organigramma aziendale, compiti ripartiti secondo le responsabilità. Nessuna smorfia di piacere. I capelli si suicidavano senza resistenza alla più innocua grattata. Sotto i tasti una giungla. Di solito si fermava qualche secondo, cercava di soffiarne via qualcuno per poi scorrere quattro dita sul touchpad. Sullo schermo apparivano tutte le finestre aperte e lui clikkava sul social network, poi il quotidiano, poi il sito specializzato, poi la mail, poi il suo blog personale. Adesso vediamo quanti hanno visitato il mio blog, diceva tra le labbra.

A questo punto, sempre di solito, si sfilava una scarpa. Il pavimento era gelido. Ripiegava il piede tra la coscia e la sedia. Non era poi così vecchio allora. I dolori però arrivavano quasi subito.

Sul social network, beh diciamolo Facebook, quella sera c’era un’insolita ironia. Euforia. Giorno di liberazione nazionale. PEPPEPEPEPEPPEPEPEPEEE vari. Fuochi d’artificio da tutt’Europa. Scene di giubilo. Game Over. Che delusione, speravo si facesse esplodere in Parlamento. Te la ricordi quella bottiglia di spumante che mi hai fatto trovare nel frigorifero della mia (tua) nuova casa a L’Aquila?? Sai l’ho appena stappata. E sai un’altra cosa? Sa di tappo!!! Lui era impassibile. Apatico lo possiamo pure dire. Guardava il monitor quasi con sottile imbarazzo. Il quotidiano on-line, beh La Repubblica, aveva sentenziato: «Berlusconi si è dimesso». E aggiungeva: «Festa al Quirinale». Non riusciva a pensare ad altro che a tutti quelli che proprio in quel momento stavano battendo freneticamente sulle loro tastiere gli editoriali del giorno dopo. Non si fermò, dobbiamo essere onesti, a pensare al “cosa” stavano scrivendo. Se aveva imparato qualcosa nella sua vita era che sul corpo del capro espiatorio avvengono spesso le più crudeli atrocità. Pensava al ritorno a casa delle famiglie dopo la condanna a morte sulla pubblica piazza. Ai sorrisi che presto si sarebbe spenti. Un po’, ai tempi moderni, come dopo le partite di pallone, finito di sfottere i tifosi avversari ti rimetti a pensare ai cazzi tuoi aspettando la prossima domenica.

Anche lui avrebbe voluto scrivere qualcosa. Gli sarebbe proprio piacuto. Dobbiamo dire che ci provò. Non clikkò mai “pubblica”. Sentì che era troppo facile. Troppo banale. Lui doveva essere uno che lasciava il segno. Non poteva unirsi al coro. Mai banale. Piuttosto essere odiati. C’era il discorso della responsabilità. Responsabilità intellettuale. Che gira e rigira non era altro che darsi un tono, giocare al rialzo, giocare a fare lo scrittore impegnato. Anche se questo non l’avrebbe mai ammesso. Anche se questo era meglio che non ve lo avessimo scritto. Si sarebbe offeso. Ma sapete com’è quando si mette in campo tutto quello che si ha, no? Le cose non vengono poi così facili. Dietro ogni frase, ogni verso, ogni comportamento, dall’altro lato di ogni battuta c’era un mondo articolato e complesso come la trama di telenolas da diciassette anni di produzione. Massimizzare il risultato. Investimenti solo garantiti. Questo era importante. Curare gli interessi di famiglia. Gestire la propria credibilità. Le statistiche del blog ci mettono davvero poco a scendere. Ecco, un po’ questo era il quadro, e questo si era trasformato in una sorta di artrosi bartelebiana alle dita quella sera, ancor più che le altre serate da sei mesi a quella parte. Era in piena crisi. Aveva una maggioranza risicata nella camera del suo cervello. Per non parlare di un Presidente della Camera fascista represso.

Puoi giocare quanto vuoi a fare lo scrittore ma, alla fine, la tua ignoranza in materia letteraria verrà a galla. Quanto altro pensi di poterti fare i cazzi tuoi? – attraversò a caratteri cubitali la sua fronte stempiata. Lui guardò altrove. Io sono uno scrittore, scrisse sul monitor caldo. Ventuno battute. Un breve sospiro. Filtro cartina e tabacco. Forward ancora, altra canzone. Desert dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Polmoni svuotati. Dove eravamo rimasti?

Un “Home” aveva fatto piazza pulita del “Io sono uno scrittore” e di tutti i pensieri banali. 12 novembre 2011, necrologio del Governo Berlusconi. Si è finalmente spento e bla bla bla. Non finì neanche di leggere. Tornò sulla pagina vuota di Word. Fece per scrivere. E invece ritornò sulle sue dita. Sembrava che una malinconia ancora più compassata lo attendesse sulla tastiera. Malinconia decisamente intonata con il catrame depositato tra i tasti bianchi. Catrame e capelli.

Inorridì un poco appena all’inizio. Poi si tranquillizzò. L’assurdo pensiero che aveva appena fatto gli sembrò plausibile invece. Le gambe si inchiodarono al pavimento gelato. La responsabilità dei propri interessi. La menzogna reiterata. La gogna mediatica. I sondaggi a picco dopo l’ultima gaffe inscenata. Spense la sigaretta stando attento a non scottarsi. Si passò la mano dietro la nuca, come a volersi giustificare. Come dopo aver rotto un vaso giocando al pallone. Appoggiò le mani sul Mac. Il coraggio di tornare a calciare il pallone. Nonostante tutto. Non diventerò mai un campione, pensò. Però quanto mi piace giocare. Prese fiato. Scrisse:

«Caro Silvio,

non siamo poi così diversi io e te.»

Di quel che avvenne dopo non ci è dato troppo sapere. Scrisse. Bene o male, tanto o poco, davvero non importa. Importava il gesto artistico. Importava tornare a scrivere. La palingenesi, la chiama lui. Importava un Paese al quale spesso poco importa sul serio delle cose. Importava continuare a giocare. Ma recuperare, per dio recuperare il principio di responsabilità. L’indomani bisognava fare i conti. Con Monti. Con la critica. Con l’Europa. Con la realtà.

Alessandro Chiappanuvoli

Campania Felix – Prefazione di Gianni Biondillo

Campania Felix

Prefazione di Gianni Biondillo a Lacrime di Poveri Christi

Uno potrebbe pensare ad una moda. Gli scaffali delle nostre librerie da un lustro si sono riempite di libri denuncia, libri scandalo, reportage d’assalto, atti processuali. Come al solito le malelingue non mancano: lo fanno per i soldi, si arricchiscono sul dolore degli altri. E via con la vecchia, falsa, demagogica litania: i panni sporchi si lavano in casa; facile criticare, per il puro gusto dello scandalo.

Non credeteci.

Alla fine la verità è che risulta insopportabile l’idea che altri, non noi, altri, abbiano deciso di camminare nel fango di un paese corrotto e di raccontarlo. Si accusa chi lancia l’allarme, si dice che sia l’incendiario, così la coscienza è a posto, fingendo che l’ignavia, l’indifferenza, l’egoismo, siano in realtà prudenza e misura. Non lo sono. Sono corresponsabilità, vigliaccheria, vergogna.

Abbiamo bisogno, eccome, più dell’aria, di questi schiaffi. Abbiamo bisogno di una terapia shock, per rimettere in moto il cuore di un popolo che sembra abbia smesso di battere da troppo tempo, immobilizzato dal più squallido dei nostri difetti nazionali: il familismo amorale. Che si stia a destra o a sinistra cambia poco, purtroppo. Nessuno può assurgere a moralizzatore quando, lui per primo, in ogni sua scelta cerca un ritorno. Per sé, per i suoi.

O con me o contro di me. O Destra o Sinistra, o Nord o Sud, o Milano o Roma, o Milan o Inter. Occorre uscire da questa illogica dualità da bar sport. Quello che succede a chilometri di distanza dal mio orticello mi interessa, deve interessarmi. Il dolore è dolore e devo riuscire a farmene carico.

Alessandro Chiappanuvoli l’ha capito. Così come buona parte della sua generazione, esclusa in partenza dai giochi, piccoli o grandi, di questo paese. La mia generazione è stata la più illusa, quella tenuta eternamente giovane, in attesa di potersi esprimere, come in preda ad un allucinogeno potente. Quella di Alessandro non si illude più, neppure di fronte allo stonamento televisivo. Ha capito che tutto è stato sprecato, disperso, gettato alle ortiche. Non c’è più tempo per questi ragazzi, non c’è più spazio. Sono giovani in un paese di vecchi, abbarbicati al potere e alle poltrone. Immorali. La generazione di Alessandro non ha più speranze. E quindi non ha più nulla da perdere.

Come se non bastasse Alessandro Chiappanuvoli vive sul suo corpo la tragedia del terremoto d’Abruzzo. Ha visto l’incapacità di gestire la tragedia, le bugie quotidiane dei media che diventavano realtà (fittizia, falsa, bugiarda, ma comunque vera, in quanto calata dall’alto dal sistema della comunicazione di massa). Non ci crede più, non ci ha mai creduto a quelle bugie, non solo per professione – anche se i giornalisti embedded italiani, così proni alla Politica di palazzo, non sanno neppure più qual è il loro dovere professionale, troppo occupati a salvare le proprie prerogative di casta –, ma per esperienza diretta del dolore. Quello vero, non quello delle fiction, quello vissuto sulla carne e nell’animo. Ha visto crollare la sua terra e le sue aspettative. Ma, come dicevo, quando non hai più illusioni, forse, sei più adatto a combattere, a ciglio asciutto. Quando hai conosciuto le armi di distrazione di massa sbugiardare la tua realtà, smetti di crederci, vuoi andare a toccare con mano il dolore degli altri.

Questo ha fatto. Come testimone solidale. Ha voluto capire, di persona, come decine, centinaia di migliaia di persone, stiano sotto scacco, in una terra che ha perso la speranza di una vita normale, qualunque cosa voglia dire. Là – in quella che gli antichi chiamavano Campania Felix, deposito di opere d’arte uniche al mondo, col terreno di coltura fra i più fertili – un misto di politica immorale e di metastasi camorristica sta contaminando, peggio di una centrale nucleare fuori controllo, le vite dei suoi abitanti. Le vite e i sogni.

Alessandro Chiappanuvoli ci racconta la sua testimonianza come atto di profonda moralità. Le discariche di Terzigno, le ecoballe del Casertano, il percolato a cielo aperto, l’agricoltura annichilita, il tanfo che penetra fin dentro le case di quella gente, lo riguardano. A lui, che il dolore l’ha conosciuto.

Questo il suo insegnamento. A me, che vivo a Milano, a te lettore, di ovunque tu sia, se davvero siamo fratelli e la solidarietà ha ancora un significato. Così come l’indignazione e la voglia di cambiare le cose. Per davvero.

Come è andata? Come va?

È da un po’ che avevo voglia di tirare le somme e oggi mi sembra giusto farlo. (Ho appena un quarto d’ora prima di andarmi a far bucare dal dentista.) Tirare le somme su Lacrime, intendo, questa prima esperienza editoriale. Beh il libro si è venduto e si continua a vendere. Il problema rimane sempre la distribuzione e la pubblicizzazione, ma del resto questo lo sapevo dall’inizio. Qualche tempo fa sono stato al Festival Alter Munsi di Spoleto, il 4 novembre a Piovono Libri ad Amatrice e ieri al Circolo del Pd dell’Esquilino a Roma. Anzitutto devo ringraziare tutte le organizzazioni e le varie persone che singolarmente hanno gestito gli incontri. Che altro dire, che sono stato soddisfatto. L’importante, mi pare, è che il dibattito continua ad essere animato e che vedo sempre nascere tra le persone uno spirito di solidarietà che va dalla questione campana alla situazione dell’Aquila al declino del Paese intero. La strada è quella giusta.

Presto metterò in campo una nuova strategia, sarà la 15°, credo. Rompere il muro, esistere, questo è l’imperativo. Non voglio svelare nulla al momento, dico solo che servirà molto energia, soprattutto di quella positiva che ti stampa un sorriso inamovibile, marmoreo, sul viso.

A presto.

Chiappanuvoli