“Pora coccia” – un’analisi del testo.

Numero zero - Simone Coccia Colaiuda

Mi scuso subito per la scarsa sobrietà del titolo che cozza, lo giuro, con l’obiettivo, che spero condividiate, più “alto” dell’articolo stesso, ma la sua sfrontatezza ha a che fare con il bisogno profondo che avverto di scriverlo, con  l’urgenza di cittadino e di appassionato di arte, e con la responsabilità, dunque, di cui mi sento, anche sfacciatamente, investito. Non posso però tollerare, non solo, non già, che il brutto, l’infima qualità prolifichi (al declino forse e purtroppo non c’è rimedio), non solo, non già, che l’immorale scarsa professionalità imperi (ché pure infiamma di questi tempi, alla quale però, nello specifico, sono certo che possa opporsi un sano, minimo spirito critico che tutti abbiamo, nascosto da qualche parte), no, quello che non posso in alcun modo tollerare è il becero, sistematico, sciacallesco, indecoroso ricorso alla pantomima della vita, alla pantomima del dolore, alla pantomima della tragedia, che tra i tanti mali causa, non da ultimo, la mistificazione della memoria, l’offesa ignobile di coloro che hanno davvero vissuto la tragedia e continuano viverla sulla loro pelle nelle peggiori conseguenze, al sordido svilimento delle nostre difficili e preziose esistenze, all’inzozzamento dei nostri animi e, primariamente, di quelle dei più giovani, indifesi, vulnerabili.

Veniamo al dunque. In questi giorni abbiamo assistito all’uscita di un singolo, una canzone “rap” (che Iddio mi perdoni!) di un “noto” showman nostrano. Si tratta dell’aquilano Simone Coccia Colaiuta (sì, il fidanzato ex spogliarellista della senatrice Stefania Pezzopane, lui, sì, lui…) con la sua “Numero zero”. Non nutro dubbi che il lettore capirà l’intento serio del mio articolo e non lo traviserà, né lo strumentalizzerà in alcun modo. Non si vuole qui lucrare sul presunto successo altrui e, assolutamente, non se ne vogliono enfatizzarne i già svilenti risultati ottenuti. Non posterò, dunque, il video della suddetta canzone (forse è un labile modo di lavarmi la coscienza…), ne riporterò di seguito solo il testo e tenterò, per quelle che sono le mie capacità e i miei limiti, di analizzarne oggettivamente il contenuto.

“Numero zero”

[Devo dire immediatamente che mai titolo fu più sbagliato per una canzone d’esordio “rap” (che Iddio mi fulmini quando ne dovesse sentire il bisogno!) italiana, nata mi pare nell’intento (spero ve ne sia un altro!) di arraffare un po’ di facile consenso cavalcando un genere musicale abbastanza di moda, soprattutto tra gli adolescenti. I motivi sono di ordine culturale (1) e morale (2). 1. Con “Io sono il numero zero / facce diffidenti quando passa lo straniero”, infatti, inizia una delle prime e più importanti canzoni create nella scena italiana, “Lo straniero”, appunto, dei Sangue Misto. E io sfido chiunque (eccederò nell’iperbole), se non altro per decenza, a iniziare il proprio primo libro con “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, a iniziare il proprio primo film con esplosioni di napalm e la canzone “The End” dei Doors in sottofondo, o a iniziare la propria prima tragedia con “Nella bella Verona, dove noi collochiam la nostra scena, due famiglie di pari nobiltà”! Inoltre (perdonate la prolissità ma non son certo qui a dilettarmi!), “Numero Zero – alla radici del Rap Italiano” è il titolo di un bellissimo documentario di Enrico Bisi che ripercorre le origini del genere, e dunque ne consacra la memoria, ne indora il mito. Sorvolando, infine, sull’omonimia con l’ultimo romanzo di Umberto Eco… Mi limito a dire che non si può arronzare senza conoscere. (2) (Analizzo il contenuto non l’autore, sia chiaro una volta per tutte!) Non tutti hanno l’esigenza di sentirsi i “numeri uno”, non tutti hanno la paura di sentirsi degli “zeri”, e va da sé che nella vita non si può essere tutti dei miti viventi (“ricorda che nella vita non sarai nessuno”), ma addirittura permettersi la licenza, del tutto gratuita, di immolarsi a “profeta” di strada e dire che “nella vita DEVI essere il numero zero” mi pare esagerato, come se l’unico modo di contrastare questo “lurido” sistema sociale e affrontare serenamente il giudizio altrui fosse ignorando quel sistema stesso (e la complessità degli altri), eluderlo, fotterlo anche, dimostrare d’essere più forti, autosufficienti. Ma allora, mi domando, a cosa serve questa “canzone”? Questa “canzone” non dimostra immediatamente di essere frutto di quello stesso sistema? Non vi si rintraccia subito un che di contraddittorio? Di ipocrita, forse? Quale fine ha se non la semplice accettazione da parte dell’altro? Non è immorale? (Forse esagero…)]

Da quando ero adolescente la mia vita è stata dura

me ne sbatto il cazzo senza avere mai paura

[Rima baciata AA-BB: con l’andare della canzone si fa stucchevole, monotona: ricorda gli scimmiottamenti adolescenziali del Rap negli ’90, quando non avevamo ancora ben chiaro cosa fosse il Rap e bastava mettersi il cappello con la visiera al contrario o appunto fare una rima per sentirsi 2Pac! “Da quando…dura”: la vita di tutti, durante l’adolescenza, è stata dura, sottolinearlo come fosse oro colato pare incredibilmente retorico.]

del giudizio della gente sempre pronta a criticare

qualunque cosa fai sia nel bene sia nel male.

[“me ne sbatto…nel male”: se uno se ne sbattesse il cazzo davvero non ci farebbe una canzone e non lo rimarcherebbe ogni volta che ha modo di farlo, che so in televisione, sui giornali o sui social network, manco fosse uno dei dodici apostoli, manco fosse Mahatma Gandhi, manco fosse Galileo Galilei contro la Santa Inquisizione! Per quanto becera sia diventata la nostra “società dell’opinione”, spesso dietro ai giudizi, positivi o negativi, vi è del vero, vi sono cose chiamate etica ed estetica, non solo misera maldicenza.]

La mia vita è andata avanti senza farmi ostacolare

dalla gente invidiosa che non si è saputa realizzare

[“gente invidiosa”: siamo sempre lì; “La mia vita…realizzare”: ecco, cosa significa realizzarsi? Non solo realizzarsi nel mondo dello spettacolo, voglio sperare? E comunque anche qui, c’è una mitizzazione della realizzazione del sé, ma spesso le persone si realizzano con un lavoro semplice, con un figlio, con un amore, insomma, non siamo una chiavica di falliti perché non siamo “famosi”! Forse ho travisato.]

giudicando la mia storia con Stefania Pezzopane

stessa gente il giorno dopo mi chiedeva da mangiare.

[“giudicando…Pezzopane”: (sarò breve perché mi sono promesso di non parlare dell’argomento ma qui, testualmente, non posso esimermi) se non vuoi farti giudicare non spiattelli ai quattro venti te stesso, la tua relazione, normale o speciale che sia, non ti esponi volontariamente al giudizio, se non hai altri fini, ti godi il tuo sentimento e basta. È l’eccesso così fine a se stesso che più di tutto turba, infastidisce “la gente”, che crea il corto circuito, la contraddizione, e voi stessi, mi permetto di dire, in tal modo la alimentate. “stessa…mangiare”: non esageriamo, per cortesia, ah Eminem de’ Colle Pretara! Essù… (Perdono…) Banale luogo comune insito nel peggior rap che ha confuso le vere origini del movimento – l’emancipazione dei neri, della gente del ghetto, la lotta al razzismo – con lo sciocco narcisismo contemporaneo.]

Dopo la D’Urso e il tapiro di Striscia la Notizia

tutti quanti mi vedevano con tanto di malizia

[“Dopo…Notizia”: ognuno è libero di avere i punti di riferimento culturali che crede. “tutti…malizia”: “con tanto”, che significa? Mi sfugge il senso. E poi, chi semina vento raccoglie tempesta, se la gente non vedesse malizia in alcuni comportamenti, non sarebbe maliziosa nel giudicarli…]

una vita senza limiti, grazie a Dio senza botti

non poteva mancare anche il grande Gerry Scotti.

[“botti…Scotti”: è solo per far rima, un nonsense. Qualche limite bisognerebbe porselo, invece, un botto ogni tanto non verrebbe sempre per nuocere…]

Sono un ragazzo determinato, intelligente, furbo e scaltro

a questa gente qui gli dico “Avanti un altro”

[“Sono…scaltro”: autoincensamento fine a se stesso, siamo sempre alla parodia del Rap. “alttrrro”: esiste una roba che si chiama dizione, a volte serve.]

gente che vedi sui social network a commentare da leoni

e poi quando ti incontrano sono poveri coglioni.

[“gente…coglioni”: è vero che il mezzo social network sta planetariamente offrendo il peggio dell’indole umana, ma rimarcarlo in maniera gratuita manco non si fosse quotidianamente invischiati in infime diatribe (vedi Tagliacozzo, Striscia la Notizia, la relazione amorosa e via dicendo…) è surreale. “Poveri coglioni”: quei poveri coglioni sono gli stessi a cui il “cantante” chiede attenzione, mi pare…]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

[“Solo…anno”: banalità della banalità della banalità]

c’è sempre chi si crede il numero uno

ricorda che nella vita non sarai nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

[“c’è…zero”: già detto nella disamina del titolo, il problema pare dunque risiedere nel giudizio, nel peso dell’opinione altrui. Verrei soffermarmi però su quel “per intero”, ovviamente necessario solo alla rima con “zero”. Ma quanto è brutto quel “per intero”? Mi sono lasciato andare, me ne scuso. Alla volte però si può anche tacere “per intero” con risultati finanche migliori.]

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[Ecco, forse qui, più di tutto volevo arrivare. Sono stati assolti i 309 morti? No, perché questo significa, in italiano. In questi quasi 6 anni, spesso mi sono chiesto quale sia il limite tra testimonianza e tornaconto personale, tra aiuto solidale e sciacallaggio. Questo “coro” non mi aiuta minimamente a far luce. Mi sbilancerò con un’opinione che mi tocca molto da vicino, avendo scritto testi sul terremoto e scrivendoli ancora oggi: questa mi pare pantomima della tragedia, piagnisteo straziante e offensivo, sciacallaggio morale. Sul serio, che c’entra l’individuale condizione dell’autore con la condivisa ferita sociale che non solo noi aquilani, ma tutte le “vittime di Stato” portano nel cuore? Il rispetto pare scomparire, dileguarsi. Io mi domando perché, perché strumentalizzare anche il dolore condiviso per il fine personale? (Qui spero proprio di aver preso una cantonata.) Come la stragrande maggioranza degli aquilani non sono sorpreso da questo becero utilizzo, come loro, in realtà, me lo aspettavo che li si sarebbe andati a finire, questo però non riesce a placare la mia indignazione, e forse anche la loro.]

Gente che non ha nulla di più importante a cui pensare

mentre i bambini nel mondo adesso muoiono di fame

[“Gente…fame”: qualunquismo; oppure no, forse i proventi della canzone andranno interamente destinati alla F.A.O….]

ci mancava anche il terrorismo internazionale

la situazione così non si può più tollerare

[“ci mancava…tollerare”: mi spiace che il terrorismo internazionale generi nel Coccia Colaiuda un’inquietudine intollerabile, il livello dell’affermazione però è talmente povero che credo si lasci giudicare da sé, davvero, non tengo le forze pure per questo! (Sono stato eccessivo?)]

Una guerra contro il mondo che non sa cosa fare

donne e bambini costretti a pagare

[“Una guerra…fare”: sintatticamente zero, il senso si coglie solo con discreto sforzo; eppure mi pare che fior fior di politici, scienziati, studiosi stiano cercando, bene o male, di affrontare il problema, ma questo è un altro argomento.]

con la propria vita un sogno che non si è potuto

realizzare queste cose qui sono da condannare

[“donne…condannare”: parodia della moralità integerrima, ci mancherebbe che “queste cose” fossero da lodare invece! Banale, semanticamente inutile. In una parola, nocivo!]

Come i responsabili del post terremoto

che nella mia città si sente ancora il vuoto

di una giustizia mai arrivata sono stati assolti

intanto la mia città piange 309 morti

[“Come…morti”: a parte il fatto che il “post terremoto”, dopo il terremoto, “responsabili” o meno, ci sarebbe stato comunque e, scritto così, sembra quasi che senza i “responsabili” saremmo potuti tornare a casa la notte stessa; a parte il fatto che c’è ancora un processo in corso e che quindi si spera ci possa essere ancora tempo per la giustizia; vale il discorso di prima: è fuori luogo, fuori contesto, del tutto gratuito come tema all’interno di una “canzone” che invece chiede altro, è come una richiesta di riconoscimento del proprio valore solo in base alla propria condizione umana/sociale, è volgare (condizione per altro condivisa con 70.000 aquilani e con milioni di persone, per altre cause, in giro per il mondo…)]

Mentre gli sceicchi se la godono alla grande

tra yacht e grattacieli se ne sbattono le palle

[“Mentre…palle”: tralasciando il turpiloquio fine a se stesso, che cazzo c’entrano gli sceicchi con L’Aquila? No, perché proprio non ci arrivo! Avevano forse promesso di restaurare qualche monumento? Oscuro.]

intanto qui in Italia paese ala rovina

c’hanno rotto il cazzo la Belen e la velina

[“intanto…velina”: proprio LA Belen e LA velina “c’hanno rotto il cazzo”? Solo loro? L’Italia non è alla rovina anche per la smodata proliferazione di bellimbusti tatuati e muscolosi che nulla danno davvero a questo fottuto Paese se non di creare falsi e facili miti per le generazioni più giovani? Loro, loro non hanno rotto i coglioni? Cos’è il successo che loro inseguono? Benessere sociale condiviso? Un servizio pubblico? Un esempio positivo? Io farei, davvero, un po’ di autocritica, non sempre, ogni tanto.]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

c’è sempre chi si crede

il numero uno

ricorda che nella vita non sari nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[“Solo…assolti”: come sopra, anche se avrei una immotivata e gaudiosa voglia di ripetere il tutto da capo, ancora e ancora, fino alla nausea mia e vostra. Ma mi taccio, ho già sprecato fin troppo tempo.]

Spero con questo testo di non aver leso la sensibilità né dell’autore, né dei tanti fans che lo seguono e lo sostengono. La mia voleva essere solo un’analisi schietta del testo proposto. Forse ho ecceduto d’animo qua e là, lo riconosco, ma se l’ho fatto è perché credo nella cultura, nell’arte, nel bello, nelle parole, nella comunicazione, e nella responsabilità a esse connessa e nel lavoro faticoso che serve per arrivare a farne buon uso, o almeno un uso tecnicamente corretto. Se avessi un figlio, in altri termini certo più semplici, gli direi le stesse medesime cose se per caso in sua presenza m’incontrassi con questa “canzone”. Ora, davvero, la smetto e spero, vivamente, di non dover mai più tornare sull’argomento.

(Postilla: non cito il senatore Antonio Razzi solo perché mi rimane un briciolo di decenza e ho il bisogno di tenermela stretta.)

Ultima cosa, lasciamoci bene, almeno:

“Lo Stato non sussiste”

Trattengo il respiro: un secondo solo. (Eccolo) Ora mi lascio andare, prolasso.

Tutti assolti (eccezion fatta del il sig. De Bernardinis), perché “il fatto non sussiste”. Ecco l’esito del Processo alla Commissione Grandi Rischi. Era prevedibile, del resto, ci poteva stare, nessuna novità, siamo in Italia del resto. È così che si dice in questi casi, giusto? Sì, si dice così, ma qui subito mi si ribatterà che è l’esisto della Sentenza della Corte d’Appello, un verdetto sancito per legge, e per legge quindi gli imputati non sono responsabili. E ancora che è giusto così, è la Giustizia, la macchina della Giustizia che ha operato senza condizionamenti, nel pieno delle sue facoltà. La stessa Giustizia alla quale noi stessi ci siamo rivolti anni addietro per ottenere giustizia, appunto. Ebbene, giustizia è fatta! – Bene. Non posso ribattere, avete ragione. (A meno di un ricorso in Cassazione, che spero possibile) Ma se, ora, faccio un altro respiro: un secondo secondo. (Eccolo) Prolasso ancora.

Siamo un Paese di merda, lo dico, lo grido con forza! E non perché quei “4 cosiddetti scienziati” non sono stati condannati, sia chiaro. Buon per loro…anzi, cazzi loro! (Starà a loro, infatti, fare i conti con la propria coscienza, anche se credo che si tratti ormai di coscienze totalmente contaminate, intaccate, seccate, meccanismi perfettamente integrati in un sistema disumanizzato, marcio, logoro, vergognoso.) Lo dico invece con rabbia e con rammarico perché anche oggi abbiamo avuto la dimostrazione di come stanno le cose in Italia, nel sistema Italia. Uno Stato gretto, autoritario, ignorante, becero, che punta a tenere il proprio popolo in uno stato gretto, sottomesso, ignorante e becero. Uno Stato incapace di autogestirsi, autocriticarsi, autocontrollarsi e quindi autocondannarsi. Fascismo, regime? Peggio, siamo al Governo dell’ignoranza, all’anomia, al sistema incapace di sostenere se stesso, un sistema perfettamente umanizzato che salvaguarda la propria esistenza con logiche prettamente individuali, dunque bieche, spregiudicate, opportunistiche, sleali, all’occorrenza, pertanto, spregevoli nelle conseguenze finali. E gli effetti li possiamo vedere – per chi vuole vederli – all’Aquila come in Val di Susa, come pure sarà per Carrara, o in qualsiasi altro posto lo Stato abbia deciso di fare affari, durante le manifestazioni degli operai come in quelle degli studenti, dei malati di SLA o di chi lotta per il proprio territorio, li vediamo per strada, negli ospedali, a scuola come pure in carcere, ahimè, e in televisione, in Parlamento, nei messaggi politici di destra, di sinistra o grilloparlanti… L’obiettivo è sempre e solo uno: difendere il proprio potere. È questo il vero cancro italiano, la concezione individualistica del potere e la sua difesa tramite strategie violente volte a mantenere nell’ignoranza (e quindi si sottomissione) la popolazione. Oggi, credo, ne abbiamo avuto l’ennesimo bieco esempio di una lunga, troppo lunga serie.

Riprendo fiato, a grandi boccate. (Eccoli) Tra 309 boccate di ossigeno sarò finalmente calmo, e poi un po’ più solo, e poi un po’ più triste, proprio come mi sento da cinque anni a questa parte. Ma sia sa, siamo in Italia, il Paese dove nulla cambia, il Paese dove dovrebbero iniziare a cambiare le cose.

Sono calmo, ora. Respiro normalmente. Ma per quanto ancora ci riuscirò?

Grandi Rischi: video della sentenza [fonte News Town]

Chiappanuvoli

Fuori come…

balcone progetto c.a.s.e.

 

Fatti d’insolide certezze
disimpegnati dal creato
calmierati dal creatore,
state fuori come…
tagliati fuori come…
Crollate su altre spalle
di chi regge un poco più
appena –
appena siete stanchi,
destati di nuovo
per pochi attimi:
quel balcone
temporaneo, emergenziale
sei tu.

03.09.2014

[L’articolo su la Repubblica]

 

La buca

da Il Capoluogo

(da Il Capoluogo)

Che io mi ci avvicinai pure ma ebbi paura di guardarci dentro come se dentro avessi potuto trovarci uno scheletro, o più di uno scheletro, il meccanismo, gli ingranaggi che muovono o che non muovono – dipende dai punti di vista – tutta la città.
La buca si aprì la scorsa domenica, all’improvviso, e inghiottì la prima cosa che gli capitò a tiro. Fu un’auto, per fortuna, non un bambino o una donna gravida. Fu un’auto e s’incastrò e là rimase. La rimossero dopo alcune ore e la buca stette aperta per un giorno interno. Fu in quel giorno che andai a vederla, mi avvicinai ma ebbi paura: quale verità orribile poteva mostrare?
Accorsero degli operai, il loro compito era di tappare la buca e così fecero. Anche loro non guardarono dentro la buca, non era loro compito, ci riversarono dentro un camion di sabbia, un camion intero, e andarono via. Il sindaco pure venne e disse che era tutto a posto e da allora nessuno ha pensato più alla buca, era come se non fosse mai esistita. Siamo tornati tutti a occuparci dei problemi di superficie, del lavoro in superficie, di come spendere il nostro tempo in superficie perché come spendere il nostro denaro, in grazia di Dio, è un problema che ci è stato risparmiato, di quando sarà ricostruita la nostra casa di superficie, di quando terneremo a vivere il nostro centro storico di superficie. Di nuovo sopra, oltre la buca.
Il fatto è che è successo, che ieri, la buca si è riaperta ancora, all’improvviso ancora, sorprendendo di nuovo tutti. Io ho provato a dire «Guardate che la buca c’era anche prima, anzi, è la stessa di prima!», ma gli altri ormai avevano dimenticato e mi hanno dato del pazzo. Ora, io pazzo lo sono, non posso negarlo, sono pazzo perché ho paura di guardare nei buchi, ma non così tanto pazzo da confondere i buchi. Quando sono tornato a vedere la nuova buca, la paura di guardarci dentro era sempre la stessa. Credetemi!
E allora sono accorsi di nuovo gli operai e di nuovo hanno tappato la buca con un altro camion di terra. Anche il sindaco è tornato e ha detto che è tutto a posto e, anzi, ha detto pure che quello era un buco pilota, che presto, dentro una buca ancora più grande, parcheggeremo tutti le nostre macchine.
Ora, è vero che io sono pazzo, ma al vederla, quella nuova buca, a me mi è venuto anche da pensare una cosa, che però non ho detto a nessuno, neppure al sindaco, per paura che mi dessero ancora del pazzo. Ma questa cosa mi ha messo ancora più paura che guardarci dentro, alla buca, mi ha fatto più paura della buca stessa! E se in questi anni avessimo tappato i buchi di superficie come abbiamo tappato ieri quel buco in profondità? E se i buchi della città dovessero all’improvviso tornare ad aprirsi come quella buca in profondità? Questo pensiero, signori, mi fa impazzire ancora di più di quanto non sono già pazzo, e ancora più paura, per giunta!
E allora io oggi ho fatto una cosa, e l’ho fatta perché sarò pure pazzo ma non voglio tenere pure una paura che mi fa diventare ancora più pazzo. E allora sono andato ancora vicino a quella buca, e questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono messo a scavare, e ho tolto tutta la terra del camion e alla fine sono pure riuscito a guardarci dentro, a quella buca, e ho visto, ho visto, signori, quello che ci sta dentro, a quella buca. Dentro, signori, non c’è niente. Nessuno scheletro, nessun meccanismo, nessun ingranaggio che muove o che non muove tutta la città.
Signori, la paura mi è subito passata! Signori, ho capito che l’orribile non tanto orribile verità che ci sta sotto è che non c’è nessun meccanismo, in realtà! E se non c’è nessun meccanismo, allora, signori, significa che dipende tutto da noi, buchi in profondità e buchi di superficie! Signori! La paura mi è passata! Oh, se mi è passata! Dentro, non c’è niente.
E sarò pure pazzo, forse più di quel che penso, ma io non voglio più starmene zitto per paura che mi date del pazzo! Datemi pure del pazzo allora, se volete, però io, signori, io devo dirvela, questa cosa, una cosa che mi fa ridere e ridere, ora, che mi fa ridere tanto che non riesco a smettere.
«Venite, signori. Venite a vederla, la buca. È la nostra buca! Venite a vederla dentro, non abbiate paura. La buca è solo una buca. Il resto dipende da noi. Non abbiate paura…»

da Il Messaggero

(da Il Messaggero)

Chiappanuvoli

[notizie ulteriori sono reperibili, per esempio, qui, qui e qui]

Da lontano, dentro

Oggi cercherò di parlare al festival Un Paese. Raccontare il presente italiano dello stretto collegamento tra L’Aquila e l’Italia. Questo sono gli appunti che porterò con me, li posto così come sono, refusi compresi.

Un Confronto

Fin dai primi giorni dopo il terremoto, ho sempre pensato che L’Aquila fosse nient’altro che l’immagine riflessa dell’Italia da lì a cinque anni. Ora che sono passati cinque anni devo ammettere di essermi sbagliato, è probabile che lo scarto sia maggiore, forse di dieci, quindici anni. Certo è che il Paese, a differenza della mia città, può contare su sacrifici maggiori, su una gran quantità di sangue versato degli Italiani che forse ne rallenta il declino.

Vorrei comunque provare a tirare un po’ le somme, a tracciare una rete di affinità sovra-temporali e così umanamente tragiche che lega L’Aquila all’Italia. Lo farò elencando 15 punti, i primi che mi sono venuti in mente, e 15 perché 15 sono i minuti a mia diposizione. Un minuto a questione. Nulla di originale, per carità, è un “gioco” questo che può essere fatto confrontando qualsiasi realtà periferica italiana al resto del corpo, alla carogna.

1. Siamo di fronte a due realtà in piena decadenza. Apparentemente i mali che affliggono, o hanno afflitto, L’Aquila e l’Italia sembrano essere diversi, da una parte la catastrofe naturale, dall’altra la crisi economico-sistemica. In realtà, il male che le sta divorando è lo stesso, solo e squisitamente umano. La crisi in sé, che si parli di terremoto o di recessione, non è il problema, il vero problema è la soluzione, la strategia che adottiamo per tirarcene fuori.

2. L’Aquila e l’Italia sembrano destinate all’oblio, condannate all’abbandono, entrambe hanno bisogno di un intervento coraggioso, sanatorio, ricostruttivo. Di cambiamenti di rotta radicali, e non dai connotati “democristiani” o peggio ancora populisti come quelli che sono stati adottati negli ultimi anni.

3. L’illegalità, o anche solo il malcostume, pervade tutte le sfere sociali: la politica, l’imprenditoria, la popolazione tutta. All’Aquila come in Italia pare essersi generato l’habitat ideale per la proliferazione del germe della corruzione. Sembra che rubare sia diventato normale, mentre essere onesti, un’onta di cui vergognarsi.

4. Questa situazione è aiutata dal fatto che pare non esserci controllo sociale. Il poco che c’è, è affidato all’iniziativa della magistratura, resa sempre più lenta e macchinosa, o agli sparuti controlli delle Forze dell’Ordine che, all’occasione, sono asservite al potere, e quindi prepotenti, quando devono confrontarsi con la disperazione o la determinazione dei cittadini, o si ritrovano a essere realmente impotenti quando cercano di far fronte alla complessità del male che devono combattere.

5. C’è quindi un generale e diffuso senso di mancanza di giustizia, di tutela da parte dei cittadini. Il potere, che dovrebbe contenere le degenerazioni violente e garantire l’ordine anche tramite l’uso della violenza stessa, da un lato, pare essersi tirato indietro, aver perso presa sul reale, dall’altro, ordisce trame in apparenza incomprensibili, persegue obiettivi lontani dai bisogni reali dei cittadini. E questo genera insicurezza, paura. Il senso d’impotenza che ci pervade fa il resto.

6. L’Italia e L’Aquila sono due posti bellissimi, seppure in decadenza. Sono posti dove il concetto stesso di bello ha perso significato. In entrambe è come se fossimo costretti a ricomprarlo fuori, oltre i nostri confini, questo concetto, come se fossimo ormai troppo disumani per riuscire a cogliere da soli la grande bellezza. È come se fossimo estromessi da uno dei processi più naturali, più istintivi: il riconoscimento del bello.

7. Le bellezze artistiche e naturali, di cui tanto amiamo vantarci al cospetto del resto del mondo, all’Aquila come in Italia, oltre a essere degradate alla stregua di merci, con tutto il dibattito che ne segue, diventano anche occasioni di propaganda politica, o peggio, di malaffare privato. Abbiamo dimenticato che il territorio è parte integrante dell’identità individuale e sociale, mancargli di rispetto è mancare di rispetto a noi stessi, e questo avviene tutti i sacrosanti giorni.

8. Entrambe, nei loro rispettivi contesti di appartenenza, vengono spacciate dai media e dai politici come terre in grado di garantire sicure opportunità di rilancio economico, si veda Renzi in questi giorni in giro per l’Europa, o la balla del cantiere più grande d’Europa per L’Aquila. In realtà, siamo percepiti dai contesti stessi come problemi, come talloni di Achille, come zone cancerose e cancerogene, organi malati in tutto dipendenti dal resto del corpo, deboli, e dunque medicalizzati, schiavizzati, ma anche sacrificabili.

9. L’Italia e L’Aquila sono ormai territori di serie B. Delle periferie, dal punto di vista economico e quindi politico, niente di più. Si avverte nettamente la mancanza dal centro, e del centro. Ma, attenzione, non credo sia corretto scivolare nella retorica del nonluogo, nel senso proprio del termine, perché quelli che viviamo ogni giorno sono luoghi fin troppo antropoligizzati, da riconsiderare è il valore stesso che diamo alla nostra terra, nel suo insieme, come un unicum, e non smembrata nella sterile dialettica centro-periferia.

10. Vediamo la gente fuggire, emigrare, soprattutto i giovani. Vanno via sia per necessità, alla ricerca di nuove opportunità, perché qui le risorse scarseggiano, sia perché hanno fame di idee, per il bisogno di aria nuova, pulita. Ma, anche qui bisogna stare attenti, l’altrove quasi mai è percepito come un luogo straordinario, eccezionale, assolutamente migliore della terra di provenienza, è semplicemente visto come qualcosa di normale, una realtà normale. Si emigra alla ricerca della normalità. Tanti di loro, degli emigranti, infatti, volentieri tornerebbero, volentieri resterebbero.

11. La rappresentanza politica è del tutto finta, illusoria. La parola “democrazia” è stata svuotata di senso. Ogni Governo, di qualsiasi bandiera, è ormai totalmente asservita alle lobbies, alle logiche di profitto privato, come pure al mantenimento del proprio privilegio. Il fatto ancora più grave è che c’è stata, però, una sorta di slittamento, una convergenza, un affastellamento al centro, sintomatico. Responsabilità, la chiamano. Pare invece, da un lato, raschiare il fondo del barile elettorale, dall’altro, un evidente e deleterio scacco: comunque vada, a loro, alle lobbies, va garantito quanto pattuito; la logica del ricatto.

12. Che poi il problema, credo vada ribadito sempre con forza, non è tanto, o solo, essere una realtà assoggettata ai poteri mafiosi, quanto la cultura mafiosa, collusa, omertosa, assertiva, che ormai ci ha fagocitati: l’interesse privato su quello pubblico, il familismo amorale, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse a disposizione, l’egemonia pressoché totale sull’ambiente. Siamo mafiosi, tutti, chi per un modo che per un altro, siamo tutti affiliati a un clan.

13. Non solo all’Aquila, il bisogno di ricostruzione è generalizzato. Ricostruzione morale prima ancora che materiale, del tessuto sociale, insomma. E non è seguendo la logica del “dov’era com’era”, come è stato sbandierato nella mia città, che ci tireremo fuori dalla questa crisi; quello è solo uno spot, uno spauracchio per mantenere ben saldo niente più che lo status quo. Serve un passo in avanti, non certo un’utopia ma un sogno, semplicemente.

14. Quel che manca, quel che ci hanno tolto, sembrerebbe essere è proprio la speranza. Nel domani, nel prossimo, nel sistema, perfino in se stessi. Sembriamo condannati all’individualismo più sfrenato, o quantomeno ci viene offerto come l’unica soluzione realistica; ma è solo l’ideologia capitalistica di cui siamo purtroppo forgiati, chi più chi meno, a condannarci. Un’ideologia, credo, sento, del tutto priva di qualsiasi fondamento. Nei momenti di difficoltà, infatti, è naturale riporre la propria fiducia nell’altro, aiutarsi, collaborare per. La comunità, il senso profondo della comunità non è morto come vogliono farci credere. Una comunità unita è potente, e quindi pericolosa per chi detiene il potere. Dobbiamo avere fiducia, prima di tutto, non quella di cui blaterano i politici ovviamente, dobbiamo avere fiducia nel prossimo.

 15. Ancora più grave della perdita di speranza e di fiducia, a condannare sia L’Aquila che l’Italia credo sia la mancanza di un’idea condivisa. Una visione d’insieme, la consapevolezza di se stessi, e quindi la responsabilità delle nostre azioni. Non abbiamo idea di quel che vogliamo essere domani perché non sappiamo quel che siamo oggi e abbiamo dimenticato ciò che eravamo ieri. Viviamo giorno per giorno, basandoci soltanto sulle sparute e misere certezze che abbiamo in mano, perpetrando così, inconsapevolmente, un sistema ormai fallimentare, giunto al capolinea. Serve un’idea per ricostruire L’Aquila, serve un’idea per ricostruire l’Italia. Una visione. È questa la nostra principale mancanza, è questa la nostra principale colpa.

L’Aquila, figlia d’Italia. L’Aquila, figlia della Mafia

Aquila

E passano quasi cinque anni e ogni giorno ne senti una nuova, ogni volta che leggi il giornale, ogni volta che parli con qualche amico ne spunta un’altra. C’è stato il periodo di Berlusconi, quello di Bertolaso, che conosciamo bene, l’emergenza gestita “in emergenza”, con valanghe di soldi che scorrevano da per tutto, tutto affidato senza gara d’appalto. C’è stato il momento della costruzione del Progetto C.a.s.e., ditte accorse da tutta Italia, altri milioni che arrivavano e venivano spartiti, appalti e sub-appalti, imprese mafiose che ci hanno sguazzato, alcune grazie al supporto “logistico” di aziende aquilane. Poi c’è stato il momento della ricostruzione, il meccanismo farraginoso, l’ingorgo burocratico, le scappatoie per i furbetti. È mancato il controllo, quello vero, e così si è andati avanti a coscienza, qui ha voluto fregare lo ha fatto, chi ha deciso di non infrangere le regole, spesso è rimasto impantanato. Ma la ricostruzione è partita, molti di noi sono tornati a casa. La casa. Infissi nuovi, pavimenti nuovi, bagni con l’idromassaggio, volumetrie aumentate, catapecchie diventate case, cantine improvvisamente abitabili. Potrei citare almeno dieci casi di persone che ci hanno marciato, conosco una famiglia che non aveva danni e che ha ricevuto un contributo di 250.000 euro. Ho persino chiamato la Guardia di Finanza, mi è stato detto che dovevo fare una denuncia nominale, ma che poi sarebbe stata la mia parola contro la firma di un tecnico, e non sarebbe andata a finire bene in tribunale. Ho pensato persino di mettere fuoco a quella casa, avevo studiato tutto nei dettagli, poi non l’ho fatto. Se io ne conosco dieci, voi aquilani quanti altri ne conoscete? Poi c’è stato il momento degli scandali, la Maddalena, quelli che ridevano e che ci hanno indignato, e i primi fuochi di paglia in città, quello che ha fatto costruire abusivamente la casa alla mamma, i capannoni industriali spuntati come funghi, la gestione opaca dei puntellamenti, i M.a.p. e le C.a.s.e. costruite non male, ma da schifo. Insomma non rose e fiore, ma poi, col mare di merda, impari a vivere, ti senti un po’ sporco anche tu, anche se non hai fatto nulla di male, e tiri avanti. E poi è arrivato il periodo dei processi, quelli contro i manifestanti, contro di noi, finiti in un nulla di fatto, quello decisivo contro la commissione grandi rischi che ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale. Una piccola soddisfazione. Arriviamo dunque, alla giornata di ieri, arresti, denunce, è stato colpito il cuore del cuore artificiale che ci doveva tenere in vita, assessori, vice sindaco e tutti che parlano che dicono e che si sentono, giustamente, indignati. Le prime pagine dei giornali, una figura di merda colossale. Ora, facciamola breve, che voglio dire, senza usare giri di parole?

L’Aquila è, in questo momento e da cinque anni, la figlia prediletta dell’Italia. Potranno anche dire, dal Governo, che non ci meritiamo i finanziamenti che ci hanno dato finora e che non vorranno darcene altri, ma se non fossimo stati corrotti anche noi, se non fossimo stati corrotti come loro, quei finanziamenti non sarebbero mai arrivati. C’è un sistema mafioso perché la cultura nel nostro Paese è mafiosa, non mi stancherò mai di ripeterlo. Questo dovrebbe giustificare il comportamento dei bastardi corrotti? No, certamente, la mia è solo una considerazione. E la considerazione che faccio dopo è che il loro tempo è passato, ora tocca agli onesti, è il tempo degli onesti. Il resto della nostra città va ricostruito senza ombre, nella giustizia. Almeno per salvare l’onore, la faccia. C’è bisogno di un cambio di vertice, che non è un mero cambio di orizzonte politico, toccherebbe alla destra e la destra non è meglio della sinistra, è tutta la stessa fogna. Credo, invece, che ora la cosa pubblica andrebbe gestita dalle persone oneste che amano la politica e che con la Politica ci entrano ben poco. Non i Grillini e compagnia bella, ma la gente per bene, che abbiamo imparato a conoscere in questi cinque anni, guardiamoci attorno, per fortuna, ci sono anche loro all’Aquila. Il problema che sorgerebbe però non sarebbe di poco conto, come potrebbero loro relazionarsi al sistema Italia mafioso? Non potrebbero, credo. Ma vale la pena rischiare. Forse un po’ di ipocrisia da parte di Roma, un po’ della loro solita omertà potrebbe alleggerire lo scarto.

Per quel che mi riguarda, non parteciperò ad alcuna protesta. Non voglio, io non so più protestare, non lo so più fare nei limiti della legalità, non ci riesco più ed è meglio che me ne sto a casa. Sto scrivendo, sto scrivendo per L’Aquila e questo mi basta. Io, per conto mio, ho già fallito, ho già fallito quando non ho messo fuoco a quella casa maledetta da 250.000 euro.

Chiappanuvoli

Lacrime di caimano

(Devo cavalcare questa rabbia finché è calda. Presto si mescolerà alle altre e si indebolirà, si sederà, andrà a rimpolpare la bile che mi porto dentro alla stomaco, sarà come ingoiare cianuro: è amaro in bocca, poi fa il suo dovere e non senti più niente.)

Prefetto Giovanna Iurato davanti la Casa dello Studente

Mi sono svegliato questa mattina, ho aperto Repubblica.it e ho trovato una bella sorpresa,  l’ex Prefetto dell’Aquila, Giovanna Iurato, che racconta di aver finto commozione davanti alla casa dello studente. Ecco i tabulati delle intercettazioni:

IURATO: Allora senti…sono andata…sono arrivata, subito mio padre, che è quello che mi da i consigli, quelli più mirati…
GRATTERI: Si lo so.
IURATO: …perchè è un uomo di mondo, saggio, dice: “…appena metti piede in città subito con una corona vai a rendere omaggio ai ragazzi della casa dello studente…”.
GRATTERI: Brava
IURATO: Eh allora sono arrivata là, nonostante la mia…cosa che volevo…insomma essere compita (fonetico)…mi pigliai, mi caricai questa corona e la portai fino a…
GRATTERI: Ti mettesti a piangere…sicuramente!
IURATO:Mi misi a piangere.
GRATTERI: Ovviamente, non avevo dubbi (ride).
IURATO: Ed allora subito…subito…lì i giornali: “le lacrime del Prefetto”.
GRATTERI: Non avevo dubbi (eh, eh ride).
IURATO: Ehhhhhhh (scoppia a ridere) i giornali : “le lacrime del Prefetto”.
GRATTERI: Non avevo dubbi (eh, eh ride).
IURATO: Poi si sono avvicinati i giornalisti: “perchè è venuta qua?”. Perchè voglio cominciare da qui, dove la città si è fermata perchè voglio essere utile a questo territorio. Punto.
GRATTERI: Eh.
IURATO: L’indomani conferenza stampa con tutti i giornalisti.

Ora, se il Prefetto, come carica istituzione, “assicura l’esercizio coordinato dell’attività amministrativa degli uffici periferici dello Stato e garantisce la leale collaborazione di tali uffici con gli enti locali”, se è espressione del rapporto tra il Governo centrale e le amministrazioni locali, di chi dovrebbe essere la responsabilità di tali affermazioni? Non sono, non possono essere semplicemente frasi attribuibili al singolo, alla Iurato. Esse sono invece espressioni il cui peso dovrebbe (deve) ricadere su tutta l’istituzione che rappresenta, dal Governo (in carica c’era il Governo Berlusconi) che ha scelto il soggetto per rivestire la suddetta carica, alle amministrazioni locali che col soggetto si sono relazionate in questi anni senza mai mettere in dubbio la caratura morale del Prefetto stesso. “Sono esternazioni personali”, si dirà. Ebbene, quando un giornalista scrive una castroneria, sia il singolo sia la testata ne subiscono le conseguenze. Ancora più profani, quando c’è un illecito sportivo, non solo il diretto colpevole, ma tutta la società sportiva è costretta a pagare un’ammenda o subisce una penalizzazione. Ora facciamo un passo indietro. Fu l’allora Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a nominare nel 2010 Giovanna Iurato, nonostante il suo nome fosse apparso nella celeberrima “Lista Anemone”. E così si espresse, non più di qualche settimana fa, il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, dopo che fu diffusa la notizia dell’interdizione dai Pubblici Uffici per la Iurato a seguito dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Napoli per i presunti illeciti del Centro elettronico nazionale della Polizia di Stato di Napoli: “Son convinto che chiarirà, l’ho conosciuta sul lavoro come una persona fin troppo attenta nei lavori che svolge”, e ancora “Lavorandoci insieme – prosegue – ho sempre visto in lei un’attenzione certosina sulle regole, penso che potrà chiarire la sua posizione”.

Val la pena ricordare che il predecessore della Iurato, è quel Franco Gabrielli, nominato Prefetto un paio di giorni dopo il terremoto e andato poi a sostituite Guido Bertolaso a capo della Protezione Civile nel 2010. Quello che avrebbe dovuto controllare sull’operato della DPC. Quello che avrebbe dovuto vigilare su possibili infiltrazioni mafiose e “affaristiche”, non solo nella fase della ricostruzione, ma anche in quella della costruzione dei fantastici “Progetti C.a.s.e.”. Quello che recentemente si è così espresso: “gli Emiliani sono meglio degli Aquilani”.

Da Aquilano, mi sento stuprato per l’ennesima volta. Io sono un giro di affari. Sono una carriera istituzionale. Io sono una tangente. Io sono un coglione. Io sono una vittima sacrificale. Io sono omertà. Io sono una risata la notte del terremoto (“Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”). Io sono connivente. Io sono uno sciacallo. Io sono un’amministrazione locale cieca e complice. Io sono un Governo che rimpolpa il consenso elettorale. Io sono una città abbandonata a se stessa. Io sono scomparso dalle vostre compagne elettorali. Io sono la più grande vergogna della storia della Repubblica Italiana. Io sono una lacrima di caimano.

Io sono Aquilano. Io merito le vostre scuse. Io ho il diritto di non accettarle.

19/01/2013

Chiappanuvoli