A Bruxelles si può vivere

A Bruxelles si può vivere. Questo ho capito andando a Bruxelles lo scorso fine settimana. Ho capito anche altre cose, ma questa mi è ben chiara. Forse questa è la cosa più importante che dovessi capire. Ci sono andato per visitare la città ma anche per trovare te che ci vivi e forse ora, se uso questo tu così improvviso, sto proprio scrivendo a te. Prendila come una lettera, anche se una lettera non vorrebbe essere. Di solito durante o dopo un viaggio ho sempre bisogno di tirare le somme, di fare una sorta di diario di bordo. Ne faccio sempre, ma forse tu non lo sai.

Sono contento di averti trovato bene. A parte quella spalla… E sono stato felice di trovarmi attorno a quel tavolo, con te, con lei e con lei. Era come se, parlando di noi, formassimo un noi, anche se questo noi, in realtà, non esiste proprio del tutto. Esisteva un tempo, e dobbiamo riconoscere che è gran parte del noi che siamo oggi, ma non ci contiene più totalmente quel noi, me, te, e loro. Siamo stati a lungo distanti, io e te. Per troppo tempo. Ci siamo sfilacciati. Abbiamo vissuto in mondi diversi. Fatto esperienze opposte. Ma stessa origine abbiamo, io e te, stessa famiglia, stessa madre, potremmo dire. – Sorrido. Come è vera questa cosa. Stessa madre, io e te. Fratelli, io e te. E stesso padre, io e te. Stesso amore, stesso dolore. Già non sorrido più. – Bruxelles, dai, provo a stare sul pezzo.

Credo che non apprezziamo le stesse cose delle città. Per esempio, Bruxelles per te è un punto di snodo al centro dell’Europa, una porta sul mondo, io, invece, l’ho vista più come un punto di arrivo nel centro dell’Europa, una stanza già mondo. Una mezcla mi verrebbe da dire e, non a caso, mi viene in spagnolo. Mi è sembrata un porto franco per culture, un’isola felice, un confortevole scrigno imbottito. I suoi quartieri a incidenza etnica mi sono parsi roccaforti di cultura e, se non lo sono, dovrebbero essere salvaguardati come tali. Li vedo come salvezza e non come perdizione. Salvezza del buono che siamo, che siamo sempre stati, seppur nelle nostre differenze culturali. Salvezza dalla perdizione che ci aspetta se continueremo a non considerare le pericolose conseguenze dei nostri atti. Sono un po’ apocalittico, è vero. Tu non mi sei sembrato per niente apocalittico, tu sei più a dentro, più calato nel tempo che viviamo. Io me ne sto a margini, medito sulla riva del fiume. Tu vivi, proteggi te stesso e la tua integrità, e cerchi di essere felice. Io la felicità non la cerco affatto. Cerco “la soluzione” ma non ho ancora ben capito se per tutti o solo per me. – In questi giorni, ti faccio una confidenza, ho dubbi sul fatto che la stia cercando per tutti, forse la cerco solo per me e m’illudo che possa essere la soluzione per tutti. Forse sono un megalomane, spero di essere solo un po’ confuso.

Bruxelles ti ha dato lavoro. L’hai trovato in poco tempo. Sei stato bravo perché sei bravo. Io il mio lavoro lo sto costruendo a piccoli passi. Non so se sono bravo, questo è il mio problema. Da questo punto di vista, Bruxelles mi è stata di grande aiuto, devo dirtelo. Mi ha illuminato con le sue convergenze, mi ha permesso di stare per pochi attimi al centro e non al margine, dove mi ostino a restare. Nell’occhio dell’uragano mi sono sentito più vivo, più presente. Gli odori multietnici mi hanno inebriato, la varietà delle pelli mi ha ricordato cosa sto facendo. Motivazione e determinazione. Abbiamo diversi obiettivi, io e te, comunque percorriamo strade fatte di scelte, di salti nel buio. Il momento di vita che stiamo affrontando è leggermente sfasato. Tu un grande salto l’hai già fatto, sei atterrato e ora inizi il tuo cammino. Io mi sono spostato rapidamente sul ciglio del dirupo, devo ancora saltare, ma diventa sempre più inevitabile. – Sei sempre stato un passo avanti a me, certo per l’età. Questa cosa però mi dava una particolare sicurezza, avevo un modello da seguire, o almeno un punto di riferimento nelle varie fasi della vita che tutti, prima o poi, affrontiamo. Eppure è limpido dentro di me il ricordo di come sapevamo essere quasi la stessa cosa quando eravamo piccoli, membri della stessa famiglia, io, te, e anche le nostre sorelle. Uniti di un amore che va oltre il sangue, che va oltre lo stesso volere, non lo volevamo era così e basta, l’abbiamo sempre sentito e, fratello mio, devo dirti, l’ho sentito ancora, lì a Bruxelles. L’ho sentito più che nelle ultime occasioni che ci hanno fatto incontrare, più che nel giorno in cui ti sei sposato e in quello in cui si è sposata tua sorella, nostra sorella minore, l’ho sentito come quel giorno gelido di qualche anno fa, un giorno leggermente velato dalla neve, in quella piccola chiesa piena della commozione di parenti e amici di una vita, tra le parole vuote, quasi offensive, dell’omelia di quel prete. Quel giorno in cui si è spezzato qualcosa lasciandoci tutti inevitabilmente più poveri, orfani dello stesso padre.

Ho iniziato che volevo parlare di Bruxelles…e non mi è riuscito granché. Ma perché ti sto dicendo queste cose solo ora? Questo è il punto. Ho avuto tutto il tempo per farlo, anche il tempo meteorologico. È piovuto quasi tutto il weekend a Bruxelles. Beh, vedi, era difficile. Avrei voluto dirti tante di quelle cose che alla fine ho preferito tenerti stretto tra le braccia il più a lungo possibile. Sai, pensavo, ora che ce l’ho, non voglio più lasciarlo andare di nuovo, non voglio più tenere lontano un pezzo così importante del mio cuore. Poi tornavo serio e consideravo che è nella realtà delle nostre vite attuali, non già perderci di vista, ma esistere distanti, tenendoci però sottocchio, costantemente. Certo, non come le nostre madri, ma comunque in contatto, diradato ma persistente. Abbracciarci a Natale. Vederci ai matrimoni, e poi ai battesimi e poi alle comunioni e così via. Saperci felici insomma. Questo pensiero mi restituiva serenità. Potevo tornare a Bruxelles, al sushi, a Magritte, alla birra, a Bruges, alla carbonade all’incredibile coesistenza di così tanti negozi di cioccolata.

In fondo, però, ciò che avrei voluto dire su Bruxelles credo di averlo pur detto. Sai, mentre camminavamo per le strade del quartiere Matongé, alla ricerca del negozio di scarpe a prezzi low cost, pensavo tra me e me, a Bruxelles si può vivere. Maturare, diventare padri, restare amici fraterni, consolidare una tradizione che in nuce già era nelle miniere di Charleroi, che per noi però nasce nel traforo del Gran Sasso e che potrebbe continuare, perché no, nelle gallerie dei centri commerciali attorno alla Grand Place. Essere famiglia come lo siamo stati in questi trenta cinque anni. – Questo pensavo. In fondo, a Bruxelles si può vivere…

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L’insostenibile presenza dell’amore

L’insostenibile presenza dell’amore – Forlì 19 agosto 2012

La terza tappa del mio viaggio è a Forlì. Voglio rivedere Giulia, la mia cara amica Giulia. Non ho nessun programma preciso. Solo passare un po’ di tempo con lei. Far finta che non siano passati cinque o sei anni dall’ultima volta. In realtà, non ho la benché minima idea di cosa aspettarmi. E in fondo non me ne frega granché.

L’abbraccio è come lo ricordavo. Vero, intenso. Non corpo su corpo ma corpo dentro corpo. La prima che purtroppo si nota è che siamo più vecchi rispetto all’ultima volta, ma è un imbarazzo che ci taciamo. Col passare dei minuti, a guardarci un po’ meglio però, nei dettagli siamo sempre gli stessi. Stesso sorriso. Stessi occhi. Stessa energia. Forlì pare non accorgersi di nulla, Forlì è una città che dorme, ma sta avvenendo un piccolo miracolo davanti alla sua stazione. Stiamo azzerando il tempo, lo stiamo tagliando, cesellando, modificando, ricucendo, ricollegando. Ci sciogliamo dall’abbraccio come se fossimo ancora a ieri o come se ieri fosse ancora oggi. Siamo ancora studenti universitari e invece non lo siamo più. Siamo ancora a Urbino e invece Urbino per noi non esiste più. Dobbiamo andare a lezione insieme invece le lezioni ormai le prendiamo fuori dalle aule, ognuno le proprie, lezioni private, macigni da studiare in silenzio, al buio, nel letto, lontani. Siamo ancora amici e questa è una verità che non è cambiata.

Le parole sfumano via veloci durante l’aperitivo. Abbiamo miriadi di cose da raccontaci eppure lo facciamo come se non ne sentissimo il bisogno. Parliamo del terremoto, delle nostre vite amorose, del lavoro, delle persone care che non ci sono più, ci aggiorniamo sugli amici in comune, rivanghiamo il passato, lo manipoliamo con naturalezza come se non fosse coperto da uno strato di polvere. Ridiamo. Dimostriamo di volerci ancora un gran bene. I dettagli emergono pian piano. Siamo discreti. Non si avverte alcun motivo per dubitare delle parole dell’altro. Neanche i pensieri nella mente di una persona fluiscono così, semplici e scorrevoli. E so perché questo accade. Io e Giulia non ci siamo mai chiesti nulla, non abbiamo mai preteso niente l’un dall’altra. Nessuna aspettativa significa dono puro, significa alleanza disinteressata, significa, aldilà del senso che potete attribuire a questa parola, amore.

Giulia mi porta a casa sua. Il programma per la serata è il seguente: chiacchiere, musica e mojito. La mia vera missione è: conoscere Dimitri. Dimitri è il nuovo compagno di Giulia. Stanno insieme da più di un anno. Lui è più grande di lei. Dimitri è un uomo. Che mantenga una verve giovanile è fuor di dubbio, ma a vederlo si direbbe subito che è un uomo. Poi Dimitri lavora per una cooperativa sanitaria e suona la chitarra. Si capisce che fa le due cose con egual passione. Fin dalle prime battute (nell’attesa spasmodica di un mojito mentre a Forlì, alle 22.30, ci sono ancora 30°…) mi pare simpatico e alla mano. Potrei perfino spingermi a dire che sia uomo buono, ma non mi pare il tipo che vuole darlo a vedere.

Il ghiaccio si scioglie immediatamente. Una sorta di liquidità annega le pareti della stanza. Non più e non meno che tre amici che chiacchierano svaccati sul divano. Eppure qualcosa in più sono certo di sentirla. Qualcosa in più c’è. Non la colgo subito ma quando realizzo immediatamente avverto mutare i muscoli del mio viso. Una sorta di tensione mi coglie. E mi coglie impreparato. È una paresi emotiva che mi immobilizza. È un calore che mi investe. È qualcosa che mi sovrasta. Avverto come un fastidio farsi breccia in me. Mi sento subito in colpa e allora maschero il senso di colpa dietro un sorriso stentato. Ho l’impressione che si siano accorti di questo mutamento anche se non possono certo immaginare. Sgrano gli occhi. La fronte s’imperla. Cosa mi sta succedendo? Faccio un grande sorso. Mi guardo intorno spaesato. Butto nel mezzo un argomento di cui in realtà non mi interessa nulla. Mi accorgo che sto respirando a fatica. Faccio finta di niente. Uso tutte le mie arti teatrali. Dopo pochi attimi la conversazione torna a fluire. Il mojito è quasi finito. Il calore sta svanendo. La mente si schiarisce.

Mi sto riempiendo di felicità, della felicità di altre due persone ma non per questo si tratta per me di felicità di un minor grado. Ecco cosa sta succedendo. Lentamente mi sento dilatare. Le fasce muscolari. Le fibre. Tutti i tessuti. Mi sto riempiendo. È incredibile. Inarrestabile. Ogni loro sguardo d’intesa, ogni battuta, ogni rimando alle parole dell’altro, ogni sorriso cela un universo sconfinato di passione, ogni piccolo pezzetto dell’uno si lascia scoprire radicato dentro il corpo dell’altro, ogni silenzio, ogni parola non detta non è detta perché non serve, non serve più. Mi sento sazio, gonfio, satollo. Sento che sto per esplodere. “Non ho lo stesso spazio che hanno loro per contenere la felicità” – penso. Sto per esplodere, per squartarmi inevitabilmente sulle loro facce. Nessuno spillo metafisico riuscirà salvarmi. Nessun tenue sfogo di tensione. Sono nel panico. È un po’ che sto zitto. Sto serrando con forza le labbra. Devo resiste, come un palloncino gonfiato da un tornado. Devo pensare ad altro.

“Abbiamo gli stessi occhi che avevamo ad Urbino, solo un po’ più vecchi, solo un po’ più sereni. Dentro c’è la stessa identica luce. Siamo ancora ciò che eravamo. Eravamo turbini, siamo ancora turbini, solo un po’ più lenti. Giulia mi dà ancora quel senso di madre che mi dava un tempo. Mi piace questa casa e il divano è comodissimo. Sto diventando il divano. Oh dio, sono bellissimi. Amore. Amore: una parola che da anni non penso più con convinzione. Questo è amore? L’amore non esiste. Se dovesse esistere però, credo sia questa cosa qui che ho davanti agli occhi. Devo essere diventato gonfio come l’omino Michelin. A mille e mille bar di pressione come sul fondo dell’oceano più profondo. Siamo oceani. Gli oceani si toccano. Il mio oceano deve essere collegato con il loro. Anche se mi sento profondo come un bicchiere d’acqua. Le loro profondità, la mia profondità. Siamo tutti un grande oceano in realtà. Allora. La loro felicità. Può essere la mia felicità. La loro felicità è la mia felicità. Grazie Giulia.”

Torno in me. Provo a respirare dopo un’apnea che mi sembra lunga una vita. E ci riesco.

25/09/2012

Chiappanuvoli

Una donna incazzata nera in un deserto di neri incazzati

Una donna incazzata nera in un deserto di neri incazzati – Cesenatico 19 agosto 2012

La spiaggia di Cesenatico è un deserto di gente incredibilmente abbronzata e terribilmente incazzata. La musica dello stabilimento copre ogni rumore, anche quello delle onde del mare. Nessuno parla con nessun altro. Il massimo è una breve battuta con compagno di “arrostata”. Questa gente sta 10 ore al giorno sotto al sole non riesco a quantificare da quanto tempo! Mesi, anni. Che stiano qui anche d’inverno? Sono neri e sembrano incazzati. Forse sono l’ansia e la stanchezza accumulate sul lavoro che ora si sciolgono al sole, sulla loro pelle. Forse sono incazzati perché vorrebbero essere più abbronzati. «Almeno, almeno più del mio vicino!» Forse avvertono dentro di loro che stanno sprecando il tempo migliore della loro vita ma non se ne capacitano razionalmente tanto che questa impressione quasi emozione scema all’improvviso scompare si scioglie assieme al sudore nella sabbia bollente.

Io sono qui, in mezzo a loro, tra le diverse tonalità, tutte di marrone. Le noto con stupore. Osservo come questo marrone della pelle prenda a risaltare maggiormente scorrendo lo sguardo dal bagnasciuga alla fine della spiaggia, man mano cioè che lo sfondo, la sabbia, prende, per contrasto, un colore più chiaro. Sono qui. E sono bianco. Io sono bianco. Devo mettere la cremina. Ora che ci rifletto, io ho anche i peli! Cristo, io ho i peli e loro no! Bianco e peloso.
Sono qui con Chiara e per Chiara. C’è anche la sua mamma e tra poco dovrebbe arrivare il suo ragazzo. Sono qui perché Chiara mi è mancata. Sono qui solo per starle un poco vicino. La sua vicinanza da una forza incredibile. Non so come ci riesca. È alta un metro e un pacchetto di Vigorsol®, ha la faccia buffa con la bocca un po’ all’infuori, sembra una paperella, (si incazzerà quando leggerà questa roba…), eppure, Chiara è una dura. Chiara è una incazzata nera. Lei dice, lei fa. Lei regge. Lei sostiene. Lei è una colonna portante. Di cosa? Di tutto. Di tutto ciò che le orbita attorno. E tutto quello che per puro caso entra nella sua traiettoria galattica resta imprigionato, attratto, ammaliato. Come una grossa deresponsabilizzazione interplanetaria. Se c’è Chiara nella tua vita tutto è più facile. Ti sembra che la sua energia possa sostenere anche te. Alla fine, prendi ad affidarti a lei, è inevitabile, è conveniente. «Cazzo, è meglio, no?»

Mi sposto come l’ombra dell’ombrellone. Parlo con Chiara e sua madre. È una signora molto sveglia. È intelligente, si vede. Chiara invece mi pare un po’ stanca. Come se non volesse sentire niente e nessuno. Sembra una della tante porchette che abbiamo intorno, ma io so che Chiara non è una di loro. Se loro possono permettersi di starsene qui belli rilassati è solo perché Chiara in questo momento si sta occupando di loro. Li sta reggendo tutti e loro non lo sanno neanche. Anche io ho “usato” Chiara. Diciamo meglio, Chiara ha sorretto anche me quando fu, quando ne ebbi bisogno, quando meno me l’aspettavo. Non voglio scendere nei particolari, sono cose nostre, cose di affetto, roba profonda e “ininchiostrabile”. Chiara è stata una spalla, una guida, un’amica, una mamma. Non so se con questa frase le arrecherò dolore, ma sento proprio di doverlo dire: Chiara è una mamma, una grande, grandissima mamma. Noi, orbitanti spaesati, siamo un po’ tutti sui satelliti, siamo tutti un poco figli suoi.

Ebbene, mi rivolgo direttamente a te, brutta bestia stronza che non sei altro: «Grazie. Cazzo, grazie.»

E voglio aggiungere anche quest’altra cosa: «Per quanto grande possa essere l’universo e imprevedibili le nostre traiettorie, sento di doverti dire che io resterò sempre nei paraggi, nei paraggi metaforici ma paraggi. Tra di noi ci sarà sempre il fighissimo teletrasporto interstellare di Star Trek!»

14/09/2012

Chiappanuvoli

Agata – Cartoline dal 2012

Quest’anno viaggio amarcord, viaggio low cost (ma ormai è una consuetudine) e viaggio all’insegna della natura e dell’avventura (altra consuetudine). Ecco qualche breve cartolina.

Agata – Urbino 17-18/08/2012

Sms: “Agata è dio. Diventare come lei. Preservarla, lasciarla così com’è. Grazie” (inviato a Lorenzo il 18/08/2012).
Sono sul treno regionale Ancona-Bologna, partenza da Pesaro destinazione Cesenatico, l’equivalente mobile di un forno crematorio. Dal monitor di servizio: Temp. esterna 31°, Temp. interna 32°, Velocità: 25 Km/h. Quando il treno è in movimento l’aria che filtra attraverso i due soli finestrini funzionanti è pari al ricordo del soffio fresco di una cannuccia puntata sulla mia faccia da una distanza di venti metri. Sudo.

Non riesco a pensare ad altri che ad Agata. Al suo sorriso. Allo sguardo attento e magnetico. Al modo di catturare costantemente e delicatamente l’attenzione degli altri. Agata non è una persona. È ancora essenza, è ancora essere umano. Lei è ancora come è.
Agata è la bambina di Lorenzo e Verena, due ex colleghi universitari di Sociologia. Loro sono rimasti a Urbino, o nei pressi. Fui proprio io a farli conoscere al primo anno. Si innamorarono. Hanno lottato per stare insieme, anche contro di me. L’anno scorso si sono sposati. Cinque mesi fa è nata Agata.
Agata non sa far altro che ridere. Lei accetta con gioia ogni nuova scoperta che le offre la vita. Lei ride. Lei esplode ogni volta.
Agata è in possesso di una qualche verità, ne sono certo. È come se lei sapesse qualcosa che a noi sfugge. Lei sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato. «Preservarla» penso. «Imparare da lei, possiamo imparare da lei, forse anche solo a ricordare.»

Il sudore mi gocciola lungo il collo, sulle palpebre, dalla fronte. Vorrei mettere la testa fuori dal finestrino ma, nei treni regionali a due piani, i finestrini sono alti non più di 15 centimetri e per la maggior parte sono bloccati al fine di permettere un corretto uso dell’aria condizionata che però puntualmente non funziona.
Il bagnetto nella vaschetta di plastica verde per bambini. La pelle tenera e immacolata. La smodata quantità di saliva prodotta, pari a quella di un esemplare adulto di San Bernardo. I suoi occhi. I suoi occhi.

«Nasciamo belli. Nasciamo sani. Comunque sani. Comunque felici. Siamo noi che guastiamo noi stessi.»

Quegli occhi, un rasserenamento con il proprio animo. Verità a portata di mano.

12/09/2012

Chiappanuvoli

Caracoles e carriole (seconda parte)

[Continua da Caracoles e Carriole (prima parte)]

Oventic si sviluppa in discesa, sul crinale di una vallata. A primo impatto non sembra riservare grandi e sconvolgenti meraviglie. Appena entrati sia a destra che a sinistra di sono due negozi che vendono oggettistica zapatista a mo’ di souvenir. Ho titubato. Un uomo minuto ma vigoroso ci si è fatto incontro e ci ha fatto strada fin davanti una casina con il tetto in lamiera, pochi metri più in giù. Abbiamo aspettato pochi attimi che altri due ragazzi finissero di ascoltare la loro introduzione e siamo entrati. Ci attendevano due uomini in passamontagna, il simbolo di riconoscimento degli zapatisti. Alle pareti c’erano poster rappresentanti Che Guevara, Emiliano Zapata, Chavez, Marcos, ma anche un planisfero, bandiere di Cuba e dell’EZLN, nonché insegne dei tanti sostenitori che lo zapatismo raccoglie in tutto il mondo.

Ci siamo seduti nella prima delle tre panche disposte in ordine e abbiamo tentato di rispondere all’unica non semplice domanda che ci è stata rivolta: «Perché siete venuti?». Per capire, per conoscere, per vedere dal vivo questa esperienza, abbiamo abbozzato qualche risposta, al che mi sono ridestato da un torpore causato dall’eccitamento e ho detto: «Per vedere se è possibile un altro tipo di vita.» Una cazzata che avranno sentito milioni di volte, ma in quel momento ci credevo fermamente, in quel momento io stavo chiedendo loro: “Per vedere se è possibile trovare una soluzione all’illogico male che colpisce la mia città, il mio paese”.

Prima di iniziare a parlare si sono scusati dell’assenza del terzo rappresentante dell’EZLN, una donna, ricoverata al momento in ospedale. Poi ha preso la voce l’uomo seduto alla nostra destra. Il racconto iniziava con il 1 gennaio del 1994. «Il Malgoverno (così chiamano normalmente il Governo…) ha sempre fatto in modo che le gente non si risvegliasse dal limbo in cui è costretto e che viva in condizione di continua paura. Ha sempre sottratto le ricchezza della Chiapas alla sua popolazione e poi rivendute al miglior offerente. Gli indigeni restano con le terre peggiori da coltivare, dunque, senza sostentamento e persino senza acqua potabile. Per coltivare questi terreni, inoltre, vengono poi sfruttati lavoratori di razza indigena, i più poveri, quelli più disperati. Ma dal 1994, ya basta! (già basta).» Il Malgoverno ha, come detto, accettato la proposta di dialogo degli zapatisti, ma non ha mai rispettato gli accordi presi, quelli di San Andrés. 70000 militari sono stati inviati a contrastare il movimento e cercare di catturare Marcos. Eloquente è l’esempio di discriminazione che subivano e subiscono gli indigeni: «Se un indigeno va in una clinica, si sa che non ha soldi per pagare e quindi viene ignorato, anche se è sul punto di morire. Ma se hai i soldi, passi avanti a tutti e ottieni le tue cure!» Ci hanno raccontato della marcia su Città del Messico, i conflittuali rapporti con il presidente dell’epoca Vicente Fox Quesada, ex presidente dalla Coca-Cola. Fino all’ultimo periodo, il più controverso, quello in cui il nome dell’EZLN è stato sfruttato politicamente per vincere le elezioni, la fine degli aguascalientes, primi prototipi di Caracoles ma più propriamente centri culturali, che furono scenario del dialogo tra gli zapatisti, il Governo e la società civile. Fino al 2003, con la fondazione dei Caracoles, vere e proprie occupazioni di paesi per la realizzazione, per la messa in pratica di quanto stabilito negli Accordi di San Andrés.

Di seguito ha preso la parola l’altro rappresentante, per parlarci in modo più approfondito di Oventic, della vita e delle attività che qui si svolgono. Tutto quello che si realizza nei Caracoles viene dal fondamentale appoggio della società civile messicana e dalla comunità internazionale, tra cui anche alcuni centri sociali italiani. I negozi all’ingresso servono anch’essi a finanziare la sopravvivenza di questa realtà e delle sue attività. Ad Oventic vivono quasi 1000 persone. C’è una scuola primaria e una secondaria, ma in tutto il territorio nazionale sono oltre 60 gli istituti autonomi. C’è un laboratorio di artigianato in cui si lavora che creare i souvenir. Ma soprattutto c’è un ospedale completamente gratuito, dove chiunque è accolto e curato. Ci sono sale operatorie, vari reparti e persino un dentista. Va ricordato che in Messico la sanità è come quella degli Stati Uniti, privata. Tutte le attività e strutture sono aperte alle persone che vivono fuori da Oventic e, da quel che ci hanno detto, l’affluenza è massiccia. Infine sono presenti strutture sportive e ricreative. Tutti hanno diritto ad ogni servizio, l’unico prezzo da pagare, per i residenti, è il lavoro, lavoro e condivisione dei prodotti ricavati. Dal punto di vista organizzativo, le decisione vengono prese in assemblea, che si riunisce per discutere di ogni aspetto. Ogni persona è ascoltata e alla fine di decide a maggioranza. C’è, poi, un coordinamento che sovrasta i cinque Caracol, ma non arbitra sulla loro attività e gestione, che restano indipendenti. Essosi riunisce invece per organizzare la resistenza, per prendere decisioni sulle azioni dell’EZLN e non per imporre alcuna legge alle varie comunità.

I due rappresentanti, in seguito, hanno voluto esprimere un giudizio, una valutazione sulla loro rivolta. Ci hanno fornito così un valore aggiunto che è quello della loro coscienza. La loro “guerra dei poveri” alla globalizzazione ed al Malgoverno messicano nasce da lontano, ben prima del 1994. Nasce dalle sommosse degli studenti e dai malumori del ’68, ma, ancora, nasce da più lontano, da Zapata, dalla Rivoluzione del Messico dei primi del Novecento. Le radici del loro movimento si alimentano del sangue che scorre nelle loro stesse vene, nasce, cresce e si sviluppa dalla loro Storia. “Ad reprimendam audaciam aquilanorum“, mi venne da pensare. Parliamo di indigeni, parliamo di gente senza cultura, ma che tuttavia sa, tuttavia ricorda chi è e da dove viene. Solo così possono, ed hanno potuto permettersi, di armarsi di coraggio e decidere in che direzione andare. «Abbiamo coraggio. Sappiamo che la lotta è ancora lunga e dura, ma siamo determinati. La rivoluzione è già in atto, non si può più fermare. Basta continuare a lottare, tutti i giorni. Ricordare chi siamo e cosa vogliamo, perché ormai aquì estamos (siamo qui).»

Prima di andare a dare uno sguardo alla realizzazione di quanto detto sino a quel momento, ossia prima di fare un giro per Oventic, mi sono armato di coraggio anche io, di un pizzico di sfrontatezza, e ho rivolto ai due zapatisti una domanda. Ho spiegato loro da dove vengo, quello che è successo a L’Aquila e quello che non sta facendo il nostro Malgoverno per la ricostruzione della nostra città. Poi gli ho chiesto: «Mi dareste un consiglio da riportare alla mia gente, ai miei amici e a tutte le persone che lottano per la nostra causa, qualcosa che possa riempire i loro cuori del vostro stesso coraggio?» I due zapatisti, attraverso i loro passamontagna neri, hanno cambiato sguardo, d’improvviso pareva essersi addolcito. Le loro parole, che sto per riportarvi, sono il chiaro simbolo della possibile condivisione che unisce tutte le lotte di questo mondo, di quanto dobbiamo imparare gli uni dalle esperienze degli altri e di quanto, infine, proprio questo fronte comune possa essere l’unica strategia di vittoria.

«Noi ti capiamo, sappiamo cosa significa lottare e resistere contro i soprusi dei potenti. Quello che possiamo dire a te e ai tuoi concittadini è di resistere sempre, resistere comunque, di essere uniti e di avere sempre chiaro l’obiettivo. Credici, la rivoluzione è in atto, ma il cammino, come ogni cambiamento nella Storia, è per forza di cose lento. Bisogna avere pazienza e tenacia. Da qui il nome caracol (lumaca), perché il cambiamento, la svolta, per essere efficace non può che essere lenta, ma determinata e risoluta.»

I miei occhi si sono riempiti di lacrime. I due si sono alzati, mi hanno dato la mano e una pacca sulla spalla. Guerriglieri, esseri umani di un altro mondo, per attimo si sono fermati a dare un aiuto del tutto gratuito a noi, aquilani, occidentali, persone che fino al 6 Aprile 2009 erano ben più fortunate di loro.

Concludo dicendo: Carriole come Caracoles, carriole come lumache, impariamo dalle battaglie degli altri, ma soprattutto, impariamo ad avere pazienza e determinazione per la nostra lotta, la rivoluzione è in atto, va solo sostenuta.

(Tutto per tutti, niente per noi – Motto Zapatista)

14/04/2010

Chiappanuvoli

Cuore di Gesù

Riversare poco più che sangue

senza più braccia per attraversare,

gambe tagliate e muscoli appesi

alla disperazione d’ultimi metri,

quando facile sarebbe la soluzione:

un tracollo mascherato da barcollo

sulla lama del coltello, o puttana

schiava del loro lurido bordello.

Mi farei un chiacchiera con questo Gesù,

da queste parti, sulle mura, scrivono tutti

che presto Gesù viene, e non c’è salvezza

senza Gesù, l’unico signore e redentore.

Ricordarsi del timore di Dio darebbe

caldo alle mie giunte, segnali ad un cuore

che sta marcendo in attesa. Una muffa

invisibile, che assaggerai quel giorno

in cui, lo stesso cuore via ti porterai

verso quei posti che non vedremo mai.

Gesù, il signore e l’unico redentore,

ma quando viene per gente come noi?!

12-04-2010

Chiappanuvoli

Tirare fuori dal peggio qualcosa…

Tirare fuori dal peggio qualcosa…

Dopo un film come “E morì con un felafel in mano”, valeva la pena di fare una piccola considerazione su questi ultimi tre mesi. Non mi sono sentito troppo lontano da quei personaggi sgangherati e allucinanti. Mi sono soffermato un secondo a pensare e forse varrebbe la pena scriverne un libricino. L’utilità è lontana da essere definita e decifrata, a chi servirebbe mai un libro così? Chi lo leggerebbe? E soprattutto chi lo pubblicherebbe mai? Anche io, come il protagonista del film, sono troppo calato nel mio personaggio. Anche io credo di essere uno scrittore. Anche io tirerò il mio mac nell’Aterno? Fatto sta che pensare un momento solo ai possibili capitoli, alla scansione temporale, ai personaggi, ai vari punti forti del libro, in definitiva, ripensare a tutti questi tre mesi, mi fa sembrare di aver vissuto in un film, di aver vissuto una storia strampalata, come quella di Lowenstein.

Ma cos’è un libro, un libro come lo intendo io, se non un messaggio che si vuole dare al lettore per tramite di una storia complessa? Cosa vorrei, dunque, dire io ad un ipotetico lettore del libro dei miei tre mesi in Guatemala? Anche più a fondo, cosa ho imparato da questa esperienza? Forse non lo saprò fino a quando non rimetterò piede nella mia vita reale. Sull’aereo qualcosa comincerò ad annusare. Ma tutto mi sarà chiaro definitivamente quando mi troverò di fronte la prima difficoltà lontanamente paragonabile ad una di quelle passate qui. Messe in fila, però, ad una ad una, quasi spaventano. Proverò a riassumere e poi a dire che ne penso.

Malattie: diarrea, più di una volta e di varie intensità; pizzico di insetto con relativa reazione allergica e mano gonfia come un pallone; emorroidi, mai avute in vita mia; febbre, poca, ma sempre febbre; dolore fastidioso ad un ginocchio e difficoltà, alcuni giorni, a camminare.

Lavoro: dalla Cooperazione Italiana, dove avevo fatto richiesta, sono stato messo in Ambasciata, all’ufficio economico per giunta, il mio compito il rapporto economico sul Guatemala che, prima di farlo, mi ha preso una settimana solo per capire cos’è l’economia e tutti i tassi annessi e connessi. Dopo di questo avrei voluto essere spostato alla Cooperazione ed invece mi sono ritrovato a studiare per scrivere una tesina, che poi non ho più scritto. Dopo la prima settimana di diritti umani, abortito il progetto perché non interessante per l’Ambasciatore, sono passato a studiare al rapporto tra gli indigeni ed il narcotraffico e, fatte un po’ di domande in giro, mi hanno risposto che ero pazzo a trattare un argomento del genere, pericoloso per me ed inutile, perché queste cose non si studiano in un mese e mezzo, ma in una vita e mezzo. Dunque mi sono dato disponibile per il famigerato ed umiliate database sui guatemaltechi che sono andati a studiare in Italia dal 1970 al 2002, a condizione di poter andare finalmente un paio di giorni la settimana in Cooperazione. Quando ho parlato con il responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura con cui dovevo pianificare il lavoro, mi è stato chiaramente detto che il database è inutile e che probabilmente non servirà proprio a nulla, ed ha aggiunto: “Mi spiace che ti abbiano messo a fare questa cosa.”. Il tanto agognato lavoro in Cooperazione si è rivelato interessante, ma puramente compilativo, non ho letto un progetto, non ne ho scritto uno, non ho parlato con nessuno, non mi sono reso conto di cosa fa davvero questa istituzione.

Rapporti umani: eviterei proprio di parlarne. In tre mesi non si fanno miracoli per le amicizie, ma basti dire che non ho potuto legare con le persone al lavoro per differenza di età e stile di vita, ed inoltre durante alcune giornate lavorative non ho visto proprio l’ombra di nessuno. Abitare da solo non ha facilitato la mia permanenza, soprattutto all’inizio. Per giunta, a causa delle malattie e della mia propensione, forse sbagliata, a parlare dei problemi lavorativi, so di essere diventato subito argomento di discussione per una risata nella pausa del lavoro delle persone conosciute.

La ciliegina sulla torta: mi si accusa di aver rotto una proprietà governativa, una finestra per l’esattezza, che era rotta da quando sono arrivato. I modi con cui sono stato invitato a pagare il danno sono stati decisamente diplomatici, mi è stato detto che faccio schifo, che se non pago devo preparare le valigie e andarmene, che di certo l’ho rotta dondolandomici da ubriaco.

Diplomazia: tutto questo è contornato dalla diplomazia stessa, una sorta di velo ipocrita che si stende sulla faccia di queste persone, persone intese come maschere, e la cosa bella è che questa pantomima dell’essere umano viene considerata come un valore aggiunto! Più sei diplomatico, più sei fregno. Più sei falso, più sei bravo, più sei bravo a trattare, a negoziare, più ottieni dalla vita. Cose queste che non reggono alla forza di un terremoto. Cose queste che, se ti si sono scosse le chiappe per mesi, non hanno più senso, o forse non ne hanno più per me.

Il quadro è più o meno completo, dovrebbero essere aggiunte un po’ di apprensioni per la difficoltà di vivere in un paese pericoloso e difficile come il Guatemala, ma che avevo messo in conto, e altri tipi di pensieri che vengono da lontano, da oltreoceano. Ma non c’entrano adesso nel discorso. Queste sono cose che vengono dall’Aquila, la mia casa, e dal Marocco, dove è andato a finire il mio cuore.

Ecco più o meno ci siamo. Molti di voi, lo so, avranno pensato: ” Ma vattene a Lourdes la prossima volta!”, o “ma statte a casta!” (ma stai a casa!). Io credo, col senno di poi, che è un bene che io sia venuto qui. E, se potessi scegliere cosciente delle difficoltà, farei la stessa scelta. Mi ripeto, lo scoprirò solo più in là il perché, ma ci deve essere una chiave di volta, ci deve essere il messaggio. Ora, col sorriso sulle labbra, posso solo ipotizzare, scherzarci, almeno fin quando non mi presenteranno il conto di questa diavolo di porta!..

Ebbene il tutto è semplicemente qui: tirare fuori dalle peggiori situazioni sempre e comunque qualcosa, di buono o di cattivo non importa, ma qualcosa. E questo qualcosa, forse, dovrei raccontarlo meglio. Questo qualcosa, forse, a qualche d’uno potrà essere utile. Questo qualcosa, forse, potrebbe tirare su il morale a tutti quelli, e siete tanti, che “mangiano merda” tutti i giorni e che, quando hanno finito, gli viene ordinato gentilmente di andare a pulire il porcile perché oggi, proprio oggi, i maiali hanno cagato più del solito. E so che potete capirmi.

Chiappanuvoli

10/4/2010