A nome tuo di M. Covacich – recensione (?)

(Il contenuto di questo articolo è personale e non risponde al canone solito di recensione. NdA)

Ho pianto alla fine del libro. Ero in treno. Avevo le altre persone nello scompartimento a non più di un metro dalla mia faccia. Sono stato molto abile, non se n’è accorto nessuno. O forse mi sono illuso. Ho pensato di doverlo dire prima di iniziare la recensione di A nome tuo (Einaudi, 2011, ISBN 978-88-06-20018-3), ultimo atto del cosiddetto “ciclo delle stelle” (con A perdifiatoFiona, Prima di sparire e la videoinstallazione L’umiliazione delle stelle).

A nome tuo è diviso in tre parti: L’umiliazione delle stelle, Musica per aeroporti (la cui prima versione è stata pubblicata sempre da Einaudi col titolo Vi perdono sotto lo pseudonimo di Angela del Fabbro) e Lettera. Tre parti distinte eppure inevitabilmente collegate. Nella prima, Covacich ci racconta un viaggio che ha realmente fatto, la risalita dell’Adriatico, dall’Albania a Trieste, ma realtà e finzione iniziano qui a mescolarsi e al lettore non è permesso scorgerne i confini. Il viaggio però è solo il punto di partenza. L’arrivo è nella terza parte, nella lettera intestata all’autore stesso. Una lettera che più che una lettera è assieme, e al limite, una dichiarazione di guerra e un’ammissione di colpa. Nel mezzo c’è una storia, quella di una ragazza che come lavoro aiuta i malati terminali ad affrontare la morte dolce, a praticare l’eutanasia. Un’altra “zona d’ombra” tra realtà e finzione, quindi, una zona ambigua, come il terreno su cui si muove lo scrittore vero. A differenza degli altri libri recensiti, non voglio dire altro sulla trama. Non credo sia possibile riassumere A nome tuo senza svilirlo, senza ridurlo a qualcosa che non è. Invece A nome tuo è quello che è per ogni singola parola che lo compone, né una di più né una di meno. Ecco è la prima cosa che si può dire di questo libro.

La seconda cosa che si può dire è che Covacich si conferma scrittore di alto livello. Scrittore preparato dal punto di vista tecnico: la finzione può sfruttare un impianto teorico talmente minuzioso da renderla impeccabilmente paragonabile alla realtà. Scrittore dallo stile eccelso e soltanto in apparenza semplice: l’audace sistema retorico, poggiato sulle due gambe l’una reale l’altra finta, collasserebbe all’instante non ci fosse tanta maestria, infatti, resta lì solido davanti al lettore, monolitico come una montagna da scalare, profondamente umiliante come una discesa all’inferno. Scrittore, però, che a differenza degli altri libri non sembra più così “dosatore esperto, “centellinatore” di emozioni“: il dolore a larghi tratti trascende la pagina, corrompe la mani, infetta gli occhi, assale, macula la pelle del viso, mangia, corrode, crea buchi, voragini su cui il lettore dovrà districarsi inevitabilmente – inevitabile, appunto, come il dolore stesso. Solo uno scrittore vero riesce a districarsi su queste voragini, solo lui. E solo afferrandosi alla sua mano, fidandosi ciecamente, il lettore potrà sopravvivere, potrà sopportare il dolore – sopportare quella cosa talmente tanto grande da dover essere ignorata tutti i giorni della vita per sopravvivere.

La terza cosa che si può dire di A nome tuo è forse l’unica cosa che sento di voler dire su questo libro. (Mi stringo un attimo il cuore dentro la mano.) Chiusi la recensione di A perdifiato dichiarando, con ammirazione e invidia, che «Io odio Mauro Covacich». Ecco, non era così foriera di senso quell’affermazione. C’era in nuce un fondo di realtà, realtà nella finzione. Ecco, oggi posso affermare che odio Mauro Covacich perché Mauro Covacich vuole che io lo odi. (Vuole che noi tutti lo odiamo.) E il solo pensiero di questo pensiero fa sì che io lo odi ancora di più, perché mi rendo conto che, fin da quando ho afferrato la sua mano per scendere dentro le (sue) voragini giù fino all’inferno, in realtà, non ero io ad aggrapparmi ma lui che mi spingeva a fondo. Ero, sono diventato un oggetto nelle sue mani, un lettore di cui lui può disporre a piacimento. Per questo io lo odio. Perché Covacich questo fa, ti trascina, dove vuole. E non è possibile trascinare le persone in quel “lato oscuro della luna” (che è dentro ognuno di noi) e restare puliti, e non sporcarsi irrimediabilmente l’anima. Non è possibile creare un universo di dolore, immergerci le altre persone e non pagarne le conseguenze. Non è possibile, inoltre, generare dolore nel prossimo e non sentirsi in colpa. Il dolore causato come anche l’odio non sono sentimenti gratuiti. Qualcuno deve pur assumersene la responsabilità, ogni scrittore vero lo sa. Tutto ciò ha un prezzo carissimo. E chi lo paga? Chi ne fa le spese? La risposta pare essere una sola: Mauro Covacich.

Torniamo al libro. A nome tuo, da questo punto di vista, non è altro che un’ammissione di responsabilità, una dichiarazione esplicita di colpa. Il senso di colpa profondissimo che l’autore sente di dover espiare. Covacich è cosciente di essere responsabile del dolore provocato nel lettore. Dolore generato dal dolore dell’autore stesso, un dolore insieme personale e impersonale, un dolore reale e fittizio. Si sente responsabile di condurci in quell’inferno da cui tutti cerchiamo di sfuggire, che noi tutti abbiamo bisogno di ignorare per poter sopravvivere. In fondo, si dirà, questo è scrivere: condurre gli altri esseri umani dove normalmente non vanno, dove non vogliono più andare, lì da dove sono fuggiti immemore tempo fa. E ancora che lo scrittore vero ha questa capacità perché vive e scrive sempre sul limite tra realtà e finzione, tra sogno e incubo, tra sociale e animale. Ma lo scrittore vero sa anche assumersi questa responsabilità, è pronto a pagarne le conseguenze. E Covacich? Covacich si dimostra scrittore vero anche in questo?

Covacich sa che deve pagare per tutto il dolore che crea. Sì, lo paga scrivendo, lo paga vivendo, ma ciò non basta. Covacich lo sa, non è sufficiente. Non basta assumersi la responsabilità, non basta diventare l’unico capro espiatorio. Ci vuole qualcos’altro. Oltre l’espiazione è necessaria una soluzione, la soluzione al male stesso. Espiando salverebbe solo se stesso. Ci vuole altro, quindi, ci vuole qualcosa di più del semplice sacrificio umano per redimere anche “il resto del mondo”. Solo così si è scrittori veri. Ci vuole una proposta, filosofia, fede, speranza, scienza, idea, insomma, chiamatela come vi pare. Bisogna trovare un modo per sopravvivere a quel “lato oscuro” perché il “lato oscuro” non si può dimenticare del tutto, perché non si può non affrontarlo almeno una volta nella vita, perché, anche se lo ignoriamo, lui è sempre dentro ognuno di noi. Questo Covacich lo sa, e lo sappiamo anche noi.

«Ci salviamo da soli, senza l’aiuto di nessuna forza esterna. Ci salviamo a vicenda, insieme, l’uno con l’altro, uniti, almeno in due. E succede quando meno ce l’aspettiamo, succede e basta, è il caso. Tutto ciò da cui dobbiamo salvarci, le voragini su cui viviamo, il mare nero su cui nuotiamo, altro non sono che paura, umana paura. Solo uniti si può affrontare la paura, solo insieme si può sopravviverle.» – parrebbe dire Mauro Covacich.

Detto così sembrerebbe banale, ma non è mai banale cercare una salvezza da soli, cercarla per se stessi e per gli altri. Non è banale rinunciare a Dio e cercare una salvezza su questa Terra. Non lo è mai. Questo riescono a farlo solo gli scrittori veri, e gli esseri umani veri.

Se così è, se A nome tuo è tutto questo, se Mauro Covacich è uno scrittore vero, non posso che chiudere questa recensione che recensione non è in un unico modo, squartandomi il cuore, asciugandomi le lacrime, idealmente guardandolo negli occhi e dicendogli:

«Caro Mauro, io ti perdono. Anche se so che non è il mio perdono che vuoi.»

Ecco, questa è l’unica cosa che volevo dire.

 –

21/09/2012

Chiappanuvoli

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4 risposte a “A nome tuo di M. Covacich – recensione (?)

  1. ho trovato molto bella questa recensione, proprio perchè molto distante dallo standard. l’ho stampata e salvata fra le pagine che preferisco del libro.

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