Tirare le somme – senseofnon-sense

Tirare le somme. A me non pare il caso. Guarda caso oggi mi sento proprio tellurico. Anzi sub-tellurico. Sprofondato va, che è l’effetto che volevo dare. È sì perché. Beh adesso mi dovrei mettere ad elencare tutti i pro e i contro di quest’anno. E non c’ho proprio voglia. Tanto per buona parte li sapete. Cazzo, dico cazzo, sono uno scrittore. Wow! Basta. Sono stanco in realtà. E quel “wow” è del tutto finto. Quel “wow” è un wow italiano. Leggiamolo come tale. Farebbe più o meno così vuouvvvv. Ecco che ci siamo. Così mi si sento. Con tutto che sono scrittore-wow. Vuouvvvv. Proprio così. Adesso, se avete perso il filo del discorso è normale. Io non l’ho fatto. Il filo è teso va diretto sottoterra immergendosi piano e teso che se lo tiri si scrolla la terra dal filo. Tirare le somme. Stiamo tirando un filo. Sai che mi fa male il collo. Gli occhi mi si rigirano all’indietro. Come nei migliori romanzi dei miglio scrittori, quelli sì scrittori-wow. Quel filo, ovvio che sia il filo del 2011 e non solo, il filo dei miei pensieri, sta attaccato stretto, ma stretto stretto al mio…al mio collo. Non mi va di alimentare troppo la suspense, non ho tempo io, figuriamoci poi il 31 di dicembre. Oggi nessuno ha tempo. [Oggi nessuno ha il tempo – questa cosa ricordatevela, potrebbe tornarvi utile un giorno] E tira, stringe, strozza, sfiata. Ecco che il melodramma prende inizio, penserà qualcuno di voi. Ma no, ma no. Nessun melodramma, metafora. Siamo nella metafora, tranquilli tutti, soprattutto quelli che non leggeranno queste parole, quelli che non leggono più le mie parole. È ironicissima questa cosa, almeno, mi fa ridere a me, loro mi hanno lasciato proprio per la mia melodrammaticità. Parte di quella maglia che stringe il mio collo è la loro, sono solo. Poi ci sono i cordoni ombelicali. Mamma mia! Ahahah. Quanto sono belle le parole. Io mi ci diverto un sacco. È una sensazione di libertà. Mia di dire, vostra di capire. Vostra di carpire quel che volete. Poi ci sono i fili conduttori, i contatti, quelli che mi perdo per strada. Amici miei non sarò mai un buon amico. Voglio essere onesto come una lavatrice che cade dal quinto piano. Parte di quei fili conduttori sono i contatti accumulati quest’anno. Contatti da scrittore con scrittori–wow e critici–wow. Ci hanno già ammazzato come cani. Cani vs cani. Io ci provo a capire ma non ci riesco poi tanto. No, non è vero. Io capisco che siamo cani vs cani. Siamo già capitale. Siamo già in competizione. Concorrenza. Concorrenza e deferenza, ecco cosa ci ho capito io. Poi c’è l’ultimo pezzetto di magli di filo. Io. La mia scrittura. Le mie idee. Quelle strozzano più di tutto il resto. Perché alla fine. E sì oggi lo voglio proprio dire. Io scrivo per me. Scrivo solo per me. Nel gioco dell’impiccato sotterrato io sono quello che fa il nodo a farfalla alla mia stessa gola. Non c’è nessun’altra forza, motivazione, legge, chiamatela come vi pare. Sono io. E non starò mai qui ad aspettarvi. Mai. Mai aspetterò che qualcuno si accorga di me. Voi non servite proprio a niente. Esagero forse, ma il collo è il mio. L’unica vita in ballo è la mia. Tirare le somme. Adesso ci state capendo qualcosa? A me non pare comunque il caso. Guarda caso oggi ve lo dico, lo rivelo, sono tellurico. Sub-tellurico. Un terremoto. Lo aspettavo. L’ho avuto. L’ho amato. Ora mi manca. Come fosse tutto ciò di più caro avuto nella vita. Metaforicamente. Ahah. Forse. Tiriamo le somme. Tagliamoci le mani. Respiriamo forte. La terra che riempie i polmoni. Tiriamo le somme. Io ho fame. La terra è l’unica casa.

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Chiappanuvoli

A perdifiato – (io odio) Mauro Covacich

Diciamo che dovrei essere più sciolto nella corsa verso questa nuova recensione, non dovrebbe farmi male nulla, dovrei avere tutto il fiato necessario, dovrei, anzi sono pronto, sono allenato. Invece non è così, tentenno, mi fermo, ho persino paura di scrivere quello che già so di voler scrivere. Non è un modo ad effetto per dire che ho appena finito di leggere A perdifiato di Mauro Covacich (Einaudi Tascabili, 2005, ISNB 978-88-06-16984-8), il primo libro della quadrilogia dello scrittore triestino, di cui per altro ho già recensito il terzo volume Prima di sparire. A perdifiato non lascia altra via di scampo. Come si fa leggere, così sento di doverne scrivere. Tutto di un fiato, cosciente che non sarà facile. Non ho il fisico io.

C’è questo Dario Rensich e sua moglie Maura, un ex maratoneta arrivato sesto alla maratona di New York e una ex sciatrice semi professionista. Dario viene ingaggiato dalla federazione ungherese per allenare sette atlete magiare e farle diventare, da adolescenti svampite, vere maratonete. C’è questo fiume, il Tibisco, inquinato per la fuoriuscita di cianuro da una fabbrica rumena, a fare da scenario adatto. C’è Alberto, l’amico e professore di Berkeley, il suo aiuto particolare offerto alla coppia. C’è questa bambina, Fiona, la foto della bambina haitiana che i Rensich stanno per adottare, perché lui, Dario, non può avere figli. Ci sono anche Agota e Làszlò e Gianna, una delle atlete di cui si innamora Rensich e che poi rimarrà incinta, l’allenatore ungherese delle ragazze velato antagonista e l’assistente sociale con cui la coppia dovrà mettersi a nudo per ottenere il benestare per l’adozione. C’è il tempo, quello che fa sì che questi eventi si sovrappongono, mandando Dario Rensich in Ungheria nello stesso momento in cui lui e Maura aspettano, da un giorno all’altro, l’autorizzazione per andare ad Haiti a prendere la piccola Fiona. È sempre quel tempo che incrocia queste esistenze, fino ad un attimo prima quasi distratte, rendendole fragili ed impure dinanzi la realtà dei loro stessi comportamenti.

Dopo aver letto il libro, posso dire di aver fatto una maratona, quella di Triste, nella quale il lavoro di Dario e delle atlete verrà testato. Posso dire di essere stato ad Haiti, alla Holy Cross di Baissin Blue, dove è cresciuta Fiona. Posso dire di aver bevuto un fiume di cianuro e di essere sopravvissuto. A perdifiato è tutto questo. A perdifiato è uno specchio che riflette mondi familiari e lontani, che riflette uomini e donne ignari di essere guardati. È uno specchio con cui il lettore deve fare i conti. La vostra immagine ne uscirà più satura e più nitida, accentuata nei colori e fin troppo definita nei contorni. È un libro che richiede coraggio, il coraggio di accettare una sfida, come affrontare una maratona, già sai che per lo sforzo dovrai nutrirti del suo stesso corpo. Se non si tratta di masochismo, poco di manca. Certo è incoscienza. Ma questa corsa non è una fuga, come leggo tra i trafiletti  di recensioni sparsi qua e là sulla copertina. La corsa non è autodistruzione, o distruzione dell’avversario (che si sa che davvero non si distrugge mai nessuno). La corsa è la sfida di scavare dentro se stessi, sotto quei cumuli di vita ammucchiata, inquinata, che ci portiamo appresso. La corsa è una lotta contro la realtà, realtà di specchio sia chiaro. È quel pugno secco dato contro il vetro freddo, i tagli, il sangue, te che ti scorri dentro, come un fiume, come una maratona.

Chi ha letto la precedente recensione saprà che adoro lo stile di Covacich. Siamo di fronte ad un dosatore esperto, ad un “centellinatore” di emozioni, di piccoli dettagli, di rimandi ad universi imperscrutabili ai più, eppure in fondo inconsciamente familiari. Quando l’ho letto la prima volta credevo di avere a che fare con uno dei tanti scrittori italiani che sono riusciti a scavalcare la barricata e a giungere così al tanto sospirato “vivere di quel che scrivi”. Ebbene, no. Adesso già mi vedo le pagine dei sussidiari che studierà mio nipote campeggiate dal titolo “Mauro Covacich”. Ebbene, no. Non è piacioneria, non è paraculagine, se avrete la fortuna di leggerlo, non serve che aggiunga altro.

Quello che continua a sconvolgermi è la cura del dettaglio. Dopo A perdifiato, io ho la ferrea convinzione che Covacich sia stato un maratoneta prima di fare lo scrittore. Adesso, dalle sue biografie sulla rete non emerge nulla, ma quando leggendo le sue pagine arrivi a credere che in realtà stia parlando di se stesso, che Rensich sia velocemente scomparso per essere sostituito dall’autore, il dubbio te lo poni eccome. Forse è per questo motivo che lo stesso Covacich ha sostituito e incarnato Rensich in una recente performance artistica chiamata L’umiliazione delle stelle. Adesso, il dubbio ce l’ho. Dovrò chiederlo direttamente all’interessato.

In chiusura vorrei fare una confessione. «Io odio Mauro Covacich!». È semplice. Non può un “pincopallino” (chiedo venia…) uscito dal nulla piombare casualmente nella mia vita e farsi i propri comodi senza che io dica nulla! Non può uno incontrato per caso accompagnando un amico a Roma farsi beffa delle mie difese letteral-stilistiche e intaccarmi così tanto! Non uno così, uno che non sapevo manco esistesse, uno così io lo odio.

Punti di forza: la potenza, il realismo, l’angoscia, la realtà, lo stile, la tecnica, l’audacia. Basta.

Punti deboli: (qui mi rifaccio) avevo già capito l’esisto del secondo dei due momenti culminanti già al primo indizio. Chi leggerà saprà.

Consiglio al lettore: se volete iniziare a leggere questa quadrilogia di Covacich, inizia da questo libro.

Futuribili: se non erro Fiona.

Link utili:

Einaudi, A perdifiato.

Spiriti della città

Spiriti della città

Foto di Claudio Cerasoli®

Una grossa cazzata, un passaparola, una leggenda metropolitana, qualsiasi cosa fosse stava diventando per Tommaso una vera e propria ossessione: possibile che il centro storico dell’Aquila dopo il terremoto fosse stato invaso dagli spiriti? I giornali ovviamente non ne davano conto, erano troppo occupati a raccontare di miracoli, di lotte politiche intestine, di fondi per la ricostruzione, di zone franche, questi sì, immaginari. Dovunque si recasse però, dal Comune alla bancarella del mercato dislocato, alla fine, qualcuno se ne usciva fuori con questa storia. La gente ci ricamava sopra e si andavano aggiungendo sempre nuovi particolari.

Tommaso non era un fissato di occultismo e sciocchezze del genere, ma queste voci, tirando in causa il cuore ferito della sua città, lo facevano ingrippare. Memorizzava così ogni parola che captava confrontandola con le altre mille che sentiva in giro. Passeggiava spesso lungo Corso Vittorio Emanuele, l’unica via aperta del centro, aperta fino all’una di notte, ma mai nulla, mai un’ombra, mai un sospiro, mai un rumore sospetto aldilà delle transenne. Si fermava a parlare con i guardiani delle macerie dell’Aquila, i militari che prestavano servizio di vigilanza, e capitava che qualcuno di loro si lasciasse scappare qualche indiretta testimonianza:

­«Sì, sì, è ‘o vero. Io non ho visto gniente, ma ‘u maresciallo che pattugliava l’altra notte rice che ha visto qualcosa, qualcosa di muoversi nell’ombra.» gli raccontò un piantone d’origine campana «Quasi gli è preso un coccolone, Maro’, mo ci rimane secco per la paura!»

Ormai era più che deciso, doveva andare a vedere che stava succedendo nel suo centro storico, nella zona rossa, dietro le barriere, dentro quei vicoli bui, là dove ancora gli aquilani non potevano accedere senza inutili permessi speciali.

Una sera, Tommaso uscì con gli amici, come al solito. Qualche tazza ma senza strafare, tanto per raggiungere il livello sufficiente a trovare il coraggio. Alle due spaccate annunciò la sua ritirata e tra le proteste e le risa della compagnia si avviò verso l’auto. Alla Fontana Luminosa, passò di fianco la sua auto, tirò dritto e s’infilò in una viuzza, Via delle Tre Spighe. Fu avvolto immediatamente dalle tenebre. Intravide il convento Sant’Amico sulla destra. Affrettò il passo ed raggiuse subito le barriere che lo separavano dalla zona rossa. Spostò le transenne, appena appoggiate, e sgattaiolò dentro. Violazione amministrativa commessa. Sorrise.

Arrivò in Piazza Chiarino e da lì proseguì verso il quartiere San Pietro, il più colpito dal sisma. Buio pesto, silenzio disumano, giochi d’ombre. Il cuore gli batteva forte sotto i vestiti. Paura, eccitazione, incoscienza o forse, ancora di più, la coscienza lo eccitava. La coscienza di poter essere finalmente dove avrebbe voluto sempre stare durante i mesi d’inferno di post-sisma, nei vicoli dell’Aquila, o in quello che ne resta. La luna calante giocava con i palazzi senza vita formando, sulla testa del ragazzo, linee che gli parve di non riconoscere, linee non già nuove, ma remote, antiche, quasi dimenticate. A terra c’erano ancora pietre, mattoni, cocci, pezzi di un corpo martoriato. Li pestò sentendosi in colpa.

Imboccò Via San Domenico, ancora nulla, nessun un segno di presenza, nessun sentore di vita paranormale. Si spinse in giù per vicoli disastrati fino al Vicolaccio. Un po’ di luce. Da lì prese a risalire in direzione di Piazza Duomo. All’incrocio con Piazzetta Machilone, il primo contatto, un branco di cani, gli ultimi abitanti dell’Aquila, gli unici che non l’hanno mai abbandonata. Qualche guaito, il ticchettio in avvicinamento delle unghie sui sampietrini. Tommaso provò ad affrettare il passo, ma subito gli furono sopra. Quattro cani di grossa taglia decisi a essere accarezzati dallo sconosciuto passato lì per caso. Sciacalli pure loro.

Dopo essersi appestato le mani di fetore canino stantio, con difficoltà si riuscì a divincolare e riprese alla volta di Piazza Duomo. Ancora niente. Nessuno spirito. L’idea che le voci fossero tutte cazzate si era insinuata nella sua testa. Ma tanto valeva farsi un giro tra i ricordi, tra gli affetti incastonati a quelle mura gelide. La sensazione era simile a quando, da ragazzo, andava di notte nei cimiteri con gli amici. Semplici bravate, per carità, ma erano anche i primi contatti emotivi con la morte, con l’aldilà.

La piazza era illuminata, arancione stanco, vuota e silenziosa, come il ritorno a casa dopo una sbornia clamorosa tirata per le lunghe con i proprietari di un locale. Non fosse stato per le transenne, per i puntellamenti, pezzi d’acciaio e di legno che tengono unite le pareti degli edifici, per il preservativo messo sulla cupola delle Anime Sante, non fosse stato per il tendone dell’Assemblea Cittadina…

Risalendo verso Capo Piazza, perso tra i ricordi, Tommaso non notò l’arrivo di due fari lungo il Corso. Fece appena in tempo a buttarsi dentro la vasca vuota della fontana del D’Antino. La camionetta dei militari superò tutta la larghezza della piazza a velocità ridotta seguendo il suo cammino.

D’un tratto l’auto si fermò, come il sangue nelle vene del ragazzo. Deglutì. Erano abbastanza lontani. Avrebbe potuto tentare una fuga. Rotolò fuori della vasca, restando sempre accucciato. La camionetta mise la retromarcia. Panico. Tommaso prese a strisciare come un marine cercando di raggiungere la via di fuga più vicina. I militari fecero manovra ed entrarono lentamente nello slargo della piazza. Nel momento in cui la vista dei militari fu impallata dal chiosco dell’edicola, il ragazzo fece uno scatto e si andò a nascondere dietro il gabbiotto delle informazioni turistiche. La camionetta continuò a scendere verso il centro della piazza. La versione pericolosa della mosca cieca. Quando l’auto fu abbastanza lontana, dette l’ultimo guizzo verso Via Cimino, spostò rapidamente la transenna e s’infilò dentro. Continuò a correre senza voltarsi. Alla prima traversa svoltò. Era fatta, era salvo. Finalmente poteva ingoiare il cuore che gli pompava nella gola.

I vicoli nel quartiere di Santa Giusta erano ancora più bui. Non si vedeva a un palmo dal naso. Senza una meta, Tommaso riprese a camminare. Ora il desiderio era trovare un modo per tornarsene a casa. Superò una birreria e ancora la sua libreria preferita, il Polar Caffè. Un silenzio disumano. Quando statack! Un rumore sordo a non più di 50 metri davanti a sé.

Rimase impietrito. “Ancora i militari?”, pensò. L’attesa infinita. Poi una tenue luce delineò lentamente la fonte del rumore. Una figura nera, un’ombra, come un mantello. La prova che andava cercando. Uno spirito. Proprio di fronte a lui. Si avvicinava nella sua direzione. La curiosità scomparve, la paura prese il suo posto. Il cervello si spense. Il cuore gli risalì in gola. Fuga. Veloce. Ora! Iniziò a correre più forte che poteva, non curandosi minimamente di quanto stava avvenendo alle sue spalle. Sbucò sotto gli alberi di Piazzetta Nove Martiri. Tra le fronde filtrava pochissima luce dalle altre viuzze. Poca ma sufficiente a vedere che ogni via d’accesso, e quindi di fuga, era sbarrata da altrettante sagome nere. Spiriti. In trappola.

Preso dal panico si accovacciò ai piedi di un palazzo. Si coprì la faccia con le mani.

«Non è vero! Non è vero! Non sta accadendo! Non può essere reale!»

Sentì le lacrime corrergli lungo le guance. Un singhiozzo. Alzò la testa e le figure lo avevano accerchiato. Tutte le fantasie, i desideri, tutti i pensieri erano svaniti. Il respiro bloccato nei polmoni. Gli occhi sbarrati. Nessuna logica. Non senso. Dopo un terremoto.

Una sagoma fece un passo in avanti e gli tese qualcosa. Nell’ombra, circondata da un drappo nero, spuntò una mano.

“Una mano umana?”

Si accese una minuscola torcia. Volti. Occhi. Nasi. Bocche. Persone. Incappucciate sotto mantelli neri come la pece.

«Ti abbiamo osservato. Sappiamo che cerchi. Sappiamo anche chi sei.»

Il ragazzo era diventato di pietra.

«Tommaso…giusto?»

«Ma io, io veramente…»

«Se vuoi girare libero per il centro, devi indossare uno di questi» disse la figura scrollandosi appena il mantello.

«Chi siete…»

«Aquilani.» ribatte l’uomo «Siamo solo Aquilani stanchi di non poter più vivere in Centro…nella nostra città.»

«Io…veramente…cioè, credo…» mugugnò Tommaso recuperando le normali funzioni vitali.

«Perché cazzo devono impedirci di stare nei posti che amiamo?! Daje rizzate su. Semo paesani!»

Dopo quella notte, Tommaso iniziò ad andare in Centro più volte che poteva. Con il suo mantello. Scoprì che gli aquilani erano decine, centinaia. Molte delle quali conosceva, per giunta. Aquilani che avevano fatto tutti la stessa scelta. Imparò ad avere una seconda vita. Fatta di regole, di codici segreti, di rispetto reciproco, ma soprattutto fatta d’amore. Amore incondizionato per quelle vie, quelle piazze, per quegli angoli nascosti che aveva sempre amato, fin da quando aveva memoria.

9/08/2010

Chiappanuvoli

La stanza della casa di campagna

La stanza della casa di campagna

Foto di Andrea Mancini®

Quella sera un brivido di paura le attraversò la schiena. Una paura complessa, diversa dal solito, diversa dalle altre paure che infestavano le sue giornate. L’immagine di lei mano nella mano col ragazzo le s’impresse nella mente e non ci fu modo di mandarla via. I pensieri le scivolarono sul futuro – lei che non aveva mai troppo considerato i passi da compiere per raggiungere gli obiettivi che si andava ponendo. Era sempre stata un’istintiva. Il caos che si portava dentro però ammaliava le persone più che allontanarle. Quella sera, invece, sentì forte il bisogno di aggrapparsi a ciò che aveva di più sicuro al mondo e decise così di andare a dormire nella casa in campagna ad Onna, dove vivevano i suoi genitori e le sorelle minori. Lì le sembrò di poter starsene adagiata su tutto il presente possibile, nessuna illusione. Magari sarebbe anche riuscita a dormire qualche ora, abbandonandosi, perché no, a un breve sogno.

Era già in pigiama quando arrivò il suo ragazzo. Si erano sentiti per telefono e lui le disse che non voleva lasciarla sola proprio quella notte. Arrivò verso mezzanotte. Quando lo vide, qualcosa le si mosse dentro.

Come prima cosa si raccontarono le rispettive giornate. Chiusi nella stanza, scherzarono nel fumo di decine di sigarette. Ogni tanto si fermavano a fissarsi, rompendo in delicate risate. La seconda paura li colse nel mezzo di un dibattito sul tipo di saturazione da applicare a una recente foto di lui. Era la foto di un uovo poggiato su una distesa di chiodi. Si abbracciarono forte. Gli occhi lucidi di lei si gettarono dentro a quelli di lui, appena un po’ più fermi. Cercarono di sdrammatizzare. Lui le disse che insieme sarebbero stati al sicuro. Pensarono anche di restare svegli tutta la notte, ma ben presto la stanchezza iniziò a farsi sentire. I sorrisi diminuirono, assieme alle parole e ai baci.

Le lenzuola parevano di gesso, pur mantenendo una freschezza che sapeva di pulito e di naftalina. Avevano il profumo di casa. Ricordavano la forza dei legami familiari che uniscono le generazioni di corredo in corredo. Lei al matrimonio non ci aveva mai pensato. Le antiche sponde di legno del letto parevano donare un che di regale al loro riposo. Si sfiorarono sotto le coperte. Entrambi mostrarono i denti ma non si videro nel buio.

C’era qualcosa di magico. Come se qualcosa di unico dovesse accadere proprio quella notte. Per un attimo le sembrò che i loro corpi non si potessero distinguere, che si appartenessero l’uno l’altra, definitivamente. Lei pensò queste cose ma non disse nulla. Si sentì stupida. Tirò le gambe al petto. Così raggomitolata nel buio credeva di essere al sicuro da tutto, soprattutto dai pensieri buoni. Aprì gli occhi e riconobbe la sagoma distesa del ragazzo. Ne percorse i confini con lo sguardo. Non c’era verso di prendere sonno. La fronte le pulsava. Un peso insopportabile la costrinse a rigirarsi nel letto con movimenti lenti. Era come se l’imponenza della vita si fosse sdraiata sopra di lei. Aveva l’inquietante sensazione che fossero gli unici esseri esistenti sulla Terra. Pensò anche di alzarsi dal letto, ma poi si disse che era solo un po’ agitata. Cercò di respirare piano, gonfiando profondamente lo sterno.

Stese una mano, lo sfiorò appena. Già dormiva. Allora gli sgusciò vicino e appoggiò il seno sulla sua schiena. Si contorse un braccio sotto la testa e restò lì ad aspettare di addormentarsi.

D’un tratto ogni elemento del creato prese ad avvolgersi attorno a loro, oltre le coperte. Scricchiolarono i piedistalli del mondo assieme ai piedi del letto. Spalancò gli occhi. Il firmamento si fissò tra le crepe delle mura. L’eco indefinibile dell’espansione dell’universo si raccolse tutto dentro quella stanza. In un attimo ogni cosa era lì, viva. E nel movimento incontrollabile della terra, ogni cosa le parve finalmente chiara. Palpitava di fragilità la sua esistenza, come le pietre di quella casa di campagna. La fragilità era tutto ciò che aveva. Una coperta di neve che placa gl’impeti del cuore.

La paura, ciascuna singola paura scomparve. Nella carne trovò il perfetto rifugio dalle angosce che ci assillano ogni giorno, grandi e piccole. Quella che teneva stretta tra le dita era un’eternità a lungo desiderata. Sembrava che qualsiasi sogno, anche il più recondito, potesse diventare reale. Sarebbero restati insieme, sarebbero stati uniti, qualsiasi cosa fosse successa. Al sicuro da ogni paura. L’amore li avrebbe resi immortali. Questo pensò, senza curarsi troppo di quanto stava avvenendo intorno. Poi un’immagine sfocata e un po’ sovraesposta le attraversò il cervello. C’era lei che correva in uno spazio candido, senza profondità. Con gli occhi serrati di gioia gli correva incontro. Indossava un vestitino estivo con una fantasia floreale. I denti bianchi risaltavano nel rossetto rosso carminio.

Poi fu un sordo boato. Il giorno seguente li trovarono ancora stretti.

28/06/2009

Chiappanuvoli