La buca

da Il Capoluogo

(da Il Capoluogo)

Che io mi ci avvicinai pure ma ebbi paura di guardarci dentro come se dentro avessi potuto trovarci uno scheletro, o più di uno scheletro, il meccanismo, gli ingranaggi che muovono o che non muovono – dipende dai punti di vista – tutta la città.
La buca si aprì la scorsa domenica, all’improvviso, e inghiottì la prima cosa che gli capitò a tiro. Fu un’auto, per fortuna, non un bambino o una donna gravida. Fu un’auto e s’incastrò e là rimase. La rimossero dopo alcune ore e la buca stette aperta per un giorno interno. Fu in quel giorno che andai a vederla, mi avvicinai ma ebbi paura: quale verità orribile poteva mostrare?
Accorsero degli operai, il loro compito era di tappare la buca e così fecero. Anche loro non guardarono dentro la buca, non era loro compito, ci riversarono dentro un camion di sabbia, un camion intero, e andarono via. Il sindaco pure venne e disse che era tutto a posto e da allora nessuno ha pensato più alla buca, era come se non fosse mai esistita. Siamo tornati tutti a occuparci dei problemi di superficie, del lavoro in superficie, di come spendere il nostro tempo in superficie perché come spendere il nostro denaro, in grazia di Dio, è un problema che ci è stato risparmiato, di quando sarà ricostruita la nostra casa di superficie, di quando terneremo a vivere il nostro centro storico di superficie. Di nuovo sopra, oltre la buca.
Il fatto è che è successo, che ieri, la buca si è riaperta ancora, all’improvviso ancora, sorprendendo di nuovo tutti. Io ho provato a dire «Guardate che la buca c’era anche prima, anzi, è la stessa di prima!», ma gli altri ormai avevano dimenticato e mi hanno dato del pazzo. Ora, io pazzo lo sono, non posso negarlo, sono pazzo perché ho paura di guardare nei buchi, ma non così tanto pazzo da confondere i buchi. Quando sono tornato a vedere la nuova buca, la paura di guardarci dentro era sempre la stessa. Credetemi!
E allora sono accorsi di nuovo gli operai e di nuovo hanno tappato la buca con un altro camion di terra. Anche il sindaco è tornato e ha detto che è tutto a posto e, anzi, ha detto pure che quello era un buco pilota, che presto, dentro una buca ancora più grande, parcheggeremo tutti le nostre macchine.
Ora, è vero che io sono pazzo, ma al vederla, quella nuova buca, a me mi è venuto anche da pensare una cosa, che però non ho detto a nessuno, neppure al sindaco, per paura che mi dessero ancora del pazzo. Ma questa cosa mi ha messo ancora più paura che guardarci dentro, alla buca, mi ha fatto più paura della buca stessa! E se in questi anni avessimo tappato i buchi di superficie come abbiamo tappato ieri quel buco in profondità? E se i buchi della città dovessero all’improvviso tornare ad aprirsi come quella buca in profondità? Questo pensiero, signori, mi fa impazzire ancora di più di quanto non sono già pazzo, e ancora più paura, per giunta!
E allora io oggi ho fatto una cosa, e l’ho fatta perché sarò pure pazzo ma non voglio tenere pure una paura che mi fa diventare ancora più pazzo. E allora sono andato ancora vicino a quella buca, e questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono messo a scavare, e ho tolto tutta la terra del camion e alla fine sono pure riuscito a guardarci dentro, a quella buca, e ho visto, ho visto, signori, quello che ci sta dentro, a quella buca. Dentro, signori, non c’è niente. Nessuno scheletro, nessun meccanismo, nessun ingranaggio che muove o che non muove tutta la città.
Signori, la paura mi è subito passata! Signori, ho capito che l’orribile non tanto orribile verità che ci sta sotto è che non c’è nessun meccanismo, in realtà! E se non c’è nessun meccanismo, allora, signori, significa che dipende tutto da noi, buchi in profondità e buchi di superficie! Signori! La paura mi è passata! Oh, se mi è passata! Dentro, non c’è niente.
E sarò pure pazzo, forse più di quel che penso, ma io non voglio più starmene zitto per paura che mi date del pazzo! Datemi pure del pazzo allora, se volete, però io, signori, io devo dirvela, questa cosa, una cosa che mi fa ridere e ridere, ora, che mi fa ridere tanto che non riesco a smettere.
«Venite, signori. Venite a vederla, la buca. È la nostra buca! Venite a vederla dentro, non abbiate paura. La buca è solo una buca. Il resto dipende da noi. Non abbiate paura…»

da Il Messaggero

(da Il Messaggero)

Chiappanuvoli

[notizie ulteriori sono reperibili, per esempio, qui, qui e qui]

Annunci

Zona Rossa

Zona Rossa

foto di Claudio Cesaroli® (www.claudiocerasoli.com)

[Già apparso su Nazione Indiana]

Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi e realizzate, cazzo realizzate che state vivendo uno dei momenti che vorreste ricordare per sempre nella vostra vita e gioite e i polmoni si riempiono di aria buona e vi sentite di esplodere, ma ce la fate a malapena ad accennare un sorriso ebete? So che avete presente di quali sere sto parlando. Per me ieri sera è condensato nell’immagine delle mie mani che si strusciano tra loro nel mezzo dei suoi seni.

Ero stata attratta da lei fin dai tempi in cui ancora cercavo di piacere agli uomini. Tempi scomodi, frustranti. Ero attratta ma mi limitavo ad osservarla, a fantasticare di poterla conoscere. I desideri non erano del tutto chiari. Poi passarono gli anni. Vennero quelli dell’università assieme a quelli della consapevolezza. Poi venne il terremoto. E venne anche il ritorno all’Aquila. Oggi, vivo in una città distrutta, una sorta di open space che comunque pare non essere in grado di contenere tanta energia e tanta rabbia. Oggi, ci si arrangia a sopravvivere contentandosi di avere ancora un’esistenza, nonostante il mostro che ci ha morso da sottoterra ed il male, forse peggiore, che ci è venuto in soccorso.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

La sera scorsa sono stata in piazza Regina Margherita. Lì, in quegli unici 20 metri quadrati di centro che hanno resistito. Ho fatto l’aperitivo lungo con gli amici. Sono arrivata alle 19.15 più o meno. Ho atteso la chiusura del Boss, che poi ci mette sempre una vita a cacciar fuori tutti. Poi mi sono spostata in piazzetta e cocktail a ripetizione al Malacoda. Quindi, “tazza della staffa” allo Zenzero, locale troppo chic, infatti non ci vado spesso, e ultima consumazione che rigorosamente non arriva mai. Ieri, però, le cose dovevano andare per forza così. Almeno mi piace pensarlo. La musica assordante. Il sudore. Gli sguardi. Lo stupore e l’emozione che ne è seguita. Il tocco delle sue dita attorno alle mie e il suo biglietto di carta abbandonato nella mano.

Ciao. Non mi aspettavo di rivederti in giro.

Ed io non mi sarei mai aspettata questo bigliettino!

Non ci credo. Ma se avevo una cotta per te dalle Superiori!

L’avessi capito prima!.. Sei sola? Ti vanno 2 chiacchiere?

Stasera sono con degli amici… Sola con degli amici : ) E cosa stiamo aspettando?

E mentre stavo scrivendo “Sto solo aspettando di conoscere te…, l’ho vista ammiccarmi ed uscire dal locale.

L’aria gelida mi ha tagliato le labbra. L’ho trovata che si abbottonava il doppio petto del cappotto nero. Doveva costare un sacco di soldi quel soprabito. Ecco perché non ci siamo mai incontrate in questi due anni aquilani, abbiamo frequentato locali differenti, altra gente, evidentemente veniamo anche da due classi sociali diverse. Poi il subbuglio delle deportazioni sulla costa e le abitazioni provvisorie costruite a casa del diavolo. Le singole vite che ricominciano.

I suoi capelli si poggiavano dolcemente sulle spalle. Ha acceso una sigaretta. Attraverso il fumo mi ha sorriso. Le parole di quei pezzetti di carta, che si sgualcivano in fondo alle tasche tra le mie mani sudate, presero vita, suono, speranza. Ricordo di aver notato i tanti bicchieri appoggiati dentro a uno dei vasi del locale. Ricordo di aver fissato per la prima volta i suoi occhi e di essere arrossita. Mi fingevo calmissima, nonostante le sue risposte mi emozionassero ed ancor più le sue domande. Avevo paura di fare una pessima figura. Ero nervosa e, al contempo, disinibita. La sbronza. Qualcosa di buono, però, devo averlo pur detto se siamo restare a parlare per un bel po’ di tempo. Se gli amici, che a turno venivano a chiamarci, desistevano sempre. Se mi ha detto che era felice di avermi conosciuta, sfiorandosi appena il viso con le dita. Se senza esitazioni ha accettato il mio invito a fare due passi poco più in là, nella zona rossa.

Ricordo la chiesa di Santa Maria Paganica e il suo tetto di plastica e di aver detto una cavolata. Lei che, accendendo una sigaretta, per poco non ha perso l’equilibrio. Ho pensato che non sembrava affatto brilla mentre mi parlava. Ricordo che dopo qualche metro ci siamo infilate in una viuzza. Abbiamo parlato di quanto era triste quello che ci circondava. Lei ce l’ha un po’ meno di me col Governo e l’amministrazione locale. La cosa non mi ha dato troppo fastidio. Sembrava avere le sue ragioni. Sembrava senza pregiudizio. Ricordo la luce completamente arancione e la sua pelle che mi attraeva. Quel portone antico aperto. I puntellamenti di legno muffo a sorreggere il soffitto. La paura. L’ansia. E quell’atrio che si apriva davanti a noi. Macerie ovunque, ancora. L’oscurità blu scuro. La sigaretta che nel tiro le ha illuminato gli occhi. Il pozzo dietro di lei. E il nostro primo bacio.

Ho cinto la sua vita con la mano. Il suo sapore si diluiva nella mia saliva. La tenerezza nel tepore dei respiri. Le carezze tra i miei capelli. La testa mi ondeggiava come cullata dal mare. Un’impercettibile senso di nausea mi ha ridestato. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo sciolte in un sorriso. E poi il desiderio. La gola. I baci violenti sul suo collo. La mia lingua che imparava il gusto della sua pelle. I suoi gemiti dentro le mie orecchie. Le sue gambe che hanno preso ad attorcigliarsi sulle mie. I bottoni dei cappotti saltati via come lapilli. Una mano a sorreggerle una coscia e l’altra ferma sulla camicia di seta a cercare il coraggio di salire o di scendere. Lei mi stringeva forte la testa. Le unghie infilate nella nuca. E il suo bacino che ha preso a strusciarsi sul mio, nylon contro jeans. La sua camicia che si è aperta lentamente mentre lei ha cominciato a ridiscendere la mia schiena. Mi ha sfiorato il sedere ed io mi sono immersa nei tuoi seni. Morsi e palpeggiamenti. I nostri corpi si univano in danza sopra il pozzo dei nostri desideri.

Ecco le mie mani che si agitavano sul tuo petto e poi la lampo dei miei pantaloni che scendeva. Era come se le sue mani mi avessero posseduto da sempre, decise e sapienti. Ho gemito. Lei mi ha baciato con forza. Mentre giocavo con la lingua sui suoi capezzoli, mi trascinava oltre la logica. Il respiro si è interrotto presto. Ho preso a singhiozzare quasi. L’unica salvezza è stata chiudere gli occhi e lasciarmi conquistare completamente da lei. Il mio cuore pompava a centomila battiti al minuto. Ha portato le dita alla bocca.

Ricordo che ho avuto paura di romperle le calze. La restituzione del dono, perché è così che si creano le alleanze. Lei che riusciva persino a pronunciare delle sillabe piene di vapore. E mi stropicciava le orecchie. Mi mordeva il mento. Mi soggiogava al suo volere. Ero lì solo per lei. L’eco dei nostri vagiti che riempiva di vita quelle mura morte. E poi ricordo l’odore dei suoi capelli e il mio mento che premeva sulla sua schiena. Si è contorta dentro le mie braccia. Ho sentito una carezza calda tra le dita. Non sono riuscita a formulare pensieri composti. Felice. Innamorata. Emozionata. Eccitata. Confusa. E il mio cellulare che non la smetteva di squillare, da terra dentro la borsa, quella canzone che quasi come un prodigio. Take me somewhere nice dei Mogwai. Portami in qualche luogo piacevole. E c’ero.

Avrei voluto fotografarla per non pensare di aver immaginato tutto il giorno dopo. Mi rifiutavo di rischiare di perdere quel ricordo. Totalmente rapita. Avevo già paura di perderla. Era il peso di quel desiderio che avevo finalmente esaudito. Cosa avremmo fatto poi? Il giorno dopo ci saremmo ignorate? Saremmo state cattive?

Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Mi ha detto che la stavano di certo aspettando. Abbiamo sorriso e scherzato per un po’. La luce del cellulare per trovare l’uscita. Il puzzo delle travi di legno. La luce arancione intatta nella viuzza. Qualche metro più in là si è fermata. Mi ha baciato di nuovo cogliendomi di sorpresa. La mia bocca si è aperta in ritardo. La morsa delle sue labbra mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena. Non avrei mai immaginato di sentirmi così a mio agio, istintivamente, con una ragazza dell’Aquila. L’adolescenza sofferta. La libertà ritrovata solo lontano da qui. Le difficoltà al ritorno. Il peso del silenzio. La minaccia della vergogna. Il senso di colpa nel vedere i sogni di mia madre infranti. Il nervosismo ed i segreti. Le bugie che riempiono il melodramma della mia esistenza. Sono crollate le mura e ancora sento che non c’è spazio per noi qui all’Aquila. La città di Sant’Agnese.

Sto ricomponendo i pezzi di carta che ci siamo scambiate ieri sera. È come ricomporre me stessa, in questa piccola provincia mai diventata città. Li leggo e li rileggo senza sosta. Per cercare di carpire un altro senso, magari più profondo, che però non c’è. So, però, che è tutta in questi piccoli brandelli di carta la speranza di una vita che vuole ricostruirsi. Una vita che vuole rinascere.

In questa carta c’è la svolta del nostro domani.

Chiappanuvoli

La pettorina Toyota

La pettorina Toyota

C’era il sole a picco sulle fronti contrite. Si vedevano le gocce di sudore luccicare, anche se era solo aprile. Erano tutti in moto, sembravano formiche, di quelle impazzite per l’improvviso ostacolo messo sul loro cammino da un bambino bastardo che proietta la sua educazione sugli insetti indifesi. Nessuno sapeva dove andare, eppure era in moto.

«Dov’è che fanno la distribuzione dei viveri?» chiese un vecchio al tipo in pettorina giallo fluorescente.

«Di là, in fondo, vedrà le tende della Croce Rossa.»

«Sa, mia moglie è invalida e non sappiamo come fare.»

«Vada vada, l’aiuteranno loro.»

Il ragazzo indossava una semplice pettorina di quelle per cambiare la ruota forata all’auto, ma Toyota era scritto in piccolo.

L’anziano signore si incamminò traballante e il ragazzo rientrò nella tenda dove svolgeva il suo lavoro di volontario. Catalogava case su fogli di carta fotocopiati. Doveva chiedere cose come: «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito? Ha già un posto dove andare? Le serve una branda qui nella tendopoli in allestimento? Ci sarebbe anche l’opportunità di essere trasferiti sulla costa, mi lascia i suoi recapiti così la aggiungo alla lista?»

Ogni tanto gli si strozzava la voce in gola quando arrivava qualcuno dicendo di essere di Onna, di Paganica o del centro storico. Ogni tanto le persone si mettevano a piangere e lui doveva far loro forza. La penna tremava.

Grossi camion mimetici si susseguivano al cancello dell’impianto sportivo, gli ordini scorrevano metallici dentro le radioline, operosità dopo giorni di si salvi chi può. Il ragazzo si asciugava continuamente il sudore con la manica della maglietta. Sulla tenda verde militare si convogliavano tutti i raggi del sole. Quel caldo eccessivo si diceva fosse causato dal radon.

L’incedere traballante del vecchio catturò lo sguardo del ragazzo attraverso la selva di gambe delle persone in fila. Tra le braccia aveva una cassetta piena di alimenti. Tirò un sospiro di sollievo e regalò un gran sorriso allo sfollato che aveva di fronte. «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito casa sua?»

Località, vie, indirizzi, tipologie di danno: leggero, strutturale, grave. Nomi e cognomi. Sospiri e occhi lucidi. Andò avanti per qualche altro minuto, finché la sua attenzione non fu di nuovo attratta dal viale d’accesso. L’anziano signore col suo incedere traballante stava tornando alla carica per prendere altro cibo. “Ancora?” pensò. “Ma sì, sua moglie è invalida, che si faccia pure un paio di giri! Forse sono stati lasciati soli dai figli. Forse i figli non abitano neanche all’Aquila. Forse hanno davvero bisogno.”

«Abitiamo a Santa Barbara. Sa che Santa Barbara è la protettrice dalle morti violente?» disse la donna che stava assistendo.

«Eh?» fece lui.

«Quanti siate in famiglia?»

«Quattro.»

La signora chiese informazioni sul trasferimento sulla costa. Il ragazzo rispose con diligenza e precisione. Le diede i numeri da chiamare e le disse che nel piccolo ufficio del gestore dell’impianto, ora sede operativa dell’organizzazione emergenziale, avrebbe trovato altri volontari che avrebbero potuto metterla in contatto diretto con le autorità delegate. Disse che ogni giorno partivano carovane di pullman e automobili private. C’erano ancora posti disponibili dal quel che si vociferava. Sarebbero stati accolti negli alberghi.

«Me ne tengo ji da ecco, ji figli me non dormono da ‘na settimana…» si lasciò sfuggire la signora in dialetto.

«Le famiglie con figli piccoli hanno la precedenza, non si preoccupi.»

«Grazie.»

«Buona fortuna.»

I campi da calcio in terra iniziavano a tingersi di blu. Una dozzina di unità della Croce Rossa stava montando le tende della Protezione Civile. Ci vogliono più o meno trentacinque minuti per montarne una e almeno quattro persone che sorreggono agli angoli la struttura di metallo dipinta di rosso. Rigore e organizzazione militareschi. Pizzetti impeccabili, occhiali da sole scuri. Sui petti, lustrini del Libano, del Kossovo, dell’Afghanistan. Le persone sarebbero state trasferite dal grande tendone del campo di calcetto, dove erano state ammassate nei primi giorni. La stessa gente che se ne stava lì a guardarli con occhi vuoti.

Il ragazzo chiese un attimo all’uomo che gli si era fatto avanti, si tolse gli occhiali e si passò la mano sugli occhi per asciugare il sudore tra le ciglia. Quando li riaprì vide ancora una volta l’anziano signore dall’incedere traballante che si dirigeva con la cassetta vuota verso la distribuzione dei viveri.

«Mi scusi ma questo caldo mi sta facendo impazzire. Mi dica, dove abita?» e accennò un sorriso di plastica. “Quello si va a prendere da mangiare un’altra volta!” pensò stringendo forte la penna nel palmo chiuso.

Finito col signore, chiese scusa alle persone in fila. Si stiracchiò la schiena e disse ai altri volontari che sarebbe tornato subito. Solo un attimo di respiro.

«Vado a bere qualcosa di fresco.» disse.

Si mise sulle tracce del vecchio. Accese una sigaretta continuando a camminare a passo svelto. Il sudore gli cadeva dalle sopracciglia negli occhi. Davanti agli spogliatoi si era formata una gran calca. Quando fu vicino vide i volontari addetti alla distribuzione schizzare da una parte all’altra delle transenne poste come delimitazione, chi con pacchi di pasta, chi con pannolini, chi con vestiti di vario genere. La folla premeva. Capì subito che non c’era una vera e propria fila. Erano tutti ammassati come vermi sulla carogna. E sguisciavano gli uni sugli altri. Il ragazzo non riuscì a vedere l’anziano signore.

«Ecco a lei signora, pasta latte biscotti e le pantofole che mi ha chiesto.» «Come dice? No, gli omogeneizzati ancora non li abbiamo. Come? Un attimo che chiedo ai ragazzi.» «Stiamo razionando le cose. Per ora le posso dare solo due chili di pasta.» «Sono tre ore che sto in fila, giovanotto, sono tre ore che sto in fila!» «Se mi da un po’ di succhi di frutta e di sapone mi basta.» «Non è che ce ne sta un’altra di quelle tute dell’Adidas?» «Sì, signora, un attimo che vedo.» «Chi mi aveva chiesto delle scatolette di tonno?» «Io!» «Oh! Le avevo chieste prima io!» «Capò, addo’ te pinzi de sta’ a casta?» «Signori, calma, ce n’è per tutti!» «Scusi signore, io ho bambini piccoli, signore, qualcosa da vestire per bambini piccoli, per favore?» «Escì, e mo’ che demo prima la roba agli stranieri e poi agli italiani?»

Uno uomo a testa bassa si voltò di scatto e diede un colpo sul petto del ragazzo. «Oh, non è che me po’ da ‘na mani a prende qualcosa da magna’ e da vesti’?»

La pettorina si sgualcì per poi ritornare immacolata al suo posto. La sigaretta gli cadde dalla bocca.

Spiriti della città

Spiriti della città

Foto di Claudio Cerasoli®

Una grossa cazzata, un passaparola, una leggenda metropolitana, qualsiasi cosa fosse stava diventando per Tommaso una vera e propria ossessione: possibile che il centro storico dell’Aquila dopo il terremoto fosse stato invaso dagli spiriti? I giornali ovviamente non ne davano conto, erano troppo occupati a raccontare di miracoli, di lotte politiche intestine, di fondi per la ricostruzione, di zone franche, questi sì, immaginari. Dovunque si recasse però, dal Comune alla bancarella del mercato dislocato, alla fine, qualcuno se ne usciva fuori con questa storia. La gente ci ricamava sopra e si andavano aggiungendo sempre nuovi particolari.

Tommaso non era un fissato di occultismo e sciocchezze del genere, ma queste voci, tirando in causa il cuore ferito della sua città, lo facevano ingrippare. Memorizzava così ogni parola che captava confrontandola con le altre mille che sentiva in giro. Passeggiava spesso lungo Corso Vittorio Emanuele, l’unica via aperta del centro, aperta fino all’una di notte, ma mai nulla, mai un’ombra, mai un sospiro, mai un rumore sospetto aldilà delle transenne. Si fermava a parlare con i guardiani delle macerie dell’Aquila, i militari che prestavano servizio di vigilanza, e capitava che qualcuno di loro si lasciasse scappare qualche indiretta testimonianza:

­«Sì, sì, è ‘o vero. Io non ho visto gniente, ma ‘u maresciallo che pattugliava l’altra notte rice che ha visto qualcosa, qualcosa di muoversi nell’ombra.» gli raccontò un piantone d’origine campana «Quasi gli è preso un coccolone, Maro’, mo ci rimane secco per la paura!»

Ormai era più che deciso, doveva andare a vedere che stava succedendo nel suo centro storico, nella zona rossa, dietro le barriere, dentro quei vicoli bui, là dove ancora gli aquilani non potevano accedere senza inutili permessi speciali.

Una sera, Tommaso uscì con gli amici, come al solito. Qualche tazza ma senza strafare, tanto per raggiungere il livello sufficiente a trovare il coraggio. Alle due spaccate annunciò la sua ritirata e tra le proteste e le risa della compagnia si avviò verso l’auto. Alla Fontana Luminosa, passò di fianco la sua auto, tirò dritto e s’infilò in una viuzza, Via delle Tre Spighe. Fu avvolto immediatamente dalle tenebre. Intravide il convento Sant’Amico sulla destra. Affrettò il passo ed raggiuse subito le barriere che lo separavano dalla zona rossa. Spostò le transenne, appena appoggiate, e sgattaiolò dentro. Violazione amministrativa commessa. Sorrise.

Arrivò in Piazza Chiarino e da lì proseguì verso il quartiere San Pietro, il più colpito dal sisma. Buio pesto, silenzio disumano, giochi d’ombre. Il cuore gli batteva forte sotto i vestiti. Paura, eccitazione, incoscienza o forse, ancora di più, la coscienza lo eccitava. La coscienza di poter essere finalmente dove avrebbe voluto sempre stare durante i mesi d’inferno di post-sisma, nei vicoli dell’Aquila, o in quello che ne resta. La luna calante giocava con i palazzi senza vita formando, sulla testa del ragazzo, linee che gli parve di non riconoscere, linee non già nuove, ma remote, antiche, quasi dimenticate. A terra c’erano ancora pietre, mattoni, cocci, pezzi di un corpo martoriato. Li pestò sentendosi in colpa.

Imboccò Via San Domenico, ancora nulla, nessun un segno di presenza, nessun sentore di vita paranormale. Si spinse in giù per vicoli disastrati fino al Vicolaccio. Un po’ di luce. Da lì prese a risalire in direzione di Piazza Duomo. All’incrocio con Piazzetta Machilone, il primo contatto, un branco di cani, gli ultimi abitanti dell’Aquila, gli unici che non l’hanno mai abbandonata. Qualche guaito, il ticchettio in avvicinamento delle unghie sui sampietrini. Tommaso provò ad affrettare il passo, ma subito gli furono sopra. Quattro cani di grossa taglia decisi a essere accarezzati dallo sconosciuto passato lì per caso. Sciacalli pure loro.

Dopo essersi appestato le mani di fetore canino stantio, con difficoltà si riuscì a divincolare e riprese alla volta di Piazza Duomo. Ancora niente. Nessuno spirito. L’idea che le voci fossero tutte cazzate si era insinuata nella sua testa. Ma tanto valeva farsi un giro tra i ricordi, tra gli affetti incastonati a quelle mura gelide. La sensazione era simile a quando, da ragazzo, andava di notte nei cimiteri con gli amici. Semplici bravate, per carità, ma erano anche i primi contatti emotivi con la morte, con l’aldilà.

La piazza era illuminata, arancione stanco, vuota e silenziosa, come il ritorno a casa dopo una sbornia clamorosa tirata per le lunghe con i proprietari di un locale. Non fosse stato per le transenne, per i puntellamenti, pezzi d’acciaio e di legno che tengono unite le pareti degli edifici, per il preservativo messo sulla cupola delle Anime Sante, non fosse stato per il tendone dell’Assemblea Cittadina…

Risalendo verso Capo Piazza, perso tra i ricordi, Tommaso non notò l’arrivo di due fari lungo il Corso. Fece appena in tempo a buttarsi dentro la vasca vuota della fontana del D’Antino. La camionetta dei militari superò tutta la larghezza della piazza a velocità ridotta seguendo il suo cammino.

D’un tratto l’auto si fermò, come il sangue nelle vene del ragazzo. Deglutì. Erano abbastanza lontani. Avrebbe potuto tentare una fuga. Rotolò fuori della vasca, restando sempre accucciato. La camionetta mise la retromarcia. Panico. Tommaso prese a strisciare come un marine cercando di raggiungere la via di fuga più vicina. I militari fecero manovra ed entrarono lentamente nello slargo della piazza. Nel momento in cui la vista dei militari fu impallata dal chiosco dell’edicola, il ragazzo fece uno scatto e si andò a nascondere dietro il gabbiotto delle informazioni turistiche. La camionetta continuò a scendere verso il centro della piazza. La versione pericolosa della mosca cieca. Quando l’auto fu abbastanza lontana, dette l’ultimo guizzo verso Via Cimino, spostò rapidamente la transenna e s’infilò dentro. Continuò a correre senza voltarsi. Alla prima traversa svoltò. Era fatta, era salvo. Finalmente poteva ingoiare il cuore che gli pompava nella gola.

I vicoli nel quartiere di Santa Giusta erano ancora più bui. Non si vedeva a un palmo dal naso. Senza una meta, Tommaso riprese a camminare. Ora il desiderio era trovare un modo per tornarsene a casa. Superò una birreria e ancora la sua libreria preferita, il Polar Caffè. Un silenzio disumano. Quando statack! Un rumore sordo a non più di 50 metri davanti a sé.

Rimase impietrito. “Ancora i militari?”, pensò. L’attesa infinita. Poi una tenue luce delineò lentamente la fonte del rumore. Una figura nera, un’ombra, come un mantello. La prova che andava cercando. Uno spirito. Proprio di fronte a lui. Si avvicinava nella sua direzione. La curiosità scomparve, la paura prese il suo posto. Il cervello si spense. Il cuore gli risalì in gola. Fuga. Veloce. Ora! Iniziò a correre più forte che poteva, non curandosi minimamente di quanto stava avvenendo alle sue spalle. Sbucò sotto gli alberi di Piazzetta Nove Martiri. Tra le fronde filtrava pochissima luce dalle altre viuzze. Poca ma sufficiente a vedere che ogni via d’accesso, e quindi di fuga, era sbarrata da altrettante sagome nere. Spiriti. In trappola.

Preso dal panico si accovacciò ai piedi di un palazzo. Si coprì la faccia con le mani.

«Non è vero! Non è vero! Non sta accadendo! Non può essere reale!»

Sentì le lacrime corrergli lungo le guance. Un singhiozzo. Alzò la testa e le figure lo avevano accerchiato. Tutte le fantasie, i desideri, tutti i pensieri erano svaniti. Il respiro bloccato nei polmoni. Gli occhi sbarrati. Nessuna logica. Non senso. Dopo un terremoto.

Una sagoma fece un passo in avanti e gli tese qualcosa. Nell’ombra, circondata da un drappo nero, spuntò una mano.

“Una mano umana?”

Si accese una minuscola torcia. Volti. Occhi. Nasi. Bocche. Persone. Incappucciate sotto mantelli neri come la pece.

«Ti abbiamo osservato. Sappiamo che cerchi. Sappiamo anche chi sei.»

Il ragazzo era diventato di pietra.

«Tommaso…giusto?»

«Ma io, io veramente…»

«Se vuoi girare libero per il centro, devi indossare uno di questi» disse la figura scrollandosi appena il mantello.

«Chi siete…»

«Aquilani.» ribatte l’uomo «Siamo solo Aquilani stanchi di non poter più vivere in Centro…nella nostra città.»

«Io…veramente…cioè, credo…» mugugnò Tommaso recuperando le normali funzioni vitali.

«Perché cazzo devono impedirci di stare nei posti che amiamo?! Daje rizzate su. Semo paesani!»

Dopo quella notte, Tommaso iniziò ad andare in Centro più volte che poteva. Con il suo mantello. Scoprì che gli aquilani erano decine, centinaia. Molte delle quali conosceva, per giunta. Aquilani che avevano fatto tutti la stessa scelta. Imparò ad avere una seconda vita. Fatta di regole, di codici segreti, di rispetto reciproco, ma soprattutto fatta d’amore. Amore incondizionato per quelle vie, quelle piazze, per quegli angoli nascosti che aveva sempre amato, fin da quando aveva memoria.

9/08/2010

Chiappanuvoli

La stanza della casa di campagna

La stanza della casa di campagna

Foto di Andrea Mancini®

Quella sera un brivido di paura le attraversò la schiena. Una paura complessa, diversa dal solito, diversa dalle altre paure che infestavano le sue giornate. L’immagine di lei mano nella mano col ragazzo le s’impresse nella mente e non ci fu modo di mandarla via. I pensieri le scivolarono sul futuro – lei che non aveva mai troppo considerato i passi da compiere per raggiungere gli obiettivi che si andava ponendo. Era sempre stata un’istintiva. Il caos che si portava dentro però ammaliava le persone più che allontanarle. Quella sera, invece, sentì forte il bisogno di aggrapparsi a ciò che aveva di più sicuro al mondo e decise così di andare a dormire nella casa in campagna ad Onna, dove vivevano i suoi genitori e le sorelle minori. Lì le sembrò di poter starsene adagiata su tutto il presente possibile, nessuna illusione. Magari sarebbe anche riuscita a dormire qualche ora, abbandonandosi, perché no, a un breve sogno.

Era già in pigiama quando arrivò il suo ragazzo. Si erano sentiti per telefono e lui le disse che non voleva lasciarla sola proprio quella notte. Arrivò verso mezzanotte. Quando lo vide, qualcosa le si mosse dentro.

Come prima cosa si raccontarono le rispettive giornate. Chiusi nella stanza, scherzarono nel fumo di decine di sigarette. Ogni tanto si fermavano a fissarsi, rompendo in delicate risate. La seconda paura li colse nel mezzo di un dibattito sul tipo di saturazione da applicare a una recente foto di lui. Era la foto di un uovo poggiato su una distesa di chiodi. Si abbracciarono forte. Gli occhi lucidi di lei si gettarono dentro a quelli di lui, appena un po’ più fermi. Cercarono di sdrammatizzare. Lui le disse che insieme sarebbero stati al sicuro. Pensarono anche di restare svegli tutta la notte, ma ben presto la stanchezza iniziò a farsi sentire. I sorrisi diminuirono, assieme alle parole e ai baci.

Le lenzuola parevano di gesso, pur mantenendo una freschezza che sapeva di pulito e di naftalina. Avevano il profumo di casa. Ricordavano la forza dei legami familiari che uniscono le generazioni di corredo in corredo. Lei al matrimonio non ci aveva mai pensato. Le antiche sponde di legno del letto parevano donare un che di regale al loro riposo. Si sfiorarono sotto le coperte. Entrambi mostrarono i denti ma non si videro nel buio.

C’era qualcosa di magico. Come se qualcosa di unico dovesse accadere proprio quella notte. Per un attimo le sembrò che i loro corpi non si potessero distinguere, che si appartenessero l’uno l’altra, definitivamente. Lei pensò queste cose ma non disse nulla. Si sentì stupida. Tirò le gambe al petto. Così raggomitolata nel buio credeva di essere al sicuro da tutto, soprattutto dai pensieri buoni. Aprì gli occhi e riconobbe la sagoma distesa del ragazzo. Ne percorse i confini con lo sguardo. Non c’era verso di prendere sonno. La fronte le pulsava. Un peso insopportabile la costrinse a rigirarsi nel letto con movimenti lenti. Era come se l’imponenza della vita si fosse sdraiata sopra di lei. Aveva l’inquietante sensazione che fossero gli unici esseri esistenti sulla Terra. Pensò anche di alzarsi dal letto, ma poi si disse che era solo un po’ agitata. Cercò di respirare piano, gonfiando profondamente lo sterno.

Stese una mano, lo sfiorò appena. Già dormiva. Allora gli sgusciò vicino e appoggiò il seno sulla sua schiena. Si contorse un braccio sotto la testa e restò lì ad aspettare di addormentarsi.

D’un tratto ogni elemento del creato prese ad avvolgersi attorno a loro, oltre le coperte. Scricchiolarono i piedistalli del mondo assieme ai piedi del letto. Spalancò gli occhi. Il firmamento si fissò tra le crepe delle mura. L’eco indefinibile dell’espansione dell’universo si raccolse tutto dentro quella stanza. In un attimo ogni cosa era lì, viva. E nel movimento incontrollabile della terra, ogni cosa le parve finalmente chiara. Palpitava di fragilità la sua esistenza, come le pietre di quella casa di campagna. La fragilità era tutto ciò che aveva. Una coperta di neve che placa gl’impeti del cuore.

La paura, ciascuna singola paura scomparve. Nella carne trovò il perfetto rifugio dalle angosce che ci assillano ogni giorno, grandi e piccole. Quella che teneva stretta tra le dita era un’eternità a lungo desiderata. Sembrava che qualsiasi sogno, anche il più recondito, potesse diventare reale. Sarebbero restati insieme, sarebbero stati uniti, qualsiasi cosa fosse successa. Al sicuro da ogni paura. L’amore li avrebbe resi immortali. Questo pensò, senza curarsi troppo di quanto stava avvenendo intorno. Poi un’immagine sfocata e un po’ sovraesposta le attraversò il cervello. C’era lei che correva in uno spazio candido, senza profondità. Con gli occhi serrati di gioia gli correva incontro. Indossava un vestitino estivo con una fantasia floreale. I denti bianchi risaltavano nel rossetto rosso carminio.

Poi fu un sordo boato. Il giorno seguente li trovarono ancora stretti.

28/06/2009

Chiappanuvoli


“Berlusconi si è dimesso” – un racconto solidale con il Premier

«Berlusconi si è dimesso»

un racconto solidale con il Premier

Eppure le sue gambe non avevano mai tremato così tanto sotto la scrivania. Non aveva mai schiacciato compulsivamente il tasto F9-Forward sul suo Mac, il tasto per intendersi che manda avanti le canzoni su iTunes, per ricercare la canzone giusta, la canzone perfetta con cui incominciare. Era sempre fluito quasi tutto tranquillamente. Ecco, non era mai stato un fiume in piena, questo va detto, ma cinquemila volte di seguito in una giornata aveva battuto quei tasti per comporre parole. Si ripeteva che adesso quel che contava era il senso. Un senso alto, si ripeteva. Non posso più scherzare. Il tempo passa. Le occasioni sono poche. E il tempo era passato sul serio. Erano mesi che non scriveva più nulla. Tacche incise sulla parete come un carcerato, carcerato e carceriere del carcere stesso.

Mandava avanti le canzoni finché non arrivava quella giusta, una ballata post rock tranquilla, per allineare i pensieri. Ma i pensieri non si allineavano con facilità. La scaletta diventava sempre più spesso una sorta di organigramma aziendale, compiti ripartiti secondo le responsabilità. Nessuna smorfia di piacere. I capelli si suicidavano senza resistenza alla più innocua grattata. Sotto i tasti una giungla. Di solito si fermava qualche secondo, cercava di soffiarne via qualcuno per poi scorrere quattro dita sul touchpad. Sullo schermo apparivano tutte le finestre aperte e lui clikkava sul social network, poi il quotidiano, poi il sito specializzato, poi la mail, poi il suo blog personale. Adesso vediamo quanti hanno visitato il mio blog, diceva tra le labbra.

A questo punto, sempre di solito, si sfilava una scarpa. Il pavimento era gelido. Ripiegava il piede tra la coscia e la sedia. Non era poi così vecchio allora. I dolori però arrivavano quasi subito.

Sul social network, beh diciamolo Facebook, quella sera c’era un’insolita ironia. Euforia. Giorno di liberazione nazionale. PEPPEPEPEPEPPEPEPEPEEE vari. Fuochi d’artificio da tutt’Europa. Scene di giubilo. Game Over. Che delusione, speravo si facesse esplodere in Parlamento. Te la ricordi quella bottiglia di spumante che mi hai fatto trovare nel frigorifero della mia (tua) nuova casa a L’Aquila?? Sai l’ho appena stappata. E sai un’altra cosa? Sa di tappo!!! Lui era impassibile. Apatico lo possiamo pure dire. Guardava il monitor quasi con sottile imbarazzo. Il quotidiano on-line, beh La Repubblica, aveva sentenziato: «Berlusconi si è dimesso». E aggiungeva: «Festa al Quirinale». Non riusciva a pensare ad altro che a tutti quelli che proprio in quel momento stavano battendo freneticamente sulle loro tastiere gli editoriali del giorno dopo. Non si fermò, dobbiamo essere onesti, a pensare al “cosa” stavano scrivendo. Se aveva imparato qualcosa nella sua vita era che sul corpo del capro espiatorio avvengono spesso le più crudeli atrocità. Pensava al ritorno a casa delle famiglie dopo la condanna a morte sulla pubblica piazza. Ai sorrisi che presto si sarebbe spenti. Un po’, ai tempi moderni, come dopo le partite di pallone, finito di sfottere i tifosi avversari ti rimetti a pensare ai cazzi tuoi aspettando la prossima domenica.

Anche lui avrebbe voluto scrivere qualcosa. Gli sarebbe proprio piacuto. Dobbiamo dire che ci provò. Non clikkò mai “pubblica”. Sentì che era troppo facile. Troppo banale. Lui doveva essere uno che lasciava il segno. Non poteva unirsi al coro. Mai banale. Piuttosto essere odiati. C’era il discorso della responsabilità. Responsabilità intellettuale. Che gira e rigira non era altro che darsi un tono, giocare al rialzo, giocare a fare lo scrittore impegnato. Anche se questo non l’avrebbe mai ammesso. Anche se questo era meglio che non ve lo avessimo scritto. Si sarebbe offeso. Ma sapete com’è quando si mette in campo tutto quello che si ha, no? Le cose non vengono poi così facili. Dietro ogni frase, ogni verso, ogni comportamento, dall’altro lato di ogni battuta c’era un mondo articolato e complesso come la trama di telenolas da diciassette anni di produzione. Massimizzare il risultato. Investimenti solo garantiti. Questo era importante. Curare gli interessi di famiglia. Gestire la propria credibilità. Le statistiche del blog ci mettono davvero poco a scendere. Ecco, un po’ questo era il quadro, e questo si era trasformato in una sorta di artrosi bartelebiana alle dita quella sera, ancor più che le altre serate da sei mesi a quella parte. Era in piena crisi. Aveva una maggioranza risicata nella camera del suo cervello. Per non parlare di un Presidente della Camera fascista represso.

Puoi giocare quanto vuoi a fare lo scrittore ma, alla fine, la tua ignoranza in materia letteraria verrà a galla. Quanto altro pensi di poterti fare i cazzi tuoi? – attraversò a caratteri cubitali la sua fronte stempiata. Lui guardò altrove. Io sono uno scrittore, scrisse sul monitor caldo. Ventuno battute. Un breve sospiro. Filtro cartina e tabacco. Forward ancora, altra canzone. Desert dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Polmoni svuotati. Dove eravamo rimasti?

Un “Home” aveva fatto piazza pulita del “Io sono uno scrittore” e di tutti i pensieri banali. 12 novembre 2011, necrologio del Governo Berlusconi. Si è finalmente spento e bla bla bla. Non finì neanche di leggere. Tornò sulla pagina vuota di Word. Fece per scrivere. E invece ritornò sulle sue dita. Sembrava che una malinconia ancora più compassata lo attendesse sulla tastiera. Malinconia decisamente intonata con il catrame depositato tra i tasti bianchi. Catrame e capelli.

Inorridì un poco appena all’inizio. Poi si tranquillizzò. L’assurdo pensiero che aveva appena fatto gli sembrò plausibile invece. Le gambe si inchiodarono al pavimento gelato. La responsabilità dei propri interessi. La menzogna reiterata. La gogna mediatica. I sondaggi a picco dopo l’ultima gaffe inscenata. Spense la sigaretta stando attento a non scottarsi. Si passò la mano dietro la nuca, come a volersi giustificare. Come dopo aver rotto un vaso giocando al pallone. Appoggiò le mani sul Mac. Il coraggio di tornare a calciare il pallone. Nonostante tutto. Non diventerò mai un campione, pensò. Però quanto mi piace giocare. Prese fiato. Scrisse:

«Caro Silvio,

non siamo poi così diversi io e te.»

Di quel che avvenne dopo non ci è dato troppo sapere. Scrisse. Bene o male, tanto o poco, davvero non importa. Importava il gesto artistico. Importava tornare a scrivere. La palingenesi, la chiama lui. Importava un Paese al quale spesso poco importa sul serio delle cose. Importava continuare a giocare. Ma recuperare, per dio recuperare il principio di responsabilità. L’indomani bisognava fare i conti. Con Monti. Con la critica. Con l’Europa. Con la realtà.

Alessandro Chiappanuvoli

Come ti ammazzo (il coinquilino) – il bestseller

Il sangue è sparso un po’ dappertutto. Strano, la stanza puzza di macelleria. Non l’avrei mai pensato. Ho appena finito di lavare il coltello, le scarpe e l’oggetto (che non posso dire qual è) con cui gli ho spaccato la testa. Ho visto nelle puntate di C.S.I. che senza queste prove è impossibile incastrare l’assassino. Ho messo tutto dentro una busta di plastica, assieme ai guanti di lattice. Lascio aperta la porta sul retro. Lo spiraglio di un conoscente entrato senza problemi sulla scena del delitto. Stamattina mi sono anche rasato completamente barba e capelli. Alla faccia del DNA. AH AH. Farò sparire tutto. Andrò in campagna (non posso dire dove) e brucerò il tutto. Poi i resti li getterò dentro ad un pozzo. Se ne trovano tanti in giro. Poi tornerò a casa e chiamerò la polizia. Piangerò per telefono. Darò di matto se sarà necessario. Sarà tutto perfetto. Le indagini dovranno ricadere prima di tutto su di me ma non ci sarà movente, ne prove.Mi porteranno anche dentro con la speranza di farmi crollare durante l’interrogatorio di 10 ore. Berrò caffè di distributore a gratis. Gli avvocati, il sostegno della mia famiglia. Le interviste a parenti e amici. Non è possibile che sia stato lui, è un po’ pazzo sì ma non tanto da commettere un gesto così orribile! L’importante è che si parli di me. Poi un po’ di televisione. Qualche ospitata qua e là. Mi difenderò in mondovisione. Ci metterò la faccia. Andrò a processo senza paura, purché ci siano le telecamere.

Eppure l’ho fatto. Perché l’ho fatto? Perché?!? Per pubblicità, ovvio. Perché altrimenti? Che volete che me ne freghi di tutto il resto? L’importante è diventare scrittore. E per diventare scrittore, si sa, bisogna essere qualcuno o non diventerai mai nessuno. Scusate il gioco di parole. È stato facile, se proprio volete saperlo. Ehi, Luca, guarda lì. Bang! Poi mi sono dovuto fare un po’ di coraggio, quello sì. Beh, ciò che ho fatto dopo non è stata proprio una passeggiata. Non avevo mai infilato un coltello dentro la carne di qualcuno. Sembrava burro. Credevo che fossimo più resistenti. Invece, la lama affondava che era una bellezza. Mi veniva da vomitare. Però pensavo al successo. Pensavo a tutti coloro che si sono fatti strada prima di me. Quanti personaggi ci successo! Allo stesso modo mi facevo strada tra le carni di quel poveraccio. Ogni squarcio 100 copie in più vendute, pensavo. Il più efferato degli scrittori! Tutto questo solo per scrivere.

Tra qualche mese sarò pulito. Non si parlerà più di me. Verrete a cercarmi. Tutti! Dolci saranno le vostre pacche sulle spalle. Avvelenate (ma questo non lo saprete) le mie dediche sulle vostre copie del mio  primo bestseller: “Come ti ammazzo (il coinquilino)”.

4/10/2011

Chiappanuvoli