A Bruxelles si può vivere

A Bruxelles si può vivere. Questo ho capito andando a Bruxelles lo scorso fine settimana. Ho capito anche altre cose, ma questa mi è ben chiara. Forse questa è la cosa più importante che dovessi capire. Ci sono andato per visitare la città ma anche per trovare te che ci vivi e forse ora, se uso questo tu così improvviso, sto proprio scrivendo a te. Prendila come una lettera, anche se una lettera non vorrebbe essere. Di solito durante o dopo un viaggio ho sempre bisogno di tirare le somme, di fare una sorta di diario di bordo. Ne faccio sempre, ma forse tu non lo sai.

Sono contento di averti trovato bene. A parte quella spalla… E sono stato felice di trovarmi attorno a quel tavolo, con te, con lei e con lei. Era come se, parlando di noi, formassimo un noi, anche se questo noi, in realtà, non esiste proprio del tutto. Esisteva un tempo, e dobbiamo riconoscere che è gran parte del noi che siamo oggi, ma non ci contiene più totalmente quel noi, me, te, e loro. Siamo stati a lungo distanti, io e te. Per troppo tempo. Ci siamo sfilacciati. Abbiamo vissuto in mondi diversi. Fatto esperienze opposte. Ma stessa origine abbiamo, io e te, stessa famiglia, stessa madre, potremmo dire. – Sorrido. Come è vera questa cosa. Stessa madre, io e te. Fratelli, io e te. E stesso padre, io e te. Stesso amore, stesso dolore. Già non sorrido più. – Bruxelles, dai, provo a stare sul pezzo.

Credo che non apprezziamo le stesse cose delle città. Per esempio, Bruxelles per te è un punto di snodo al centro dell’Europa, una porta sul mondo, io, invece, l’ho vista più come un punto di arrivo nel centro dell’Europa, una stanza già mondo. Una mezcla mi verrebbe da dire e, non a caso, mi viene in spagnolo. Mi è sembrata un porto franco per culture, un’isola felice, un confortevole scrigno imbottito. I suoi quartieri a incidenza etnica mi sono parsi roccaforti di cultura e, se non lo sono, dovrebbero essere salvaguardati come tali. Li vedo come salvezza e non come perdizione. Salvezza del buono che siamo, che siamo sempre stati, seppur nelle nostre differenze culturali. Salvezza dalla perdizione che ci aspetta se continueremo a non considerare le pericolose conseguenze dei nostri atti. Sono un po’ apocalittico, è vero. Tu non mi sei sembrato per niente apocalittico, tu sei più a dentro, più calato nel tempo che viviamo. Io me ne sto a margini, medito sulla riva del fiume. Tu vivi, proteggi te stesso e la tua integrità, e cerchi di essere felice. Io la felicità non la cerco affatto. Cerco “la soluzione” ma non ho ancora ben capito se per tutti o solo per me. – In questi giorni, ti faccio una confidenza, ho dubbi sul fatto che la stia cercando per tutti, forse la cerco solo per me e m’illudo che possa essere la soluzione per tutti. Forse sono un megalomane, spero di essere solo un po’ confuso.

Bruxelles ti ha dato lavoro. L’hai trovato in poco tempo. Sei stato bravo perché sei bravo. Io il mio lavoro lo sto costruendo a piccoli passi. Non so se sono bravo, questo è il mio problema. Da questo punto di vista, Bruxelles mi è stata di grande aiuto, devo dirtelo. Mi ha illuminato con le sue convergenze, mi ha permesso di stare per pochi attimi al centro e non al margine, dove mi ostino a restare. Nell’occhio dell’uragano mi sono sentito più vivo, più presente. Gli odori multietnici mi hanno inebriato, la varietà delle pelli mi ha ricordato cosa sto facendo. Motivazione e determinazione. Abbiamo diversi obiettivi, io e te, comunque percorriamo strade fatte di scelte, di salti nel buio. Il momento di vita che stiamo affrontando è leggermente sfasato. Tu un grande salto l’hai già fatto, sei atterrato e ora inizi il tuo cammino. Io mi sono spostato rapidamente sul ciglio del dirupo, devo ancora saltare, ma diventa sempre più inevitabile. – Sei sempre stato un passo avanti a me, certo per l’età. Questa cosa però mi dava una particolare sicurezza, avevo un modello da seguire, o almeno un punto di riferimento nelle varie fasi della vita che tutti, prima o poi, affrontiamo. Eppure è limpido dentro di me il ricordo di come sapevamo essere quasi la stessa cosa quando eravamo piccoli, membri della stessa famiglia, io, te, e anche le nostre sorelle. Uniti di un amore che va oltre il sangue, che va oltre lo stesso volere, non lo volevamo era così e basta, l’abbiamo sempre sentito e, fratello mio, devo dirti, l’ho sentito ancora, lì a Bruxelles. L’ho sentito più che nelle ultime occasioni che ci hanno fatto incontrare, più che nel giorno in cui ti sei sposato e in quello in cui si è sposata tua sorella, nostra sorella minore, l’ho sentito come quel giorno gelido di qualche anno fa, un giorno leggermente velato dalla neve, in quella piccola chiesa piena della commozione di parenti e amici di una vita, tra le parole vuote, quasi offensive, dell’omelia di quel prete. Quel giorno in cui si è spezzato qualcosa lasciandoci tutti inevitabilmente più poveri, orfani dello stesso padre.

Ho iniziato che volevo parlare di Bruxelles…e non mi è riuscito granché. Ma perché ti sto dicendo queste cose solo ora? Questo è il punto. Ho avuto tutto il tempo per farlo, anche il tempo meteorologico. È piovuto quasi tutto il weekend a Bruxelles. Beh, vedi, era difficile. Avrei voluto dirti tante di quelle cose che alla fine ho preferito tenerti stretto tra le braccia il più a lungo possibile. Sai, pensavo, ora che ce l’ho, non voglio più lasciarlo andare di nuovo, non voglio più tenere lontano un pezzo così importante del mio cuore. Poi tornavo serio e consideravo che è nella realtà delle nostre vite attuali, non già perderci di vista, ma esistere distanti, tenendoci però sottocchio, costantemente. Certo, non come le nostre madri, ma comunque in contatto, diradato ma persistente. Abbracciarci a Natale. Vederci ai matrimoni, e poi ai battesimi e poi alle comunioni e così via. Saperci felici insomma. Questo pensiero mi restituiva serenità. Potevo tornare a Bruxelles, al sushi, a Magritte, alla birra, a Bruges, alla carbonade all’incredibile coesistenza di così tanti negozi di cioccolata.

In fondo, però, ciò che avrei voluto dire su Bruxelles credo di averlo pur detto. Sai, mentre camminavamo per le strade del quartiere Matongé, alla ricerca del negozio di scarpe a prezzi low cost, pensavo tra me e me, a Bruxelles si può vivere. Maturare, diventare padri, restare amici fraterni, consolidare una tradizione che in nuce già era nelle miniere di Charleroi, che per noi però nasce nel traforo del Gran Sasso e che potrebbe continuare, perché no, nelle gallerie dei centri commerciali attorno alla Grand Place. Essere famiglia come lo siamo stati in questi trenta cinque anni. – Questo pensavo. In fondo, a Bruxelles si può vivere…

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