Chi se ne frega di Renzo Piano!

Chi se ne frega di Renzo Piano!

Auditorium di Renzo Piano – foto L. Nardis

Ho messo a decantare il giudizio per mese, proprio come se fosse un vino pregiatissimo a riposo in un decanter di cristallo. In realtà la mia opinione non è pregiata come un vino, di architettura non ne capisco un bel niente. Ritengo però sia importante maturare un’opinione personale sull’Auditorium di Renzo Piano. Ecco, è passato un mese, questo è quanto ho da dire.

Non sono assolutamente in grado di dire se sia stato uno spreco di denari (stanziati per altro dalla Provincia Autonoma di Trento) o se sia invece un’opportunità per L’Aquila. Non sono in grado di dire se la sua collocazione ostruisce o meno la visuale del Castello Cinquecentesco, deturpando così uno degli scorci tipici di quel che resta della nostra città. Non ho la benché minima capacità di giudicare se la sua acustica sia così perfetta come dicono, pur avendo partecipato alle prove del suono la sera precedente all’inaugurazione. Non posso dire se sia una grande opera, un fiore all’occhiello insomma, o se si tratta solo di una scatola di legno piantata nel terreno. Non mi piace il colore, questo è quanto posso dire sull’opera in sé, mi sembra una caramella, ma è fin troppo chiaro che si tratta di un giudizio più che superficiale, del tutto sterile.

Un mese di riflessioni e di passeggiate taciturne nel buio della notte tra gli alberi secolari del Castello mi hanno portato a un altro tipo di presa di coscienza. Non sta a noi, a nessuno di noi, dire se l’Auditorium di Renzo Piano sia adatto o meno, per i motivi che tutti noi conosciamo, alla città dell’Aquila, quanto se la città dell’Aquila sia adatta o meno a un’opera di tale livello architettonico e tecnologico.

Che cos’è L’Aquila? A voi pare una città? Vi sembra un “insediamento stabile ed esteso”? Potreste dire che è una “concentrazione di popolazione e funzioni, dotata di strutture stabili e di un territorio” (definizione da Wikipedia)? La parola “città” deriva dal latino civis, cittadino, e vi pare questo un posto a misura di cittadino?

Con un Piano Regolatore Generale fermo al 1975, nonostante il nostro territorio sia stato radicalmente sconvolto dal terremoto, e quello nuovo, sventolato come cavallo di battaglia dal sindaco Cialente alle scorse elezioni comunali, messo in cantiere ma la cui approvazione è prevista non prima del 2014, di fatto, al giorno d’oggi, L’Aquila è una città senza identità. E mi domando, con piglio chiaramente retorico, può una città dirsi tale senza avere la benché minima idea di se stessa? Con buona pace dell’assessore alle Politiche Culturali, Stefania Pezzopane, che si sta dannando l’anima, questo bisogna pur riconoscerlo, per far candidare la nostra città Capitale Europea della Cultura nel 2019, ho la vaga impressione che tale nomina sia assegnata nel rispetto di canoni razionali ben definiti e non sulla base di astratti vaneggiamenti “artistici” manco se L’Aquila fosse un’opera del pittore Jackson Pollock.

Ecco quindi, in tutta la sua virulenza, la mia opinione definitiva sull’Auditorium di Renzo Piano: «Ma chi se ne frega dell’Auditorium di Renzo Piano, se poi appare agli occhi miei e di quanti lo visitano come una colossale ma tecnologicissima cattedrale nel deserto?!»

Serve un’idea per far rinascere L’Aquila. Serve un’idea per amministrarla. Serve un’idea anche per dirsi cittadini fino in fondo. Serve un’idea da offrire ai turisti e soprattutto a possibili investitori. Serve un’idea per ricostruire questa città e, ancora una volta, siamo in ritardo.

Alessandro Chiappanuvoli

La Scienza Idraulica e la Commissione Grandi Rischi

Quadro analitico semplificato. Un tempo gli scienziati li grattavano via squagliati dalla pavimentazione delle piazze cittadine. Un tempo era difficile fare scienziato, si rischiava la vita in nome della verità oggettiva. I giochi di potere si mescolavano al sangue. Da qualche secolo il fumo nelle piazze si è diradato. La Scienza è stata liberata dalle catene del Dogma, il suo valore non è più stato messo in discussione. Oggi, che la Scienza non è più in discussione, il dibattito si è spostato sull’uso che l’uomo fa della Scienza, quanto e come va utilizzata.

L’Aquila, 22 ottobre 2012. Il giudice Billi nel processo alla “Commissione Grandi Rischi” ha condannato, in primo grado, a sei anni tutti gli imputati: Barberi Franco, Boschi Enzo, Calvi Michele, De Bernardinis Bernardo, Dolce Mauro, Servaggi Giulio; i capi d’accusa: concorso di reato in omicidio colposo (art. 113 c.p.), omicidio colposo (art. 589 c.p.) e lesioni personali colpose (art. 590 c.p.).

Quest’oggi, 23 ottobre. Sulle pagine di tutti i quotidiani italiani, vediamo spuntare e riaccendersi in tutta la sua virulenza, a cause di parole tanto incendiarie quanto inopportune, il vecchio fuoco del dibattito sulla legittimità della Scienza. “Condannati perché non hanno previsto il terremoto!”, i grandi titoloni in prima pagina. In fondo c’era da aspettarselo. Vale la pena ribadire, però, che il processo alla Commissione Grandi Rischi non è un processo alla Scienza, non c’è nessuno scienziato da ardere, quella fase storica l’abbiamo passare centinaia di anni fa. La sentenza di ieri, in realtà, è l’atto conclusivo di un processo alle persone che fanno uso “della” Scienza, alla responsabilità che hanno le persone che lavorano “nel” mondo scientifico. Non tutti, giornalisti in primis, pare abbiano capito la sostanziale differenza.

Esempio banalmente iperbolico. Facciate conto di avere degli strani rumori provenienti dalle tubature di casa vostra. Sono già diversi giorni e con l’andare del tempo i rumori sono aumentati. Che fate? Di solito, si chiama un esperto, si chiama un idraulico. Il tecnico viene a casa vostra, controlla la caldaia, l’impianto idraulico, le tubature, per quanto possibile, e i rubinetti e i sifoni. Vi chiede quanto è vecchio l’impianto e se avete mai avuto problemi del genere. Se viene a capo di un guasto nel sistema, lo aggiusta, voi pagate e il problema è risolto. Così avviene di solito.
Facciamo un altro esempio. Avete sempre quel rumore all’impianto. Quando arriva l’idraulico, questi si mette a sedere al tavolo in cucina. Non tira fuori gli attrezzi, non vi chiede quanto è vecchio l’impianto, non ha intenzione di parlare con il capo condomino. Vi chiede solo se avete mai avuto problemi in passato, voi gli dite di no, voi nessun problema, ma vi pare di ricordare che ai vecchi proprietari una volta si fosse allagata tutta la casa. L’idraulico si accende una sigaretta e vi dice che prima di tutto dovete stare tranquilli, che è normale che le tubature possano fare rumore, che il rumore non significa che possa verificarsi un danno più grave. Vi dice che non è prevedibile un danno più grave. Ammette che i rumori sì, possono essere preoccupanti ma, data la zona in cui si trova la vostra casa, è normale. Le case nella vostra zona sono soggette a problemi del genere, bisogna saperci convivere. Si alza e fa per andarsene, ma sull’uscio, mettendovi in mano la sola fattura e nessun un pezzo di carta che attesta la resistenza dell’impianto, vi dice: “non vi preoccupate, per qualsiasi cosa sappiate che io accorrerò in cinque minuti”. Dopo una settimana, all’improvviso nel cuore della notte, scoppia un tubo, la perdita da subito è imponente. Voi vi svegliate, correte a mettere in salvo i vostri figli, poi passate ad alzare da terra tutti gli oggetti di valore, poi quelli senza valore ma ai quali tenete. Chiamate di corsa l’idraulico in questione, che vi dice che sta arrivando a salvarvi. Voi istintivamente lo mandate al diavolo ma ormai il danno è fatto, che almeno venga a ripararlo. A quel punto, fate mente locale, l’acqua fredda fino alle ginocchia e l’adrenalina non vi hanno permesso subito di realizzare, è la vostra bambina che ve lo fa notare scoppiando in lacrime tra mille singhiozzi, è lì che galleggia a pancia in su dentro la sua gabbietta, il criceto è morto annegato. Cosa provereste? Cosa vi passerebbe per la mente? Vorreste giustizia? Se non altro per le lacrime della vostra bambina.

Ecco, quello che voglio dire è che per uno spiacevole incidente come questo non è che smettereste di credere alla scienza idraulica. Non mettereste in discussione la meccanica dei liquidi dalla Mesopotamia ai giorni nostri. Di certo sareste furibondi con “quell’idraulico”. Forse vorreste persino trascinarlo in tribunale, ma non bruciare vivi tutti gli idraulici onesti del pianeta. “Uno così non può fare questo mestiere”, potreste pensare, “uno così va fermato!”.

Ora. Al posto dell’appartamento mettete una città, al posto dell’idraulico una commissione di persone, al posto del criceto mettete 309 esseri umani deceduti e circa 1500 esseri umani feriti, al posto dell’acqua le lacrime di 70.000 persone, al posto della Scienza mettete i sei imputati, forse così capirete perché la condanna è giusta.

23/10/2012

Chiappanuvoli

10 motivi per cui Franco Gabrielli ha ragione

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Protezione Civile e ex Prefetto della città dell’Aquila, ossia che gli Emiliani hanno reagito meglio al terremoto rispetto agli Aquilani, mi sento di affermare, con orgoglio per il nostro e sdegno per i tanti sciocchi Aquilani, che Franco Gabrielli ha ragione per almeno 10 motivi:

1. Abbiamo permesso ad un nano cialtrone di venire a fare i suoi porci comodi sul nostro territorio (certo in condivisione con 70 milioni di Italiani…).

2. Abbiamo permesso alla Protezione Civile, alle Chiesa Cattolica, alle varie Regioni, Comuni, Enti, Associazioni, Province di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (con le dovute eccezioni sia chiaro…).

3. Abbiamo permesso alle “cricche” dell’amico Bertolaso di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (non era certo il futuro Capo della Protezione Civile che poteva vigilare sull’operato della Protezione Civile…).

4. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, chiamati giornalisti, di venire a speculare sulla catastrofe che ci ha colpito (cosa avvenuta anche in Emilia ma li erano preparati, forse grazie alla nostra esperienza, ad accoglierli).

5. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, questa volta autentici sciacalli, di svuotare tutte le nostre case più e più volte, aggiungendo il trauma dello stupro dell’intimità al trauma del terremoto (chi doveva controllare?).

6. Abbiamo permesso a una massa di incompetenti locali di arrogarsi il diritto di scegliere per noi, per il nostro futuro, con il risultato di ritrovarci senza futuro e senza alcuna idea di ricostruzione.

7. Abbiamo permesso che costruissero le 19 New Town e in più altri svariati insediamenti detti MAP sul territorio con questi risultati: 2.700 euro a metro quadro (per le C.a.s.e.), pare a un prezzo maggiorato di 4 volte rispetto agli stessi edifici costruiti a Varese, dissuasori sismici non omologati, edifici che cadono a pezzi dopo soli tre anni, nessun servizio per la popolazione, disgregazione sociale e un giro d’affari mostruoso per i soliti loschi figuri (chi doveva controllare anche qui?).

8. Siamo andati in giro con le carriole, prendendoci anche delle denunce firmate proprio dal nostro, a fare i salvatori della Patria, quelli che risolvevano tutto da soli, senza, in realtà, ottenere un “benemerito”. Perché con quelle pale e quelle carriole non siamo andati a rimuovere le uniche “macerie” o “materiali di scarto” che impediscono davvero la nostra ricostruzione?

9. Abbiamo protestato in mille modi e ci abbiamo pure preso mazzate e altre denunce. Siamo arrivati persino a Roma, davanti al Parlamento, senza che ci venisse minimamente in mente di fare ancora un altro passo: entrare nelle stanze del Potere e rivoltare una volta per tutte questo schifo di Paese infame.

10. Ci siamo resi ridicoli agli occhi degli altri Italiani, ci siamo fatti chiamare “ingrati”, ci siamo umiliati per quel che pensavamo di spettasse. Eppure all’inizio, ricordate, “che popolo dignitoso!” – ci dicevano – “Quanta dignità in un momento di dolore così grande!”. All’inizio ci rispettavano. All’inizio ci dicevano che eravamo bravi, bravi terremotati, forse persino più bravi degli altri terremotati. All’inizio, poi abbiamo rovinato tutto. Eravamo bravi solo all’inizio, quando ci leccavano ben bene il culo per imbonirci in attesa del momento della supposta di merda che stavano per insaccarsi nel culo!

Gabrielli ha ragione, per almeno 10 ragioni siamo dei coglioni. Per almeno 10 ragioni gli Emiliani sono meglio di noi. Almeno, questo bruciore che oggi sento riaccendersi all’improvviso, non è stato vano. Emiliani, attenzione alle spalle.

16/10/2012

Chiappanuvoli

Processo Tuccia: Panfake (A. Carnaroli)

Il prossimo 18 ottobre si terrà la prima udienza del processo per violenza sessuale aggravata a carico dell’ex militare Francesco Tuccia.
Tutti noi ce ne ricordiamo, una violenza che ha macchiato il candore della neve.
Attendendo, come si dice, come solo ci resta da dire in questi casi, che la giustizia faccia il suo corso, vi propongo le parole di un’amica, Alessandra Carnaroli, poeta di riferimento per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne.
Panfake è un violento calcio nello stomaco. È la vergogna di appartenere al genere umano, maschile nello specifico.

Flyer del presidio che si terrà davanti al Tribunale di Bazzano (AQ) organizzato dal Collettivo FuoriGenere

Disse che anche la poesia andava detta/ in un altro modo, perché servisse ad altre schiere,/ e perché diventasse movimento attivo

di Patrizia Vicinelli

Panfake

svenuta respirava ancora in un recipiente d’acqua asfaltosiepe unire: farina, lievito, sale urina feci e
zucchero. Mescolare e mettere da parte. Al freddo la neve gelata coglione. ammazza. battere i
bianchi d’uovo seminuda in mezzo alla neve insanguinata finché diventa consistente finché diventa
consenziente lo sperma travolge i bianchi la nera patacca senza lavare lo sbattitore, senza lavare
battere leggermente sbatterla. Più forte l’utero mescolare bene il latte aggiungere il liquido alla fica
solida e mescolare finché il composto è omogeneo strenuo aggiungere  estrema punta d’uccello
infilzo zac zac infine infilo i bianchi d’uovo montati a collana estrema la lama la lava scola. Candida
della lingua. ha ammesso il rapporto sessuale dicendo che era stato consenziente, candido nella
barba. Ungere e riscaldare la padella a fuoco moderato. cialda calda traspira ossigeno e vanga la
testa calda il giardino lo scalino il seme rinasce a primavera ora gela. Un po’ scalza. Mettere circa 3
cucchiai della scomposta  ottenuta nella padella. Cuocere finché la parte superiore fa bolle ed
appare asciutta striminzita secchina coscia.  girare e cuocerla dall’altra parte finché si scurisce come
sciroppo il sangue grezzo la corteccia d’acero la foglia morta. Il buco del culo.Tutto il canada.
Alloro. i tre ragazzi sono apparentemente tranquilli. sarebbe probabilmente morta altri cinque
minuti al freddo. pericoli per la moralità pubblica e il buon costume. Mangiare calda cosparsa di
miele dolcissimo me.uomo tenero che ha fatto all’amore salubre. nell’aria viscida mattina e
ghiaccio. Solubile. Come bere un caffè.

Biografia: Alessandra Carnaroli

[ha lasciato preso rotto scartato perso rimesso tempo mani faccia
la busta della spesa un macello di volte i denti
ora vive con i figli le piastrelle un compagno un sifone ottobre novembre
e scrive
molte donne
sostiene che
la sopportazione non è più una virtù e la ribellione è un dovere quindi*
scrive
molte donne
non ci toccano ci toccano ci devono toccare dire fare ricambiare
pane e moneta e pugno
della stessa moneta della stessa padella faremo
la guerra ribella
bellissima chi pensa
non è malattia ma voce
“taglio intimo” fara editore, 2001
“scartata” finalista al premio delfini 2005
“femminimondo” polimata editore 2011
e racconti poesie su diverse riviste e antologie.

* da “al centro le donne” di v. bruno e a. maghi, associazione erinna donne contro la violenza-viterbo.

(biografia estratta dall’Antologia La poesia – Luogo delle differenze, a cura di Alfonso Malinconico e Anna Maria Giancarli, Marcus Edizioni, Napoli 2012)]

15/10/2012

Chiappanuvoli

“Non succede mai nulla” – II Fiera dell’Editoria Volta la Carta

“Non succede mai nulla”

II Fiera dell’Editoria Volta la Carta

All’Aquila, dopo lo Ziré, lo sport cittadino per eccellenza è lamentarsi che non succeda mai nulla, che non ci sia uno straccio di vita culturale. Il che è assolutamente vero se il vostro standard di “cultura” è la Biennale di Venezia o il celeberrimo spettacolo televisivo Velone. In realtà, sia prima che dopo il terremoto, la nostra città è stato il teatro di eventi importanti e ben riusciti (grazie all’impegno di una manciata di persone), dove l’unica cosa che spesso mancava erano proprio gli Aquilani. Eventi non di “nicchia” ma di genere, eventi forse non “di grido” ma che tuttavia hanno detto la loro in ambito nazionale. Solo quest’anno, per citarne qualcuno, abbiamo avuto l’onore di ospitare La Giornata Mondiale della Poesia (Unesco), I Cantieri dell’Immaginario, la festa annuale di Emergency. Ed ecco che a completare il quadro, arriva, dal 3 al 7 ottobre, la II edizione della Fiera dell’editoria Volta la Carta, Libri e non solo a L’Aquila, che si terrà alla sala polivalente della sede M.I.B.A.C., in via F. Filomusi Guelfi.

L’elenco degli ospiti parla da sé (per il programma dettagliato http://www.laquilavoltalacarta.it): il Sostituto Procuratore della Repubblica Fabio Picuti, PM dell’inchiesta “Grandi Rischi”, Pino Scaccia, giornalista e inviato di RAI 1, l’attrice e conduttrice Veronica Pivetti, la caporedattrice di Donna Moderna Monica Triglia,la criminologa Roberta Bruzzone,il filosofo Marco Santarelli, il giornalista Francesco Erbani, l’attore Flavio Insinna e l’esperta diintelligence Antonella Colonna Vilasi e non da ultimi gli scrittori Mauro Covacich, Paola Soriga, Alberto Schiavone, Sandrone Dazieri, Enrico Macioci, Michele Dalai, Elena Valdini, Paolo Di Paolo e Mariapia Veladiano.

C’è davvero poco altro da aggiungere. Lungi da me l’idea di far polemica. Meglio star zitti, anzi, meglio ancora dar voce a qualcuno “che fa”. Facciamoci illustrare, “a noi che stiamo a guardare”, un quadro più completo della situazione.

A. C.: Anzitutto, Francesca (Luzi, scrittrice e organizzatrice) come stai? Immagino che mettere in piedi un evento così, e farlo all’Aquila, non debba essere proprio una passeggiata.
F.L.: Sto bene Ale, grazie. Stanca e stressata, anche se meno dello scorso anno: se non altro l’esperienza paga! Organizzare Vlc, più che una passeggiata, è come correre a piedi attraverso l’Alabama (cit. da Forrest Gump)…alla fine ci si sente “un po’ stanchini”. Poi, se lo organizzi all’Aquila, spesso devi combattere contro i classici  mulini a vento, contro una sorta di muraglia cinese invalicabile che ti chiede “chi sei?”, “sei mio cliente?”, “vieni a chiedere soldi per farne cosa?” e via discorrendo. Ma per fortuna non tutti sono così. Ho incontrato tante persone le quali appena spiegavo di cosa si trattasse strabuzzavano gli occhi per gli ospiti del 2011 e in programma quest’anno e esclamavano: “Finalmente: non se ne poteva più di mostre di ruspe e mattoni!”.

Che significato attribuite al Vlc? Perché una fiera dell’editoria? Quanto c’è entrato il terremoto con la prima edizione e, soprattutto, quanto ci entrerà con la seconda?
Vlc è nato dalla folle idea di un gruppo di amici accomunati dall’amore per i libri e la letteratura che, stufi di andar girando per fiere portando la realtà dell’Aquila fuori da essa, hanno pensato di far sì che potesse accadere il contrario: portare il mondo dei libri e della letteratura a L’Aquila. Il terremoto c’è entrato molto, almeno per quanto mi riguarda, dopo aver perso casa (in centro) e lavoro (alla Transcom) mi sono detta che bisognava fare qualcosa. Volevo, anzi volevamo, aiutare la nostra città a risalire la china, ma non essendo ingegneri o architetti abbiamo inventato questa cosa qua. Nella seconda edizione il terremoto ci entrerà ancora, anzitutto nel nome stesso della manifestazione… la speranza è sempre di riuscire definitivamente a voltare questa carta, almeno nella mia vita, ancora troppo pesante e presente.

Sai, io ho questa impressione, forse non condivisa dal resto degli Aquilani, ma credo che la nostra città si sia rianimata culturalmente dalla notte del 6 aprile, il Vlc ne è una prova. Tu che ne pensi?
Ho anch’io la stessa impressione, forse il terremoto ci ha dato uno stimolo che prima era sopito. Io ho sicuramente finito di piangermi addosso e oggi non credo più al “non succede mai niente di importante”. Mi sono rimboccata le maniche insieme a uno splendido gruppo di “svalvolati”, cerchiamo di fare la nostra parte, mettendoci la faccia. Credo che eventi importanti ce ne siano stati, l’unica cosa è che si tende a farli rimanere “cosa nostra”. Chi si occupa dell’organizzazione dovrebbe far uscire la notizia dalla conca aquilana. Il 24 agosto scorso Donna Moderna ha dedicato il suo editoriale al Vlc dal titolo “Il silenzio dell’Aquila” e, dopo questa sortita, molte case editrici ci hanno contattati per partecipare. La settimana scorsa anche il Corriere della Sera (edizione romana) ci ha dedicato un articolo e anche da Roma abbiamo iniziato a ricevere tante adesioni. E non dimentichiamo che Vlc, anche per il secondo anno, avrà il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Basta non porsi limiti.

L’ultima non è una domanda. Invita la gente al Vlc, sei libera di dire ciò che vuoi.
Non sono brava in queste cose: se verrete a Volta la carta trascorrete cinque giornate tra gli stand di case editrici di tutta Italia, presentazioni di libri di autori importanti, conferenze, dibattiti, mostre di pittura, arte orafa, straordinari dolci tipici, manufatti di sartoria; potrete trascorrere delle ore in compagnia, in un posto nuovo e molto accogliente. L’immagine che ho sempre in mente è il grande negozio di libri del film C’è posta per te… È la seconda volta che cito Tom Hanks, e non è neanche il mio attore preferito!

A voi la scelta, quindi? Parteciperete a questo grande evento culturale nella città dove non succede mai nulla o preferirete trascorrere quei giorni ad allenarvi a Zirè?

Miliardi – Agli aghi di Roio

Miliardi

Agli aghi di Roio

foto di Giulia Pignataro

Miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di aghi
uno strato setoso, così denso, scrocchiante,
millenni di strati
sempre tutti uguali,
aghi ancora accoppiati
congiunti come la V che fa donna,
aghi tronchi solitari
come uomini alla ricerca;
miliardi di miliardi di miliardi di aghi stanno a bruciare.

Bruciano in un lampo
come figli di Hiroshima,
tanti occhi fini tutti in fila
che guardano e guardano e vi guardano
dalla testa ai piedi:
«non ridi, perché voi non ridete?»

«Vi piangono gli occhi
solo di fumo, non vedete?»

Respirando un sospiro tossico.

«Avesse ragione il piromane?
Ce l’avesse solo lui?»

«Quella sua solitudine tanto simile alla solitudine
di questa spinosa moltitudine».

Tossire. «Akhkga!! Aakhahg!!»

«Voi non vi curate più di noi»

«Voi dimenticate troppo facilmente
che non siete fatti per camminare sul marmo»

«Voi, infilati come siete per le teste,
non sentite più il nostro dolore nelle mani»

«Noi ardiamo
bruciamo di solitudine»

«Quella, non è cattiveria quella dell’uomo solo»

«Lui
ci ha accesso
per riaccendervi»

«Come Hiroshima»

«Ne resta traccia solo nel dolore dell’assenza»

«Cosa sono quegli occhi vostri ora?»

«Gocce di fumo»

«Torneremo a miliardi,
a miliardi di miliardi di miliardi,
e voi
ci avrete già dimenticato».

06/08/2012

Chiappanuvoli

 

 

 

 

La Stella che brucia l’Italia

[Precedentemente pubblicato su Word Social Forum http://wordsocialforum.wordpress.com/2012/07/10/la-stella-che-brucia-litalia/]

Sento ancora i loro passi fuori le mura della città, diventati grida di gioia e applausi e musica. Sono andati via ma io li sento ancora. Sento le loro voci che mi rimbombano nella testa, vedo i loro muscoli affaticati e la loro pelle bruciata dal sole, ascolto le loro parole, i loro racconti, le esperienze, scaldo il mio cuore intorno al fuoco in mezzo a loro, mi commuovo ancora scostando appena il capo perché non mi vedano, e mi sento meno solo, meno solo davanti alla sfida che da aquilano e italiano so di dover affrontare.

Non un esercito, non una moltitudine ma uomini e donne, tante persone con lo zaino in spalla e un sogno nel petto. Rimettere insieme i pezzi del passato, dimenticare le divisioni e i conflitti, salvare il buono che c’è stato, immaginare il nostro futuro, abbracciarlo insieme.

Sono arrivati nella mia Città e oggi la Città mi sembra meno vuota. Resta la macchia del fuoco acceso nella grande piazza. Il vociare di persone nei bar che già ricordano quei pazzi spuntati dal nulla. La vita che ha riempito di vita questo posto dove vita non c’è. La stella tricolore appesa sulla transenna davanti alla Casa dello Studente, come a dire “l’Italia è qui e con gli Aquilani aspetta la verità”. I fili di lana colorati tesi nella Zona Rossa, fili che ora legano un’esperienza ad un’altra, una lotta ad un’altra, un’emozione ad un’altra, una valle ad un altro Valle. I germogli dei tanti saperi, delle tante idee e testimonianze condivise già si stanno facendo strada spaccando le piastrelle della pavimentazione cittadina. Quei germogli oggi sono tutte le nostre speranze di Aquilani, di Italiani, di sognatori. Quegli abbracci fraterni già mancano al petto ma hanno scaldato e sempre scalderanno i nostri cuori. Oggi, siamo tutti meno soli.

Ricucire l’Italia, questa la missione delle centinaia di persone che hanno camminato per sessanta giorni dai cinque estremi del Paese verso L’Aquila. Rimettere insieme i pezzi della nostra identità. Ritrovarci Italiani, amici, vicini, simili, se volete disperati, ma disperati della stessa disperazione. Rimettere in moto l’Italia e credere così in un futuro migliore.

Questa missione però non ha nulla di rivoluzionario. Il cammino, o meglio, il ritorno al cammino è una reazione prettamente naturale, istintiva, genetica. Ogni essere vivente si mette in moto quando le condizioni che permettevano la sua esistenza in un determinato luogo sono giunte ad esaurimento, che siano nomadi, che siano bisonti, che siano funghi. E l’Italia, non devo certo dirlo io, si trova sull’orlo del precipizio, un baratro, più che economico, culturale. Il nostro è un Paese che si sta spegnendo rapidamente perché non sa più essere terreno fertile per le idee, non offre più le condizioni necessarie per la sopravvivenza dei sogni.

I camminatori di Stella d’Italia questo lo hanno capito, e l’hanno capito prima degli altri. Hanno così deciso di dirigersi verso L’Aquila, una città di confine, una città già sprofondata nel baratro, dove la catastrofe naturale non ha fatto altro che anticipare ai suoi abitanti la catastrofe culturale. Hanno deciso di venire a vedere il fondo, il limite ultimo del degrado. I camminatori di Stella d’Italia hanno viaggiato, e continueranno a farlo, perché non hanno alcuna intenzione di arrendersi.

Viaggiare non è altro che andare alla ricerca delle condizioni che permettano la vita, una vita migliore. Si intraprende un viaggio perché si immagina, perché si sente, che queste condizioni esitano. Viaggiare, in fondo, è il primo atto creativo.

I camminatori di Stella d’Italia lo hanno capito, hanno sentito la catastrofe, si sono messi in viaggio. Oggi, che la città è vuota, sta a noi Aquilani avere il coraggio di prenderne coscienza. Oggi, che la Nazione è un’entità vuota, sta a voi Italiani mettere da parte le paure e armarvi di speranza. Oggi, che i camminatori ci hanno mostrato la strada, sta a tutti noi, Aquilani e Italiani, imbracciare lo zaino e partire uniti per il nuovo cammino.

Sento i loro passi che si allontanano dalle mura della mia città, eppure, oggi mi sento meno solo. Domani, sono certo, arriveranno già alle porte delle vostre città. Uscite di casa. Spalancate le vostre braccia. Seguiteli. Tornate a camminare. Vi sentirete meno soli.

[Video di Valeria Tomasulo]

09/07/2012

Chiappanuvoli