La pettorina Toyota

La pettorina Toyota

C’era il sole a picco sulle fronti contrite. Si vedevano le gocce di sudore luccicare, anche se era solo aprile. Erano tutti in moto, sembravano formiche, di quelle impazzite per l’improvviso ostacolo messo sul loro cammino da un bambino bastardo che proietta la sua educazione sugli insetti indifesi. Nessuno sapeva dove andare, eppure era in moto.

«Dov’è che fanno la distribuzione dei viveri?» chiese un vecchio al tipo in pettorina giallo fluorescente.

«Di là, in fondo, vedrà le tende della Croce Rossa.»

«Sa, mia moglie è invalida e non sappiamo come fare.»

«Vada vada, l’aiuteranno loro.»

Il ragazzo indossava una semplice pettorina di quelle per cambiare la ruota forata all’auto, ma Toyota era scritto in piccolo.

L’anziano signore si incamminò traballante e il ragazzo rientrò nella tenda dove svolgeva il suo lavoro di volontario. Catalogava case su fogli di carta fotocopiati. Doveva chiedere cose come: «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito? Ha già un posto dove andare? Le serve una branda qui nella tendopoli in allestimento? Ci sarebbe anche l’opportunità di essere trasferiti sulla costa, mi lascia i suoi recapiti così la aggiungo alla lista?»

Ogni tanto gli si strozzava la voce in gola quando arrivava qualcuno dicendo di essere di Onna, di Paganica o del centro storico. Ogni tanto le persone si mettevano a piangere e lui doveva far loro forza. La penna tremava.

Grossi camion mimetici si susseguivano al cancello dell’impianto sportivo, gli ordini scorrevano metallici dentro le radioline, operosità dopo giorni di si salvi chi può. Il ragazzo si asciugava continuamente il sudore con la manica della maglietta. Sulla tenda verde militare si convogliavano tutti i raggi del sole. Quel caldo eccessivo si diceva fosse causato dal radon.

L’incedere traballante del vecchio catturò lo sguardo del ragazzo attraverso la selva di gambe delle persone in fila. Tra le braccia aveva una cassetta piena di alimenti. Tirò un sospiro di sollievo e regalò un gran sorriso allo sfollato che aveva di fronte. «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito casa sua?»

Località, vie, indirizzi, tipologie di danno: leggero, strutturale, grave. Nomi e cognomi. Sospiri e occhi lucidi. Andò avanti per qualche altro minuto, finché la sua attenzione non fu di nuovo attratta dal viale d’accesso. L’anziano signore col suo incedere traballante stava tornando alla carica per prendere altro cibo. “Ancora?” pensò. “Ma sì, sua moglie è invalida, che si faccia pure un paio di giri! Forse sono stati lasciati soli dai figli. Forse i figli non abitano neanche all’Aquila. Forse hanno davvero bisogno.”

«Abitiamo a Santa Barbara. Sa che Santa Barbara è la protettrice dalle morti violente?» disse la donna che stava assistendo.

«Eh?» fece lui.

«Quanti siate in famiglia?»

«Quattro.»

La signora chiese informazioni sul trasferimento sulla costa. Il ragazzo rispose con diligenza e precisione. Le diede i numeri da chiamare e le disse che nel piccolo ufficio del gestore dell’impianto, ora sede operativa dell’organizzazione emergenziale, avrebbe trovato altri volontari che avrebbero potuto metterla in contatto diretto con le autorità delegate. Disse che ogni giorno partivano carovane di pullman e automobili private. C’erano ancora posti disponibili dal quel che si vociferava. Sarebbero stati accolti negli alberghi.

«Me ne tengo ji da ecco, ji figli me non dormono da ‘na settimana…» si lasciò sfuggire la signora in dialetto.

«Le famiglie con figli piccoli hanno la precedenza, non si preoccupi.»

«Grazie.»

«Buona fortuna.»

I campi da calcio in terra iniziavano a tingersi di blu. Una dozzina di unità della Croce Rossa stava montando le tende della Protezione Civile. Ci vogliono più o meno trentacinque minuti per montarne una e almeno quattro persone che sorreggono agli angoli la struttura di metallo dipinta di rosso. Rigore e organizzazione militareschi. Pizzetti impeccabili, occhiali da sole scuri. Sui petti, lustrini del Libano, del Kossovo, dell’Afghanistan. Le persone sarebbero state trasferite dal grande tendone del campo di calcetto, dove erano state ammassate nei primi giorni. La stessa gente che se ne stava lì a guardarli con occhi vuoti.

Il ragazzo chiese un attimo all’uomo che gli si era fatto avanti, si tolse gli occhiali e si passò la mano sugli occhi per asciugare il sudore tra le ciglia. Quando li riaprì vide ancora una volta l’anziano signore dall’incedere traballante che si dirigeva con la cassetta vuota verso la distribuzione dei viveri.

«Mi scusi ma questo caldo mi sta facendo impazzire. Mi dica, dove abita?» e accennò un sorriso di plastica. “Quello si va a prendere da mangiare un’altra volta!” pensò stringendo forte la penna nel palmo chiuso.

Finito col signore, chiese scusa alle persone in fila. Si stiracchiò la schiena e disse ai altri volontari che sarebbe tornato subito. Solo un attimo di respiro.

«Vado a bere qualcosa di fresco.» disse.

Si mise sulle tracce del vecchio. Accese una sigaretta continuando a camminare a passo svelto. Il sudore gli cadeva dalle sopracciglia negli occhi. Davanti agli spogliatoi si era formata una gran calca. Quando fu vicino vide i volontari addetti alla distribuzione schizzare da una parte all’altra delle transenne poste come delimitazione, chi con pacchi di pasta, chi con pannolini, chi con vestiti di vario genere. La folla premeva. Capì subito che non c’era una vera e propria fila. Erano tutti ammassati come vermi sulla carogna. E sguisciavano gli uni sugli altri. Il ragazzo non riuscì a vedere l’anziano signore.

«Ecco a lei signora, pasta latte biscotti e le pantofole che mi ha chiesto.» «Come dice? No, gli omogeneizzati ancora non li abbiamo. Come? Un attimo che chiedo ai ragazzi.» «Stiamo razionando le cose. Per ora le posso dare solo due chili di pasta.» «Sono tre ore che sto in fila, giovanotto, sono tre ore che sto in fila!» «Se mi da un po’ di succhi di frutta e di sapone mi basta.» «Non è che ce ne sta un’altra di quelle tute dell’Adidas?» «Sì, signora, un attimo che vedo.» «Chi mi aveva chiesto delle scatolette di tonno?» «Io!» «Oh! Le avevo chieste prima io!» «Capò, addo’ te pinzi de sta’ a casta?» «Signori, calma, ce n’è per tutti!» «Scusi signore, io ho bambini piccoli, signore, qualcosa da vestire per bambini piccoli, per favore?» «Escì, e mo’ che demo prima la roba agli stranieri e poi agli italiani?»

Uno uomo a testa bassa si voltò di scatto e diede un colpo sul petto del ragazzo. «Oh, non è che me po’ da ‘na mani a prende qualcosa da magna’ e da vesti’?»

La pettorina si sgualcì per poi ritornare immacolata al suo posto. La sigaretta gli cadde dalla bocca.

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