Caracoles e carriole (seconda parte)

[Continua da Caracoles e Carriole (prima parte)]

Oventic si sviluppa in discesa, sul crinale di una vallata. A primo impatto non sembra riservare grandi e sconvolgenti meraviglie. Appena entrati sia a destra che a sinistra di sono due negozi che vendono oggettistica zapatista a mo’ di souvenir. Ho titubato. Un uomo minuto ma vigoroso ci si è fatto incontro e ci ha fatto strada fin davanti una casina con il tetto in lamiera, pochi metri più in giù. Abbiamo aspettato pochi attimi che altri due ragazzi finissero di ascoltare la loro introduzione e siamo entrati. Ci attendevano due uomini in passamontagna, il simbolo di riconoscimento degli zapatisti. Alle pareti c’erano poster rappresentanti Che Guevara, Emiliano Zapata, Chavez, Marcos, ma anche un planisfero, bandiere di Cuba e dell’EZLN, nonché insegne dei tanti sostenitori che lo zapatismo raccoglie in tutto il mondo.

Ci siamo seduti nella prima delle tre panche disposte in ordine e abbiamo tentato di rispondere all’unica non semplice domanda che ci è stata rivolta: «Perché siete venuti?». Per capire, per conoscere, per vedere dal vivo questa esperienza, abbiamo abbozzato qualche risposta, al che mi sono ridestato da un torpore causato dall’eccitamento e ho detto: «Per vedere se è possibile un altro tipo di vita.» Una cazzata che avranno sentito milioni di volte, ma in quel momento ci credevo fermamente, in quel momento io stavo chiedendo loro: “Per vedere se è possibile trovare una soluzione all’illogico male che colpisce la mia città, il mio paese”.

Prima di iniziare a parlare si sono scusati dell’assenza del terzo rappresentante dell’EZLN, una donna, ricoverata al momento in ospedale. Poi ha preso la voce l’uomo seduto alla nostra destra. Il racconto iniziava con il 1 gennaio del 1994. «Il Malgoverno (così chiamano normalmente il Governo…) ha sempre fatto in modo che le gente non si risvegliasse dal limbo in cui è costretto e che viva in condizione di continua paura. Ha sempre sottratto le ricchezza della Chiapas alla sua popolazione e poi rivendute al miglior offerente. Gli indigeni restano con le terre peggiori da coltivare, dunque, senza sostentamento e persino senza acqua potabile. Per coltivare questi terreni, inoltre, vengono poi sfruttati lavoratori di razza indigena, i più poveri, quelli più disperati. Ma dal 1994, ya basta! (già basta).» Il Malgoverno ha, come detto, accettato la proposta di dialogo degli zapatisti, ma non ha mai rispettato gli accordi presi, quelli di San Andrés. 70000 militari sono stati inviati a contrastare il movimento e cercare di catturare Marcos. Eloquente è l’esempio di discriminazione che subivano e subiscono gli indigeni: «Se un indigeno va in una clinica, si sa che non ha soldi per pagare e quindi viene ignorato, anche se è sul punto di morire. Ma se hai i soldi, passi avanti a tutti e ottieni le tue cure!» Ci hanno raccontato della marcia su Città del Messico, i conflittuali rapporti con il presidente dell’epoca Vicente Fox Quesada, ex presidente dalla Coca-Cola. Fino all’ultimo periodo, il più controverso, quello in cui il nome dell’EZLN è stato sfruttato politicamente per vincere le elezioni, la fine degli aguascalientes, primi prototipi di Caracoles ma più propriamente centri culturali, che furono scenario del dialogo tra gli zapatisti, il Governo e la società civile. Fino al 2003, con la fondazione dei Caracoles, vere e proprie occupazioni di paesi per la realizzazione, per la messa in pratica di quanto stabilito negli Accordi di San Andrés.

Di seguito ha preso la parola l’altro rappresentante, per parlarci in modo più approfondito di Oventic, della vita e delle attività che qui si svolgono. Tutto quello che si realizza nei Caracoles viene dal fondamentale appoggio della società civile messicana e dalla comunità internazionale, tra cui anche alcuni centri sociali italiani. I negozi all’ingresso servono anch’essi a finanziare la sopravvivenza di questa realtà e delle sue attività. Ad Oventic vivono quasi 1000 persone. C’è una scuola primaria e una secondaria, ma in tutto il territorio nazionale sono oltre 60 gli istituti autonomi. C’è un laboratorio di artigianato in cui si lavora che creare i souvenir. Ma soprattutto c’è un ospedale completamente gratuito, dove chiunque è accolto e curato. Ci sono sale operatorie, vari reparti e persino un dentista. Va ricordato che in Messico la sanità è come quella degli Stati Uniti, privata. Tutte le attività e strutture sono aperte alle persone che vivono fuori da Oventic e, da quel che ci hanno detto, l’affluenza è massiccia. Infine sono presenti strutture sportive e ricreative. Tutti hanno diritto ad ogni servizio, l’unico prezzo da pagare, per i residenti, è il lavoro, lavoro e condivisione dei prodotti ricavati. Dal punto di vista organizzativo, le decisione vengono prese in assemblea, che si riunisce per discutere di ogni aspetto. Ogni persona è ascoltata e alla fine di decide a maggioranza. C’è, poi, un coordinamento che sovrasta i cinque Caracol, ma non arbitra sulla loro attività e gestione, che restano indipendenti. Essosi riunisce invece per organizzare la resistenza, per prendere decisioni sulle azioni dell’EZLN e non per imporre alcuna legge alle varie comunità.

I due rappresentanti, in seguito, hanno voluto esprimere un giudizio, una valutazione sulla loro rivolta. Ci hanno fornito così un valore aggiunto che è quello della loro coscienza. La loro “guerra dei poveri” alla globalizzazione ed al Malgoverno messicano nasce da lontano, ben prima del 1994. Nasce dalle sommosse degli studenti e dai malumori del ’68, ma, ancora, nasce da più lontano, da Zapata, dalla Rivoluzione del Messico dei primi del Novecento. Le radici del loro movimento si alimentano del sangue che scorre nelle loro stesse vene, nasce, cresce e si sviluppa dalla loro Storia. “Ad reprimendam audaciam aquilanorum“, mi venne da pensare. Parliamo di indigeni, parliamo di gente senza cultura, ma che tuttavia sa, tuttavia ricorda chi è e da dove viene. Solo così possono, ed hanno potuto permettersi, di armarsi di coraggio e decidere in che direzione andare. «Abbiamo coraggio. Sappiamo che la lotta è ancora lunga e dura, ma siamo determinati. La rivoluzione è già in atto, non si può più fermare. Basta continuare a lottare, tutti i giorni. Ricordare chi siamo e cosa vogliamo, perché ormai aquì estamos (siamo qui).»

Prima di andare a dare uno sguardo alla realizzazione di quanto detto sino a quel momento, ossia prima di fare un giro per Oventic, mi sono armato di coraggio anche io, di un pizzico di sfrontatezza, e ho rivolto ai due zapatisti una domanda. Ho spiegato loro da dove vengo, quello che è successo a L’Aquila e quello che non sta facendo il nostro Malgoverno per la ricostruzione della nostra città. Poi gli ho chiesto: «Mi dareste un consiglio da riportare alla mia gente, ai miei amici e a tutte le persone che lottano per la nostra causa, qualcosa che possa riempire i loro cuori del vostro stesso coraggio?» I due zapatisti, attraverso i loro passamontagna neri, hanno cambiato sguardo, d’improvviso pareva essersi addolcito. Le loro parole, che sto per riportarvi, sono il chiaro simbolo della possibile condivisione che unisce tutte le lotte di questo mondo, di quanto dobbiamo imparare gli uni dalle esperienze degli altri e di quanto, infine, proprio questo fronte comune possa essere l’unica strategia di vittoria.

«Noi ti capiamo, sappiamo cosa significa lottare e resistere contro i soprusi dei potenti. Quello che possiamo dire a te e ai tuoi concittadini è di resistere sempre, resistere comunque, di essere uniti e di avere sempre chiaro l’obiettivo. Credici, la rivoluzione è in atto, ma il cammino, come ogni cambiamento nella Storia, è per forza di cose lento. Bisogna avere pazienza e tenacia. Da qui il nome caracol (lumaca), perché il cambiamento, la svolta, per essere efficace non può che essere lenta, ma determinata e risoluta.»

I miei occhi si sono riempiti di lacrime. I due si sono alzati, mi hanno dato la mano e una pacca sulla spalla. Guerriglieri, esseri umani di un altro mondo, per attimo si sono fermati a dare un aiuto del tutto gratuito a noi, aquilani, occidentali, persone che fino al 6 Aprile 2009 erano ben più fortunate di loro.

Concludo dicendo: Carriole come Caracoles, carriole come lumache, impariamo dalle battaglie degli altri, ma soprattutto, impariamo ad avere pazienza e determinazione per la nostra lotta, la rivoluzione è in atto, va solo sostenuta.

(Tutto per tutti, niente per noi – Motto Zapatista)

14/04/2010

Chiappanuvoli

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Cuore di Gesù

Riversare poco più che sangue

senza più braccia per attraversare,

gambe tagliate e muscoli appesi

alla disperazione d’ultimi metri,

quando facile sarebbe la soluzione:

un tracollo mascherato da barcollo

sulla lama del coltello, o puttana

schiava del loro lurido bordello.

Mi farei un chiacchiera con questo Gesù,

da queste parti, sulle mura, scrivono tutti

che presto Gesù viene, e non c’è salvezza

senza Gesù, l’unico signore e redentore.

Ricordarsi del timore di Dio darebbe

caldo alle mie giunte, segnali ad un cuore

che sta marcendo in attesa. Una muffa

invisibile, che assaggerai quel giorno

in cui, lo stesso cuore via ti porterai

verso quei posti che non vedremo mai.

Gesù, il signore e l’unico redentore,

ma quando viene per gente come noi?!

12-04-2010

Chiappanuvoli

Tirare fuori dal peggio qualcosa…

Tirare fuori dal peggio qualcosa…

Dopo un film come “E morì con un felafel in mano”, valeva la pena di fare una piccola considerazione su questi ultimi tre mesi. Non mi sono sentito troppo lontano da quei personaggi sgangherati e allucinanti. Mi sono soffermato un secondo a pensare e forse varrebbe la pena scriverne un libricino. L’utilità è lontana da essere definita e decifrata, a chi servirebbe mai un libro così? Chi lo leggerebbe? E soprattutto chi lo pubblicherebbe mai? Anche io, come il protagonista del film, sono troppo calato nel mio personaggio. Anche io credo di essere uno scrittore. Anche io tirerò il mio mac nell’Aterno? Fatto sta che pensare un momento solo ai possibili capitoli, alla scansione temporale, ai personaggi, ai vari punti forti del libro, in definitiva, ripensare a tutti questi tre mesi, mi fa sembrare di aver vissuto in un film, di aver vissuto una storia strampalata, come quella di Lowenstein.

Ma cos’è un libro, un libro come lo intendo io, se non un messaggio che si vuole dare al lettore per tramite di una storia complessa? Cosa vorrei, dunque, dire io ad un ipotetico lettore del libro dei miei tre mesi in Guatemala? Anche più a fondo, cosa ho imparato da questa esperienza? Forse non lo saprò fino a quando non rimetterò piede nella mia vita reale. Sull’aereo qualcosa comincerò ad annusare. Ma tutto mi sarà chiaro definitivamente quando mi troverò di fronte la prima difficoltà lontanamente paragonabile ad una di quelle passate qui. Messe in fila, però, ad una ad una, quasi spaventano. Proverò a riassumere e poi a dire che ne penso.

Malattie: diarrea, più di una volta e di varie intensità; pizzico di insetto con relativa reazione allergica e mano gonfia come un pallone; emorroidi, mai avute in vita mia; febbre, poca, ma sempre febbre; dolore fastidioso ad un ginocchio e difficoltà, alcuni giorni, a camminare.

Lavoro: dalla Cooperazione Italiana, dove avevo fatto richiesta, sono stato messo in Ambasciata, all’ufficio economico per giunta, il mio compito il rapporto economico sul Guatemala che, prima di farlo, mi ha preso una settimana solo per capire cos’è l’economia e tutti i tassi annessi e connessi. Dopo di questo avrei voluto essere spostato alla Cooperazione ed invece mi sono ritrovato a studiare per scrivere una tesina, che poi non ho più scritto. Dopo la prima settimana di diritti umani, abortito il progetto perché non interessante per l’Ambasciatore, sono passato a studiare al rapporto tra gli indigeni ed il narcotraffico e, fatte un po’ di domande in giro, mi hanno risposto che ero pazzo a trattare un argomento del genere, pericoloso per me ed inutile, perché queste cose non si studiano in un mese e mezzo, ma in una vita e mezzo. Dunque mi sono dato disponibile per il famigerato ed umiliate database sui guatemaltechi che sono andati a studiare in Italia dal 1970 al 2002, a condizione di poter andare finalmente un paio di giorni la settimana in Cooperazione. Quando ho parlato con il responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura con cui dovevo pianificare il lavoro, mi è stato chiaramente detto che il database è inutile e che probabilmente non servirà proprio a nulla, ed ha aggiunto: “Mi spiace che ti abbiano messo a fare questa cosa.”. Il tanto agognato lavoro in Cooperazione si è rivelato interessante, ma puramente compilativo, non ho letto un progetto, non ne ho scritto uno, non ho parlato con nessuno, non mi sono reso conto di cosa fa davvero questa istituzione.

Rapporti umani: eviterei proprio di parlarne. In tre mesi non si fanno miracoli per le amicizie, ma basti dire che non ho potuto legare con le persone al lavoro per differenza di età e stile di vita, ed inoltre durante alcune giornate lavorative non ho visto proprio l’ombra di nessuno. Abitare da solo non ha facilitato la mia permanenza, soprattutto all’inizio. Per giunta, a causa delle malattie e della mia propensione, forse sbagliata, a parlare dei problemi lavorativi, so di essere diventato subito argomento di discussione per una risata nella pausa del lavoro delle persone conosciute.

La ciliegina sulla torta: mi si accusa di aver rotto una proprietà governativa, una finestra per l’esattezza, che era rotta da quando sono arrivato. I modi con cui sono stato invitato a pagare il danno sono stati decisamente diplomatici, mi è stato detto che faccio schifo, che se non pago devo preparare le valigie e andarmene, che di certo l’ho rotta dondolandomici da ubriaco.

Diplomazia: tutto questo è contornato dalla diplomazia stessa, una sorta di velo ipocrita che si stende sulla faccia di queste persone, persone intese come maschere, e la cosa bella è che questa pantomima dell’essere umano viene considerata come un valore aggiunto! Più sei diplomatico, più sei fregno. Più sei falso, più sei bravo, più sei bravo a trattare, a negoziare, più ottieni dalla vita. Cose queste che non reggono alla forza di un terremoto. Cose queste che, se ti si sono scosse le chiappe per mesi, non hanno più senso, o forse non ne hanno più per me.

Il quadro è più o meno completo, dovrebbero essere aggiunte un po’ di apprensioni per la difficoltà di vivere in un paese pericoloso e difficile come il Guatemala, ma che avevo messo in conto, e altri tipi di pensieri che vengono da lontano, da oltreoceano. Ma non c’entrano adesso nel discorso. Queste sono cose che vengono dall’Aquila, la mia casa, e dal Marocco, dove è andato a finire il mio cuore.

Ecco più o meno ci siamo. Molti di voi, lo so, avranno pensato: ” Ma vattene a Lourdes la prossima volta!”, o “ma statte a casta!” (ma stai a casa!). Io credo, col senno di poi, che è un bene che io sia venuto qui. E, se potessi scegliere cosciente delle difficoltà, farei la stessa scelta. Mi ripeto, lo scoprirò solo più in là il perché, ma ci deve essere una chiave di volta, ci deve essere il messaggio. Ora, col sorriso sulle labbra, posso solo ipotizzare, scherzarci, almeno fin quando non mi presenteranno il conto di questa diavolo di porta!..

Ebbene il tutto è semplicemente qui: tirare fuori dalle peggiori situazioni sempre e comunque qualcosa, di buono o di cattivo non importa, ma qualcosa. E questo qualcosa, forse, dovrei raccontarlo meglio. Questo qualcosa, forse, a qualche d’uno potrà essere utile. Questo qualcosa, forse, potrebbe tirare su il morale a tutti quelli, e siete tanti, che “mangiano merda” tutti i giorni e che, quando hanno finito, gli viene ordinato gentilmente di andare a pulire il porcile perché oggi, proprio oggi, i maiali hanno cagato più del solito. E so che potete capirmi.

Chiappanuvoli

10/4/2010

Caracoles e Carriole (prima parte)

Dovrei continuare a raccontarvi cose riguardanti il Guatemala, i viaggi, queste nuove esperienze, ma se da qualche tempo taccio, uno dei motivi è proprio quello che mi spinge questa sera a scrivere questo articolo a “mezza strada” tra qui e lì. Mi manca L’Aquila, mi manca la mia città, i miei amici, le mie mura, il mio corpo. Se scrivo queste parole è perché, per la prima volta, voglio tornare, per la prima volta mi sento a disagio stando lontano e, per la prima volta, forse, ho la possibilità di riportare qualcosa in dietro, di donare a tutti voi un qualcosa che possa essere davvero utile. Vi racconterò della mia visita ad un Caracol zapatista.

La scorsa settimana siamo andati in Messico, nella sua regione più a sud e più povera, il Chiapas. Unico obiettivo dichiarato visitare un caracol e parlare con qualche zapatista. Il movimento zapatista, o meglio, l’EZLN (Ejército Zapatista de Libaraciòn Nacional) nasce il 17 Novembre del 1983. Per dieci anni, combattenti provenienti da altri gruppi, ma anche pacifisti, studenti e studiosi hanno organizzato l’evento che portò alla ribalta mondiale la questione del Chiapas. Il 1 gennaio 1994, in concomitanza con l’entrata in vigore del NAFTA (trattato di libero commercio tra Messico, USA e Canada), i combattenti, coperti in viso da un passamontagna o un semplice fazzoletto, hanno conquistato, armi in pugno, sette municipi della regione (San Cristobal de las Casas, Ocosingo, las Margaritas, Chanal, Altamirano, Oxchuc e Hiuxtan). Da San Cristobal, il leader e subcomandante Marcos ha letto la prima dichiarazione della Selva Lacandona con la quale si dichiarava guerra al Governo messicano e si proclamavano valori inalienabili per ogni cittadino del paese, libertà, giustizia e democrazia. E ancora si chiedevano lavoro, salute, terra, pace, cultura, alimentazione, un tetto per le popolazioni indigene. L’occupazione durò appena un giorno, i combattenti si ritirarono senza lasciare vittime sul campo, ma furono inseguiti e braccati fin nelle foreste. Per dieci giorni ci furono terribili scontri tra l’EZLN e l’esercito messicano, finché il dodicesimo giorno, anche dopo l’appello della comunità internazionale, il presidente Salinas accettò la proposta di dialogo con i zapatisti.

Dopo tre anni furono firmati gli accordi di San Andrés, con i quali il governo avrebbe dovuto modificare la costituzione per il riconoscimento dei popoli e delle culture indigene, oltre che la loro autonomia legislativa. Tuttavia gli accordi non vennero rispettati e, anzi, fu aumentata la presenza militare nella regione. L’esercito ed i paramilitari più volte non hanno rispettato il cessate il fuoco commettendo vari atti di violenza. Il più terribile fu la Mattanza di Acteal, 45 vittime tra non zapatisti.

Da allora poco è cambiato, il governo continua a reprimere il movimento, a fare proclami sulla legge di riforma costituzionale (legge COCOPA) solo per vincere le elezioni e, una volta al potere, a non mantenere le promesse fatte. L’attenzione mediatica è scesa cospicuamente, anche a causa dell’opposizione governativa. Il subcomandante Marcos ha continuato ad organizzare l’attività dell’EZLN con marce pacifiste e lettere che hanno comunque raggiunto la ribalta mondiale. È nel 2003, però, che si è dato il via alla decisiva riconversione del rapporto tra le comunità indigene e l’esercito zapatista, tramite la costituzione di cinque comuni autonomi, i cosiddetti Caracoles. Si tratta di piccole comunità autogestite ed indipendenti l’una dall’altra, guidate da una giunta detta Junta de Buengobierno, formate da rappresentanti locali e supervisionate da esponenti dell’EZLN. Ogni comunità, grazie all’appoggio di ONG e senza chiedere nulla al Governo messicano, garantisce ai propri appartenenti istruzione e sanità gratuite per tutti, la parità assoluta sia di classe che di genere, forme organizzate di divisione del lavoro e ripartizione dei proventi,  e speranza, la speranza per un altro futuro possibile. La forma di governo può essere così semplicemente riassunta: aquì manda el pueblo y el gobierno obedece (qui comanda il popolo ed il governo obbedisce), rispettando il comandamento zapatista del mandar obedeciendo (comandare obbedendo). Il movimento negli ultimi anni si è andato espandendo e ha raccolto consensi e appoggio da più parti nella società civile e nel mondo, l’EZLN per tramite del suo subcomandante Marcos ha continuato la sua attività con assemblee aperte e marce pacifiche nel tentativo di creare un fronte di lotta comune che superi la corruzione e la pochezza della politica contemporanea.

Tornando al nostro viaggio, il caracol che abbiamo visitato si trova a poco più di un’ora di auto da San Cristobal de las Casas, dopo una serie di curve e di paesi che ben delineano quello che è lo scenario del Chiapas. Fotografie, anzi diapositive sembravano passare veloci, ma di facce scolpite e vissute che restano, di baracche dai tetti di lamiera, di bambini e bambine sereni che sanno giocare nella pur estrema povertà, di sopravvivenze appese al lavoro della poca terra a loro concessa e alla speranza che qualcosa cambi. Il paese si chiama Oventic ed è denominato Caracol Resistencia y Rebeldìa por la Humanidad. La sua giunta di buongoverno invece è detta Corazòn Centricos de los Zapatistas delante del Mundo. Ad accoglierci c’erano due donne che facevano il turno di guardia. Ci hanno chiesto i documenti e di aspettare qualche minuto. Registrati in nostri nomi siamo potuti entrare e ci hanno condotto nella casa della giunta dove due zapatisti ci avrebbero poi raccontato la loro storia e descritto la loro vita dal 1994 ad oggi.

[Continua]

Vi consiglio di vedere tutta l’intervista al subcomandante Marcos fatta da Gianni Minà a questa pagina di youtube:

http://www.youtube.com/results?search_query=marcos+aqui+estamos&aq=o

¡A la orden, a la gran!

A Sergio

Il mestiere del tassista è uno dei più complicati a Città del Guatemala. I morti ammazzati nel corso del 2009 sono stati 67, ed il nuovo anno è iniziato registrando altri 5 omicidi. Vengono assaltati da malviventi comuni o da componenti di maras (bande armate giovanili) a scopo di rapina. Qui i tipi di taxi sono tre, anzi forse sarebbe meglio dire quattro. Ci sono i taxi amarillos e quelli verdes che si chiamano tramite un call-center, sono di due diverse aziende, hanno in tassametro, un numero di registrazione e sono, per questo, sicuri. Poi ci sono i taxi blancos e questi possono essere di due tipi. Il primo ha anch’esso un codice di registrazione, non ha il tassametro, motivo per cui bisogna contrattare il prezzo della tratta ed, in genere, sono affittati quotidianamente dai tassisti, che pagano un fisso ogni singolo giorno al proprietario delle automobili. Si possono trovare ovunque basta scegliere in base al prezzo ed alla confidenza che ti da la faccia del conducente. Infine di sono i taxi blancos, gli altri. Quest’ultimi sono privi del codice di registrazione affisso sul vetro anteriore e per il resto funzionano come gli altri mezzi dal colore bianco. La caratteristica di queste ultime due categorie, codice di registrazione o meno, è che una percentuale dei tassisti, oltre che occuparsi di trasporti, si dedica anche alla rapina dei propri passeggeri, turisti, cretini e sventurati in primis. La strategie per risparmiare al massimo sui propri spostamenti è utilizzare tutti i tipi di taxi, gialli e verdi per piccoli spostamenti fuori dagli orari di punte, ed i bianchi per tutti gli altri, ma affidandosi ad un tassista di fiducia, che sappia dare fiducia.

Sergio è il mio tassista bianco di fiducia. Disponibile a tutte le ore e puntuale. Veloce, simpatico e di compagnia. Ha una faccia sempre allegra, è bellissimo a vedersi, basso e pacioccone, esprime confidenza e responsabilità a primo sguardo. Ogni spostamento con lui si trasforma in charla sui più disparati argomenti, dalla politica all’Italia, dal Guatemala al calcio, dai problemi lavorativi alla sua famiglia, dalla vita notturna ai costumi locali. Durante uno dei miei tragitti è capitato anche che ci parlasse, a me ed ai miei amici, dei suoi trascorsi come tassista e più in generale della sua vita.

Sergio ha iniziato a fare il tassista per necessità. La sua azienda in Honduras, che vendeva materiali per la pittura, è fallita a seguito di un furto ingente di rifornimenti. Chiappe a terra, decise di sedersi in un taxi e ormai sono quasi 10 anni che scorrazza per le pazze strade di Città del Guatemala. Ha tre figli e deve ancora mantenere due di loro. Il suo sogno sarebbe aprire assieme a suo fratello un piccolo comedor (piccolo locale per rapidi pranzi tipici) nella zona 10, la più viva economicamente della città. Sergio, e si veda dalla stazza, ha la passione per la cucina e si ritiene un buon cuoco. È in attesa che il funzionario corrotto di riferimento presso il Comune gli dia un appuntamento per capire di quanti fondi si sarebbe bisogno.

Nel corso di questi 10 anni, Sergio ci ha raccontato di essere stato rapinato più volte, ma, come dice lui, “¡gracias a Diós aquì estamos!“. Ha imparato ad escogitare dei metodi, semplici ma efficaci per evitare le situazione pericolose. Non caricare persone che non gli esprimono fiducia. Se il passeggero si comporta in modo strano, dice cose pericolose, o addirittura lo minaccia, Sergio fa segno alla prima pattuglia di polizia che incontra per farsi fermare. Sempre grazie a Dio, la maggior parte delle volte riesce nell’intento e lascia il malintenzionato con le forze dell’ordine, che almeno lo fanno scendere dal taxi senza troppi problemi. Sergio racconta queste cose con fare tipico guatemalteco, come se fossero cose inevitabili, di cui non bisogna più meravigliarsi o indignarsi, è la normalità, è il male divenuto costume.

Tre anni fa, continua nel suo racconto, sono saliti in auto tre uomini. Gli hanno chiesto di essere accompagnati fuori città. Lui ha eseguito. Ad un tratto uno dei tre tira fuori una pistola e gli dice di accostare. Sergio obbedisce. Un altro si mette alla guida e lo conducono bendato lontano dalla capitale, in qualche locali sui monti. Li è restato per 4 giorni, prigioniero, in attesa e nella speranza che i proprietario del suo taxi pagasse il riscatto, chissà se per riavere più l’automobile o il tassista…

Con fare dimesso, calmo, quasi disteso, Sergio ci ha narrato un fatto assurdo, inconcepibile, aberrante. La propria vita per un pugno di pochi quetzales. Ogni guatemalteco in cuor suo sa che la sua vita ha un valore relativamente basso. Per noi occidentali, invece, pare non avere prezzo. Ogni guatemalteco sa che la sua vita prima o poi finirà. Per gli occidentali, la vita è eterna, viene vissuta come se mai dovesse aver fine. Ogni guatemalteco sa che la propria vita è unicamente nelle mani di Dio, a Lui bisogna affidarsi in tutto e per tutto. Per gli occidentali, Dio, per quanto si possa essere credenti, è un’entità altra dalla vita concreta di tutti i giorni, prima bisogna fare affidamento su se stessi, sulla società e sul denaro, poi su Fede e speranza. Però permettendomi di citare Sergio, seppur sia io un convinto agnostico: “¡gracias a Diós aquì estamos!“.

15/03/’10