“Berlusconi si è dimesso” – un racconto solidale con il Premier

«Berlusconi si è dimesso»

un racconto solidale con il Premier

Eppure le sue gambe non avevano mai tremato così tanto sotto la scrivania. Non aveva mai schiacciato compulsivamente il tasto F9-Forward sul suo Mac, il tasto per intendersi che manda avanti le canzoni su iTunes, per ricercare la canzone giusta, la canzone perfetta con cui incominciare. Era sempre fluito quasi tutto tranquillamente. Ecco, non era mai stato un fiume in piena, questo va detto, ma cinquemila volte di seguito in una giornata aveva battuto quei tasti per comporre parole. Si ripeteva che adesso quel che contava era il senso. Un senso alto, si ripeteva. Non posso più scherzare. Il tempo passa. Le occasioni sono poche. E il tempo era passato sul serio. Erano mesi che non scriveva più nulla. Tacche incise sulla parete come un carcerato, carcerato e carceriere del carcere stesso.

Mandava avanti le canzoni finché non arrivava quella giusta, una ballata post rock tranquilla, per allineare i pensieri. Ma i pensieri non si allineavano con facilità. La scaletta diventava sempre più spesso una sorta di organigramma aziendale, compiti ripartiti secondo le responsabilità. Nessuna smorfia di piacere. I capelli si suicidavano senza resistenza alla più innocua grattata. Sotto i tasti una giungla. Di solito si fermava qualche secondo, cercava di soffiarne via qualcuno per poi scorrere quattro dita sul touchpad. Sullo schermo apparivano tutte le finestre aperte e lui clikkava sul social network, poi il quotidiano, poi il sito specializzato, poi la mail, poi il suo blog personale. Adesso vediamo quanti hanno visitato il mio blog, diceva tra le labbra.

A questo punto, sempre di solito, si sfilava una scarpa. Il pavimento era gelido. Ripiegava il piede tra la coscia e la sedia. Non era poi così vecchio allora. I dolori però arrivavano quasi subito.

Sul social network, beh diciamolo Facebook, quella sera c’era un’insolita ironia. Euforia. Giorno di liberazione nazionale. PEPPEPEPEPEPPEPEPEPEEE vari. Fuochi d’artificio da tutt’Europa. Scene di giubilo. Game Over. Che delusione, speravo si facesse esplodere in Parlamento. Te la ricordi quella bottiglia di spumante che mi hai fatto trovare nel frigorifero della mia (tua) nuova casa a L’Aquila?? Sai l’ho appena stappata. E sai un’altra cosa? Sa di tappo!!! Lui era impassibile. Apatico lo possiamo pure dire. Guardava il monitor quasi con sottile imbarazzo. Il quotidiano on-line, beh La Repubblica, aveva sentenziato: «Berlusconi si è dimesso». E aggiungeva: «Festa al Quirinale». Non riusciva a pensare ad altro che a tutti quelli che proprio in quel momento stavano battendo freneticamente sulle loro tastiere gli editoriali del giorno dopo. Non si fermò, dobbiamo essere onesti, a pensare al “cosa” stavano scrivendo. Se aveva imparato qualcosa nella sua vita era che sul corpo del capro espiatorio avvengono spesso le più crudeli atrocità. Pensava al ritorno a casa delle famiglie dopo la condanna a morte sulla pubblica piazza. Ai sorrisi che presto si sarebbe spenti. Un po’, ai tempi moderni, come dopo le partite di pallone, finito di sfottere i tifosi avversari ti rimetti a pensare ai cazzi tuoi aspettando la prossima domenica.

Anche lui avrebbe voluto scrivere qualcosa. Gli sarebbe proprio piacuto. Dobbiamo dire che ci provò. Non clikkò mai “pubblica”. Sentì che era troppo facile. Troppo banale. Lui doveva essere uno che lasciava il segno. Non poteva unirsi al coro. Mai banale. Piuttosto essere odiati. C’era il discorso della responsabilità. Responsabilità intellettuale. Che gira e rigira non era altro che darsi un tono, giocare al rialzo, giocare a fare lo scrittore impegnato. Anche se questo non l’avrebbe mai ammesso. Anche se questo era meglio che non ve lo avessimo scritto. Si sarebbe offeso. Ma sapete com’è quando si mette in campo tutto quello che si ha, no? Le cose non vengono poi così facili. Dietro ogni frase, ogni verso, ogni comportamento, dall’altro lato di ogni battuta c’era un mondo articolato e complesso come la trama di telenolas da diciassette anni di produzione. Massimizzare il risultato. Investimenti solo garantiti. Questo era importante. Curare gli interessi di famiglia. Gestire la propria credibilità. Le statistiche del blog ci mettono davvero poco a scendere. Ecco, un po’ questo era il quadro, e questo si era trasformato in una sorta di artrosi bartelebiana alle dita quella sera, ancor più che le altre serate da sei mesi a quella parte. Era in piena crisi. Aveva una maggioranza risicata nella camera del suo cervello. Per non parlare di un Presidente della Camera fascista represso.

Puoi giocare quanto vuoi a fare lo scrittore ma, alla fine, la tua ignoranza in materia letteraria verrà a galla. Quanto altro pensi di poterti fare i cazzi tuoi? – attraversò a caratteri cubitali la sua fronte stempiata. Lui guardò altrove. Io sono uno scrittore, scrisse sul monitor caldo. Ventuno battute. Un breve sospiro. Filtro cartina e tabacco. Forward ancora, altra canzone. Desert dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Polmoni svuotati. Dove eravamo rimasti?

Un “Home” aveva fatto piazza pulita del “Io sono uno scrittore” e di tutti i pensieri banali. 12 novembre 2011, necrologio del Governo Berlusconi. Si è finalmente spento e bla bla bla. Non finì neanche di leggere. Tornò sulla pagina vuota di Word. Fece per scrivere. E invece ritornò sulle sue dita. Sembrava che una malinconia ancora più compassata lo attendesse sulla tastiera. Malinconia decisamente intonata con il catrame depositato tra i tasti bianchi. Catrame e capelli.

Inorridì un poco appena all’inizio. Poi si tranquillizzò. L’assurdo pensiero che aveva appena fatto gli sembrò plausibile invece. Le gambe si inchiodarono al pavimento gelato. La responsabilità dei propri interessi. La menzogna reiterata. La gogna mediatica. I sondaggi a picco dopo l’ultima gaffe inscenata. Spense la sigaretta stando attento a non scottarsi. Si passò la mano dietro la nuca, come a volersi giustificare. Come dopo aver rotto un vaso giocando al pallone. Appoggiò le mani sul Mac. Il coraggio di tornare a calciare il pallone. Nonostante tutto. Non diventerò mai un campione, pensò. Però quanto mi piace giocare. Prese fiato. Scrisse:

«Caro Silvio,

non siamo poi così diversi io e te.»

Di quel che avvenne dopo non ci è dato troppo sapere. Scrisse. Bene o male, tanto o poco, davvero non importa. Importava il gesto artistico. Importava tornare a scrivere. La palingenesi, la chiama lui. Importava un Paese al quale spesso poco importa sul serio delle cose. Importava continuare a giocare. Ma recuperare, per dio recuperare il principio di responsabilità. L’indomani bisognava fare i conti. Con Monti. Con la critica. Con l’Europa. Con la realtà.

Alessandro Chiappanuvoli

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