L’insostenibile presenza dell’amore

L’insostenibile presenza dell’amore – Forlì 19 agosto 2012

La terza tappa del mio viaggio è a Forlì. Voglio rivedere Giulia, la mia cara amica Giulia. Non ho nessun programma preciso. Solo passare un po’ di tempo con lei. Far finta che non siano passati cinque o sei anni dall’ultima volta. In realtà, non ho la benché minima idea di cosa aspettarmi. E in fondo non me ne frega granché.

L’abbraccio è come lo ricordavo. Vero, intenso. Non corpo su corpo ma corpo dentro corpo. La prima che purtroppo si nota è che siamo più vecchi rispetto all’ultima volta, ma è un imbarazzo che ci taciamo. Col passare dei minuti, a guardarci un po’ meglio però, nei dettagli siamo sempre gli stessi. Stesso sorriso. Stessi occhi. Stessa energia. Forlì pare non accorgersi di nulla, Forlì è una città che dorme, ma sta avvenendo un piccolo miracolo davanti alla sua stazione. Stiamo azzerando il tempo, lo stiamo tagliando, cesellando, modificando, ricucendo, ricollegando. Ci sciogliamo dall’abbraccio come se fossimo ancora a ieri o come se ieri fosse ancora oggi. Siamo ancora studenti universitari e invece non lo siamo più. Siamo ancora a Urbino e invece Urbino per noi non esiste più. Dobbiamo andare a lezione insieme invece le lezioni ormai le prendiamo fuori dalle aule, ognuno le proprie, lezioni private, macigni da studiare in silenzio, al buio, nel letto, lontani. Siamo ancora amici e questa è una verità che non è cambiata.

Le parole sfumano via veloci durante l’aperitivo. Abbiamo miriadi di cose da raccontaci eppure lo facciamo come se non ne sentissimo il bisogno. Parliamo del terremoto, delle nostre vite amorose, del lavoro, delle persone care che non ci sono più, ci aggiorniamo sugli amici in comune, rivanghiamo il passato, lo manipoliamo con naturalezza come se non fosse coperto da uno strato di polvere. Ridiamo. Dimostriamo di volerci ancora un gran bene. I dettagli emergono pian piano. Siamo discreti. Non si avverte alcun motivo per dubitare delle parole dell’altro. Neanche i pensieri nella mente di una persona fluiscono così, semplici e scorrevoli. E so perché questo accade. Io e Giulia non ci siamo mai chiesti nulla, non abbiamo mai preteso niente l’un dall’altra. Nessuna aspettativa significa dono puro, significa alleanza disinteressata, significa, aldilà del senso che potete attribuire a questa parola, amore.

Giulia mi porta a casa sua. Il programma per la serata è il seguente: chiacchiere, musica e mojito. La mia vera missione è: conoscere Dimitri. Dimitri è il nuovo compagno di Giulia. Stanno insieme da più di un anno. Lui è più grande di lei. Dimitri è un uomo. Che mantenga una verve giovanile è fuor di dubbio, ma a vederlo si direbbe subito che è un uomo. Poi Dimitri lavora per una cooperativa sanitaria e suona la chitarra. Si capisce che fa le due cose con egual passione. Fin dalle prime battute (nell’attesa spasmodica di un mojito mentre a Forlì, alle 22.30, ci sono ancora 30°…) mi pare simpatico e alla mano. Potrei perfino spingermi a dire che sia uomo buono, ma non mi pare il tipo che vuole darlo a vedere.

Il ghiaccio si scioglie immediatamente. Una sorta di liquidità annega le pareti della stanza. Non più e non meno che tre amici che chiacchierano svaccati sul divano. Eppure qualcosa in più sono certo di sentirla. Qualcosa in più c’è. Non la colgo subito ma quando realizzo immediatamente avverto mutare i muscoli del mio viso. Una sorta di tensione mi coglie. E mi coglie impreparato. È una paresi emotiva che mi immobilizza. È un calore che mi investe. È qualcosa che mi sovrasta. Avverto come un fastidio farsi breccia in me. Mi sento subito in colpa e allora maschero il senso di colpa dietro un sorriso stentato. Ho l’impressione che si siano accorti di questo mutamento anche se non possono certo immaginare. Sgrano gli occhi. La fronte s’imperla. Cosa mi sta succedendo? Faccio un grande sorso. Mi guardo intorno spaesato. Butto nel mezzo un argomento di cui in realtà non mi interessa nulla. Mi accorgo che sto respirando a fatica. Faccio finta di niente. Uso tutte le mie arti teatrali. Dopo pochi attimi la conversazione torna a fluire. Il mojito è quasi finito. Il calore sta svanendo. La mente si schiarisce.

Mi sto riempiendo di felicità, della felicità di altre due persone ma non per questo si tratta per me di felicità di un minor grado. Ecco cosa sta succedendo. Lentamente mi sento dilatare. Le fasce muscolari. Le fibre. Tutti i tessuti. Mi sto riempiendo. È incredibile. Inarrestabile. Ogni loro sguardo d’intesa, ogni battuta, ogni rimando alle parole dell’altro, ogni sorriso cela un universo sconfinato di passione, ogni piccolo pezzetto dell’uno si lascia scoprire radicato dentro il corpo dell’altro, ogni silenzio, ogni parola non detta non è detta perché non serve, non serve più. Mi sento sazio, gonfio, satollo. Sento che sto per esplodere. “Non ho lo stesso spazio che hanno loro per contenere la felicità” – penso. Sto per esplodere, per squartarmi inevitabilmente sulle loro facce. Nessuno spillo metafisico riuscirà salvarmi. Nessun tenue sfogo di tensione. Sono nel panico. È un po’ che sto zitto. Sto serrando con forza le labbra. Devo resiste, come un palloncino gonfiato da un tornado. Devo pensare ad altro.

“Abbiamo gli stessi occhi che avevamo ad Urbino, solo un po’ più vecchi, solo un po’ più sereni. Dentro c’è la stessa identica luce. Siamo ancora ciò che eravamo. Eravamo turbini, siamo ancora turbini, solo un po’ più lenti. Giulia mi dà ancora quel senso di madre che mi dava un tempo. Mi piace questa casa e il divano è comodissimo. Sto diventando il divano. Oh dio, sono bellissimi. Amore. Amore: una parola che da anni non penso più con convinzione. Questo è amore? L’amore non esiste. Se dovesse esistere però, credo sia questa cosa qui che ho davanti agli occhi. Devo essere diventato gonfio come l’omino Michelin. A mille e mille bar di pressione come sul fondo dell’oceano più profondo. Siamo oceani. Gli oceani si toccano. Il mio oceano deve essere collegato con il loro. Anche se mi sento profondo come un bicchiere d’acqua. Le loro profondità, la mia profondità. Siamo tutti un grande oceano in realtà. Allora. La loro felicità. Può essere la mia felicità. La loro felicità è la mia felicità. Grazie Giulia.”

Torno in me. Provo a respirare dopo un’apnea che mi sembra lunga una vita. E ci riesco.

25/09/2012

Chiappanuvoli

Una donna incazzata nera in un deserto di neri incazzati

Una donna incazzata nera in un deserto di neri incazzati – Cesenatico 19 agosto 2012

La spiaggia di Cesenatico è un deserto di gente incredibilmente abbronzata e terribilmente incazzata. La musica dello stabilimento copre ogni rumore, anche quello delle onde del mare. Nessuno parla con nessun altro. Il massimo è una breve battuta con compagno di “arrostata”. Questa gente sta 10 ore al giorno sotto al sole non riesco a quantificare da quanto tempo! Mesi, anni. Che stiano qui anche d’inverno? Sono neri e sembrano incazzati. Forse sono l’ansia e la stanchezza accumulate sul lavoro che ora si sciolgono al sole, sulla loro pelle. Forse sono incazzati perché vorrebbero essere più abbronzati. «Almeno, almeno più del mio vicino!» Forse avvertono dentro di loro che stanno sprecando il tempo migliore della loro vita ma non se ne capacitano razionalmente tanto che questa impressione quasi emozione scema all’improvviso scompare si scioglie assieme al sudore nella sabbia bollente.

Io sono qui, in mezzo a loro, tra le diverse tonalità, tutte di marrone. Le noto con stupore. Osservo come questo marrone della pelle prenda a risaltare maggiormente scorrendo lo sguardo dal bagnasciuga alla fine della spiaggia, man mano cioè che lo sfondo, la sabbia, prende, per contrasto, un colore più chiaro. Sono qui. E sono bianco. Io sono bianco. Devo mettere la cremina. Ora che ci rifletto, io ho anche i peli! Cristo, io ho i peli e loro no! Bianco e peloso.
Sono qui con Chiara e per Chiara. C’è anche la sua mamma e tra poco dovrebbe arrivare il suo ragazzo. Sono qui perché Chiara mi è mancata. Sono qui solo per starle un poco vicino. La sua vicinanza da una forza incredibile. Non so come ci riesca. È alta un metro e un pacchetto di Vigorsol®, ha la faccia buffa con la bocca un po’ all’infuori, sembra una paperella, (si incazzerà quando leggerà questa roba…), eppure, Chiara è una dura. Chiara è una incazzata nera. Lei dice, lei fa. Lei regge. Lei sostiene. Lei è una colonna portante. Di cosa? Di tutto. Di tutto ciò che le orbita attorno. E tutto quello che per puro caso entra nella sua traiettoria galattica resta imprigionato, attratto, ammaliato. Come una grossa deresponsabilizzazione interplanetaria. Se c’è Chiara nella tua vita tutto è più facile. Ti sembra che la sua energia possa sostenere anche te. Alla fine, prendi ad affidarti a lei, è inevitabile, è conveniente. «Cazzo, è meglio, no?»

Mi sposto come l’ombra dell’ombrellone. Parlo con Chiara e sua madre. È una signora molto sveglia. È intelligente, si vede. Chiara invece mi pare un po’ stanca. Come se non volesse sentire niente e nessuno. Sembra una della tante porchette che abbiamo intorno, ma io so che Chiara non è una di loro. Se loro possono permettersi di starsene qui belli rilassati è solo perché Chiara in questo momento si sta occupando di loro. Li sta reggendo tutti e loro non lo sanno neanche. Anche io ho “usato” Chiara. Diciamo meglio, Chiara ha sorretto anche me quando fu, quando ne ebbi bisogno, quando meno me l’aspettavo. Non voglio scendere nei particolari, sono cose nostre, cose di affetto, roba profonda e “ininchiostrabile”. Chiara è stata una spalla, una guida, un’amica, una mamma. Non so se con questa frase le arrecherò dolore, ma sento proprio di doverlo dire: Chiara è una mamma, una grande, grandissima mamma. Noi, orbitanti spaesati, siamo un po’ tutti sui satelliti, siamo tutti un poco figli suoi.

Ebbene, mi rivolgo direttamente a te, brutta bestia stronza che non sei altro: «Grazie. Cazzo, grazie.»

E voglio aggiungere anche quest’altra cosa: «Per quanto grande possa essere l’universo e imprevedibili le nostre traiettorie, sento di doverti dire che io resterò sempre nei paraggi, nei paraggi metaforici ma paraggi. Tra di noi ci sarà sempre il fighissimo teletrasporto interstellare di Star Trek!»

14/09/2012

Chiappanuvoli

Agata – Cartoline dal 2012

Quest’anno viaggio amarcord, viaggio low cost (ma ormai è una consuetudine) e viaggio all’insegna della natura e dell’avventura (altra consuetudine). Ecco qualche breve cartolina.

Agata – Urbino 17-18/08/2012

Sms: “Agata è dio. Diventare come lei. Preservarla, lasciarla così com’è. Grazie” (inviato a Lorenzo il 18/08/2012).
Sono sul treno regionale Ancona-Bologna, partenza da Pesaro destinazione Cesenatico, l’equivalente mobile di un forno crematorio. Dal monitor di servizio: Temp. esterna 31°, Temp. interna 32°, Velocità: 25 Km/h. Quando il treno è in movimento l’aria che filtra attraverso i due soli finestrini funzionanti è pari al ricordo del soffio fresco di una cannuccia puntata sulla mia faccia da una distanza di venti metri. Sudo.

Non riesco a pensare ad altri che ad Agata. Al suo sorriso. Allo sguardo attento e magnetico. Al modo di catturare costantemente e delicatamente l’attenzione degli altri. Agata non è una persona. È ancora essenza, è ancora essere umano. Lei è ancora come è.
Agata è la bambina di Lorenzo e Verena, due ex colleghi universitari di Sociologia. Loro sono rimasti a Urbino, o nei pressi. Fui proprio io a farli conoscere al primo anno. Si innamorarono. Hanno lottato per stare insieme, anche contro di me. L’anno scorso si sono sposati. Cinque mesi fa è nata Agata.
Agata non sa far altro che ridere. Lei accetta con gioia ogni nuova scoperta che le offre la vita. Lei ride. Lei esplode ogni volta.
Agata è in possesso di una qualche verità, ne sono certo. È come se lei sapesse qualcosa che a noi sfugge. Lei sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato. «Preservarla» penso. «Imparare da lei, possiamo imparare da lei, forse anche solo a ricordare.»

Il sudore mi gocciola lungo il collo, sulle palpebre, dalla fronte. Vorrei mettere la testa fuori dal finestrino ma, nei treni regionali a due piani, i finestrini sono alti non più di 15 centimetri e per la maggior parte sono bloccati al fine di permettere un corretto uso dell’aria condizionata che però puntualmente non funziona.
Il bagnetto nella vaschetta di plastica verde per bambini. La pelle tenera e immacolata. La smodata quantità di saliva prodotta, pari a quella di un esemplare adulto di San Bernardo. I suoi occhi. I suoi occhi.

«Nasciamo belli. Nasciamo sani. Comunque sani. Comunque felici. Siamo noi che guastiamo noi stessi.»

Quegli occhi, un rasserenamento con il proprio animo. Verità a portata di mano.

12/09/2012

Chiappanuvoli