A.I.

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Siamo delle intelligenze artificiali, dei prodotti, programmati, negli anni, nei secoli, siamo dei circuiti cybernetici, delle equazioni, poggiati sul caos, composti di numeri definitivamente indefinibili. La definizione è follia, l’indefinizione è utopia. Il caos una realtà inaccettabile. Inafferrabile. E sensibile. Le barriere, i limiti non sono che mero gioco di rimandi. Un’illusione controllata. Artificiali quali siamo, due sono le risposte che abbiamo imparato a elaborare: libertà – dipendenza. Altre gabbie, altre scatole comunque troppo grandi o troppo piccole. L’inganno verso gli altri o verso noi stessi è solo un tenue riflesso del grande, esiziale inganno. Non siamo ciò che siamo e non siamo neanche ciò che pensiamo di essere. Abbiamo una storia ma non siamo quella storia. Creiamo conflitti perché per noi non c’è pace. Siamo costretti ad arrenderci, prima o poi, all’illusione. A scegliere. A essere scelti. Libertà – dipendenza. Confidando, nella superbia divina, di poter generare salvezza, per noi stessi, quando invece creiamo altra utopia, ancora equazioni, altri circuiti, programmiamo ancora altra intelligenza artificiale. Non c’è via di fuga che non un lungo black out. Eppure, sembra così vero.

Al Principe, Giuliano Piazzi

Io non lo so e di certo non è questo il punto, però forse tu, dipende dai punti di vista, potevi anche crederci a questa cosa qui. Facciamo comunque finta che sia possibile, inganniamoci, solo per un poco. Io non lo so ma faccio finta che sia possibile, parlarti, scriverti cose che avrei voluto dirti di persona quando eri ancora vivo, cose che forse sapevi, cose che non allungano la vita, ma la rendono più lieta, forse, persino più sopportabile proprio negli ultimi momenti. Presumo sia così. Non lo so. Lo saprò comunque prima o poi.

Ciao Principe Giuliano. Sai, ancora oggi, mentre ti scrivo, qui sulla mensola di fianco alla mia testa c’è il tuo Principe, il Casador. È qui perché ogni tanto lo apro, sfoglio le pagine, leggo qualche frase qua e là. Niente è perso. Quel che leggo si aggancia immediatamente a un sapere profondo, genomico diresti tu, e ritrova subito un senso complesso, organico. Una teoria tu la chiamasti, per pudore credo, quando invece era, ed è tuttora, qualcosa di più grande, assoluto, è un sapere, è vita, la tua almeno.

La vita è un sapere. Scrivesti.

Per me, quando ti incontrai per la prima volta – non ricordo se almeno questo te l’ho mai detto – fu come una rivelazione, fu come poter dare il proprio nome a tutte le cose che avevo attorno, dentro e lontano. Una mappa, ecco, per orientare la mia vita. Ero giovane quando ti conobbi, sono uomo ora che ti scrivo, ma la mappa è sempre la stessa.

Non sono più sociologo, finiti gli studi ho lasciato tutto com’era, ho tenuto gli strumenti, ho messo da parte le informazioni. Ora faccio lo scrittore, ci provo almeno. Gli strumenti però sono sempre gli stessi. La vita è, la non-vita non è. È quanto basta. Tu non lo sai, te lo dico ora, ma dentro i due libri che ho scritto ci sei tu, ci sei andato a finire in un modo o nell’altro, e non solo per riconoscenza. Vedi, scrivo perché con la sociologia non potevo fare quello che ho sempre voluto fare, dare tutto me stesso per regalare solo un sorriso a qualcuno. Tu per me sei stato tanti sorrisi. Tu sei la mia scrittura. La parte più profonda.

Non te lo aspettavi, eh?

Ecco, forse dopotutto, quel che voglio dirti è proprio questo – sperando un domani di poter fare ancora di più –, riconoscere il debito che ho nei tuoi confronti, ricordarti, stralciare per un attimo solo il velo e mostrare la verità, potrei dire la nostra verità, perché, lo sappiamo, il Capitale è sempre lì a costruire altro da sé, la finzione, il virtuale. D-D’.

Sono qui solo per dirti: Principe, Maestro, Amico mio, grazie.

La mia vita è, o tende a esserlo, per merito tuo.

Giuliano Piazzi

“Porcoddiaz!”

roma

Tutto ciò è molto, molto bello. Quasi inebriante. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ci mancherebbe, ma sottolineare che sempre, invece, un fascio finisce per rovinare tutta l’erba. E immaginerete a cosa mi sto riferendo. Ebbene, che è successo di nuovo? È successo che il pincopallo in questione, oggi, si è presentato in Questura dicendo “Sono io quello col giubbetto di pelle che l’altro giorno ha pestato la signorina a terra abbracciata dal ragazzo, e che, mannaggia, è stato visto dall’Italia intera”. Subito si è alzato un coro da dentro la Questura, “Un cretino!”. E per ora la storia finisce qui.

Quello che succederà poi, forse, potrebbe essere quanto segue. Ma lavoro di fantasia, sia chiaro a tutti. Forse per associazione col passato…boh! Comunque, succederà che lo sospenderanno. Daranno lui una pena “apparentemente” esemplare. Demagogicamente lo faranno passare per capro espiatorio della situazione, per mela marcia dentro un sistema buono e sano, che è lì solo per proteggerci e mantenere l’ordine. Il più di noi ci crederà. Un’altra parte cospicua invece no, ma smetterà di pensarci col passare dei giorni. Pochissimi, davvero una parte esigua, continueranno a chiedere giustizia. E lo faranno invano. Dopo pochi mesi alla scrivania, infatti, il tizio con la giacca di pelle tornerà al suo posto, forse prendere bellamente a randellate gente disperata. Ci sarà, sì, un processo, ma finirà in vacca, ho paura. Il tizio, il “cretino”, ho invece il vago sospetto che con questo comportamento si sia spianato la strada verso una lunga e luminosa carriera nelle Forze dell’Ordine. E, se dovesse continuare così, forse, ma dico forse perché ci vogliono anche i giusti appoggi politici, potrebbe un giorno trovarsi a fare pure il Questore Capo, o perché no, il Ministro dell’Interno.
Bello, no? Inebriante.

Mi permetto di aggiungere, con un ghigno, anzi no, sorridendo, ma che dico, ridendo quasi, ma sì, ridendo a crepapelle, “Porcoddiaz!”.

Chiappanuvoli

Я вмираю – Sto morendo

sto morendo

«Sto morendo» ha scritto quell’infermiera di 21 anni. Il proiettile ancora non era uscito dalla sua gola che lei già aveva twittato quella frase indecifrabile che inizia con una R rovesciata che non significa niente e significa tutto. Come un ribaltamento, una rabbia capovolta. Assurdo, eppure così comprensibile. Una presa di coscienza radicale, umana, elementare. È una distorsione del tempo, la sua manipolazione. La condivisione estrema. La convergenza inevitabilmente istintiva all’uno, unico, inseparabile (perché finalmente unito). L’estremo superamento della paura. La morte congiunta è un po’ meno morte.

Oggi arrivano dall’Ucraina, quel freddo ed enorme Paese vittima delle armi di distrazione di massa, notizie rassicuranti, Olesya è viva. Arrivano pure altre notizie, Olesya è nazista.

Chiappanuvoli

5 conigli provano a farmi ridere: Sleep Party People – Notes to you

5 conigli provano a farmi ridere:
Avviene che. E poi anche che. Quando pure poi ancora. E sempre persino. Invece alle volte. Qualcosa d’altro in cert’altri momenti.
Piano sintetizzo elettronicamente la minimalità plettrante.

“This is for the bad time
Telling you our lies
And I believe in you,
Do you believe in your…”

Questo è per i tempi difficili.
Io sto sempre bene finché non crolla tutto.
Allora vediamo che è successo.
Dentro dove mi specchio non c’è alcun dente. Neanche uno. Il bianco è tutto un bianco che deve essere riempito di nero. Ma non ha alcuna forma. Mai l’avrà. La mia forma non è forma che trova corrispettive. Provano. Continuo a provare
lalalaaalalalaaala
Chiappanuvoli

Felicità – I’m not human at all

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Perché la felicità è altrove, lontana, remota, persa forse, no, non del tutto, neanche dimenticata, è lì, è tenuta lì, nel cassetto giallo di quel vecchio comodino blu scuro che non ricordo più dove, quando, perché, ma esiste.

È nel limite estremo, in fondo, o aldilà, aldilà delle galassie di atomi di cui siamo fatti e che nessuno conosce, ma che sappiamo, siamo certi siano lì, almeno, fintanto che non decidono di impazzire.

La felicità mia è mia proprio perché non è più mia. La felicità, in genere, credo, non è degli esseri umani. È altro.

Ma io ho la mia felicità, lì da qualche parte, non temete, io non temo, non temo più. E ce l’ho, è certo come una Fede, perché io, come voi, al pari di tutti, io, non sono umano, del tutto.

Chiappanuvoli

Stella d’Italia, un viaggio oltre le parole

foto di Alberto Melak Ethiopia

foto di Alberto Melak Ethiopia

Bisogna mettere in chiaro una cosa, non bastano solo le parole a descrivere un libro che trascende il significato delle stesse parole che contiene, che esonda dalle pagine, che contagia e fa breccia nell’animo del lettore. Ci provo tuttavia, cosciente che riuscirò solo in parte a centrare l’obiettivo.

Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese (Oscar Mondadori, Milano 2013) è molto più che una semplice rilegatura di fogli stampati, è un’esperienza vitale, il racconto di un’impresa epica “irradiante”, come direbbe il suo curatore Antonio Moresco. Dopo averlo letto, un senso lacerante di rimpianto, per non aver preso parte al cammino vero e proprio, se non nella fase organizzativa dell’arrivo all’Aquila, ha avvolto il mio animo. Oltre a essere il prezioso diario di viaggio di un gruppo spontaneo di sognatori/camminatori, un viaggio dal sapore antico di (ri)scoperta, Stella d’Italia è una testimonianza concreta che, nel nostro malandato Paese, c’è ancora spazio per le imprese utopiche e coraggiose, che c’è un dannato bisogno di progetti dal basso che riescano a far breccia nelle coscienze degli Italiani, che diano speranza a un popolo eterogeneo e ormai frustrato, alla continua ricerca di se stesso.
Speranza appunto, ma anche determinazione, vitalità, sacrificio, forza, fatica, diligenza, rivoluzione, proposta, progetto, calore, ricerca, sostegno, fratellanza, amicizia, sperimentazione, solidarietà, risorgimento, organizzazione, amore, letteratura, sono solo alcune delle parole che rimbalzano tra le pagine e che potrei utilizzare per parlare di questo libro, per tentare di svelarne i molteplici segreti, per far luce sui suoi infiniti significati. Parole, come detto, il cui senso par essere totalmente trasceso, direi rivoluzionato, reinventato, da un lato, e dall’altro, riscoperto, ricongiunto finalmente alla sua radice antica.
A tre parole, però, ho deciso di affidare il significato che ha assunto per me Stella d’Italia, alle prime tre che mi sono venute in mente subito dopo aver chiuso il libro, consapevole a mia volta di dover necessariamente trascenderne il senso, di doverlo reinventare/riscoprire.

Italia. L’etimologia del nostro nome è ancora aspramente dibattuta, intriso com’è di storia, mitologia e letteratura. Se le origini semantiche sono incerte, tutti sappiamo invece che la nostra storia è fatta d’innumerevoli guerre, d’invasioni barbariche e dominazioni straniere, di divisioni politiche e culturali insomma. Nonostante i segni di queste cicatrici siano ancora evidenti, non troppo tempo fa ci siamo uniti sotto un’unica bandiera e chiamati Fratelli d’Italia. Siamo diventati quindi una cosa sola, seppur frammentata, rattoppata, e questa “cosa” è l’identità che ci portiamo dentro. La Stella ricuce, prima di tutto, il nostro tessuto identitario, ci fa riscoprire più vicini, più simili. I camminatori e le camminatrici sono partiti dai quattro angoli del Paese per raggiungere tutti insieme L’Aquila, il suo cuore ferito, attraversando ogni nostra peculiarità territoriale, che è confluita poi nei testi dei 41 autori. Ci sono le macro categorie di Nord e Sud, ci sono le differenze tra Est e Ovest, ci sono le impercettibili sfumature delle piccole realtà di Provincia, le diversità insormontabili “tra vicini di casa” e le affinità insospettabili tra borghi agli antipodi per geografia e tradizione. È l’Italia più vera, quella meno rappresentata in TV come in politica, quella più vicina alla realtà sociale ed economica del Paese. È l’Italia più vulnerabile agli effetti delle decisioni che piovono dall’alto, al contempo, è l’Italia che più sa mettersi in gioco, che più tenta di reagire al momento di crisi prolungato all’infinito, spesso riuscendoci alla grande. A questa Italia, in fondo, parla la Stella, a tutti quei cittadini che non si riconoscono più sotto l’etichetta di “ultimi della classe”, e che si sentono, invece, parte di quell’ambizioso progetto chiamato Europa, membri orgogliosi di un Paese grande tra i suoi pari. Un’Italia onesta, civile, solidale, felice insomma, felice di essere semplicemente se stessa, un coacervo creativo di affini divergenze.

Follia. Trovo fantastico che il termine venga da fòllis, pallone pieno di vento per giocare, e quindi da fòllere, muoversi di qua e di là. Stella d’Italia è stata un lento moto ondoso che ha attraversato la penisola, un fermento di donne e uomini che con i loro corpi hanno mosso l’idea folle, appunto, di “ricucire a piedi il Paese”, di rimettere insieme i pezzi di questo grande barcone che pare alla deriva, di restaurare una terra che, prima di tutto, ci è casa. Una ricostruzione simbolica e al contempo materiale, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla mia terra. Folli, come altro definirli, sono stati tutti quelli che hanno partecipato, oltre mille, folli coloro che hanno collaborato, folle chi ha condiviso/compreso il senso del cammino, folli, più folli di tutti, quelli che l’hanno inventato, Il Primo Amore e Cammina Cammina, totalmente folli, per aver camminato per oltre 4000 chilometri in 54 giorni attraverso il Paese intero verso il suo buco al centro. Una follia intesa in senso etimologico, come stimolo al movimento, a non darsi per sconfitti, a “sbattersi” ancora di qua e di là per trovare una soluzione alternativa al lento e inesorabile decadimento politico, culturale, morale, cui andiamo incontro. Folli della stessa sfrontata follia di Don Chisciotte, i camminatori sono stati dei moderni cavalieri, nobili d’animo, capaci di riconoscere nei “mulini a vento” i veri nemici di oggi, la burocrazia apatizzante, l’economia pericolosamente distaccata dalla realtà, la cultura sempre più povera e spettacolarizzata, e sempre meno impegnata socialmente. Folli perché siamo diventati tutti un po’ pazzi, un po’ malati, dei disadattati, in fondo, a una realtà cui sembriamo non appartenere più ma insieme ci possiede. Folli perché forse è davvero arrivato il momento della follia, di questa follia, di muoverci di qua e di là, di dar vita a un nuovo cammino, a un nuovo umanesimo, folle sì, ma certo più reale, più felice, più libero. È il momento di rimettere l’essere umano al centro.

Umanità. Una parola immensa permeata di significati fondamentali. Al solo pensiero, sotto la pelle si muovono un’emozione atavica, vitale e una paura paralizzante, umana, dovute all’arduo confronto con ciò che siamo, che abbiamo deciso di essere. Umanità intesa sia come genere umano, come insieme di Homo Sapiens, uomini e donne che vivono da millenni questo pianeta malridotto, sia come concezione etica basata su un ideale positivo, fiducioso nelle nostre capacità, nei nostri valori e sentimenti, un ideale valido per tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna. L’origine del termine è romana, humanitas, viene dal Circolo degli Sciopioni che tradussero il termine greco di “filantropia”, ossia benevolenza. Tre i principi guida: la filantropia appunto, il dovere di porsi al servizio degli altri; l’autonomia della persona; la dignità dell’attività culturale, oltre che politica. Cos’altro è stato Stella d’Italia se non questo, una dimostrazione sincera d’amore verso il nostro Paese, un abbraccio appassionato rivolto ai fratelli, italiani e stranieri, con i quali condividiamo la sorte; la dimostrazione che siamo ancora un Paese meraviglioso, ricco, ancora felice, che siamo un popolo indipendente per cultura e civiltà, e non meramente asservito alle logiche finanziarie globalizzanti, e che un modo altro per uscire dalla crisi esiste, è nella nostra carne, nella nostra storia, che non è tutto già stabilito, che possiamo ancora decidere il nostro futuro, e costruirlo insieme solidalmente; Stella d’Italia è la dimostrazione che la nostra cultura popolare e locale merita di essere salvaguardata, valorizzata e condivisa, e che per farlo dobbiamo esser noi stessi i primi responsabili, i suoi primo amministratori, i suoi amanti sinceri, per il nostro bene, del Paese e dei nostri fratelli, solo da qui inizia davvero un nuovo cammino.

Locandina Jpeg

08/10/2013