Lo stesso mare – Amos Oz

Mare

In una libreria di quelle dentro i centri commerciali, cercando qualcosa, sulla montagna, una roba di sentieri, qualcosa d’altro, invece, mi trova. Come un ricordo perso nella memoria, come un sentiero che mi riporta in un luogo dove ero già stato. Lo stesso Mare di Amos Oz. Di lui lessi Contro il fanatismo, per il primo esame all’università, Antropologia Culturale. Non che ne ricordi granché, sono passati dodici anni. Ricordo però l’apertura, lo sforzo umano di comprensione, come un abbraccio, il tentativo di trovare un punto di unione, tra i vecchi e i giovani, tra oppressi e oppressori, Palestina e Israele. Ricordo la semplicità e la freschezza, ricordo l’incorruttibilità ideologica. Ricordo che mi ripromisi di leggere altro di quell’autore così sfrontato e intellegibile. È successo, alla fine.

Un incrocio di vite colte forse nel loro momento più delicato e importante è questo romanzo. Albert, un commercialista vedovo, uomo buono, ligio, solo. Rico, suo figlio, partito (o meglio, fuggito) per il Tibet alla ricerca di se stesso, dove troverà invece, in un dialogo ininterrotto, i suoi genitori. La sua ragazza, l’affascinante Dita, lasciata in Israele mentre coltiva il sogno di vedere realizzata la sua sceneggiatura. Bettin, vedova anch’essa, che cerca di smussare la propria solitudine e quella di Albert unendole. Nadia, la moglie defunta di Albert, la cui vita poco a poco è raccontata, le tovagliette ricamate in punto di morte, l’usignolo alla finestra nell’ultima alba, viva nei pensieri del figlio e nel silenzio del marito. E ancora Miriam, Ghighi Ben Gal, Stavros Evanghelides, evocatore di anime defunte, e Dobi Dombrow produttore sul lastrico. E poi, c’è lui, il narratore, lo stesso Amos Oz che subentra nella scena chiedendosi “donde gli si sia schiodata una storia così, bulgara e a Bat Yam, in righe sincopate quando non, a tratti, in strofa”, oppure anche come persona realmente coinvolta nei fatti, che parla al telefono e fa visita agli altri protagonisti, si fa loro confidente.

Oltre che romanzo, Lo stesso mare, è il sogno di romanzo, come anche vera e propria poesia, è, oltre che trama, magia, magia del ricordo, magia del sogno, magia della solitudine. Ecco la chiave. I personaggi sono tutti disperatamente soli, tutti disperatamente simili, come noi, del resto, come tutti noi dall’altra parte della pagina, immersi nello stesso mare, appunto, circondati da quella distesa d’acqua salata e orizzonte oscuro che limita, ci limita, ma accompagna anche, la solitudine e la nostra disperazione.

Ombra

Vagamente si mormora, con talora qualche brandello di testimonianza, su una creatura quasi umana, smisurata, che sola s’aggira fra le vette del Tibet.
Unica e libera. Due, forse tre volte sono state fotografate ad altitudini impervie delle tracce nella neve là dove nemmeno l’alpinista più disperato oserebbe passare. Si tratta quasi certamente di una leggenda indigena: come il mostro di Loch Ness o l’antico Ciclope.
Sua madre seduta a ricamare tovagliette sin quasi al momento in cui morì.
Suo padre asserragliato nel dolore tutta la notte davanti allo schermo a cercare una breccia nel sistema delle imposte.
In fondo ognuno è condannato ad aspettare la propria morte nell’isolamento di una gabbia. Anche tu, che cosa credi, con i tuoi vagabondaggi e la tua ossessione di andare lontano e accumulare esperienze, in fondo non fai che trascinarti dietro la tua gabbia da un angolo all’altro dello zoo.
A ciascuno la sua prigionia. Un’inferriata ci tiene separati gli uni dagli altri. Se davvero esiste questo solitario uomo delle nevi che vaga fra i monti da mille e più anni, senza sesso e senza coniuge, innato sterile immortale, spensierato, nudo.
Allora è lui che passa fra le gabbie e magari se la ride.

Viene una voglia

Sera. Piove sui colli deserti.
Deserto: tufo e dirupo
odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.
Viene una voglia:
essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.
Esistere prima d’ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.
Inerte e sicuro
di decantazione illimitata.

Lascito tardivo

I morsi del tempo, fumo senza fuoco: sul dorso della mia mano
è spuntata la macchia scura che una volta stava, nello stesso punto,
sul dorso della mano appassita di mio padre.
A significare che mio padre è tornato dagli anfratti della terra.
Per anni dimentico, ora si deve essere ricordato di tornare a elargire al figlio
una traccia di pigmento a mo’ di ascito tardivo.
Morsi del tempo. Ustione senza fuoco.
Marchio dei vecchi di famiglia, dono di un morto
sul dorso della mano.

[…] Al narratore piace l’idea di dar conto di tutto questo, di provare a spiegare e mettere per iscritto, qui, ciò che è stato e che c’è.
Chiamar le cose con il loro nome o con un altro, che dia loro una luce nuova, oppure getti, qua e là, un tratto d’ombra. […]

Lo stesso mare

Chiappanuvoli

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