Letteralmente Blu (The Calm Blue Sea – Literal)

Literal (testo e traduzione)

I haven’t dreamed,
even in darkness,
sides split with ease,
when you’re just talking,
(line of gibberish),
you were so literal.

Non ho sognato,
neanche al buio,
i lati divisi con facilità,
quando stai solo parlando,
(la linea dell’incomprensibile),
eri così letterale.

Herpes a grandi respiri
davanti striature blu
pioggia d’alberi scorreva

lingue di labbra addormentate

lucegrafia mnemonico-oculare

inchini di capolino melanconici
tutto quello non era dritto
sottomesso – regole ipertrofiche

blu

gareggiano ancora le gocce sul vetro
a chi muore prima
letteralmente

come se
l’acqua potesse morire

tra il tuo riposo e la mia guida non più che un pugno di marce

letteralmente sentivo

il limite massimo dell’incomprensibile

la macchina era solo un profondo mare blu

eri così letterale
nel fondo buio blu
sogno ancora.

21/06/2012

Chiappanuvoli

#3 Emilia: un terremoto minore

Se anche mio nonno, nel chiedermi come è andata in Emilia, esordisce dicendo: «Ma non stanno messi come noi?», alludendo in questo modo ad un paragone tra le conseguenze dei due terremoti, emiliano e aquilano, vuol dire che non solo l’informazione mediatica ha miseramente fallito, ma anche che abbiamo fallito noi (aquilani in primis) come fruitori di tale informazione, ormai inebetiti dal pensiero dominante. Non è certo mio nonno il metro di giudizio per questa mia considerazione, ne è solo l’anello culminante. Tutti gli aquilani con cui ho avuto modo di parlare in questi giorni mi hanno fatto la stessa domanda: «Ma mica stanno messi come noi?».

palazzo di tre piani crollato

#3 Emilia: un terremoto minore.

Un tale comportamento non me lo sarei mai aspetto da un aquilano. È paradossale. Perché abbiamo la necessità di fare un paragone tra noi e loro? O peggio, perché abbiamo la necessità di sapere che il “nostro” terremoto è stato più distruttivo del “loro” terremoto? È come se essere certi che in Emilia ci sono stati meno danni ci rendesse più tranquilli. Una misera consolazione, moralmente parlando. Certo ci sono state meno vittime (29 vs 309) e non è stato colpito un grande centro storico cittadino, ma comunque un centro industriale nevralgico oggi rischia il collasso, il raggio del cratere sismico è di almeno 50 chilometri e comprende quattro province, gli sfollati (facendo un rapido conto dei paesi colpiti) superano abbondantemente le 100.000 unità, sono stati dichiarati “zona rossa” una ventina di centri storici. È incredibile, È come sapere di essere più terremotati ci faccia conservare la nostra leadership di sfigati. È come se fosse messa a rischio la nostra stessa identità. È come se (e mi vergogno anche solo a scriverlo) sapere che noi aquilani “stiamo messi peggio” ci garantisca una posizione di privilegio quando dovremo andare a bussare alla cassa del principale, del Governo, e alle tasche di tutti gli Italiani.

Spero di essere stato troppo duro e affrettato nel mio giudizio, ma non riesco a vederci altra spiegazione. L’unica giustificazione a questo comportamento la trovo, come detto, nell’informazione, nella scarsa, impreparata, asservita, degenerata informazione mediatica nazionale. L’impressione media è quella che siano caduti quattro orologi, sette campanili, qualche decina di fabbriche (di cui la maggior parte produceva Parmigiano…). E invece i danni ci sono e sono anche ingenti. La mia impressione, voglio essere onesto, è che possano essere danni quantitativamente inferiori a quelli dell’Aquila, cioè nel numero degli edifici, ma qualitativamente sono esattamente i medesimi. Ci sono edifici crollati, pilastri spezzati, le famigerate croci di Sant’Andrea, tutte le chiese (ma conta poco) danneggiate, oltre cento edifici scolastici inagibili, e centinaia, se non migliaia, di fabbriche che hanno interrotto la loro produzione. I primi dati sullo stato degli edifici che ho trovato in rete dice:
«(AGI) – Bologna, 13 giu. – Le strutture già controllate nella regione con scheda Aedes (ovvero controlli più approfonditi), invece, sono 6.994: di queste, 2.623 sono state classificate agibili, 1.203 temporaneamente inagibili ma agibili con provvedimenti di pronto intervento, 394 parzialmente inagibili, 95 temporaneamente inagibili da rivedere con approfondimenti, 2.318 inagibili e 361 inagibili per rischio esterno, ossia a causa di elementi esterni pericolanti il cui crollo potrebbe interessare l’edificio. Anche in Lombardia, informa la Protezioen civile, sono state eseguite verifiche approfondite in 413 edifici.»

Del resto, se chiedi a qualsiasi italiano come sta L’Aquila a tre anni dal terremoto ti risponde che l’hanno ricostruita. Del resto, siamo abituati a berci qualsiasi cazzata ci proponga la televisione. Del resto, in fin dei conti, ognuno ha i cazzi propri a cui badare, la crisi, la scandalosa Nazionale degli scandali, lo spread e drastiche misure (indemocratiche) adottate dal Governo tecnico della Repubblica Italiana democratica “affondata sui lavoratori”. Del resto, per quanti social network ci fregiamo di usare, ha ragione Bruno Latour quando quando dice che “Non siamo mai stati moderni”. Non riusciamo ad avere una visione di insieme, globale, siamo ancora attaccati al nostro orticello, e alle nostre misere identità (dicotomiche: “lui è cattivo perché io sono buono”). Del resto, e qui chiudo, lo Stato di Israele, il popolo martirizzato per eccellenza, sta commettendo un genocidio ai danni del popolo palestinese da mezzo secolo, sotto l’occhio impassibile del telespettatore medio mondiale.

15/06/2012

Chiappanuvoli

Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #2 Protezione Civile

Uno degli obiettivi che mi sono prefissato per il mio secondo viaggio in Emilia era visitare almeno una tendopoli della Protezione Civile. Sono riuscito a visitarne due, quello di Cavezzo gestito dal Dpc Abruzzo e quello di San Felice sul Panaro della Dpc Trentino.
Questi i dati, aggiornati al 7 giugno 2012, pubblicati sul sito della Protezione Civile. Sono stati allestiti 35 campi in Emilia Romagna e 10 in Lombardia.  Accolgono 11.095 persone. In più ci sono 2.450 persone site in “strutture al coperto” e 2.427 alloggiate in alberghi. Il totale della popolazione assistita sale così a 15.972. Grandi numeri, ma non grandissimi, se pensiamo che all’Aquila, tre anni fa, allestirono più di 160 campi e la pop. assistita superò abbondantemente le 60.000 unità (N.B. dati orientativi di difficile reperimento sul web) in un cratere sismico abitato da più di 100.000 persone. Numeri non grandissimi, se consideriamo il cratere sismico emiliano e lombardo con un raggio di 50 km. Solo nei comuni e paesi che io ho visitato (vado a memoria) i dati sui residenti (fonte Wikipedia) sono: Sant’Agostino 7.106, Camposanto 3.218, Cavezzo 7.345, Finale Emilia 16.076, Concordia 9.059, Medolla 6.331, Mirandola 24.602, Nonantola 14.489, Novi di Modena 11.476, Rovereto sul Secchia 3.974, San Felice sul Panaro 11.135, San Possidonio 3.828, Rolo 4.090, Reggiolo 9.362. Per un totale di 132.091 abitanti. E questo SOLO per i posti che ho visitato. Per farvi un’idea di quanti comuni siano stati colpiti basta andare questa pagina di Wikipedia. La differenza, più che orientativa, è quindi di 116.119 unità. Dove sono queste persone? Dove sono sfollati?

La maggior parte delle persone è in tenda, camper o roulotte accampata davanti alla sua abitazione. Molti si sono fatti coraggio e sono tornati a casa (che sia troppo presto?). Alcuni se ne sono andati da parenti e amici in zone più sicure. Almeno 116.119 persone.

foto mia

#2 Protezione Civile.


Siamo arrivati al campo di Cavezzo verso mezzogiorno e mezzo. Ho riconosciuto un amico aquilano e mi sono fatto indicare i Capi campo con cui avrei voluto parlare. Sono stati molto disponibili, dato che mi sono presentato come semplice aquilano “in visita” e Jan come Dottorando con una tesi sul terremoto dell’Aquila. Mi hanno detto di aver allestito una tendopoli per 300 persone (Cavezzo 7.345 ab.). Così ha voluto il sindaco Stefano Draghetti. Ci sono anche due mense, aperte a chiunque (anche noi ci abbiamo mangiato): una interna, che verrà chiusa ai non residenti dopo la recinzione del campo in allestimento, e una esterna, che resterà sempre aperta a tutti. Non ci sono tanti stranieri e non hanno avuto problemi seri di gestione degli stessi. Per il momento la situazione è tranquilla.

Ho deciso di mettere in difficoltà il Capo campo esprimendogli “velatamente” le mie perplessità sulle tendopoli, ricordandogli appunto il caso dell’Aquila e i problemi relativi a quella che è stata definita “eccessiva militarizzazione del territorio”. Gli ho fatto l’esempio della tendopoli di Piazza D’Armi. Il Capo campo si è scosso e mi ha detto che lui lavorava proprio a Piazza D’Armi. Allora ho puntato il bersaglio grosso e gli ho detto che “forse” all’Aquila l’intervento della Protezione Civile è stato un po’ troppo pesante, alludendo proprio alla gestione dei campi. L’uomo è tornato subito fermo e deciso. Mi ha giustamente fatto notare che nel nostro caso erano venute a mancare tutte le strutture delle autorità competenti, Comuni, Prefettura, Questura, e che quindi si è causato un vuoto decisionale che doveva essere colmato in qualche modo. Poi (e bisogna riconoscergli la sincerità) ha subito aggiunto che sì, “forse” si è esagerato, che qui in Emilia si è scelto un profilo, per così dire, più “basso”. Il Dpc si è messo a disposizione dei Sindaci, i delegati legittimi delle questioni di sicurezza civile. Ogni decisione ultima tocca al Sindaco, anche decidere il numero dei bagni chimici per tendopoli. Sono loro ancora che tengono tutta la rendicontazione economica.

L’Aquila, in fondo, è servita a qualcosa, ho pensato. Se non altro a fermare quel macchinoso meccanismo succhia soldi nelle mani pochi individui. L’Aquila è servita a capire che i Sindaci non possono essere esautorati dal loro potere. L’Aquila è servita a capire che le tendopoli (mi si perdonerà l’eufemismo) non possono essere gestite come “lager”, anche se è ancora presto per dire come evolverà la situazione in Emilia. La Protezione Civile si è posta al servizio della popolazione. Speriamo bene.

C’è ancora un dato che va sottolineato, di cui ho discusso anche con il Capo campo. Perché la tendopoli ha solo 300 posti letto quando gli abitanti di Cavezzo sono più di 9.000? Certo le risorse economiche messe in campo (fortunatamente dal punto di vista degli sprechi) sono più limitate rispetto a tre anni fa. La responsabilità, come detto, ricade sui Sindaci e sul Commissario Straordinario Errani, non sul Bertolaso di turno. Mancano 8.700 persone all’appello. Il Capo campo mi ha detto che è stato proprio il Sindaco a volere una tendopoli di soli 300 posti. Ha aggiunto che, secondo lui, la volontà è quella di rimandare il prima possibile le persone a casa, nelle abitazioni che verranno dichiarate agibili. Sempre paragonando con L’Aquila, con le dovute attenzioni per carità, dal 6 aprile al 10 luglio 2009 (data di chiusura del G8) fu in vigore una ordinanza comunale che vietata a chiunque di mettere piede dentro la propria abitazione, se non accompagnati da personale autorizzato.

Da un terremoto, quello aquilano, “mediaticamente esasperato”, ad un terremoto, emiliano/lombardo, “minimizzato”. La macchina della merda sta funzionando. E qui mi fermo. Tutto ciò che potrei aggiungere sono nient’altro che paure, dubbi, insinuazioni insomma.

Vorrei chiudere però con una nota positiva. Come detto, ho visitato due campi. Il secondo è quello della regione Trentino. A San Felice, dove sono stato il 9 giugno, il clima era decisamente disteso. La Guardia Forestale all’ingresso è stata gentilissima. Abbiamo parlato con volontari del DPC e della Croce Rossa. Gli ospiti sono 380. Di questi all’incirca 270 sono stranieri. 11 nazionalità diverse. Ci sono state delle difficoltà, per stessa ammissione dei volontari, riguardanti più che altro la prima collocazione in tenda. Non tutti gli ospiti gradivano la convivenza con cittadini di altre etnie, anche tra stranieri e stranieri. Tutto risolto con calma e discrezione, mi hanno detto. Nel campo, inoltre, si è già fatto vivo il Cinformi di Trento, centro informativo per l’immigrazione, con cui ho collaborato anche all’Aquila assieme al Coordinamento di Associazioni Ricostruire Insieme. Abbiamo parlato con i membri della cucina che hanno ricordato con affetto i lunghi mesi trascorsi in Abruzzo. Abbiamo bevuto il caffè con loro. Io e Jan siamo andati via molto più fiduciosi del giorno prima, quasi tranquillizzati ecco. Il Trentino è un modello da seguire per tutta l’Italia, senza nulla togliere ai tanti tantissimi volontari accorsi dalle altre regioni, sia chiaro. Ma non è solo attraverso l’impagabile impegno dei singoli volontari che riesce una missione d’aiuto durante uno stato d’emergenza, il più è deciso, condizionato, dalla “testa”, da chi comanda, da chi fa le leggi e da chi ne vigila l’applicazione.

13/06/2012

Chiappanuvoli

Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #1 Portare qualcosa

Scardinerei la struttura del “racconto partecipato” per riportare in “pillole” gli eventi di questo secondo viaggio in Emilia. Come accennato altrove, abbiamo portato, io e Jan, dei materiali da campeggio comprati grazie ad una colletta improvvisata la sera prima di partire. I ragazzi aquilani ci hanno donato €244,33 in appena due ore. Io inizierei da qui. Pezzo pezzo.

#1 Portare qualcosa.

Giovedì 7 giugno. In compagnia di Fabrizio Spennati, sono andato a comprare a BricoIo (con lo sconto dell’8% e €10 donate dallo stesso Aleandri):
– 5 teli occhiellati 5×6 m.
– 10 reti ombreggianti 2×10 m.
– 2 matasse di corda da 20 m.

In più, la Farmacia di Pettino, per tramite mia madre, mi ha dato due buste di prodotti farmaceutici. Fabrizio Spennati, oltre che con il preziosissimo Tom Tom, mi si è presentato con una busta di maglie e completi dell’Aquila Rugby 1936, nonché l’immancabile “prugna”, il pallone ufficiale. La macchina tracimava di roba.
A onor del vero (e qui dirò solo il vero), non ho fatto a tempo a comprare il biglietto che, sempre altrove, avevo detto di voler comprare. Mi spiace, sono davvero mortificato, ma forse non tutto è perso. Possiamo ancora spedir loro un biglietto, e questa volta potreste firmarlo voi donatari. Potrebbe essere un altro bel gesto per far capire che ci siamo. Sì, ho deciso, si fa così.

Sempre a onor del vero (ma non si fraintenda per la mia franchezza), i nostri materiali non sono stati accolti tra urla di gioia festanti. C’è da capire però che il magazzino allestito dal ManiTese di Finale Emilia è in continuo mutamento. Solo quel giovedì, oltre al nostro, sono arrivati almeno altri tre carichi di roba e gestire il tutto non è semplice. Soprattutto con l’attenzione e l’intelligenza con cui lo stanno facendo i volontari incaricati. Olimpia, Bettina, Gaia, solo per citarne qualcuna, si stanno spendendo molto per evitare gli spechi, per operare aiuti mirati e per ripartire il tutto in parti più eque possibili. Ma va bene così. So, sappiamo che i nostri ombreggianti e teli saranno utili. È solo questione di tempo.

La cosa importante (e qui so che farò felici non pochi aquilani, primo tra tutti proprio Fabrizio Spennati) è che la “prugna” giri. C’è voluto qualche giorno per la verità. Giorni di angoscia per Fabrizio che mi tampinava con sms del tipo: “Fai girare la prugna!” e “Ripeto, fai girare la prugna!”. Giorni di angoscia alla fine culminati col mio sms di risposta: “La prugna ha girato…”.
E la prugna ha girato per davvero. Nicola ha gonfiato il pallone ed è stata una meraviglia vedere gli occhi dei bambini stupirsi per gli strani rimbalzi. O ancora la richiesta: «Come si tira?».
E siamo più vicini. Siamo più vicini nella lotta nella stessa lotta. Siamo più vicini anche grazie al gioco che meglio rappresenta la lotta, e la correttezza che ci vuole nella lotta, il rugby.

[Forse, grazie a Paolo Spinelli di Finale Emilia, abbiamo trovato anche un squadra scolastica di rugby da poter aiutare, ma non è il caso di aggiungere altro. Incrocio le dita.]

Foto di Jan Bock

12/0/2012

Chiappanuvoli

Arrivati e soddisfatti

Non posso che essere breve. Breve ma felice. Abbiamo beccato una grigliata, ovviamente di porco. Eravamo una trentina di persone. Chiacchiere risate comunità. Davvero comunità. Quello che serve. Bello, una bella atmosfera. La serata è corsa via. Di nuovo, c’era una gradita presenza, i ragazzi del Collettivo Lavoratori Atipici. Sono ragazzi che recuperano materiali, li lavorano, li rendono riutilizzabili e poi li vendono. Che dire? Le cose non sono da gettare quando ci dicono che sono da gettare. Qui credo possano fare tanto, forse potrebbe essere proprio l’ambiente ideale. Penso a CaseMatte. Gli ho mostrato le foto. Gli ho detto che qualsiasi cosa vogliano fare da oggi in poi è possibile. Insomma ambiente perfetto.

Abbiamo scaricato la cose che abbiamo comprato appena siamo arrivati. Graditissime. E più di quanto possano pensare ora, saranno utilissime (grazie ancora a tutti quelli che hanno contribuito). Non c’è stato troppo tempo per i saluti. Subito una fetta di pancetta di bocca. Jan, poverino, ha questo problema (scherzo…) di essere vegetariano. C’erano comunque verdure. Poi chiacchiere, le solite per argomento (terremoto e sue conseguenze), ma speciale nello spessore. Sono questi i momenti più belli. Momenti di estrema libertà, dunque di estrema condivisione.

Il tutto poi è stato “bagnato” dalla genziana di Danilo. La donazione più gradita (cit.). Bene il gemellaggio è iniziato. La strada è tracciata. Comunità, torneremo ad essere comunità. Iniziamo dall’Emiliabruzzo. Notte a tutti. Intanto qui si continua a parlare di topi.

PS: non rileggo neanche.

Chiappanuvoli

Secondo viaggio in Emilia: gli aquilani ci sono, non siete soli.

Non saprei come descrivere l’emozione che ho dentro in questi ultimi momenti prima di andare a dormire. È come una velata dolce sospensione. Domani si riparte, torno in Emilia. Mi accompagna un folle antropologo tedesco che sta facendo il dottorato di ricerca all’Università di Cambridge sull’Aquila, sul recupero della comunità dopo una catastrofe. Si chiama Jan.

Oggi pomeriggio, tra la convulsione dell’organizzazione, ho avuto un’idea. Non volevo andare su per la seconda volta a mani vuote, anche se so che basta la vicinanza, anche se ho capito che in fondo si riesce a fare tanto semplicemente parlando. L’idea era: uscire, improvvisare un reading di mie poesie sul terremoto dell’Aquila, raccogliere offerte e comprare, domani in mattinata, dei teli da campeggio per coprire le tende. L’idea in concreto si è tramutata in: sono uscito, ho portato le poesie con me ma non le ho lette, ho fermato chiunque per strada (per lo più ragazzi in serata, studenti o lavoratori precari), gli ho spiegato i miei piani, ho chiesto loro un contributo economico, anche se minimo, ho raccolto €244,33. Stupefacente. Non ci sono altre parole. E tutto ciò che posso dire a queste persone è grazie.

Domani andrò in ferramenta comprerò quanti più teli è possibile (ovviamente chiederò un lauto sconto). Caricherò tutto in macchina e mi metterò in viaggio. Consegnerò i materiali alla ONG Manitese di Finale Emilia, il mio punto di riferimento in zona. Penseranno poi loro a distribuirli a chi ne bisogno.

Forse la minaccia di sentir recitare le mie poesie, forse la mia rinomata capacità persuasiva, forse il loro cuore più grande delle stesse casse toraciche, forse la vicinanza emotiva per il trauma subito, forse semplicemente il fatto che noi aquilani ci siamo già passati, sappiamo. Sappiamo che non è un telo che ti cambia la vita. Sappiamo, però, che un piccolo gesto vale, per un persona che davvero soffre, tanto quanto carpirgli a mani nude il suo dolore. Sappiamo che una tenda protetta dal sole ti garantisce qualche momento in più di sonno. Sappiamo quanto sono duri i primi giorni, e quanto è necessario riposare per essere lucidi la mattina seguente. Sappiamo che una catastrofe non si risolve quando si spengono le telecamere. Sappiamo che dobbiamo essere uniti e che solo così se ne può uscire.

Ho scritto su un taccuino i nomi di tutti quelli che mi hanno dato una cifra più cospicua. Non riporterò i loro nomi. I loro soldi valgono quanto quelli di chi ha messo solo qualche centesimo. Per ora i loro nomi li terrò per me. Rileggendoli, mi rendo conto che questa cosa di averli appuntati non ha senso. Come faccio a dire a un emiliano questi soldi sono di Tizio o Caio? Eppure forse qualcosa di sensato posso pur farla. Domani comprerò un bigliettino e ci scriverò sopra tutti i loro nomi, anche di quelli che non ho segnato. Lo tappezzerò di nomi. Certo, in concreto, non serve proprio a un cazzo, lo so. Ma esprime vicinanza. Come dire, i corpi dietro a tutti questi nomi esistono, esistono per davvero, ci sono, e ci sono per voi emiliani. Tutto qui. Solo per dire: «Non siete soli». E questo, credo, è tutto ciò che dovrebbe servire in un mondo sano.

07/06/2012

Chiappanuvoli

Terremoto Emilia: la macchina della merda

Uno spettacolo già visto. Lo show del macabro è sempre in agguato. Non nasce con le catastrofi. Esiste e basta. Se si occupa di politici la chiamano “macchina del fango”, quando si occupa di noi poveri Cristi dovremmo chiamarla “macchina della merda”. Audience e imbonimento delle masse, profitto pubblicitario e asservimento al potere. «Va tutto bene. È tutto splendido. Non c’è mai stato un terremoto con questi ascolti! Il Governo ha risposto impeccabilmente e tempestivamente e brillantemente.» Ho ancora nelle orecchie le parole di Bruno Vespa, un monito, una minaccia: «Preferivate stare nei container? Preferivate stare nei container? Preferivate stare nei container?» Sì, Bruno, preferivamo stare nei container, vicini alle nostre case, e non vedere lo scempio di denaro pubblico sperperato dalla casta, dagli amici tuoi e dell’ex Premier Silvio Berlusconi. Preferivamo non assistere alla scena pietosa, metaforizzata nella tua gobba, dell’asservimento più totale alla volontà del regime. “La dittatura della merda” (cit.). È toccato a noi aquilani, oggi tocca agli emiliani.

Ciò che sta succedendo in Emilia forse è anche peggiore. Noi ci siamo dovuti confrontare con la spettacolarizzazione dell’efficenza governativa. Si regalavano dentiere. Il caschetto rosso fiammante del nano andava da per tutto, era onnipresente. Il suo braccio destro SanBertolaso disponeva del potere spirituale e temporale. Ogni sacrosanta decisione era trasmessa a reti unificate. «Daremo una casa a tutti quanti. Costruiremo una Newtown, L’Aquila 2.» Era l’8 aprile. In Emilia il copione è leggermente cambiato ma sempre organizzatissimo. Il messaggio che deve passare è il seguente: «Deve sembrare tutto normale. Dobbiamo mostrare di avere la situazione sotto controllo. Sguardi su campanili e fabbriche, non inquadrate i danni delle case, quelli reali. Mostrate efficenza e morigeratezza. Siamo in crisi. E siamo in crisi anche perché hanno abbiamo avuto quello showman per vent’anni.» Ma sì, minimizziamo. Efficenza e morigeratezza. E non posso fare a meno di sentire anche quell’altra vocina, quella che parla a microfoni spenti. Quella intercettata al telefono alle 3.33 di notte. «Il terremoto in tempo di crisi è una manna dal cielo. Le conseguenze del terremoto, i danni, le responsabilità, le scocciature, le lamentele, la disperazione, lasciamole sul groppone di quei poveri sfigati. Se hanno resistito ad un terremoto, sopporteranno anche questo. Pensiamo a ricostruire. Pensiamo a ricostruire i nostri patrimoni. Per quella cosa siamo già d’accordo. Sì, sì ho sistemato tutto, ho già parlato con Lui…eheheheheheheheheh..» 3.32, io non ridevo.

Le televisione, di proprietà degli stessi uomini di potere, non ne è che il braccio. Il carnefice spietato. Il carnefice spesso tristemente inconsapevole. Passano attraverso i loro auricolari gli ordini più freddi e perversi. «Primo piano sulla bambina. Togli l’audio all’esterna. Trovami una famigliola tranquilla da intervistare. Meglio se hanno perso la casa.» Non c’è da meravigliarsi più di nulla. È solo un altro nemico da conoscere. E da combattere. Dobbiamo allenarci a portare la nostra verità nella casa degli italiani. L’informazione dobbiamo farla da soli. Chi meglio di noi può raccontare i nostri problemi, o le nostre paure? Lo imparerete presto anche voi, cari emiliani, sulla vostra pelle.

Non è un caso che dell’Aquila voi non sapete quanto è grande il centro storico. Non sapete a che punto è la ricostruzione. Non sapete che oltre L’Aquila ci sono altri cinquanta paesi distrutti. Non sapete che eravamo in ventimila a bloccare l’autostrada A24. Non sapete che quasi settanta di noi sono stati denunciati perché tentavamo di mostrare la verità, e di difenderla col proprio corpo. Non sapete che ci hanno manganellato. Non avete mai visto i nostri lividi. Non sapete che eravamo distrutti come ora siete distrutti voi.

Non a caso il resto dell’Italia non conosce i terribili danni che vi ha causato il terremoto. Non a caso sono morte 19 persone il 29 maggio. Non a caso nel resto dell’Italia si crede che vi sono caduti sono le torri degli orologi e qualche chiesa. Non a caso vi fanno sempre le stesse domande. Non a caso le telecamere sono puntate sempre tutte nella stessa direzione. Non a caso i loro sorrisi finiscono quando inizia la diretta. Non a caso vi sentiti smarriti. Non a caso vi sentite soli. Non a caso la bile trasalirà e rimarrete senza fiato non appena metterete il naso fuori dalla Bassa Padana e vi confronterete con il triste teatro della realtà italiana.

Alle 3.32 io non ridevo. Dalle 3.32 del 6 aprile 2009 io non rido più come ridevo prima. Dalle 3.32 io non rido più alle loro battute. Dalle 3.32 io vedo un’altra realtà, e rido ogni giorno perché non possono più ingannarmi. Dalle 3.32 io non ho più paura. E così tutti gli aquilani che hanno occhi per vedere. Oggi tocca a voi. Oggi tocca a voi interrompere le trasmissioni (di regime). Oggi tocca a voi raccontarvi.

[Diritto di replica libero per ogni personaggio citato]

[Video: Draquila, di Sabina Guzzanti e Terremoto Emilia, la rabbia di Cavezzo di AbruzzoLiveTV]

06/06/2012

Chiappanuvoli