Un nuovo corpo

Un Nuovo Corpo

 

Un nuovo corpo andrò a cercare

una nuova forma per poterti avere.

Moro e robusto, distratto e irriverente, alto, con un sorriso coinvolgente. Pelle olivastra, elegantemente svogliato nel vestire, stracolmo di griffe. Glabro, con capelli sparati via dal gel, un profilo ammaliante ed il sedere più tosto che non si sia mai sentito. Mani grandi e decise, movenze da vero amatore. Ancora fossette, pomo d’Adamo pronunciato, tre tatuaggi tribali e insignificanti, piercing sul sopracciglio e sul capezzolo. Una forma perfetta con un solo difetto: da dentro quell’involucro, ogni secondo, ti guarderanno i miei occhi. (Chissà che emozioni proverai…)

Toccherai la sua pelle:

mi dividerò in emozioni

finché il filtro non sarà

pregno di rosso;

ti dividerai in emozioni

finché il condotto non sarà

pregno di passato.

Sarà la sigaretta il chiodo che sconvolgerà il tuo quadro. Una crepa che s’insinuerà ad ogni tirata, calde sensazioni gialle di passato. Prima il pensiero tornerà indietro. Poi si perderà su quel corpo stupendo. Poi si ridistenderà su un letto giallo. Poi il petto, il piercing. Poi sei distratta.  Poi gli occhi. Poi gli occhi gialli. Poi sei confusa. Poi:

Sai che persi,

in quel momento non in altri,

la persi trovandola

proprio là giù nel fondo.

La coscienza della perdita

naturale

quando vai e la trovi

dentro di lei.

L’oblio che si spezza nella coscienza

e subito

lo vedi

in lui

negl’occhi.

Gli occhi che si ritrovano

in lei,

nella perdizione corporea.

Quegli occhi.

Ti persi in quegli occhi,

in quel momento,

ti stavo già piangendo

già perdendo

già morendo,

in quel momento.

E quegli occhi, tu sai, che sono i miei.

L’ultimo tiro ti mozzerà la voce, sarà un sussulto come un insulto. Sei distratta. Distrutta. Tutto si incresperà, si spezzerà e ricreerà. Foto lacrime sorrisi. E quel corpo.

Distratta, ignori il piercing, la carnagione si rischiara, carezzi peli inesistenti, disegni una rondine sul cuore, ma dov’è, ritrovi gli occhi, ricerchi l’odore.

Distratta il corpo ridiventerà perfetto.

Una lacrima scorrerà il tuo viso.

I miei occhi la fisseranno.

Lenta come il pensiero e il cuore.

Lenta come un sentimento che muore.

Ti avrò riavuta.

I tuoi occhi si chiudono.

L’attesa.

No.

Non mangio più le tue lacrime.

 

L’attesa sarà vana.

29/10/’04

Chiappanuvoli

60 anni di tavolo

Ieri il mio tavolo della cucina ha compiuto 60 anni. Incredibile solo a pensarci. Quanto dura un preconfezionato tavolinaccio dell’Ikea? Invece il mio è fatto a mano, interamente in legno, ma non chiedetemi da quale albero sia stato realizzato. (Non è importante il materia, quanto la sostanza, non so se potete capirmi) È largo un metro e mezzo per due e mezzo. Lo tengo protetto sotto un cellofan, ma non so se sia la soluzione migliore per proteggerlo. I miei genitori l’hanno restaurato credo dieci anni fa, un lavoraccio, tarli, fatica, sudore ed uno strato di smalto azzurrino che non voleva andare via. Ebbene sì, il mio tavolo in precedenza era azzurrino. A dire il vero, è sempre stato azzurrino, sempre stato così. Fu costruito per celebrare un pranzo di matrimonio e, all’epoca, evidentemente si usava così. Penso per proteggerlo dal tempo. Il matrimonio, che ne sappia io, si è svolto serenamente, almeno più serenamente di come fu il corteggiamento. Si racconta infatti che lo sposo, per conquistare la sposa, già promessa ad un altro uomo, arrivò persino a minacciare di morte quest’ultimo. Lo umiliò davanti la donna, mentre il povero malcapitato addirittura imbracciava un fucile che non ebbe coraggio di usare. Potete immaginare la scena?

So anche che da quell’unione nacquero tre figli, due donne e un uomo. So che anche loro hanno avuto figli e si contano almeno cinque nipoti. Non so molto, invece, di come proseguì la storia d’amore, se non negl’ultimi anni. Anni non certo sereni, a tratti anche difficili. Tanto lavoro e tanto sudore. Qualche bicchiere di troppo. E i soliti pesanti segreti del focolare familiare. E poi man mano il lavoro che passa sulla spalle dei figli. Figli che hanno altri figli. E i dolori che si sciolgono, si allentano. I problemi precedenti scompaiono per far posto a qualche acciacco e alle felici cene di Natale tutti insieme. So di esperienze napoletane del figlio maschio della coppia, delle responsabilità forse troppo grandi cadute sulle spalle della maggiore e dell’eccessivo controllo esercitato sulla piccola. Ma queste sono altre storie, sempre però impregnate nello stesso legno del mio tavolo. 60 anni di storie. Magari ci sarà tempo, un giorno, per raccontarvele tutte. Oggi voglio solo fare gli auguri a quei due sposi che il tempo ha tenuto insieme per 60 anni, quanto la vita del tavolo. Nozze di Diamante si dice ed un diamante è per sempre, dice la pubblicità. Chissà se da questo diamante, sconfessando addirittura Fabrizio De André, nascerà qualcos’altro ancora. Chissà. Per ora auguri.

Auguri ad Alarico e Silena. Auguri a mio nonno e mia nonna. Vi amo.

Chiappanuvoli – Coccommaro – Zuccò

Grip on me – (musik: Gregor Samsa, Jeroen Van Aken)

[Avviare prima la musica]

“Ciak, ok buona la prima” e all’improvviso torna la realtà.

Le giraffe piegano i loro colli, le luci rosse si spengono, inizia un via vai di tecnici, il regista si alza dalla sedia. Svolazza un copione qua e là. Ma l’abbiamo mai seguito un copione? Gli attori restano fermi nel centro della sala. Uno di loro ha gli occhi sbarrati. Pensa “Cosa ho fatto?” “Cosa ho appena fatto?”. Le mani sono ancora sporche di colorante rosso, lo stesso che resta sparso sul pavimento, e sui vestiti dell’attrice di fronte. Lei ha una cera funerea. È bianca. Insanguinata ma sorride. Appoggia la mano sulla spalla dell’attore, con modi affabili si accomiata e se ne va nel suo camerino portandosi dietro il suo dolce sorriso.

L’attore alza la testa verso la luce accecante sopra di lui. Le pupille scompaiono nelle iridi marroni. Le labbra, le sopracciglia, i capelli e tutto il sangue che ha in dosso si dissolvono pian piano nel candore e nel calore del tungsteno incandescente. Passa pesantemente le proprie dita sul viso, sente l’umido del liquido che subito si secca e sfuma via. Le mani non sono più sporche. Come il viso. Gli abiti. Ed il pavimento tutto intorno. Il sangue s’è volatilizzato. Come anche le strumentazioni, gli apparecchi, sedie, persone, telecamere e scenografie. Resta la luce, bianca. Avvolgente. Eterea. Poi, un flash. Un crepitio. La luce sobbalza. Uno strepitio e si fa buio. “Che cosa ho fatto?”.

Passano giorni, settimane, secoli e qualche stagione. Il buio profondo. Le pupille nere che cancellano il marrone. Le mani aperte e secche che protendono dalle braccia poste di fianco al busto. La testa è rivolta verso il basso. A fargli compagnia solo il ripetersi del cigolio della tavole di legno del teatro che, alle sue ondulazioni microscopiche, rispondono con inequivocabili sforzi di pressione. Come se vacillasse il mondo, di tanto in tanto.

Non un sospiro. Il tempo si è sciolto nell’ombra. Non più un prima, tanto meno un poi. Ogni attimo pare irrevocabilmente infinito. Le distanze nello spazio diventano come vaghi ricordi nella mente di un cieco. Il peso, la forza della gravità, sono fenomeni che non lo riguardano più. Oramai fluttua. La diapositiva del fascio di luce che gli colpiva gli occhi è l’ultimo segno impresso nella retina. Che cosa aveva fatto? Solo un poco di polvere qua e là.

Sbadigli di voci. Barbeggiamenti soffusi. Scioglilingua disciolti. Parole incomprensibili accennano ad un ingresso nei padiglioni auricolari dismessi. Qualcosa o qualcuno. Senza un senso preciso, questi rumori prendono ad assottigliarsi. Iniziano la lenta fase di ristrutturazione. Le stanghette tornano sotto i trattini alti. I puntini rotolano piano piano. Si gonfiano rialzandosi i contorni delle vocali. Poi l’insperato miracolo, il senso rincontra il significato, il simbolo torna alla sua interpretazione. Una parola, due, una frase, un concetto. Ordine al cospetto dell’intricata creazione divina.

Un flusso lento d’aria risale in vortici ellittici le pareti nasali. Un tic colpisce le falangi della mano. Scricchiola la parete secca del palato. Uno spasmo della gola. Il peso del corpo ripiomba sulle articolazioni atrofizzate. Un colpo d’aria rinfresca tutta la bocca e picchia giù a riempire i polmoni e piegare il diaframma. I pugni nel frastagliamento di falangi si chiudono con la poca forza rinata. Il battito del cuore. E le palpebre cadono sugli occhi rovinando sulla membrana cutanea inferiore, in un’esplosione di microgocciole che scintillano in ogni lato dopo lo scontro delle due ghiandole lacrimali.

Torna la luce a filtrare arcobaleni nel cavo degli occhi chiusi. Le mani aperte si portano a placare la sua nuova irruenza. Le labbra si serrano e la saliva inonda il palato molle e si riversa nell’istmo delle fauci. Le ginocchia cedono di qualche grado. Le ossa del collo indietreggiando causano lo sferragliamento di neuroni in corsa verso la zona del cervello addetta al dolore. Un calore ancora tenue spolvera la sua pelle.

Quando aprirà gli occhi sarà pervaso da un flusso di linfa candida che lo farà ondeggiare poco appena nella direzione opposta. Le mani ricadranno sui lati. Risplenderà un poco di luce dai suoi denti. Il teatro sarà scomparso. Così le tavole e tutti gli strumenti. Ascolterà le melodie che danzeranno intorno e dentro le sue orecchie. Ci sarà dinanzi a lui quello che aveva a lungo immaginato. Il buio svanirà piano dentro il suo animo.

“Che avevo fatto?” penserà. Il sorriso si farcirà di consapevolezza. Lo sguardo tornerà serio ma non troppo. Riverserà il peso in avanti e farà per compiere un passo. Verso la nuova luce. Parole e mani volteggiano, l’invitano, l’attendono. Quei denti. I capelli. Ancora realtà.

Gregor Samsa, Jeroen Van Aken

“It finally did its time.
One million keystrokes have gone by
and I’ve never saved another’s life.
Why didn’t I choose the other way?
I’m damned if I go,
damned if I stay.

It seems the devil’s got a grip on me.

Then there’s the place I’m in.
All pages in your lap,
all levels in the dark.
Everything just goes
and then comes again.

It seems the devil’s got a grip on me.

All things come and go, but we won’t break.

[http://www.lyricsmania.com/jeroen_van_aken_lyrics_gregor_samsa.html]

Chiappanuvoli

9/01/2011


Anteprima “Lacrime di poveri Christi – Racconto di una giornata ai piedi del Vesuvio”

Lacrime di poveri Christi

Racconto di una giornata ai piedi di Vesuvio

Calarsi in quello che era stato definito uno degli ultimi e meglio riusciti miracoli governativi e non scorgere la benché minima parvenza di santità, dà la misura di quanto assurda, disumana ed irriverente sia diventata la politica della seconda Repubblica Italiana.

Siamo arrivati all’una e mezza di venerdì 22 Ottobre a Marchesa, frazione del comune di Boscoreale, uno dei 4 comuni interessati dalla costruzione della seconda discarica, voluta da Regione e Governo, per gestire l’emergenza rifiuti nel napoletano. Al bivio per l’ingresso al paese, una barricata di frigoriferi, sacchi d’immondizia e biciclette  rotte, ci impedisce il cammino. Usciamo dall’auto, non senza timori per l’incolumità della stessa, disarmati del nostro arsenale composto da una videocamera, due macchinette fotografiche e un taccuino. Ad accoglierci un paio di anziani signori e una manciata di ragazzi a cavallo di scooter che subito ci chiedono cosa vogliamo, perché siamo lì e ci intimano in modo tutt’altro che delicato di tornare indietro perché in paese non si può entrare. Prontamente sfoderiamo quello che, a ben ragione, abbiamo pensato potesse essere il nostro passe-partout della giornata: «siamo dell’Aquila», e snocciolato, non senza intoppi logici, il nostro progetto: «verificare di persona l’informazione sui fatti vergognosi che avvengono da settimane nel vesuviano e riportare notizie attendibili, per quanto possibile.»

Perché?

«Perché abbiamo imparato sulla nostra pelle come si comportano i media in queste situazioni.»

Percepiamo subito qualcosa di tristemente familiare. Lo tacciamo l’un l’altro ma, una volta tornati in auto, avrebbe trovato immediata conferma sui nostri volti: sembra L’Aquila nei giorni seguenti il terremoto del 2009. Strade deserte, case spente, da cui pare sia stata strappata via la vita, aria tesa, rabbia, disperazione, profondo senso di superamento del limite dell’immaginazione, zona di frontiera, confine con realtà dimenticate. I signori e i ragazzi si rivelano subito cordiali e disponibili, amici. Ci dicono che tutte le strade per Terzigno e Boscoreale sono sbarrate, che è difficile passare, che da queste parti sono in guerra. Ci invitato a chiedere sempre il permesso prima di riprendere o fotografare le persone perché nei giorni precedenti diversi sono stati gli episodi di aggressione alle troupe televisive. Alcune foto, a loro dire, sarebbero state utilizzate dalle forze dell’ordine per riconoscere ed arrestare i responsabili dei disordini avvenuti nei giorni precedenti.

Arriva una telefonata da casa, ci avvisano che è stato dichiarato lo stato d’emergenza, condizione necessaria per lo scavalcamento delle norme ordinarie, e che il signor Silvio Berlusconi ha detto che in dieci giorni sarà tutto risolto. La gente ride di un sorriso amaro.

«Che venisse qui a vedere, che venisse qui a vivere, gli regalo casa mia» – dice una signora sul ciglio della porta.

 

Risaltiamo in macchina con l’obiettivo di arrivare a Boscoreale, dove un amico ci sta attendendo per introdurci nella realtà vesuviana e, soprattutto, garantirci un posto per dormire. Almeno così si era concordato. Ci mettiamo sulla strada principale per accedere dentro il paese e, dopo un chilometro scarso, un semaforo spezzato e altra immondizia sbarrano anche questo cammino. Abbiamo paura, perché negarlo? La paura di essere aggrediti, derubati, malmenati. Una paura originata sia dall’ignobile pregiudizio razzista ­( lo riconosco ) nei confronti dei napoletani, gente pazza, violenta, camorrista e disgraziata ( si pensa ), sia dal clima teso che tra puzza di immondizia bruciata mista alla brezza calda proveniente dal mar Tirreno ci tirava i volti dal cuoio capelluto ai nervi del collo.

Con la stessa sensibilità usata a Marchesa, ci avviciniamo alle persone poste a vigilanza di quest’altro blocco. Due ragazzi con uno scooter si offrono di accompagnarci, attraverso strade secondarie, oltre la barricata di semaforo fino agli autocompattatori incendiati la notte precedente. Il grimaldello per l’aiuto ricevuto la nostra aquilanità e l’appartenenza ad un tipo di giornalismo tollerato da queste parti, quello libero della rete. Li seguiamo con l’auto ed il fiato sospeso fino ad un bivio sbarrato da una vettura bruciata e cappottata su un fianco.

«L’auto è di un volontario più o meno consenziente» – sorridono i ragazzi.

Lasciamo la nostra vettura con la strizza che possa diventare essa stessa barricata e noi altri volontari “più o meno consenzienti” e li seguiamo oltre.

«Non fotografate le facce delle persone e le targhe dei motorini» – ennesimo avviso prezioso.

Dopo cinquecento metri di cammino nervoso, arriviamo all’incrocio dove ristanno abbrustoliti ed ancora fumanti gli otto camion dell’Asia (Azienda Servizi Igiene Ambientale di Napoli). Li hanno bloccati mentre stavano svoltando a destra, ma non verso la discarica, dal lato opposto, direzione Ottaviano e Pompei. Alcuni sono completamente bruciati, altri invece presentano ustioni di quinto grado solo nella parte anteriore. I camion erano bianchi con lo stemma blu e verde in bella vista sul fianco, ora sembrano marshmallow al campeggio boy scout. Le cabine in pratica non esistono più, poggiano a terra, non esistono più vetri, sedili, cruscotto, volante, cambio, resta solo un fondo di cenere di camino adagiato dentro un residuo di metallo bianco. Gli pneumatici si sono squagliati sull’asfalto ed intorno al cerchione spuntano filamenti di metallo arrugginito, come una chioma di capelli pettinata dal vento, che dovevano sostenere la gomma. L’odore di bruciato è forte, condito da una fragranza acidula proveniente dal contenuto dei cassoni in parte ancora intatto. Quelli davanti ai nostri occhi spalancati sono i camion utilizzati per compattare l’immondizia raccolta nel napoletano e che tentano da oltre un mese di raggiungere la discarica Sari.

Si unisce al gruppo un signore sulla settantina, occhiali, pelle dura e scura.

«Siamo stanchi della puzza d’immondizia. La gente qui sta morendo, stanno morendo tutti d’infarto. Mia moglie è morta a Ferragosto per un problema al cuore, non aveva mai sofferto prima di allora» – ci dice con gli occhi rossi di rabbia, emozione che deve aver preso il posto del dolore, almeno in superficie.

Si crea attorno a noi un capannello di persone, ognuno con un dettaglio in più sulla situazione. Ognuno esprime un tipo di disappunto. Ognuno ipotizza una soluzione definitiva. Tutti sono certi che non si debba aprire la seconda discarica e che la colpa di quel che sta accadendo è di Napoli e dei suoi cittadini, che non farebbero la raccolta differenziata.

«Qui in un anno e mezzo si è raggiunto il 50% di differenziata, a Napoli non la fanno per niente.»

«Dobbiamo bloccare l’autostrada, l’A1, incolonnarci con le auto ed andare fino a Roma a 30km/h!»

«Non è vero che ieri ci sono stati 40 feriti, li vorrei proprio vedere!»

«Durante il corteo, la polizia ha caricato mentre a capo c’erano le donne.»

«Questi sono i camion bruciati ieri notte, li incendiano i ragazzi e fanno bene.»

«Ne abbiamo fatti passare solo due perché erano pieni di rifiuti speciali che non si possono bruciare, rifiuti che non si potrebbero portare nella nostra discarica!»

«Dovrebbe arrivare solo il secco ed invece qui arriva di tutto.»

«Infatti si sono inquinate le falde acquifere.»

Ci dicono che non è vero che ci sono infiltrati della Camorra, anzi, ce ne sarebbero invece della Polizia. Sono due mesi che stanno andando avanti con la loro protesta ma, fino agli scontri, non usciva nulla sui mezzi d’informazione nazionali. Hanno preso solo botte ad ogni manifestazione ed è così che si è arrivati ad una forma di protesta violenta. Oggi però si parla soltanto degli scontri e non del problema vero.

«È una guerra persa prima di iniziare» – dice un uomo in tuta da lavoro e con la fronte stempiata.

«Non abbiamo ancora perso» – ribatte un uomo con camicia e maglioncino.

– fine anteprima –

– presto il seguito –

Lo Stagno dell’Anima + (Musik)

[Suggerisco al lettore di ascoltare ogni canzone dopo la lettura del capoverso. CNL]

A volte il silenzio diventa come un masso che continuamente segue a cadere dentro lo stagno dell’anima.

Cosa vuol dire quello che ho scritto in realtà? Sono sicuro che esista sul serio il silenzio? Ebbene non ne sono affatto sicuro, anzi di più, il silenzio nella condizione umana non esiste, neanche nell’universo infinito, dove, se si potesse ascoltare bene, si sentirebbe l’eco dell’espansione dello stesso. Forse solo per i morti esiste finalmente il silenzio, ma lì già non conta più. Se prestassimo più attenzione potremmo sentire come minimo il rumore del nostro cuore, un rumore meccanico ma costante. L’unica compagnia di un bimbo quando attende di venire al mondo. Possiamo sentire il rumore dei nostri pensieri, belli o brutti non importa, conta solo averne, produrne, e, se si diventasse bravi ascoltatori, spesso ci si accorgerebbe che in realtà sono urla, grida terribili, che provengono da noi stessi, da quelle regioni che abbiamo paura di scoprire. E poi c’è sempre la musica, quella buona, quella amica.

Motion picture soundtrack – Radiohead

Un masso può essere un peso sufficiente ad uccidere, ma al contempo non è nulla a confronto di quello delle montagne, di un pianeta, di una responsabilità, ed anche di una singola vita, per breve che sia. Un masso è facilmente sollevabile con una leva, secondo Archimede, il mondo potrebbe essere sollevato. Un masso è un insieme di piccoli sassolini, se lo si riesce a vedere da un giusto punto di vista. Eppoi quanto è grande quel sasso che cade nello stagno dell’anima? Potrebbe essere anche un semplice sassolino che crea solo piccole onde in superficie, anche se, come dice Rodari, non è sempre così semplice. Quel che qui ci interessa sottolineare è, però, che un masso o un sasso, può avere anche una dimensione molto piccola e dunque essere facilmente bloccato in una mano. Credo dipenda solo da quanta forza si possiede nelle braccia del proprio spirito.

Follow the map – Mono

Continuamente…dobbiamo ancora dire qualcosa sul tempo? C’è ancora davvero qualcosa che non è stato detto su questa misura totalmente relativa e convenzionale? Ci sono il kronos ed il kairos, il tempo “tempo del mezzo” e il “tempo giusto o di Dio”. Nella lotta tra il tempo quantitativo e quello qualitativo, secondo il mito greco, ovviamente aveva la meglio sempre il primo. E cos’è il tempo del masso che cade nello stagno dell’anima se non il tempo qualitativo, personale, “giusto”? Quel tempo che è definibile solo tramite la parola, ma che una volta definito per questo muore? Dovremmo tacere, basta, solo tacere e sentire. Quel tempo prendere piano piano ad esistere, ad esistere dentro di noi, a poco a poco, a sincretizzarsi con il nostro spirito, la nostra anima, a muoversi all’unisono la nostra vita stessa, e, così, sempre a poco a poco, senza che noi ce ne accorgessimo, non farebbe altro che scomparire assieme alle onde.

Ni batteri – Sigur Ros

E neanche la caduta, nei meandri del nostro spirito ha poi così senso, non trovate? Cadere da dove, cadere perché, cadere fin dove? La gravità, che sia forza di gravità o gravità intesa come grado, in uno spazio finito ma al contempo relativo, soggettivo, cosa comporta? A chi importa? Cadere verso un fondo che in realtà non esiste può arrecare davvero alcun danno? Siamo sul serio di fronte ad azione e reazione? La caduta nei meandri dello spirito non ha spazio, né luogo e ancor meno tempo. La caduta in realtà non è altro che una sospensione di movimento, un’interruzione indefinita ed indefinibile di tempo, che si manifesta in un non-luogo, per qualche motivo che, davvero, non è importante. Nell’animo tutto segue a scorre immoto come sempre, ed il moto volontario non vi può esistere, perde di senso, di valore, di essenza, di portata, di gravità.

The motion makes me last – Eluvium

E quale ruolo ha in tutto questo lo stagno? Già sappiamo che un luogo od un fondo all’interno dell’anima non può essere. Non può, dunque, avere profondità né estensione. Certo non può essere pieno di piante, alghe, esseri anfibi, pesci o piccoli insetti sulla superficie. E quell’acqua da dove proviene? Dobbiamo credere che, come il corpo, anche l’anima sia composta del 65% di acqua? Lo stagno dell’anima non è altro che quel non-luogo dove ogni impressione si va ad immergere. Ma in quanto non-luogo non può essere apparentemente modificato e, parlando di impressioni, entità del tutto effimere, non può essere intaccato. Inoltre, in quanto parte dell’animo, immergervi qualcosa può, senza dubbio, essere paragonato ad aggiungere un granello di sabbia ad un deserto.

Ocean breathes salty – Modest Mouse

Ed infine non resta che parlare dell’anima. In realtà c’è molto, molto poco da dire. L’anima è come il tempo, se se ne parla d’improvviso scompare. L’Anima è come un masso, dobbiamo portarcela dietro senza mai riuscire a capire quale peso abbia. L’anima non ha un tempo, ma per questo non significa che duri oltre la morte, significa solo che c’è, esiste, dal primo all’ultimo momento, semplicemente, più semplicemente di quanto mai sapremmo accettare. L’anima, se davvero volessimo con tutte le forze capire, sentire cos’è, sarebbe una continua, lenta, dolce, infinita, profonda caduta dentro noi stessi. L’Anima, infatti, è quel non-luogo dove è molto difficile nuotare, ed estremamente facile annegare, proprio come in uno stagno. L’anima, a ben pensarci, è l’unico posto umano dove è possibile ascoltare il vero ed unico silenzio, è l’assoluto non-luogo silenzioso esistente.

A tutti noi, anime più o meno in pena, non resta che procedere a piccoli passi…

Small steps – Saxon Shore

23/03/’10

Chiappanuvoli


La signora Sonia

La signora Sonia

Inizi a pensare di essere davvero a casa, quando riesci a costruirti una casa tua propria. Almeno così ho spesso sentito dire dalle nostre parti. Il culto della casa. Dopo aver trascorso quindici anni in un Paese diverso dal tuo, una casa è tutto ciò che desideri. Il traguardo definitivo. Il compimento di quel termine vuoto che è “integrazione”. Le fondamenta diventano radici. La terra diventa anche tua. È il caso della signora Sonia e della sua famiglia. Dopo tre anni sforzi e sacrifici, avevano portato a termine i lavori. Erano riusciti a restaurare completamente la loro casa, un tugurio semidiroccato in una frazione dell’Aquila.

Ogni stanza era stata inaugurata con una festa speciale, ogni stanza fino all’ultima, forse la più importante di tutte, quella del figlio. Un ragazzotto adolescente, tutto voglia di vivere e confusione. L’ultima inaugurazione era avvenuta il 18 marzo 2009. La signora Sonia me ne parlò soddisfatta. Ecco, realizzata è il termine giusto. Mi disse che aveva solo un grande rimpianto. La casa, incastonata com’era nel paesucolo immerso nell’ombra ai piedi del Velino-Sirente, si affacciava sul muro di un’altra casa. Mancava un panorama mozzafiato per realizzare il sogno di bambina nascosto dentro la signora Sonia. Un panorama su cui affacciarsi alla sera, gomito a gomito con il marito, e respirare in boccate d’aria tiepida la soddisfazione per le piccole grandi soddisfazioni che riusciamo toglierci ogni giorno. Dove poter dimenticare per qualche attimo il tempo pastoso della precarietà. La signora Sonia è una badante pagata in nero, suo marito un manovale continuamente espiantato da un cantiere all’altro, il cottimo per lui è la realtà. E sospirare, ancora, tutta la malinconia per la propria terra lontana.

Quando ci incontrammo alla fine di quell’aprile così turbolento, gli occhi di Sonia erano limpidi e decisi. Stavano fermi sull’oggetto della conversazione, fissi sul soggetto con cui interloquiva. Era il periodo dell’afa di giorno e del gelo la notte. C’erano tende disseminate in ogni slargo disponibile ed io me li giravo uno ad uno. Cercavo invisibili. Stranieri. I diversi che in quei giorni erano così simili a noi. Pur rimanendo diversi. Più sfortunati di una popolazione già così sfortunata. Erano più terremotati. Questo si capiva subito.

Quel giorno m’ero portato un borsone mio da casa, l’avevo riempito di roba da mangiare presa alla tendopoli di Centi Colella ed ero tornato dalla signora Sonia. Elusi la sorveglianza grazie all’aiuto di alcune volontarie boyscout che mi fecero entrare da un ingresso secondario. Sudavo sotto gli occhiali. Non era una cosa semplice. La tendopoli della signora Sonia era stata allestita solo da pochi giorni. La distribuzione delle provviste era stata affidata alla buona volontà della popolazione locale. Di mensa organizzata, non se ne sarebbe parlato che diversi giorni dopo. La paura era il vero cibo quotidiano. Paura per un futuro ancora indecifrabile. I camion della Protezione Civile scaricavano pacchi di roba ogni giorno, che poi veniva suddivisa tra le famiglie residenti. Tra tutte le famiglie. Almeno, tra quelle famiglie visibili.

Mi infilai dentro la tenda della signora Sonia senza aspettare che qualcuno venisse ad aprirmi. Ci salutammo con qualcosa in più dell’affetto. C’erano i figli della signora Sonia, la cognata, la madre, c’erano le nipoti, c’era complicità. Solo gli uomini erano usciti, a raccogliere i cocci dei loro lavori ormai persi. Mi fecero accomodare su uno dei letti. Mi offrirono un caffè. Vidi delle gocce di pianto cadere sul mio borsone aperto.

La chimica è una cosa strana da capire. Me ne stetti lì ad ascoltare con la tazzina in mano. Quasi in silenzio. Trasportato dalla delicatezza delle parole della signora Sonia e della sua famiglia. La migrazione verso l’Italia. I primi ostacoli superati grazie al sostegno della comunità peruviana già presente all’Aquila. I lavori più assurdi. Gli svariati traslochi. L’arrivo del resto della famiglia. Tribolazioni consuete nelle quali, però, non riuscivo ad immedesimarmi. E poi quel poco di stabilità negli ultimi anni. La casa diroccata trasformata in casa dolce casa. La soddisfazione. Il luccichio negli occhi. E quella stessa casa dolce casa ritornata poco più di un rudere. L’afa torbida della tenda di plastica, la dignità sui denti bianchi della signora Sonia.

Quando feci per andare via, la signora Sonia, da buona padrona di casa, mi accompagnò all’uscita della tenda. Il sudore scolava a fiumi dalla fronte. Mi fermai per salutarla, ci baciammo delicatamente sulle guance. Stavo per aprir bocca ma lei mi anticipò:

«Beh, però non mi è andata poi così male.»

La mia testa fece uno scatto in obliquo, sgranai gli occhi sulla sua faccia pietrificandomi dietro un sorriso idiota.

«Alla fine ho avuto il panorama che ho sempre sognato.» disse tendendo il braccio verso lo spazio aperto davanti a noi.

I miei occhi le si scollarono di dosso andando a scivolare giù per la vallata. Si soffermarono sulla piccola frazione di Sant’Elia, e ancora a destra su Bazzano, e poi ancora, fino ai resti di San Gregorio e di Onna. Risalirono un poco appena raggiungendo la microcittà formata da Paganica e Tempera. E ancora più in alto ecco, nascosti, Collebrincioni e Aragno. A ovest vidi spuntare un pezzettino di Camarda, e poi a salire ancora Filetto, fino alle pendici del Gran Sasso, dove sta addormentato lo splendido Assergi. Spalancai la bocca a riprender fiato e, come per prendere la rincorsa, affrontai l’Appennino, dalla base della funivia risalii fino alle pendici del Corno Grande, e di lì strinsi le palpebre nell’azzurro intenso. Persa non è la speranza, almeno per la signora Sonia, almeno fin quando potremo contare su questa terra – madre e matrigna –, per gli occhi c’è ancora speranza.

04/07/2009

Chiappanuvoli

La fine dell’Amore

La fine dell’Amore


Ci abbiamo provato, Dio se ci abbiamo provato, ma abbiamo fallito. E’ triste dirlo, ma è così. Abbiamo miseramente fallito. Ormai abbiamo perso un’occasione e non possiamo più far nulla.
Sono talmente triste che mi suiciderei per la rabbia, per la delusione. Eppure sembrava tutto perfetto, il luogo dell’incontro, i tempi, le parole. Certo, chi non si sarebbe aspettato dei piccoli intoppi, degli inconvenienti? Ma con la forza, la determinazione, l’organizzazione ed infine l’amore pensavamo che si sarebbero potuti risolvere. Almeno, così ci parve. Invece abbiamo perso. Siamo stati sconfitti entrambi. Annullati, annichiliti tutti i nostri sogni dalla freddezza della realtà. Se non ha funzionato per noi, allora, che possano cadere tutte le alleanze di questo maledetto mondo! Che si fottano gli Stati, gli Imperi, tutte le Organizzazioni sovranazionali, i continenti persino! Ogni infinitesimo rapporto possa collassare su se stesso e lasciare nello spazio tra le parti lo stesso vuoto che corrode me, ora, dentro.

Non pensavo minimamente potesse essere così difficile, arduo, così forte. Adesso, inevitabilmente, tutto dovrà tornare ad essere ridimensionato. Gli orizzonti, le aspirazioni, i desideri, ogni misero pensiero, ogni piccolo gesto in cui abbiamo creduto. Qualunque cosa apparirà sotto una luce diversa. Mi piacerebbe poter dire “nuova” luce, quando invece, per un po’ di tempo, so che ombre oscure si addenseranno intorno a me, venti gelidi, lontano dal calore del sole, in quella merda di palude dove mi ritrovo, o forse mi gettò, dopo una delusione così grande.

Fin da piccolo ho sempre pensato che ogni cosa potesse essere cambiata, modificata, resa migliore insomma. Pensavo, sciocco, che si sarebbe potuto cambiare persino il mondo. Che fosse bastato crederci fino in fondo. Ed invece noi, messi di fronte l’opportunità unica nella vita, siamo ricaduti con un tonfo sordo nella banalità, nel consueto. In preda all’illusione del gioco delle parti, abbiamo creduto di poter cambiare quest’assurda sfera di cristallo azzurro che contiene la realtà che viviamo, quando, al contrario, non siamo riusciti neanche a scalfirla. Forse, in fin dei conti, è successo tutto perché non ci abbiamo creduto abbastanza.

Solo il mio cuore è a pezzi ora, il suo, al massimo, è appena affaticato. È forte il suo. Vorrei che le cose stessero diversamente: io, orgoglioso ed impavido, già allora ricerca di una nuova conquista, già alla ricerca di un’altra maniera per cambiare il mondo, a fronte della sua sofferenza, della sua distruzione mentale, fisica, del tuo totale tracollo morale. A seguito di questo ennesimo fallimento, viceversa sono io quello che è restato quasi morto, accasciato sul gelido pavimento lastricato  della città dell’Aquila. Sono solo io quello che ora ha bisogno di aiuto. Sono io che vorrei piangere, dimenarmi come uno psicopatico e urlare, urlare finché ogni piccola particella di rancore non venga espulsa dal mio fegato. Sono io che in preda a crisi isteriche rantola a terra cercando di strapparsi tutti i pochi capelli che mi rimangono. (E non ho neanche i soldi per rimettermeli…)

Beh, caro amico, come noterai, il dolore mi sta lacerando, e la voglia di tirarlo fuori, di gridarlo al mondo intero, forse, ancora di più. Ma non posso. Non posso, oltre il danno seguirebbe anche l’ovvia beffa, travestita da umiliazione e, poi, da conseguente pena.

Ma la cosa che più mi molesta, ora, è la continua mistificazione che si fa in questi momenti. È come se fossimo di fronte il sacrificio di qualche santo o la caduta del più grande imperatore del mondo, quando, invece, si tratta solo persone, di esseri umani, anche piuttosto piccoli a volte.

Non voglio rubarti altro tempo, mio amico, mio confidente, mio salvatore in un certo qual modo. Vorrei mandarti un grande abbraccio e dirti solo un grazie sincero, solamente per avermi letto, per aver condiviso con me tutta la delusione. Sono certo che potrai capirmi, come sono assolutamente sicuro che, del resto, un poco ci sia rimasto molto male anche tu.

Come si dice in questi casi, però, è inutile piangere sul latte versato o piangersi addosso o piangersi addosso del latte versato. A differenza sua, io ho ancora una dignità e dei sani valori da difendere, per fortuna.

Sarà per un’altra volta, per un’altra occasione, un altro tentativo, magari un tentativo milanese, che ne dici? Ci si potrebbe vedere prima, così si organizza qualcosa insieme, magari, magari con la presenza di qualche amico sincero come te al mio fianco, eviterei di fare gli stessi errori. Magari alla fine ci riuscirei, ci riusciremmo. Alla fine, magari, potremmo dirlo insieme, potremmo gridare a squarcia gola: “Ci abbiamo provato, è stato difficile, molto difficile, ma finalmente ci siamo riusciti! Siamo riusciti a uccidere Berlusconi!!!”

Ti abbraccio, rimandando il nostro prossimo incontro, a quando questo nostro sogno sembrerà vicino, ancora una volta.

In Fede

Maggio 2007

http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/politica/amministrative/berlusconi-solo-un-malore/berlusconi-solo-un-malore.html