Arischia: un’anima semplice ma pratica

[da Comunita Provvisorie – http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2011/10/13/arischia-un’anima-semplice-ma-pratica/]

È una fredda mattinata, anche se il sole riscalda ancora. L’autunno è arrivato. La seconda corrispondenza aquilana mi porta ad Arischia, paese di 2000 anime che sorge nella vallata ovest della città, sull’antica via Caecilia, storico snodo, aggirando il Gran Sasso dal versante meridionale, per raggiungere l’Adriatico. Pur essendo a 15 km di distanza ci troviamo ancora nel Comune dell’Aquila.

Verso le 11.00 sono in uno dei bar nei pressi di piazza Duomo. Col sapore di caffè ancora in bocca, risalgo nella zona a nord dell’Abbazia di San Benedetto. La Chiesa a tre navate è puntellata, le pareti non hanno retto al peso della copertura in cemento armato, restaurato a metà del ‘900, e si sono allargate provando il distaccamento della facciata. Il borgo antico si articolava attorno ad essa diviso in tre contrade Villa Collis (Colle), Villa Pirri (Villa) e Villa Torricella (Torricella). Credevo di trovare una zona rossa chiusa da transenne invece ad Arischia ogni vicolo è accessibile. La maggior parte delle case colpite dal sisma sono già state buttate giù, solo pochi agglomerati sono stati puntellati. Come mi diranno in seguito, le demolizioni sono avvenute senza aver interpellato la popolazione (vedi video de Il Fatto Quotidiano).

Ciò che mi si offre alla vista è un paese estremamente eterogeneo. Antiche abitazioni in stile pastorale si accompagnano a case tipiche di edilizia anni ’60-’70, pregevoli villette perfettamente restaurate sorgono vicino ai resti degli edifici abbattuti, tronconi alti un metro o due con un doppio cappello di macerie ed erbacce. Le viuzze sono strette ed intricate, ma frequentissimi sono gli slarghi e le piazzette. Questi avevano una doppia funzione (come ci spiegherà lo storico Abramo Colageo) di aia e di via di fuga in caso di terremoto. Come per la città dell’Aquila, infatti, numerosi sono stati gli eventi sismici che hanno colpito Arischia, dal 1349 ad oggi, sorgendo per altro in prossimità di una delle faglie più attive, quella di Pettino.

Per conoscere più a fondo l’anima del paese, mi reco alla Fiera di Ottobre che si svolge proprio questo fine settimana sui resti del campo di calcio, inutilizzabile come impianto sportivo da quando vi fu impiantata la tendopoli dalla Protezione Civile. L’Associazione Abruzzo Fiera ha la finalità “di promuovere e divulgare la conoscenza ed il recupero dell’agricoltura, la zootecnica e l’allevamento” (http://cms.fieradiarischia.it).

La Fiera è ancora in fase di organizzazione, domenica sarà la giornata clou. Attacco bottone con le persone al bar, chiedo loro dove posso trovare il signor Colageo. Domenico Serpetti, imprenditore, si offre di aiutarmi, mi dice di essere un grande amico dello storico. Lo chiama al cellulare e, in men che non si dica, ho fissato un appuntamento nel pomeriggio. Resto a parlare con Domenico e un altro paio di signori. La situazione in paese, mi dicono, è grave e loro sono doppiamente svantaggiati nel processo di ricostruzione: fanno parte del Comune dell’Aquila ma ne sono a tutti gli effetti ai margini. “Quando si inizierà a ricostruire da queste parti se in città non si muove nulla?”.

Proprio per dare una svolta, gli imprenditori di Arischia hanno deciso di riunirsi in una società cooperativa consortile. Insieme potrebbero avere lo stesso peso di una delle grandi imprese che ha la possibilità di aggiudicarsi l’appalto. Arischia, inoltre, ha una grande tradizione edile, da qui vengono i migliori muratori e carpentieri – si dice. “Ma non è solo un fatto di soldi. – ci tengono a precisare – Chi meglio di noi saprebbe ricostruire le nostra case com’erano e dov’erano prima?”.

 L’appuntamento con lo storico Abramo Colageo è per le 18.00 in punto. Lo trovo che mi aspetta in macchina. Ci trasferiamo in un bar, il freddo si è fatto pungente.

Il signor Colageo mi dice subito di essere un appassionato e non uno storico. È modesto perché fin da subito dimostra una profonda conoscenza del suo territorio. Mi svela da prima l’origine del nome Arischia. Come ha suggerito Francesco Sabatini, ex presidente dell’Accademia della Crusca, il nome verrebbe dalla contrazione di due termini longobardi harimann (arimanno, uomo a capo di un distaccamento militare) e sculca ( posto di vedetta), da cuihari-sculca, nel tempo divenuto Arischia. E proprio origine longobarda sarebbe il primo insediamento localizzato nella zona degliu Castaglju, di cui permangono i ruderi recentemente scoperti. Oltre alla popolazione germanica, si sarebbe insediata nella zona anche una consistente colonia di profughi Saraceni, scacciati dal Garigliano attorno al 900 d.C. Non a caso lo stemma di Arischia è composto da due simboli: la mano benedettina e la mezzaluna islamica. Fu probabilmente grazie all’opera di conversione dei benedettini, fortemente presenti in tutta l’area, che le due comunità riuscirono a integrarsi e così a fondare, proprio attorno all’Abbazia di San Benedetto, il primo insediamento di Arisculca per come ci appare oggi.

Il periodo di maggiore splendore Arischia lo conobbe tra il XVI e il XVIII secolo. Fonte di ricchezza furono la pastorizia, la viticoltura e il legnatico del bosco di Chiarino, con le sue ampie faggete dalle quali veniva ricavato anche un olio da illuminazione esportato in tutta Italia. Oltre la decadenza economica legata alle sorti dell’intera area dell’aquilano, il terribile terremoto del 1703 e le successive invasioni napoleoniche contribuirono al depauperamento del paese. Nell’ultimo secolo, ci dice ancora Colageo, la tradizione agropastorale è stata man a mano sostituita da quella edilizia, ma l’antica anima di Arischia è tuttora conservata nelle pietre, nell’architettura in stile longobardo semplice ma pratica, delle abitazioni del centro storico. La sua speranza è di non vederla persa nel lento e logorante processo di ricostruzione.

Fonti:

1) Fuori porta la montagna, Gruppo Culturale “L’Arca” Arischia, Andromeda Editrice, 1998.

2) Catasto Onciario di Arischia, altri censimenti e testimonianze dal passato, Abramo Colageo, Andromeda Edizioni, 2007.

3) Il Fatto Quotidiano: Il borgo che resiste al terremoto ma non alla ricostruzione. (http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/16/il-borgo-che-resiste-al-terremoto-non-alla-ricostruzione/71958/; video:http://www.youtube.com/watch?v=8rkDY7g4b60)

Carapelle Calvisio: un paese tagliato

Carapelle Calvisio / foto di Lorenzo Nardis

In un periodo in cui le cronache politiche sono sempre più incentrate sulla “strategia del taglio”, di Province e piccoli Comuni, vorrei scrivere di un piccolo paese “tagliato”. È uno tra i Comuni più piccoli del centro-sud, 96 abitanti per 1448 ettari di estensione, è Carapelle Calvisio. Una domenica mattina di fine estate, dalla piazza principale intitolata a Gabriele D’Annunzio, scendiamo verso il borgo antico. Una cinquantina di metri di piccoli vicoli arroccati sulla costa meridionale del Gran Sasso e ci troviamo la via sbarrata da reti metalliche, catene, lucchetti. L’inizio della zona rossa che nasconde i danni causati dal sisma del 6 aprile 2009. Il 70% degli edifici sono stati valutati inagibili, si sale al 90-95% se si considera il solo centro storico. […]

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