La cura al male della scrittura – Da Monti a Berlusconi, dalla letteratura al silenzio

La cura al male della scrittura

 Da Monti a Berlusconi, dalla letteratura al silenzio

 

Spesso il male di scrivere ho incontrato:

era rigo strozzato che gorgoglia,

era l’incartocciarsi del foglio

riarso, era il cervello stramazzato.

E. Montale

 Il male della scrittura

 

Ci sono due cure al male della scrittura. Una è scrivere, ancora e di più, senza pensarci troppo, qualsiasi cosa, un fiume debordante, continuare a scrivere. Una cura questa temporanea, una cura tampone, che dura solo fino alla successiva crisi e conseguente propagarsi di un nuovo male della scrittura. Una sorta di chemioterapia che non risolve alla radice la causa del tumore, una cura che spesso non ha più di un effetto placebo. L’altra la cura possibile, invece, quella definitiva, la vera cura risolutoria, è smettere di scrivere. Smetterla e basta. Se mi ritrovo ancora qui a scrivere significa che ho optato per la cura “farmacologica”. Ancora una volta. Sto male a causa della scrittura e allora scrivo e poi si vedrà. Questa soluzione mi pare covi in sé un “non so che” di italico, di prettamente nostrano, un “non so che” al quale da più o meno vent’anni, da quando mi sono affacciato sul mondo politico, appiccico l’etichetta di “italico”. In realtà, il male che affligge l’Italia sta debilitando piano piano, a pezzo a pezzo, tutto il Sistema Capitalistico Mondiale. In Italia la drammaticità di tale situazione è solo un po’ più accentuata e, appunto, drasticamente peggiorata negli ultimi vent’anni. No, non è solo colpa di Silvio Berlusconi, se è a questo che state pensando. Lui, è chiaro, è solo un fantoccio. Lui è la manifestazione cutanea, se così si può dire, di un cancro più grave e profondo. Globale. E in fondo, scrivere, star male per la scrittura e continuare a scrivere per curarsi da questo male non è effettivamente troppo differente dallo show televisivo che in questi giorni irrompe monotono su tutti i palinsesti di tutte le emittenti di tutta Italia. Non è diverso dalle performance di Silvio insomma. Tutt’altro, mi paiono due facce omeopatiche della stessa medaglia. Il male invece è sistemico. Endemico. Il Capitalismo ci sta corrodendo. Il Paese Italia, così come tutto il Sistema Mondo, è al tracollo non già economico, badate bene, non vi si inganni, il tracollo è umano e culturale. Silvio, cancro di se stesso prima dell’Italia, ha bisogno di se stesso (non noi di lui come va sostenendo) per curare se stesso da se stesso. Silvio è uno dei tanti Italiani, tutti malati. Io sono un Italiano e sono anch’io malato. Se il male del sistema lo chiamano “crisi”, io, dal canto mio, ho deciso di chiamarlo “mal di scrittura”. Una differenza in termini, non di sostanza. Ma il mio male, in realtà, non è la scrittura. È che chiamandolo “mal di scrittura” posso illudermi, scrivendo e curandomi scrivendo, di dargli un senso. Posso ingabbiarlo in un sistema formato da regole intellegibili, ma il mio male invece è un altro. È anch’esso qualcosa di più profondo, anch’esso sistemico, endemico. Io lo so, o almeno sospetto di tutto questo, eppure continuo a scrivere. Non credo che la questione sia risolvibile chiamando in causa un sano masochismo. Ci deve essere qualcos’altro sotto. Qualcosa di più reale, di più umano. Il masochismo ha sempre delle altre motivazioni. I masochisti mica sono masochisti perché sono nati masochisti, c’è sempre un’altra causa da ricercare, che so, tipo l’amore sbagliato dei genitori, queste cose qua. Il masochismo è una conseguenza. Come Berlusconi, è una manifestazione cutanea, qualcosa di superficiale. Allora perché, perché continuo a scrivere? Scrivere, è bene che si sappia, è un’attività malsana, autolesionista, involutiva, innaturale (opinione largamente diffusa tra gli scrittori stessi). La terra non scrive, gli animali non scrivono, le galassie non scrivono. Non lasciano neanche segni, almeno non segni come noi li intendiamo, come qualcosa cui dover dare un significato. Essi vivono e basta. La prima funzione dello scrivere è rivivere, tenere vivo qualcosa. La natura e l’energia che la costituisce non rivivono mai quanto hanno già vissuto. Solo gli esseri umani hanno la necessità di scrivere/rivivere quanto hanno già vissuto o anche di scrivere/previvere quanto ancora deve essere vissuto, il futuro insomma – nient’altro che rivivere anticipatamente un futuro già passato proprio perché già scritto nel passato. Gli essere umani hanno la necessità persino di interpretare quanto hanno già vissuto, riscrivendo/rivivendo il passato, e spesso in forme sensibilmente alterate rispetto al reale passato. Io queste cose le so, o almeno le sospetto, eppure continuo a scrivere. Io continuo a scrivere e lo faccio, o tento di farlo, addirittura con metodo. Quando sono in crisi come ora e il male della scrittura fa razzia dentro di me, costruisco una sorta di “governo tecnico”. Un governo adatto alle fasi recessive, fatto di tagli e suicidi, di esodati e crescita zero, di imu e ricatti parlamentari. Potrei chiamare “Parlamento” l’insieme di tutti gli appetiti, i desideri, i bisogni, le paure, le delusioni, i dubbi. Sto parlando, in fondo, di tutte quelle illusioni che ci creiamo e che crediamo di riuscire a governare per dare un senso alla nostra esistenza. Ci diamo norme e regole, ci organizziamo proprio come uno Stato, il tutto solo per governarci, per gestirci. Senza questo Governo ci sarebbe il caos, l’anomia, non è vero? Impazziremmo, non riusciremmo più a vivere. Saremmo perennemente in guerra con noi stessi e di conseguenza con gli altri. Saremmo assaliti e corrosi dalle paure, da mille paure, in realtà, dall’unica paura esistente, la paura della morte. Moriremmo, almeno, così si pensa, così si crede, così qualcuno ha scritto. Non torneremmo naturalmente a vivere la vita come la vivono tutte le cose esistenti nell’universo, no, moriremmo, questo si crede. L’essere umano è come condannato a non poter tornare indietro alla vita pura e semplice. L’essere umano è costretto a vivere e rivivere la sua vita ogni volta un po’ più lontano dalla sua naturale essenza – l’appartenenza all’universo – ed è, quindi, perennemente costretto a riempire questo vuoto essenziale tamponando con mille pippe esistenziali che usiamo chiamare filosofia, fisica, letteratura, religione, politica, eccetera. Più vive, più si allontana. E più lo squarcio si allarga, più sente che sarà difficile ricucire questo strappo sistemico. È una condanna dalle sfumature mitologiche. È la condanna del mito, della parola, del pensiero astratto. È la condanna legata indissolubilmente alla nostra principale caratteristica umana: un difetto o un marchio di fabbrica, insomma. Ecco, io queste cose le so, o almeno le sospetto, eppure continuo a scrivere. Allora, perché scrivo? Perché continuo a scrivere? Forse per colmare quel vuoto sistemico. Per dare un senso alla mia esistenza perché senza senso penso di non poter esistere. Forse perché sono un essere umano, sempre meno “essere” e sempre più “umano”. Forse per vivere e rivivere la mia vita e per farla rivivere a tutti voi, cosicché possa sembrarmi di non morire mai. È certo che scrivo perché non posso non scrivere, e non posso non scrivere perché così ho scelto. Ho fatto delle elezioni democratiche io. Ho democraticamente eletto un Governo letterario, al quale delego il compito di legiferare le norme che dovrò rispettare per diventare uno scrittore. Non sto sostenendo che ognuno di noi è libero di scegliere di essere quello che vuole e che basta farsi regole proprie per diventarlo. Non sto sostenendo che dipende solo ed esclusivamente da noi. È ovvio che sono necessarie anche delle condizioni favorevoli, queste sì, economiche e sociali. Poi le regole, come dire, esterne, sistemiche, le regole alle quali siamo abituati insomma, esistono, sono là fuori e con esse ci dobbiamo confrontare tutti. Per diventare scrittore, quindi, bisogna accettare e seguire alcune regole stabilite, no? La conosciamo tutti, no? Io invece parlo di regole che potrei definire morali, etiche. Faccio questo e non quell’altro. Vado a destra o a sinistra. Questo è il bene e questo è il male. Parlo di comportamento, di condotta. Mi comporto, in definitiva, come credo sia giusto comportarmi per diventare uno scrittore. In questo modo, mi sento uno scrittore. Ecco, allora, perché continuo a scrivere. L’ho scelto. Lo faccio per esistere, per non scomparire con la mia morte. Scrivo perché ho paura di morire. Nella mia stessa condizione, un Mario Monti continuerebbe a scrivere, per intendersi. Un Berlusconi scriverebbe con il pisello, per capirci ancora meglio, dai! Ecco, io questo lo so, o almeno lo sospetto con tutto me stesso, eppure continuo a scrivere. Credo che ci siamo arrivati alla fine. La mia situazione non è differente in nulla da quella della nostra cara Italia: due sistemi allo sbando costretti ad andare avanti, a sopravvivere, perché non c’è altra possibilità. Fermarsi a riflettere, operare un cambio radicale di rotta, sembrano la condanna certa. E invece, per me come per l’Italia e il Mondo intero, l’unica vera cura, per di più definitiva, sarebbe la seconda opzione, ossia scegliere di smettere di scrivere. Dovremmo tacere. E tacere per sempre. Diventare una flotta di ebri Rimbaud. Tornare all’essenza. Tornare alla vita. PURA e SEMPLICE. Vivere senza dover rivivere. Dovremo fermarci e sentirci nuovamente parte dell’universo. Sarebbe un’involuzione salvifica. Perché, tornati a far parte del tutto, non esisterebbe più la morte. La morte nell’universo non esiste: nulla si crea e nulla si distrugge. La caducità individualistica scomparirebbe. La vita in quanto tale, infatti, continua sempre a esistere, indipendentemente. Almeno indipendentemente dalle nostre coscienze parziali, queste sì che non avrebbero più senso di esistere. Tutti noi potremmo tornare a essere “esseri” e non più “umani”. Esseri viventi. Come la terra, come gli animali, come le piante, come tutto l’universo. La scelta più vitale in assoluto è smettere di scrivere, e smetterla una volta per tutte. Ecco la cura definitiva per il male della scrittura. Sovraumani silenzi, e profondissima quiete. Questo mi sentivo di scrivere.

Alessandro Chiappanuvoli

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7 risposte a “La cura al male della scrittura – Da Monti a Berlusconi, dalla letteratura al silenzio

  1. La scelta più responsabile è non andare contro Natura, e tu hai ben chiaro che la tua Natura, detta parole. Da qualche parte vanno pur messe. Che tu profonda tutto il tuo impegno, per redigere questo dettato nel migliore dei modi, noi che leggiamo, non possiamo che essertene grati. Potevi nascere appassionato di francobolli, invece ti tocca una conoscenza scabrosa di fatti umani. Come se tu fossi di gomma. L’alternativa ce l’hai, mica no, siamo in Italia, abbiamo un trasformismo congenito. Però poi non aspettiamoci un cambiamento ai vertici, quando è dalla base che inizia la finzione.

    Scrivi, perchè io ti leggo. Il che ha un senso di andata e ritorno, come un ciclo vitale.

  2. Carissimo,
    questo tuo pezzo mi è molto piaciuto, e sostanzialmente lo condivido. Due osservazioni:
    1) siamo sicuri che scrivere (e pensare, e parlare eccetera) sia contronatura? Oppure noi esseri umani portiamo dentro di noi qualcosa di esterno alla natura, di extranaturale insomma? (qualcosa che potrebbe benissimo rivelarsi una maledizione più che una benedizione, peraltro)

    2) Hai giustamente citato Rimbaud. Io lo amo e ammiro più di qualunque altro scrittore proprio perchè più di qualunque altro scrittore ha esplorato il tenebroso abisso sui cui tu tanto bene rifletti. Lui PRIMA ha parlato come nessun altro, POI ha taciuto come nessun altro (il suo silenzio fa un rumore sconvolgente). In Rimbaud troviamo forse l’unico esempio di scrittura che tocca la vita e di vita che tocca la scrittura, finché le due cose si fondono in una sola, e nuova. Quello però che deve metterci in guardia è che il silenzio di Rimbaud non porta, da un punto di vista esistenziale, a nulla di buono; la sua parabola è tragica, breve, finisce precocemente e nel peggiore dei modi – malattia atroce, atroce infelicità, una desolazione infinita. Ecco, nella figura così ambigua e grandiosa di Rimbaud credo che si nascondano parecchie risposte alle tue – cruciali – domande.

    • 1) Non già parlare o pensare, ma scrivere nel senso di RI-vivere, sì, credo sia è contro natura, non un natura intrinseca. Assolutamente non “oltre” natura, l’oltre-natura non esiste.

      2) Non sono d’accordo affatto. Anzitutto perché la sua vita finì nel peggiore dei modi? La sua vita fu spremuta fino in fondo, avanti e sempre più avanti. Non fu il silenzio a ucciderlo, ma un tumore, uno tumore trovato lungo la strada della ricerca della vita estrema, una profusione vitale tutta sbilanciata in avanti. La sua non è una fine tragica, ma un’inizio […]. (L’aggettivo che dovrebbe stare tra queste parentesi è una metastasi culturale portata dalla scrittura stessa.) Il suo fu un inizio. Non già una vita vissuta, ma una vita vivente.

      Non si intende qui dire che la scrittura è cattiva e che il silenzio è buono. Sarebbe sterile alquanto. La realtà è che ci siamo e che scriviamo. La realtà è che stiamo male “stando” e che stiamo male “scrivendo”. Il “bene assoluto” (inesistente?) sarebbe solo il silenzio (vita vivente). Visto che sappiamo queste cose, qui si intende dire, vediamo di scrivere al meglio e di far sì che questa scrittura possa servire a qualcosa di utile. Magari a star zitti qualche volta. Ecco perché continuare a scrivere.
      Carissimo tuo.

  3. Su Rimbaud, non so se sai d’aver detto pressappoco le stesse parole del grande poeta Renè Char: “Rimbaud è il primo poeta di una civiltà non ancora nata…”
    Dunque sì, è vero, Rimbaud è un inizio, ma poeticamente parlando; mi sembra però che non sia riuscito a coniugare, a integrare nella carne, nella quotidianità insomma, le sue straordinarie energie creative. Non a caso le sue lettere dall’Africa grondano disperazione, amarezza ma soprattutto noia, un’enorme noia. Cioè LUI – viaggiatore, contrabbandiere, poliglotta, esploratore ecc ecc – s’annoiava…qualcosa che mi è sempre sembrato paradossale.
    Tornando a te: è bellissimo quello che dici, ma siamo sicuri che sia anche applicabile? Cioè se Rimbaud è un inizio, noi dovremmo proseguire il cammino che lui ha iniziato. Ma come? Tu mi conosci, sai che niente mi renderebbe più felice…

  4. Io non so se lui si annoiava o meno. Questo lo sei meglio tu di me. Presa per buona questa cosa, non cambia il senso di una vita spesa per vivere e non per scrivere. Scrivere rende la vita artificiale. Lui cerca di smontare l’artificiale e tornare alla vita. Questo penso.

    Noi. Non credo che dovremmo seguire il cammino che lui ha iniziato. Credo che non possiamo più. Quindi, no, non è applicabile. I nostri anni non sono i suoi. La nostra vita sociale non è la sua. Questo mondo non è il suo mondo. Se però ci troviamo a discutere di queste cose, qualcosa pur significa. Il chiodo (dato) è tratto. Cioè si sta andando già nella direzione del suo “inizio”. Ma non è certo domani che si vedranno i risultati. Il quando non è importante. L’importante è l’ora. Che facciamo dunque? Possiamo continuare, quel che lui ha iniziato, possiamo portarlo avanti. Scrivere è un atto che crea artificialità. Il pensiero, la cultura, l’ideologia, il potere, sono solo costruzioni vuote. Possiamo usare la scrittura per smontare con l’artificio questo grande artificio. È quel che ho tentato di fare nel post. Svelare il teatrino dietro la marionetta di scrittore che sono. Si potrebbe cominciare da qui: non c’è magia dentro la scrittura o dentro l’arte in generale. C’è “magia” dentro ognuno di noi. La magia è paura.

  5. Stai affrontando un tema delicatissimo: l’artificialità della scrittura. Ogni tipo di scrittura – hai ragione – è necessariamente artificiale, perchè fra io e mondo interpone una patina verbale e cognitiva, è un filtro, un velo più o meno sottile (secondo me il velo è più spesso nei romanzi, più sottile nelle poesie).
    Anche la scrittura più “pura”, come quella di Rimbaud (specie nella Saison e nelle Illuminazioni), è in un certo senso una falsificazione, una menzogna; e questo dev’essere stato uno dei motivi che lo determinarono a smettere, lui che non sopportava nulla che non fosse “autentico”.
    Usare la scrittura, come tu auspichi, per smontare ogni artificio e infine la scrittura stessa…beh, non so se sia possibile; è un cane che si morde la coda; persino Rimbaud non c’è riuscito, finché non ha taciuto…Ma il suo silenzio è così significativo (significante) proprio perchè prima aveva scritto ciò che ha scritto.
    Dopo di che anch’io ho la sensazione che stiamo cominciando a intravvedere qualcosa di nuovo, che se io e te adesso stiamo parlando di certe cose è perchè è il momento “giusto” per farlo.

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