A perdifiato – (io odio) Mauro Covacich

Diciamo che dovrei essere più sciolto nella corsa verso questa nuova recensione, non dovrebbe farmi male nulla, dovrei avere tutto il fiato necessario, dovrei, anzi sono pronto, sono allenato. Invece non è così, tentenno, mi fermo, ho persino paura di scrivere quello che già so di voler scrivere. Non è un modo ad effetto per dire che ho appena finito di leggere A perdifiato di Mauro Covacich (Einaudi Tascabili, 2005, ISNB 978-88-06-16984-8), il primo libro della quadrilogia dello scrittore triestino, di cui per altro ho già recensito il terzo volume Prima di sparire. A perdifiato non lascia altra via di scampo. Come si fa leggere, così sento di doverne scrivere. Tutto di un fiato, cosciente che non sarà facile. Non ho il fisico io.

C’è questo Dario Rensich e sua moglie Maura, un ex maratoneta arrivato sesto alla maratona di New York e una ex sciatrice semi professionista. Dario viene ingaggiato dalla federazione ungherese per allenare sette atlete magiare e farle diventare, da adolescenti svampite, vere maratonete. C’è questo fiume, il Tibisco, inquinato per la fuoriuscita di cianuro da una fabbrica rumena, a fare da scenario adatto. C’è Alberto, l’amico e professore di Berkeley, il suo aiuto particolare offerto alla coppia. C’è questa bambina, Fiona, la foto della bambina haitiana che i Rensich stanno per adottare, perché lui, Dario, non può avere figli. Ci sono anche Agota e Làszlò e Gianna, una delle atlete di cui si innamora Rensich e che poi rimarrà incinta, l’allenatore ungherese delle ragazze velato antagonista e l’assistente sociale con cui la coppia dovrà mettersi a nudo per ottenere il benestare per l’adozione. C’è il tempo, quello che fa sì che questi eventi si sovrappongono, mandando Dario Rensich in Ungheria nello stesso momento in cui lui e Maura aspettano, da un giorno all’altro, l’autorizzazione per andare ad Haiti a prendere la piccola Fiona. È sempre quel tempo che incrocia queste esistenze, fino ad un attimo prima quasi distratte, rendendole fragili ed impure dinanzi la realtà dei loro stessi comportamenti.

Dopo aver letto il libro, posso dire di aver fatto una maratona, quella di Triste, nella quale il lavoro di Dario e delle atlete verrà testato. Posso dire di essere stato ad Haiti, alla Holy Cross di Baissin Blue, dove è cresciuta Fiona. Posso dire di aver bevuto un fiume di cianuro e di essere sopravvissuto. A perdifiato è tutto questo. A perdifiato è uno specchio che riflette mondi familiari e lontani, che riflette uomini e donne ignari di essere guardati. È uno specchio con cui il lettore deve fare i conti. La vostra immagine ne uscirà più satura e più nitida, accentuata nei colori e fin troppo definita nei contorni. È un libro che richiede coraggio, il coraggio di accettare una sfida, come affrontare una maratona, già sai che per lo sforzo dovrai nutrirti del suo stesso corpo. Se non si tratta di masochismo, poco di manca. Certo è incoscienza. Ma questa corsa non è una fuga, come leggo tra i trafiletti  di recensioni sparsi qua e là sulla copertina. La corsa non è autodistruzione, o distruzione dell’avversario (che si sa che davvero non si distrugge mai nessuno). La corsa è la sfida di scavare dentro se stessi, sotto quei cumuli di vita ammucchiata, inquinata, che ci portiamo appresso. La corsa è una lotta contro la realtà, realtà di specchio sia chiaro. È quel pugno secco dato contro il vetro freddo, i tagli, il sangue, te che ti scorri dentro, come un fiume, come una maratona.

Chi ha letto la precedente recensione saprà che adoro lo stile di Covacich. Siamo di fronte ad un dosatore esperto, ad un “centellinatore” di emozioni, di piccoli dettagli, di rimandi ad universi imperscrutabili ai più, eppure in fondo inconsciamente familiari. Quando l’ho letto la prima volta credevo di avere a che fare con uno dei tanti scrittori italiani che sono riusciti a scavalcare la barricata e a giungere così al tanto sospirato “vivere di quel che scrivi”. Ebbene, no. Adesso già mi vedo le pagine dei sussidiari che studierà mio nipote campeggiate dal titolo “Mauro Covacich”. Ebbene, no. Non è piacioneria, non è paraculagine, se avrete la fortuna di leggerlo, non serve che aggiunga altro.

Quello che continua a sconvolgermi è la cura del dettaglio. Dopo A perdifiato, io ho la ferrea convinzione che Covacich sia stato un maratoneta prima di fare lo scrittore. Adesso, dalle sue biografie sulla rete non emerge nulla, ma quando leggendo le sue pagine arrivi a credere che in realtà stia parlando di se stesso, che Rensich sia velocemente scomparso per essere sostituito dall’autore, il dubbio te lo poni eccome. Forse è per questo motivo che lo stesso Covacich ha sostituito e incarnato Rensich in una recente performance artistica chiamata L’umiliazione delle stelle. Adesso, il dubbio ce l’ho. Dovrò chiederlo direttamente all’interessato.

In chiusura vorrei fare una confessione. «Io odio Mauro Covacich!». È semplice. Non può un “pincopallino” (chiedo venia…) uscito dal nulla piombare casualmente nella mia vita e farsi i propri comodi senza che io dica nulla! Non può uno incontrato per caso accompagnando un amico a Roma farsi beffa delle mie difese letteral-stilistiche e intaccarmi così tanto! Non uno così, uno che non sapevo manco esistesse, uno così io lo odio.

Punti di forza: la potenza, il realismo, l’angoscia, la realtà, lo stile, la tecnica, l’audacia. Basta.

Punti deboli: (qui mi rifaccio) avevo già capito l’esisto del secondo dei due momenti culminanti già al primo indizio. Chi leggerà saprà.

Consiglio al lettore: se volete iniziare a leggere questa quadrilogia di Covacich, inizia da questo libro.

Futuribili: se non erro Fiona.

Link utili:

Einaudi, A perdifiato.

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Una risposta a “A perdifiato – (io odio) Mauro Covacich

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