Omonimia – quella notte

Conoscevo il suo nome per il Processo alla Commissione Grandi Rischi. Era l’estate del 2013 quando arrivò la lettera di convocazione che portava la sua firma. Ne fui sorpreso e turbato. Il giorno indicato, andai in Tribunale.
– Sig. Chiappanuvoli, buonasera! – e mi invitò a entrare nel suo studio.
Gli sfilai davanti un po’ ingobbito, a pugni stretti; ero agitato. Lui dovette accorgersene, infatti disse – Nervoso? Non immagina perché l’ho fatta chiamare?
– No, assolutamente – accennai un sorriso.
– Vede, tempo fa una mia collaboratrice mi ha segnalato uno scritto sul suo blog.
Si riferiva a un testo con cui avevo inaugurato la sezione “La mia città” e che avevo scritto di getto più di due anni prima. Omonimia il titolo.
– Ma che c’entra con la Commissione Grandi Rischi? – feci.
– Nooo! – spalancò le braccia e un grande sorriso – Lei pensava? No, io mi occupo anche del “Domenico Cotugno”, il Convitto Nazionale.
Dentro Omonimia avevo riversato la mia notte del 6 aprile. L’avevo scritto senza troppe pretese, più che altro per fissarne il ricordo nella mente.
Il Pubblico Ministero indicò la sedia di fronte la scrivania e mi chiese se volevo dell’acqua, mentre riempiva il bicchiere mi scrutò un paio di volte, forse per capire se mi fossi calmato. Io invece stavo sudando nonostante ci fosse l’aria condizionata.
Si accomodò al suo posto e, senza che gli avessi chiesto nulla, cominciò a spiegarmi in modo fin troppo scrupoloso il perché fosse lecita la mia convocazione anche se non avrebbe comportato per forza la mia presenza al processo. – In fase istruttoria – concluse – è bene non lasciare nulla al caso, non crede?
– Se vuole… Può darmi del tu – dissi come a prendere tempo.
– Un resoconto così dettagliato non può che essere stato scritto da una persona che c’è stata dentro il Convitto. Anche se nessuno dei testimoni ha fatto il suo nome. Ops! Il tuo nome.
– Be’, non è che abbia fatto granché.
– Esserci stato è già qualcosa, no?
Mi guardai le mani e mi lisciai le nocche, come faccio sempre quando sono nervoso.
– Ecco, vorrei solamente che mi raccontassi di persona quel che hai visto. Tutto qui.
Tutto qui, disse. Non ho mai raccontato a nessuno di quella notte, intendo di persona. Sì, avevo scritto quel racconto sul blog ma avevo ricevuto poche decine di visualizzazioni e nessun commento, e presto era stato scalzato da altri post. Scrivere poi non è parlare.
– Vede… – da principio avevo davvero intenzione di evitare quella che per me sarebbe stata una forzatura, un’intromissione nei miei segreti, nella parte di me che era morta il 6 aprile 2009 e nella parte che era nata quella stessa notte, ma lui m’interruppe.
– Alessandro, ogni dettaglio può essere importante.
La scrivania era un caos, sembrava il tavolo di un falegname, con fogli e penne al posto di legno e seghe, polvere invece che segatura.
– Come sei arrivato, per esempio, al Convitto?
– Sono andato con la Misericordia del sig. Melchiorre – sussurrai.
– Mh-mh – fece il PM.
Quella notte, mentre giravo per il mio quartiere per accertarmi che gli amici e i loro parenti stessero bene, un vicino tirò fuori di casa la televisione. Vidi i primi servizi dei telegiornali: gente che scavava a mani nude in via XX Settembre, una voragine che aveva inghiottito un’auto, edifici sventrati in centro, macerie ovunque, il fantasma di una donna completamente impolverata trasportato su una barella dai Vigili del Fuoco. Mezz’ora dopo, davanti al mio cancello, si fermarono un’auto e un’ambulanza. Il padre di Giulio, un mio amico, aveva riportato dal centro il figlio, la sua ragazza e la coinquilina, e stavano trasferendo le ragazze in ambulanza per portarle in ospedale. Chiesi di unirmi a loro e accettarono. Prima di andarmene, dalla strada salutai i miei con un cenno. Non mi dissero neanche una volta di non andare.
Sul muro dietro la scrivania era appeso il diploma di laurea. Due delle quattro pareti erano rivestite di scaffalature di libri. Il PM stava seduto su una sedia di pelle e tutto proteso in avanti prendeva appunti. Era un uomo esile, barba e capelli castano chiari, quasi rossicci, la montatura degli occhiali dorata. Stava in camicia, mentre giacca e cravatta erano appese allo schienale.
– Poi cosa avete fatto?
– In attesa che tornasse l’ambulanza, ci siamo preparati. Abbiamo racimolato pale, picconi, quello che poteva servire.
– Quindi vi siete diretti in centro? – m’incoraggiò.
– Sì, cioè no. Prima ci siamo fermati a Santa Barbara per liberare la strada da un albero, di fronte al tabaccaio, dove era crollata una casa. Abbiamo provato a cercare la signora. Io mi sono infilato sotto il tetto, l’ho chiamata. Non c’era molto che potessimo fare però, così, siamo ripartiti per…
Lasciai la frase a metà. Il PM assottigliava le labbra solcando sul block notes linee sclerotizzate. Teneva la penna tra pollice e indice, come certi bambini. Era sereno, al contrario di me che sentivo il carico della responsabilità di ciò che stavo dicendo.
– Non so se anche queste cose possano esserle utili – balbettai.
Un riflesso gli attraversò le lenti degli occhiali. Sorrise ancora e mostrandomi il palmo della mano con la penna tra le dita disse – Considera la nostra niente di più che una chiacchierata informale. Stai tranquillo.
Sorseggiai un poco d’acqua. Il PM si tirò su e seguitò a parlare per mettermi ancor più a mio agio. Quando captai un «continua», ripresi senza accorgermene.
– Da lì, poi siamo andati alla Casa dello Studente, – mi tornarono in mente i volti impolverati dei ragazzi, i plaid a quadrettoni nei quali erano avvolti – ma non abbiamo fatto in tempo a scendere che il sig. Melchiorre ha ricevuto l’ordine di andare al Convitto. Credo perché i soccorsi lì erano sufficienti. Sufficienti per modo di dire.
– Ricordi per caso a che ora siete arrivati?
– Boh, verso le cinque, cinque e mezza. Non lo so con precisione, non stavo a guardare l’orologio. Ricordo che il cielo stava schiarendo.
– Va bene, non ti preoccupare – disse il magistrato in tono dolce.
– Abbiamo parcheggiato a piazza Palazzo. Oltre non si poteva andare, la via era piena di macerie.
– Corso Umberto I, intendi?
– Sì, la strada che costeggia i portici dove c’è l’ingresso del Convitto.
– Corso Umberto I – ribadì il PM – Continua.
– Era pieno di gente, per lo più anziani e studenti. Cercavano di ripararsi dentro alcuni stand allestiti non so per quale evento. Nel vicolo del Bar Tropical, invece, un gruppo di persone stava scavando nella casa che faceva angolo. Gli abbiamo dato una pala.
– Dimmi del Convitto, ora. Per favore – fece, risoluto ma dolce.
Deglutii ma la gola si bloccò. Ebbi una specie di rigurgito. Per un attimo, mi sentii quasi mancare. Presi ancora un sorso d’acqua. Mi toccai la fronte, era imperlata. Non fu però un mancamento, ora lo so, quel che provai fu mancanza.

Il cancello nero in ferro battuto con le volute tondeggianti è spalancato, così come, subito dietro, il portone alto almeno tre metri, sormontato dalla scritta CONVITTO NAZIONALE e dallo stemma del Regno d’Italia. Sul pavimento scricchiola uno strato di polvere, qua e là sono disseminati pezzi d’intonaco. L’ingresso dà sull’angolo dell’atrio circondato da un porticato. Ci sono le impalcature azzurrine dei lavori di restauro eseguiti di recente, dopo le prime scosse. L’accesso al piazzale è sbarrato da transenne, ma una è stata rimossa. I soffitti dei portici sono esplosi, una pioggia di mattoncini ha ricoperto il pavimento e schiacciato alcune auto. In qualche punto, dei pezzi di solaio hanno resistito e restano appesi nel vuoto, rattrappiti come carta bruciata.
Nel cortile ci sono due uomini di mezza età. Il primo, infagottato nel giaccone verde piange, ha gli occhiali appannati; il secondo, appena ci vede, si avvicina farfugliando frasi con un marcato accento veneto. È il preside. Subito ci fa strada attraverso l’atrio, oltre un portone e poi lungo una rampa di scale. Dalle crepe sgorga acqua a fiotti. Saliamo in fila indiana. Le scale sono scarnificate, la muratura degli scalini sopra di noi è caduta su quelle di sotto, non restano che i lastroni di marmo incuneati tra muro e ringhiera. Il preside dice non sapere quante persone ci sono nell’edificio. È sconvolto, continua a ripetere che avrebbe dovuto evacuare la scuola, ma che non sapeva dove mandare i ragazzi.
Sugli ultimi gradini dell’ultima rampa c’è una donna accovacciata. Se ne sta raggomitolata in un cappotto nero. Il sig. Melchiorre la invita a raggiungere l’uomo giù in cortile, ma le parole neanche la sfiorano. È la madre di uno studente. Attende che qualcuno gli restituisca suo figlio. Il ragazzo che le sta accanto è l’altro suo figlio, il maggiore, credo. L’uomo col giaccone verde in cortile, quindi, è suo marito.
Sul pianerottolo c’è un buco, si vede il piano di sotto. Un Vigile del Fuoco sta fermo sulla porta della stanza che ci si apre davanti. Avrà forse vent’anni. Lo superiamo ed entriamo in fila indiana, ma la stanza, oltre la porta, non c’è. Non più pareti, angoli, bordi, confini. Il soffitto non c’è più. Il profilo sconnesso dei tetti di fronte sembra così vicino. In cielo le tonalità dei colori sfumano dal blu scuro al bianco, al rosa, all’arancione. Quel vuoto inaspettato dà le vertigini. Su un cumulo di macerie ci sono altri due Vigili intenti a scavare. Sedie, letti, armadi, libri, vestiti, pareti, finestre, travi, tegole, è tutto tritato e ammassato senza logica, senza umanità. Sembrano i resti di un’esplosione senza bruciature.
Da sinistra, quattro occhi spauriti ci fissano. Sono ragazzi, pezzi di ragazzi, pezzi di corpi incastrati, obliqui, bloccati nella fuga, sorpresi nel sonno. Sembrano anche loro parti di un marchingegno fracassato. Si distingue solo il bianco degli occhi. Hanno quindici anni, non di più. Uno tiene solo la testa fuori dai detriti, l’altro invece ha un braccio libero. I Vigili del Fuoco li hanno dissotterrati il tanto per permettergli di respirare perché oltre, sommersi dal cumulo di macerie, ce ne sono altri due, dicono.
Il sig. Melchiorre prende il comando delle operazioni. Ordina a me e Giulio di andare a prendere la barella e la borsa del pronto soccorso, e di cercare dell’acqua, mentre lui, il padre di Giulio e un militare dell’Esercito, anche lui mio compaesano, si mettono subito a scavare intorno alle teste dei due ragazzi. Prima però, fissando tutti i presenti uno a uno, aggiunge «chi non se la sente è meglio che se ne tiri fuori ora: nessuna vergogna.»
Il marmo dei gradini vibra. Scendendo, iniziamo a sentire un lamento straziante che si fa più vicino. È fatto di una e una sola parola che si ripete: «Luigi…Luigi…Luigi…» È l’uomo con il giaccone verde. Gli passiamo a fianco e lui neanche ci vede.
In strada la gente vaga smarrita. Prendo la borsa e la barella nell’ambulanza, mentre Giulio trova una soluzione per l’acqua. Con un calcio sfonda un distributore automatico. Ci carichiamo di bottigliette.
Nella stanza il lavoro è frenetico. Con le pale si toglie il grosso e vicino ai corpi si scava con le mani.
Il sig. Melchiorre prende due siringhe dalla borsa e le riempie di morfina. Mi dice di lavare il viso ai ragazzi, di fargli risciacquare la bocca ma di non farli bere. I loro corpi stanno riemergendo. Non sono in pigiama, sono vestiti. Devono aver provato a non farsi sorprendere, ma l’incubo che li ha svegliati è stato più veloce. Per liberarli servirebbero mezzi meccanici che non abbiamo: uno è bloccato da una trave, l’altro è incastrato sotto la rete del materasso che l’ha salvato dal tetto. Un Vigile del Fuoco chiede rinforzi alla radio, ma dal comando rispondono sempre allo stesso modo: le unità sono tutte impegnate, bisogna attendere l’arrivo delle colonne da altre città.
Mi accosto a una porta che separa la stanza da quella a fianco. È leggermente aperta. Guardo. Oltre c’è il vuoto. Il tetto cadendo ha portato con sé anche il pavimento. Si vedono le tegole, un piano più giù. Per la prima volta ho paura.
Ci diamo il cambio a spalare perché non abbiamo pale sufficienti. Il freddo spacca le mani e il tempo passa inesorabile. Non sappiamo quanto ci vorrà ancora. Non sappiamo se il pavimento continuerà a reggere. E non sappiamo quante altre persone ci sono nell’edificio. Bisogna fare un giro di perlustrazione e mi offro io. Il sig. Melchiorre acconsente, ma fa venire Giulio con me. «Non fate cazzate» dice.
Controlliamo il nostro piano in pochi minuti. Tranne che su corridoio, scale, bagno e un altro dormitorio deserto, il tetto è collassato ovunque. Capire se c’è qualcuno è impossibile. Ci rechiamo così al piano inferiore. Tre dormitori vuoti, la cucina, il refettorio, un ripostiglio. Il lamento dell’uomo col giaccone arriva flebile, ma costante. «Luigi…Luigi…Luigi…»
Giulio accende una sigaretta dietro l’altra e io non riesco a non fissarlo. Mentre le consuma in pochi avidi tiri, mi porge il pacchetto ma io rifiuto ogni volta. Ho smesso da quasi sette mesi.
In bagno le piastrelle sono marroni. Molte sono saltate frantumandosi a terra. Sulla destra c’è una fila di lavandini. Uno è spaccato e l’acqua zampilla allagando tutt’intorno. Nello stretto corridoio che porta alle docce, le porte dei gabinetti sono aperte. Sulle docce, il soffitto alto quattro metri è crollato e dalla voragine pendono travi e calcinacci, e sospesa a mezz’aria c’è anche la rete di un letto senza materasso. C’è rimasto impigliato un lenzuolo verde che scende nel vuoto come una fune. Avanzo qualche metro, è pericoloso, ma devo guardare.
Il cumulo grigiastro di macerie supera il metro. Sembrano rifiuti edili. Qua e là, spunta un mattone, un pezzo di legno, una mattonella, un brandello di stoffa, un foglio di carta, un libro. Nella massa informe, attraverso il pulviscolo dorato dell’alba, non noto subito l’affiorare di una ciocca fina di capelli biondi. E un dito. Affusolato. Bianchissimo.
«Me la dai, ora, quella sigaretta?»

– Possiamo fermarci un attimo? – chiesi al PM – Vorrei andare a fumare.
– Se vuoi, puoi fumare anche qui. Alla finestra.
– Come vuole – e mi alzai.
– Non c’è fretta, non ci corre dietro nessuno.
Rollai malamente una sigaretta, col tabacco tutto raccolto al centro. Avevo le mani sudate, mi tremavano.
– Hai ripreso, quindi?
– Non ho più smesso.

Tornati all’ultimo piano, riferiamo al sig. Melchiorre. Non si scompone. Stanno arrivando i rinforzi, dice, ci pensano loro.
Lo scavo sul cumulo, nel frattempo, è già profondo, i Vigili del Fuoco ci sono dentro fino alla vita. Il padre di Giulio e il militare aiutano a tirare fuori le macerie dal buco, si passano secchi colorati, di quelli per strusciare il pavimento. I ragazzi incastrati si sono calmati, attendono al riparo sotto delle coperte. Cerchiamo di controllare che non si addormentino. In cielo il sole sta sorgendo. Un paio di elicotteri sorvolano la città, quando si abbassano, fanno tremare l’edificio. I Vigili gli imprecano contro. A terrorizzarci bastano le scosse che continuano a ripetersi senza tregua.
D’un tratto la radiolina gracchia, gli aiuti sono arrivati. Giulio ed io gli andiamo incontro. Sono in sette, hanno l’accento romano. Li aiutiamo a portar su un motore idraulico e una specie di cesoia gigante. Sono pesantissimi. Temo che le scale non reggano, ma ce la facciamo.
Entrati nella stanza, si mettono subito al lavoro dividendosi in due gruppi. Ormai, per noi c’è davvero poco da fare. Forse siamo persino d’intralcio. Con Giulio cerchiamo di convincere la donna e suo figlio a scendere. Il ragazzo accetta, vuole raggiungere suo padre, ma lei non si muove.
In quel momento sopraggiunge un altro uomo, in abiti civili. Ha il fisico compatto e tonico, è sulla quarantina. Ci sfila davanti di slancio, con un balzo salta il motore e si toglie al volo la giacca. Dice di essere stato volontario dei Vigili del Fuoco, e che vuole dare una mano. Poi aggiunge «Mio figlio Luigi è lì sotto.»
Sono due, quindi, i Luigi sotto le macerie. Hanno la stessa età, forse sogni molto simili. Per ora un destino comune. Bisogna continuare a scavare.
Giù in strada, un bobcat sta sgombrando le macerie. Davanti al Convitto i camion dei Vigili ora sono due e c’è anche un fuoristrada. Io vado diretto al distributore di sigarette poco distante e compro un pacchetto. Lo scarto, ne metto in bocca una e Giulio è già lì con le mani a coppa intorno all’accendino. Sbuffo una grande nuvola e chiudo gli occhi per un secondo.
Giulio invece è agitato. Gli domando che succede e mi dice che ha perso le chiavi della macchina a casa della sua ragazza, che l’ha appena comprata e che non vuole lasciarla in centro. Così, mi chiede di accompagnarlo, che tanto è vicino. Non vorrei, ma accetto.
Ai Quattro Cantoni, l’angolo sopra i portici è spaccato e pende verso il centro della strada. Una carovana di ragazzi avvolti da coperte e seguiti dai loro trolley va verso la Fontana Luminosa. Sembrano fantasmi in vacanza. Lungo il Corso ci sono detriti ovunque. La città pare un set cinematografico. Dà i brividi. Gli elicotteri continuano a volteggiare sulle nostre teste.

– Le avete trovate poi le chiavi? – m’interruppe il PM.
– No, era troppo rischioso entrare da soli. Nella stanza della ragazza di Giulio, il tetto nel frattempo era crollato, mentre il pavimento della camera della coinquilina era già venuto giù con la scossa. La ragazza era sprofondata con tutto il pavimento dentro una cantina. No, era troppo rischioso.
– Più o meno, quanto siete stati via?
– Non so. Una mezz’ora, forse più. Chiunque incontrassimo ci chiedeva di dargli una mano, di aiutarlo a cercare un parente, un amico. Potevamo solo scambiare due parole, poggiar loro una mano sulla spalla, fargli coraggio.

Al nostro ritorno, un piccolo assembramento si è raccolto davanti al Convitto Nazionale, un brusio discreto. Sono arrivati altri Vigili del Fuoco. Il preside sta parlando con i Carabinieri. Il fratello di Luigi e suo padre si scaldano al sole; l’uomo ha smesso di piangere. Vicino a un’autocisterna, ci sono il sig. Melchiorre, il padre di Giulio e i pompieri che per primi erano nella stanza. Uno di loro, capelli brizzolati, grandi baffi, è seduto sulle scalette dello sportello e si tiene la fronte tra le mani. Gli altri fanno capannello. Una troupe televisiva riprende la scena.
L’uomo ha sentito una fitta al petto, è pallido. Dice di respirare a fatica. Il sig. Melchiorre continua a ordinargli di starsene seduto. Lui ripete che deve aiutare i colleghi. Giulio, allora, fa un passo avanti, s’infila nel capannello, si avvicina al Vigile del Fuoco e gli mette una mano sulla spalla. Gli sorride, carezza il suo volto sudato. Gli dice di riposarsi un attimo, di riprendere fiato, che hanno già fatto molto; usa una dolcezza che non gli conoscevo. L’uomo fa un sospiro e alza lo sguardo al sole. Sorride. Pare aver capito. «Ok, mi riposo dieci minuti, ma dopo torno su» dice.
Decidiamo di tornare anche noi al secondo piano. I Carabinieri all’ingresso non ci dicono nulla. Nel Cortile non c’è nessuno, all’altro capo, però, in direzione dell’altro portone ci sono due coperte di plastica argentata stese a terra, coprono qualcosa. Quando mi avvicino, vedo un calzino blu spuntare da sotto la prima coperta. Mi chino per guardare sotto l’altra e una chioma di capelli biondi mi blocca.
Non provo niente, in me sento il vuoto assoluto. Tiro dritto. Riprendo la via delle scale.

Era come se la mia voce uscisse da sola. Sentivo le mie parole come se fosse qualcun altro a pronunciarle. Mi zittii all’improvviso.
Il PM alzò la testa e mi fissò. Ebbe ancora un sorriso per me. Dopo un attimo ripresi.
– Una domenica, durante una giornata delle carriole, incontrai una signora. Era un’insegnante delle Industriali. Mi disse che i due ragazzi cechi morti al Convitto Nazionale erano venuti in Italia grazie a una vacanza premio del suo istituto. La scuola non aveva fondi per pagargli l’albergo, così li avevano fatti ospitare al Convitto.
– Sì. Lo so – disse il PM.
– Per quanto? – chiesi – Cinquanta euro?

Dalla rampa delle scale viene un rumore di passi. Alcuni Vigili del Fuoco stanno scendendo, imbracciano una barella, uno dei due ragazzi incastrati è stato estratto. Ci facciamo di lato e loro ci sfilano veloci, li seguo con lo sguardo fin dove riesco. Poco dopo sento la sirena dell’ambulanza allontanarsi.
Nella stanza, i soccorritori ora lavorano in due gruppi; il primo sta liberando l’altro ragazzo intrappolato, il secondo seguita a scavare sul cumulo di macerie. Il padre di Luigi è dentro il buco con un Vigile del Fuoco, il buco è stato allargato e di loro si vede solo la testa.
Il motore idraulico fa un rumore pazzesco. Il pavimento trema tutto e dalle pareti cadono rivoli di polvere. I Vigili incastrano la cesoia sotto la trave, giusto vicino al bacino del ragazzo ancora bloccato. La trave si muove, si alza di pochi centimetri. Il corpo viene estratto con cautela, c’impiegano parecchi minuti, ma quando finalmente il ragazzo è libero, i movimenti diventano dinamici, veloci. Lo caricano su una piccola barella di alluminio, senza ruote né materasso, gli legano le cinture intorno al petto e alle ginocchia e lo avvolgono in una coperta termica. Tra le macerie, al posto del ragazzo, adesso c’è un buco.
Giulio ed io ci offriamo di dare una mano e con due Vigili del fuoco trasportiamo la barelle fin davanti al Convitto, e poi oltre, ai Quattro Cantoni, dove i raggi di sole iniziano a scaldare. Il ragazzo è pallido, sporco di terra e cemento, ha i capelli grigi, sembra vecchio. Nel naso e nelle orecchie ha come dei tappi ma di terra. A tratti ha dei tremori. Chiude gli occhi di continuo, è salvo, vorrebbe solo dormire, ma subito qualcuno lo scuote per il mento.
Mentre aspettiamo il ritorno dell’ambulanza, chiedo al ragazzo se vuole che avvisi i suoi genitori. Accetta, accetta con stupore, come se fosse già rassegnato all’idea di attendere ancora a lungo prima di rivedere i propri cari. Mi risponde una voce spezzata; un uomo, la cadenza di paese. Lo rassicuro subito, suo figlio sta bene, sta per essere trasportato in ospedale. Piange e mi ringrazia. Dice grazie una ventina di volte. Poi l’uomo mi chiede in quale ospedale può raggiungere suo figlio, ma io non so che rispondere.

– Alessandro, – disse il PM con voce pacata e riordinando i fogli tra le mani – Mi vuoi dire, ora, dei due Luigi, per favore?
Mi aggrappai ai braccioli della sedia, sentii la gommapiuma sotto le unghie. E con la testa feci cenno di sì.

Dopo l’ambulanza torna e porta via il ragazzo, saliamo di nuovo al secondo piano. La mamma di Luigi è ancora seduta sui gradini della scala. È tornato suo figlio, la tiene stretta tra le braccia.
La buca ora è enorme, dentro ci stanno due Vigili del Fuoco e il padre di Luigi. Il difficile non è più solo scavare, ma tirare fuori i detriti che devono essere sollevati oltre le loro spalle.
Mi avvicino e vedo la sezione del cumulo di macerie, ne riconosco gli strati. Qua e là, nel buco, cadono piccole frane.
I soccorritori si danno spesso il cambio. Si tirano fuori con un balzo e facendo leva sulle braccia mentre qualcuno li afferra. Solo il padre di Luigi rimane costantemente a scavare. Da ore provano a far squillare i cellulari dei ragazzi per orientarsi, ma è difficile capire da dove provengano, e con il frastuono degli scavi, spesso, non si sente proprio niente.
Io, Giulio, suo padre, il sig. Melchiorre, il militare, ormai, stiamo solo a guarda. Ogni tanto facciamo il passamano con i secchi di macerie ma nulla più. Attendiamo. Trascorre mezz’ora, un’ora, forse più, non ne abbiamo idea, poi d’un tratto il padre di Luigi si mette a gridare, dice a tutti di star zitti, di stare assolutamente fermi, e una flebile canzoncina inizia a suonare sotto i suoi piedi. Gli scavi riprendono subito, con più energia, con più foga.
Non aspettiamo che un urlo di gioia, ed è il padre di Luigi a lanciarlo. I Vigili esultano con le braccia al cielo. Il padre di Giulio abbraccia suo figlio.
Dal buco emerge la testa di un Vigile, poi il busto. Una volta fuori, l’uomo si toglie il casco e si asciuga il sudore sulla fronte con la manica del giubbotto. È impietrito, gli occhi sbarrati a tradire ciò che ha appena visto.
Dopo altri minuti interminabili di lavoro, viene calata una barella dentro il buco. La caricano, poi issano con premura. Il corpo è coperto con una coperta argentata. Da un lato spuntano due calzini bianchi di spugna, dall’altro un ciuffo di capelli neri. Solo allora riaffiora anche la testa del padre di Luigi, che rapido esce dal buco, s’infila sotto la coperta e abbraccia suo figlio.
Mentre i Vigili del Fuoco imbracciano la barella per portare via il corpo, incrocio lo sguardo della madre dell’altro Luigi, che nel frattempo si è avvicinata. I suoi occhi sono liquidi. La donna se ne sta ferma sullo stipite della porta, congiunge le mani al seno. Muove le labbra senza proferire alcun suono.
Il padre di Luigi si accuccia sul margine della buca, si sostiene con le mani vicino al bordo. Guarda il corpo di suo figlio sparire nella tromba delle scale. Il suo volto è serio, non piange. Non si dispera come sarebbe libero di fare. Fa solo grandi respiri, grandi respiri. E quando l’eco dei passi dei Vigili del Fuoco è lontano, scende di nuovo nel buco e ricomincia a scavare.
L’unico rumore rimasto nella stanza è di terra smossa. Nessuno ha il coraggio di rompere il silenzio dell’attesa. La speranza ormai è flebile. Ma trascorrono poco meno di venti di minuti che, ecco, proprio la voce del padre di Luigi rompere quel silenzio. L’altro Luigi è vivo, è sveglio. L’uomo gli parla, gli stringe la mano, gli lava il viso, gli sta vicino finché i Vigili del Fuoco riescono a liberarlo. Ed è ancora il padre di Luigi che lo prende in braccio, lo solleva fino al bordo del buco e lo adagia sulla stessa barella che gli ha portato via suo figlio, dove ad attenderlo c’è sua madre in ginocchio. Erano l’uno di fianco all’altro i due Luigi.
Caricato il ragazzo sulla barella, la donna non lo segue subito verso l’ambulanza, attende che il padre di Luigi esca dal buco e quando sono uno di fronte all’altra, lei apre le braccia e lui le sprofonda nel petto. La donna gli carezza la testa. Non si dicono una sola parola.
Poi l’abbraccio si scioglie. La donna si volta e corre via. Il padre di Luigi resta fermo sul buco, china la testa. È sudato, stanco. I Vigili del Fuoco rimasti lo accerchiano, sparisce dietro le loro spalle.

Ogni volta che torno con la mente a quella notte, provo un senso di nostalgia. So che è strano, ma per qualche attimo sto bene.
– Possiamo finire qui, che dici? – chiese il PM.
Una sensazione di calore mi riempie la gola, lo stomaco, e si espande.
– Alessandro?
Eppure, non riesco a parlarne, non lo racconto a nessuno.
– Alessandro, tutto bene?
– Sì – feci – Sì, sì, tutto a posto.

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