Da lontano, dentro

Oggi cercherò di parlare al festival Un Paese. Raccontare il presente italiano dello stretto collegamento tra L’Aquila e l’Italia. Questo sono gli appunti che porterò con me, li posto così come sono, refusi compresi.

Un Confronto

Fin dai primi giorni dopo il terremoto, ho sempre pensato che L’Aquila fosse nient’altro che l’immagine riflessa dell’Italia da lì a cinque anni. Ora che sono passati cinque anni devo ammettere di essermi sbagliato, è probabile che lo scarto sia maggiore, forse di dieci, quindici anni. Certo è che il Paese, a differenza della mia città, può contare su sacrifici maggiori, su una gran quantità di sangue versato degli Italiani che forse ne rallenta il declino.

Vorrei comunque provare a tirare un po’ le somme, a tracciare una rete di affinità sovra-temporali e così umanamente tragiche che lega L’Aquila all’Italia. Lo farò elencando 15 punti, i primi che mi sono venuti in mente, e 15 perché 15 sono i minuti a mia diposizione. Un minuto a questione. Nulla di originale, per carità, è un “gioco” questo che può essere fatto confrontando qualsiasi realtà periferica italiana al resto del corpo, alla carogna.

1. Siamo di fronte a due realtà in piena decadenza. Apparentemente i mali che affliggono, o hanno afflitto, L’Aquila e l’Italia sembrano essere diversi, da una parte la catastrofe naturale, dall’altra la crisi economico-sistemica. In realtà, il male che le sta divorando è lo stesso, solo e squisitamente umano. La crisi in sé, che si parli di terremoto o di recessione, non è il problema, il vero problema è la soluzione, la strategia che adottiamo per tirarcene fuori.

2. L’Aquila e l’Italia sembrano destinate all’oblio, condannate all’abbandono, entrambe hanno bisogno di un intervento coraggioso, sanatorio, ricostruttivo. Di cambiamenti di rotta radicali, e non dai connotati “democristiani” o peggio ancora populisti come quelli che sono stati adottati negli ultimi anni.

3. L’illegalità, o anche solo il malcostume, pervade tutte le sfere sociali: la politica, l’imprenditoria, la popolazione tutta. All’Aquila come in Italia pare essersi generato l’habitat ideale per la proliferazione del germe della corruzione. Sembra che rubare sia diventato normale, mentre essere onesti, un’onta di cui vergognarsi.

4. Questa situazione è aiutata dal fatto che pare non esserci controllo sociale. Il poco che c’è, è affidato all’iniziativa della magistratura, resa sempre più lenta e macchinosa, o agli sparuti controlli delle Forze dell’Ordine che, all’occasione, sono asservite al potere, e quindi prepotenti, quando devono confrontarsi con la disperazione o la determinazione dei cittadini, o si ritrovano a essere realmente impotenti quando cercano di far fronte alla complessità del male che devono combattere.

5. C’è quindi un generale e diffuso senso di mancanza di giustizia, di tutela da parte dei cittadini. Il potere, che dovrebbe contenere le degenerazioni violente e garantire l’ordine anche tramite l’uso della violenza stessa, da un lato, pare essersi tirato indietro, aver perso presa sul reale, dall’altro, ordisce trame in apparenza incomprensibili, persegue obiettivi lontani dai bisogni reali dei cittadini. E questo genera insicurezza, paura. Il senso d’impotenza che ci pervade fa il resto.

6. L’Italia e L’Aquila sono due posti bellissimi, seppure in decadenza. Sono posti dove il concetto stesso di bello ha perso significato. In entrambe è come se fossimo costretti a ricomprarlo fuori, oltre i nostri confini, questo concetto, come se fossimo ormai troppo disumani per riuscire a cogliere da soli la grande bellezza. È come se fossimo estromessi da uno dei processi più naturali, più istintivi: il riconoscimento del bello.

7. Le bellezze artistiche e naturali, di cui tanto amiamo vantarci al cospetto del resto del mondo, all’Aquila come in Italia, oltre a essere degradate alla stregua di merci, con tutto il dibattito che ne segue, diventano anche occasioni di propaganda politica, o peggio, di malaffare privato. Abbiamo dimenticato che il territorio è parte integrante dell’identità individuale e sociale, mancargli di rispetto è mancare di rispetto a noi stessi, e questo avviene tutti i sacrosanti giorni.

8. Entrambe, nei loro rispettivi contesti di appartenenza, vengono spacciate dai media e dai politici come terre in grado di garantire sicure opportunità di rilancio economico, si veda Renzi in questi giorni in giro per l’Europa, o la balla del cantiere più grande d’Europa per L’Aquila. In realtà, siamo percepiti dai contesti stessi come problemi, come talloni di Achille, come zone cancerose e cancerogene, organi malati in tutto dipendenti dal resto del corpo, deboli, e dunque medicalizzati, schiavizzati, ma anche sacrificabili.

9. L’Italia e L’Aquila sono ormai territori di serie B. Delle periferie, dal punto di vista economico e quindi politico, niente di più. Si avverte nettamente la mancanza dal centro, e del centro. Ma, attenzione, non credo sia corretto scivolare nella retorica del nonluogo, nel senso proprio del termine, perché quelli che viviamo ogni giorno sono luoghi fin troppo antropoligizzati, da riconsiderare è il valore stesso che diamo alla nostra terra, nel suo insieme, come un unicum, e non smembrata nella sterile dialettica centro-periferia.

10. Vediamo la gente fuggire, emigrare, soprattutto i giovani. Vanno via sia per necessità, alla ricerca di nuove opportunità, perché qui le risorse scarseggiano, sia perché hanno fame di idee, per il bisogno di aria nuova, pulita. Ma, anche qui bisogna stare attenti, l’altrove quasi mai è percepito come un luogo straordinario, eccezionale, assolutamente migliore della terra di provenienza, è semplicemente visto come qualcosa di normale, una realtà normale. Si emigra alla ricerca della normalità. Tanti di loro, degli emigranti, infatti, volentieri tornerebbero, volentieri resterebbero.

11. La rappresentanza politica è del tutto finta, illusoria. La parola “democrazia” è stata svuotata di senso. Ogni Governo, di qualsiasi bandiera, è ormai totalmente asservita alle lobbies, alle logiche di profitto privato, come pure al mantenimento del proprio privilegio. Il fatto ancora più grave è che c’è stata, però, una sorta di slittamento, una convergenza, un affastellamento al centro, sintomatico. Responsabilità, la chiamano. Pare invece, da un lato, raschiare il fondo del barile elettorale, dall’altro, un evidente e deleterio scacco: comunque vada, a loro, alle lobbies, va garantito quanto pattuito; la logica del ricatto.

12. Che poi il problema, credo vada ribadito sempre con forza, non è tanto, o solo, essere una realtà assoggettata ai poteri mafiosi, quanto la cultura mafiosa, collusa, omertosa, assertiva, che ormai ci ha fagocitati: l’interesse privato su quello pubblico, il familismo amorale, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse a disposizione, l’egemonia pressoché totale sull’ambiente. Siamo mafiosi, tutti, chi per un modo che per un altro, siamo tutti affiliati a un clan.

13. Non solo all’Aquila, il bisogno di ricostruzione è generalizzato. Ricostruzione morale prima ancora che materiale, del tessuto sociale, insomma. E non è seguendo la logica del “dov’era com’era”, come è stato sbandierato nella mia città, che ci tireremo fuori dalla questa crisi; quello è solo uno spot, uno spauracchio per mantenere ben saldo niente più che lo status quo. Serve un passo in avanti, non certo un’utopia ma un sogno, semplicemente.

14. Quel che manca, quel che ci hanno tolto, sembrerebbe essere è proprio la speranza. Nel domani, nel prossimo, nel sistema, perfino in se stessi. Sembriamo condannati all’individualismo più sfrenato, o quantomeno ci viene offerto come l’unica soluzione realistica; ma è solo l’ideologia capitalistica di cui siamo purtroppo forgiati, chi più chi meno, a condannarci. Un’ideologia, credo, sento, del tutto priva di qualsiasi fondamento. Nei momenti di difficoltà, infatti, è naturale riporre la propria fiducia nell’altro, aiutarsi, collaborare per. La comunità, il senso profondo della comunità non è morto come vogliono farci credere. Una comunità unita è potente, e quindi pericolosa per chi detiene il potere. Dobbiamo avere fiducia, prima di tutto, non quella di cui blaterano i politici ovviamente, dobbiamo avere fiducia nel prossimo.

 15. Ancora più grave della perdita di speranza e di fiducia, a condannare sia L’Aquila che l’Italia credo sia la mancanza di un’idea condivisa. Una visione d’insieme, la consapevolezza di se stessi, e quindi la responsabilità delle nostre azioni. Non abbiamo idea di quel che vogliamo essere domani perché non sappiamo quel che siamo oggi e abbiamo dimenticato ciò che eravamo ieri. Viviamo giorno per giorno, basandoci soltanto sulle sparute e misere certezze che abbiamo in mano, perpetrando così, inconsapevolmente, un sistema ormai fallimentare, giunto al capolinea. Serve un’idea per ricostruire L’Aquila, serve un’idea per ricostruire l’Italia. Una visione. È questa la nostra principale mancanza, è questa la nostra principale colpa.

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