Giuseppe Genna, mi dispiace per te

Ero tra i fortunati – così si dice – che hanno potuto partecipare alla presentazione del tuo ultimo libro, Fine Impero, giovedì scorso al Circolo degli Artisti, a Roma. – Ero lì per la festa dei “famigerati” Piccoli Maestri, ricorderai, che, per la cronaca, non erano quelli che facevano bordello al lato della presentazione coprendo con il loro brusio la presentazione stessa, quella era una festa privata di tardoni che, in quanto tali, faceva a gara a chi produce più rumore per dimostrare agli altri di essere più vivi, non so se mi spiego, i Piccoli Maestri, invece, erano all’ingresso del Circolo e, sempre per la cronaca, sono un gruppo di scrittori che va in giro per le scuole a presentare i libri che amano agli studenti e sono stati, poi, piuttosto tranquilli, anche per colpa della partita dell’Italia (va detto). Ero lì con un mio amico, lui mi ha proposto di venire prima per sentire la tua presentazione. Io, per conto mio, per ignoranza mia lo ammetto, so chi sei, ma non so che scrivi, come scrivi, non ti ho mai letto insomma – lo farò prima o poi, giuro –, comunque avevo accettato di buon grado e sono venuto molto volentieri. Un’occasione per conoscere un altro scrittore affermato, no? Un’occasione da non perdere. Ebbene, mentre ero lì che assistevo alla tua presentazione, non ho potuto fare a meno di notare quanto sia stato spiacevole il tutto, triste, e non solo per la presenza della festa dei tardoni che, di fatto, impediva qualsiasi tipo di dibattito. È stato spiacevole assistere a un monologo, il tuo, che, per quanto potesse essere stilisticamente ben congegnato e assolutamente interessante, mi apriva la mente a una mesta considerazione, seppur in parte pregiudiziale: non c’è, al giorno d’oggi, vera critica nel destino dei libri. Ho dato uno sguardo su internet il giorno seguente e ho letto, non ricordo dove e neanche mi va di ritrovarlo, di “entusiastico incontro col grande Giuseppe Genna, ieri al Circolo degli Artisti”, di “un superbo monologo tenuto dall’autore”. Mi è piombata addosso ancora più tristezza se possibile, non solo perché il tuo monologo è stato in qualche modo “costretto” – il casino, l’ordinazione degli aperitivi, la discrasia culturale romano-milanese, la nota introduttiva di Teresa Ciabatti, che divideva il palco con te e che, di fatto, ha subito messo le mani avanti dicendo che è impossibile farti delle domande alle quali tu non risponda di no –, ma anche perché le domande che la platea ti ha rivolto sono state del tutto fuori calibro, per usare un eufemismo. “Spiegace er significado daa tartaruga?”, o roba del genere. Il risultato è stato quello che per un’ora hai fatto una sorta di oratoria introduttiva all’opera, nei hai tratteggiato gli ambienti, hai fornito una chiave di lettura descrivendo dettagliatamente – ti devo fare i complimenti – la nascita della televisione privata italiana e, quindi, del sistema di potere egemone negli ultimi 20(?) anni. Il risultato è stato che hai fatto questo e basta. Non si è giunti a un solo, semplice, giudizio non di valore, ma almeno vagamente critico sull’opera, se non le solite, banali, menate introduttive, che non favoriscono, in genere, l’opera, ma ne appiattiscono i contorni, ne limitano le possibilità. Avrei voluto essere messo a parte di altro e te lo dico con grande sincerità, sperando però che questo mio non venga scambiato per un attacco alla tua persona, perché dovrei? Non avrebbe senso. Avrei, per esser chiaro, voluto sapere dove si posiziona il tuo libro nello immaginario scaffale magico dell’industria editoria italiana? Lo troveremo al centro, altezza occhi, così che possa essere il primo libro che l’acquirente compri? Verrà dotato di fascette colorate che ne attestano la vendita o la certa tal premiazione? Lo troveremo in basso, tra i libri meno in voga? In alto, assieme alle offerte in sconto del mese? – Non è così che funziona? – Perché lo hai scritto, avrei voluto sapere. Che importanza ha quest’opera per te? Quanto hai patito per scriverlo? Eppoi, gentile Giuseppe, l’ultima cosa, perché mai dovrei – questa la più importante – comprare io il tuo libro? Io che so chi sei ma non so come scrivi. Io che, come tanti, sono sempre interessato a scoprire nuove voci, ad ampliare il mio panorama letterario. Io che sono venuto a posta giovedì scorso al Circolo degli Artisti. Dovrei comprarlo solamente perché sei Giuseppe Genna e so chi sei ma non come scrivi? Dovrei farlo perché quel pubblico di comparse di esperti del mondo letterario, di fatto, attesta la grandezza dell’opera? Dovrei farlo perché il tuo monologo è stato fantastico e molto, molto avvincente, davvero, ben congegnato? Dovrei farlo perché, assistendo al tuo monologo, si è evinta tutta la tua ars oratoria? O dovrei farlo perché al giorno d’oggi non si può non aver letto qualcosa di Giuseppe Genna, pena la mancanza di stare al passo coi tempi, di non essere a la page, di essere fuori dall’industria letteraria italiana? Francamente non so darmi una risposta, non ci riesco proprio. So che non ho comprato il tuo libro quel giorno. So che non mi ha stimolato curiosità anche due giorni dopo, e tre e quattro e cinque. So che mi ha messo ancora più tristezza leggere quell’articolo il giorno dopo. So che mi è spiaciuto molto aver assistito a una così solitaria declamazione. Mi è spiaciuto per te. Mi è spiaciuto anche per me, perché la presentazione non mi ha lasciato niente, se non un velo di livore. So che a tratti, e solo a tratti per fortuna, mi sei sembrato uno di quei personaggi da te brillantemente dipinti, uno di quei personaggi di sistema e che “fanno” sistema. Mi sei sembrato, come dire, fagocitato. Mi è sembrato, scusami se lo dico così, in modo estremamente diretto, che il tuo libro possa non essere solo grimaldello d’un mondo artefatto che stravolge, distorce la realtà da quel primo giorno di diretta su Antenna 3 ad oggi, ma che Fine impero, per tutta questa seria di ragioni, forse possa esserne addirittura anche un prodotto. Un dubbio, per carità, nulla di più. Sono costretto a leggerlo per sfatare quest’orribile dubbio, per capire, insomma, come si converrebbe in una presentazione, se si tratti finalmente di prodotto omeopatico nato dal sistema e che sia cura per lo stesso o se si tratti solo dell’ennesimo prodotto del sistema, cancerogeno… Non ho capito, in definitiva, se questo tuo è un romanzo scritto “per scrivere” o se è un romanzo scritto “per dire qualcosa”. Forse ecco, questa, caro Giuseppe, è la cosa più spiacevole.

04/07/2013

Chiappanuvoli

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8 risposte a “Giuseppe Genna, mi dispiace per te

  1. D’accordo con te. Sono andato alla presentazione alla libreria Modusvivendi di Palermo pensando che si trattasse di un libro su una storia umana o che parlasse di valori umani.
    Ho seguito per pochi minuti la presentazione di Giuseppe Genna. Ma me ne sono andato disgustato. Sentivo solo la voce monotona dell’autore parlare di politica, di televisione, Lele Mora e Berlusconi…No ce l’ho fatta. Sono scappato. Mi sono sentito angosciato ascoltando la presentazione perchè sentivo parlare di quella politica e di tutto quel mondo vuoto che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Sentivo vuoto.
    E neanch’io capisco questa celebrazione di questo libro sia dal vivo che su facebook.

    • Ribadisco che il mio non è un giudizio di valore il libro, ma sulla modalità di presentazione. Ho avuto modo di confrontarmi con il sig. Genna in persona. Abbiamo trovato dei punti di convergenza. Spero di riuscire a scriverne presto. Intanto grazie.

  2. Perfetta descrizione. Ieri da Modusvivendi a Palermo, medesima solfa. Alla fine dell’elogio della fuffa- perchè consentimi a tutto questo c’era arrivato Machiavelli qualche annetto prima- mi son sentita proprio di fare due domande al sig. Genna, a mio avviso, semplici e pertinenti ovvero: “ma lei crede in Dio?” e soprattutto ” qual è la soluzione?”. Proprio a volergli tirare di bocca qualcosa che lo salvasse da se stesso. Sembrava un congresso di testimoni di geova, cosa che ho fatto presente, il cui fine era la trastullazione verbale alla Ecce Bombo. Ovviamente l’autore non mi ha risposto perchè la domanda “non era adeguata”. Ma ahimè dopo due ore di menate su quanto la Verità sia ad appannaggio dell’intellettuale che ti cita – un monologo autoreferenziale-testi sconosciuti, arrivi a pensare che si sia trattato solo di narrativa. Perchè o i libri si autopubblicano, e l’autore rimane escluso, o tutto è invenzione, dal momento che non offri “capitale umano” aggiuntivo… Va bè, hai detto tutto tu. La sua recensione mi ha confortata.
    “Guardiamoci dal regalare una patente di nobiltà intellettuale ad ogni sbadiglio dell’attuale universale noia”.
    Eugenio Montale, Auto da fé, 1966

    Arianna Quartararo
    http://www.sicilianews24.it
    http://www.fascioemartello.it

  3. Lei sembra una brava persona, Chiappanuvoli. Solo questo. Una brava persona può diventare un bravo scrittore (e non viceversa). Secondo me.

  4. volevo chiederle notizie dell’aggiornamento.

    sa, la tentazione di chiudere a doppia mandata i portali della mia cittadella interiore, di uscire soltanto per darmi al saccheggio e alla devastazione barbarica, è forte, di fronte alle miserie dell’autorialità con nome e cognome nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’autore.

    siccome sono persona meno cattiva di quel che vorrei non mi va di pensare che tutti i gatti siano bigi, mi piacerebbe conoscere il seguito di questa vicenda e i punti di convergenza trovati col sig. Genna.

    • Dopo la vita è sfuggita via e non ho più aggiornato.
      Il sig. Genna ha accettato di buon grado le mie critiche, il confronto come detto è stato geniuno e paritario (non usuale al giorno d’oggi). Riassumo, perché non credo valga la pena parlarne ancora, riportando solo, che mi pare esemplificativa, è riferita al modo in cui si pone lo scrittore nei confronti dell’atto presentazione: “Siccome parlo e scrivo e agisco sempre emblematicamente o, detto con maggiore precisione, in senso analogico, tento di rendere esplicito quello che era implicito.”

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