L’infanzia è un terremoto – Carola Susani

L'infanzia è un terremoto - Carola Susani

Non credo che avrei scritto nulla su questo libro se non fossi dell’Aquila, se non avessi passato quello che ho passato e non se non vi avessi trovato tra le pieghe delle sue pagine un messaggio così fondamentale per chi, come gli aquilani, si trova a lottare per il proprio territorio, per la propria salute, per la propria identità. Forse non l’avrei neanche letto, per fare conoscenza con l’autrice ne avrei scelto un altro, di narrativa. Del resto questo è un libro duro, mascherato da libro dei ricordi, che dentro la questione del terremoto ci entra a gamba tesa senza l’intento di prendere la palla ma solo quello di spezzarti la caviglia. Non c’è via di fuga. Dolcezza e martello, falce e ricordi, penso. Come ti muovi ti muovi, ti spezzi, ti tagli, ti ferisci, e scattano allo sprint miliardi di neuroni diretti verso zone dolorose e remotissime del cervello che, pure se i ricordi non sono i tuoi ma sono di Carola Susani, fanno di te lo spettatore in prima fila, quello che si macchia di sputi e sente la puzza delle ascelle degli attori, e si annodano e si snodano anche le sinapsi per chilometri e chilometri di pensieri e si dipanano tutto intorno creando una forma strana, una forma familiare, sembra una scarpa, sembra uno stivale, invece è proprio l’Italia, e così tu da spettatore diventi protagonista del teatro intero – inconsapevole, incapace, inesperto, sempre, però, sempre vittima d’un sistema che cola picco trascinandoti con sé.
Sto parlando de L’infanzia è un terremoto (Contromano, Edizioni Laterza, 2008) e non avrei mai voluto scriverne nulla perché è difficile farlo per me, da terremotato “fresco”, ed è difficile farlo in assoluto, credo, perché si tratta di un vero e proprio cazzotto nello stomaco, potente, come, che so, I comizi d’amore di Pasolini, quello che ci vedi dentro, ciò che puoi leggerci è nient’altro che la nostra Italia, è casa nostra, siamo noi. Un senso profondo di speranza, sulle prime, e di umiliante frustrazione, poi, almeno per me. Così vedo il nostro Paese e così l’ho rivisto lì dentro, in una malinconica storia di 40 anni fa. L’infanzia è un terremoto, infatti, tenta di ricostruire gli avvenimenti che seguirono al sisma che nel 1968 sconvolse la Valle del Belice e, nei limiti, di darne una disamina quanto più oggettiva, molto più semplicemente tenta di far luce su quali furono non già gli errori, ma le conseguenze delle scelte politiche, cadute a pioggia dall’alto o rivendicate con forza e coraggio dal basso, delle strategie movimentiste, mai sperimentate prima di allora in Italia, e dei condizionamenti economici, sia locali che nazionali, nonché di stampo prettamente mafioso.
Dicevo di un messaggio nascosto, dunque, di altro non ho intenzione di scrivere, il libricino è così bello e ben congegnato che non serve assolutamente dilungarsi in elogi stantii, basta leggere poche pagine e lo capirete da soli. Questo messaggio, che mi pare emerga, in tutta la sua schietta consapevolezza, direttamente dalle parole di Lorenzo Barbera, protagonista dell’azione politica nonviolenta assieme, tra gli altri, a Danilo Dolci e fondatore del Centro Studi Valle del Belice (diventato poi CRESM nel 1973), lo vorrei idealmente rivolgere a tutti i miei concittadini e a tutte le persone in lotta, in questo momento, in Italia. Eccolo, semplice: sappiate essere, sì, politici, ma non politicizzati. Nell’estratto che segue è riportata parte della conversazione finale tra la Susani e il Barbera, la scrittrice sta domandando al sociologo com’è finita l’esperienza di politica dal basso nella Valle del Belice, un’esperienza che ancora oggi è considerata modello positivo di partecipazione popolare.

Qualche giorno fa parlavo con un’amica, una storica, che diceva di come il ’68 politicizzi tutti i rapporti e metta fine alle esperienze di sviluppo di comunità. Dal ’68 al ’72, nella storia del Centro studi Valle del Belice, si vede in atto qualcosa di simile. Il Centro studi di Lorenzo, dopo la scissione, organizza azioni di disobbedienza civile che hanno un contenuto politico maggiore di prima. Ed è sempre più difficile costruire azioni rivendicative e di resistenza civile e contemporaneamente essere snodo comunicativo tra tutte le forze. La collaborazione critica con gli amministratori, anche per vie della qualità politica e morale del politici locali, in molti casi si cambia in conflitto aperto, il Cento studi non riesce più a stare al centro delle relazioni, scivola via, si confonde con le aggregazioni da cui nascono i gruppi della sinistra extraparlamentare e alla fine è lì che confluisce.
(L. Barbera) «Finché c’era questo gruppo coeso mi ero un po’ diciamo così viziato. Dall’epoca in cui lavoravo quasi solo – solo con un popolo che si organizzava – all’epoca in cui avevo questo bel gruppo di persone colte, veloci, che leggevano, che scrivevano, per cui l’informazione tra noi si moltiplicava… mi trovai praticamente solo. […] Io, di fatto, mi trovai quasi solo, per cui, sbagliando, perché così ho valutato successivamente, concorsi a mettere insieme forze a livello nazionale. Avevo scelto quelli che mi parevano più interessanti. Notavo che erano stereotipi, che chisti venivano dai libri. Io per loro ero prezioso perché venivo dai fatti. Però in loro, francamente, non ho più trovato quello che avevo trovato con gli altri. Anche “Pianificazione” registra questo vuoto, perché c’è un vuoto di ingranaggio con la realtà» […] «Questa cosa è durata due, tra anni, avevamo dato vita, unendo queste forze, con quelli della Statale di Milano, al Movimento dei lavoratori per il socialismo, se non che, questa cosa scelse di unirsi al Manifesto. Io ero favorevole perché volevo ci fosse un processo di aggregazione di tutte le queste forze di sinistra. Magri e la Castellina decisero di andare nel Partito comunista. Io, siccome il Partito comunista di aveva sfasciati, non avevo nessuna simpatia. Mi sono reso conto di avere sbagliato completamente quando andarono nel Pci. Lasciai tutto e ricominciai da capo».

Chiappanuvoli

Lo stesso mare – Amos Oz

Mare

In una libreria di quelle dentro i centri commerciali, cercando qualcosa, sulla montagna, una roba di sentieri, qualcosa d’altro, invece, mi trova. Come un ricordo perso nella memoria, come un sentiero che mi riporta in un luogo dove ero già stato. Lo stesso Mare di Amos Oz. Di lui lessi Contro il fanatismo, per il primo esame all’università, Antropologia Culturale. Non che ne ricordi granché, sono passati dodici anni. Ricordo però l’apertura, lo sforzo umano di comprensione, come un abbraccio, il tentativo di trovare un punto di unione, tra i vecchi e i giovani, tra oppressi e oppressori, Palestina e Israele. Ricordo la semplicità e la freschezza, ricordo l’incorruttibilità ideologica. Ricordo che mi ripromisi di leggere altro di quell’autore così sfrontato e intellegibile. È successo, alla fine.

Un incrocio di vite colte forse nel loro momento più delicato e importante è questo romanzo. Albert, un commercialista vedovo, uomo buono, ligio, solo. Rico, suo figlio, partito (o meglio, fuggito) per il Tibet alla ricerca di se stesso, dove troverà invece, in un dialogo ininterrotto, i suoi genitori. La sua ragazza, l’affascinante Dita, lasciata in Israele mentre coltiva il sogno di vedere realizzata la sua sceneggiatura. Bettin, vedova anch’essa, che cerca di smussare la propria solitudine e quella di Albert unendole. Nadia, la moglie defunta di Albert, la cui vita poco a poco è raccontata, le tovagliette ricamate in punto di morte, l’usignolo alla finestra nell’ultima alba, viva nei pensieri del figlio e nel silenzio del marito. E ancora Miriam, Ghighi Ben Gal, Stavros Evanghelides, evocatore di anime defunte, e Dobi Dombrow produttore sul lastrico. E poi, c’è lui, il narratore, lo stesso Amos Oz che subentra nella scena chiedendosi “donde gli si sia schiodata una storia così, bulgara e a Bat Yam, in righe sincopate quando non, a tratti, in strofa”, oppure anche come persona realmente coinvolta nei fatti, che parla al telefono e fa visita agli altri protagonisti, si fa loro confidente.

Oltre che romanzo, Lo stesso mare, è il sogno di romanzo, come anche vera e propria poesia, è, oltre che trama, magia, magia del ricordo, magia del sogno, magia della solitudine. Ecco la chiave. I personaggi sono tutti disperatamente soli, tutti disperatamente simili, come noi, del resto, come tutti noi dall’altra parte della pagina, immersi nello stesso mare, appunto, circondati da quella distesa d’acqua salata e orizzonte oscuro che limita, ci limita, ma accompagna anche, la solitudine e la nostra disperazione.

Ombra

Vagamente si mormora, con talora qualche brandello di testimonianza, su una creatura quasi umana, smisurata, che sola s’aggira fra le vette del Tibet.
Unica e libera. Due, forse tre volte sono state fotografate ad altitudini impervie delle tracce nella neve là dove nemmeno l’alpinista più disperato oserebbe passare. Si tratta quasi certamente di una leggenda indigena: come il mostro di Loch Ness o l’antico Ciclope.
Sua madre seduta a ricamare tovagliette sin quasi al momento in cui morì.
Suo padre asserragliato nel dolore tutta la notte davanti allo schermo a cercare una breccia nel sistema delle imposte.
In fondo ognuno è condannato ad aspettare la propria morte nell’isolamento di una gabbia. Anche tu, che cosa credi, con i tuoi vagabondaggi e la tua ossessione di andare lontano e accumulare esperienze, in fondo non fai che trascinarti dietro la tua gabbia da un angolo all’altro dello zoo.
A ciascuno la sua prigionia. Un’inferriata ci tiene separati gli uni dagli altri. Se davvero esiste questo solitario uomo delle nevi che vaga fra i monti da mille e più anni, senza sesso e senza coniuge, innato sterile immortale, spensierato, nudo.
Allora è lui che passa fra le gabbie e magari se la ride.

Viene una voglia

Sera. Piove sui colli deserti.
Deserto: tufo e dirupo
odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.
Viene una voglia:
essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.
Esistere prima d’ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.
Inerte e sicuro
di decantazione illimitata.

Lascito tardivo

I morsi del tempo, fumo senza fuoco: sul dorso della mia mano
è spuntata la macchia scura che una volta stava, nello stesso punto,
sul dorso della mano appassita di mio padre.
A significare che mio padre è tornato dagli anfratti della terra.
Per anni dimentico, ora si deve essere ricordato di tornare a elargire al figlio
una traccia di pigmento a mo’ di ascito tardivo.
Morsi del tempo. Ustione senza fuoco.
Marchio dei vecchi di famiglia, dono di un morto
sul dorso della mano.

[…] Al narratore piace l’idea di dar conto di tutto questo, di provare a spiegare e mettere per iscritto, qui, ciò che è stato e che c’è.
Chiamar le cose con il loro nome o con un altro, che dia loro una luce nuova, oppure getti, qua e là, un tratto d’ombra. […]

Lo stesso mare

Chiappanuvoli

Stella d’Italia, un viaggio oltre le parole

foto di Alberto Melak Ethiopia

foto di Alberto Melak Ethiopia

Bisogna mettere in chiaro una cosa, non bastano solo le parole a descrivere un libro che trascende il significato delle stesse parole che contiene, che esonda dalle pagine, che contagia e fa breccia nell’animo del lettore. Ci provo tuttavia, cosciente che riuscirò solo in parte a centrare l’obiettivo.

Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese (Oscar Mondadori, Milano 2013) è molto più che una semplice rilegatura di fogli stampati, è un’esperienza vitale, il racconto di un’impresa epica “irradiante”, come direbbe il suo curatore Antonio Moresco. Dopo averlo letto, un senso lacerante di rimpianto, per non aver preso parte al cammino vero e proprio, se non nella fase organizzativa dell’arrivo all’Aquila, ha avvolto il mio animo. Oltre a essere il prezioso diario di viaggio di un gruppo spontaneo di sognatori/camminatori, un viaggio dal sapore antico di (ri)scoperta, Stella d’Italia è una testimonianza concreta che, nel nostro malandato Paese, c’è ancora spazio per le imprese utopiche e coraggiose, che c’è un dannato bisogno di progetti dal basso che riescano a far breccia nelle coscienze degli Italiani, che diano speranza a un popolo eterogeneo e ormai frustrato, alla continua ricerca di se stesso.
Speranza appunto, ma anche determinazione, vitalità, sacrificio, forza, fatica, diligenza, rivoluzione, proposta, progetto, calore, ricerca, sostegno, fratellanza, amicizia, sperimentazione, solidarietà, risorgimento, organizzazione, amore, letteratura, sono solo alcune delle parole che rimbalzano tra le pagine e che potrei utilizzare per parlare di questo libro, per tentare di svelarne i molteplici segreti, per far luce sui suoi infiniti significati. Parole, come detto, il cui senso par essere totalmente trasceso, direi rivoluzionato, reinventato, da un lato, e dall’altro, riscoperto, ricongiunto finalmente alla sua radice antica.
A tre parole, però, ho deciso di affidare il significato che ha assunto per me Stella d’Italia, alle prime tre che mi sono venute in mente subito dopo aver chiuso il libro, consapevole a mia volta di dover necessariamente trascenderne il senso, di doverlo reinventare/riscoprire.

Italia. L’etimologia del nostro nome è ancora aspramente dibattuta, intriso com’è di storia, mitologia e letteratura. Se le origini semantiche sono incerte, tutti sappiamo invece che la nostra storia è fatta d’innumerevoli guerre, d’invasioni barbariche e dominazioni straniere, di divisioni politiche e culturali insomma. Nonostante i segni di queste cicatrici siano ancora evidenti, non troppo tempo fa ci siamo uniti sotto un’unica bandiera e chiamati Fratelli d’Italia. Siamo diventati quindi una cosa sola, seppur frammentata, rattoppata, e questa “cosa” è l’identità che ci portiamo dentro. La Stella ricuce, prima di tutto, il nostro tessuto identitario, ci fa riscoprire più vicini, più simili. I camminatori e le camminatrici sono partiti dai quattro angoli del Paese per raggiungere tutti insieme L’Aquila, il suo cuore ferito, attraversando ogni nostra peculiarità territoriale, che è confluita poi nei testi dei 41 autori. Ci sono le macro categorie di Nord e Sud, ci sono le differenze tra Est e Ovest, ci sono le impercettibili sfumature delle piccole realtà di Provincia, le diversità insormontabili “tra vicini di casa” e le affinità insospettabili tra borghi agli antipodi per geografia e tradizione. È l’Italia più vera, quella meno rappresentata in TV come in politica, quella più vicina alla realtà sociale ed economica del Paese. È l’Italia più vulnerabile agli effetti delle decisioni che piovono dall’alto, al contempo, è l’Italia che più sa mettersi in gioco, che più tenta di reagire al momento di crisi prolungato all’infinito, spesso riuscendoci alla grande. A questa Italia, in fondo, parla la Stella, a tutti quei cittadini che non si riconoscono più sotto l’etichetta di “ultimi della classe”, e che si sentono, invece, parte di quell’ambizioso progetto chiamato Europa, membri orgogliosi di un Paese grande tra i suoi pari. Un’Italia onesta, civile, solidale, felice insomma, felice di essere semplicemente se stessa, un coacervo creativo di affini divergenze.

Follia. Trovo fantastico che il termine venga da fòllis, pallone pieno di vento per giocare, e quindi da fòllere, muoversi di qua e di là. Stella d’Italia è stata un lento moto ondoso che ha attraversato la penisola, un fermento di donne e uomini che con i loro corpi hanno mosso l’idea folle, appunto, di “ricucire a piedi il Paese”, di rimettere insieme i pezzi di questo grande barcone che pare alla deriva, di restaurare una terra che, prima di tutto, ci è casa. Una ricostruzione simbolica e al contempo materiale, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla mia terra. Folli, come altro definirli, sono stati tutti quelli che hanno partecipato, oltre mille, folli coloro che hanno collaborato, folle chi ha condiviso/compreso il senso del cammino, folli, più folli di tutti, quelli che l’hanno inventato, Il Primo Amore e Cammina Cammina, totalmente folli, per aver camminato per oltre 4000 chilometri in 54 giorni attraverso il Paese intero verso il suo buco al centro. Una follia intesa in senso etimologico, come stimolo al movimento, a non darsi per sconfitti, a “sbattersi” ancora di qua e di là per trovare una soluzione alternativa al lento e inesorabile decadimento politico, culturale, morale, cui andiamo incontro. Folli della stessa sfrontata follia di Don Chisciotte, i camminatori sono stati dei moderni cavalieri, nobili d’animo, capaci di riconoscere nei “mulini a vento” i veri nemici di oggi, la burocrazia apatizzante, l’economia pericolosamente distaccata dalla realtà, la cultura sempre più povera e spettacolarizzata, e sempre meno impegnata socialmente. Folli perché siamo diventati tutti un po’ pazzi, un po’ malati, dei disadattati, in fondo, a una realtà cui sembriamo non appartenere più ma insieme ci possiede. Folli perché forse è davvero arrivato il momento della follia, di questa follia, di muoverci di qua e di là, di dar vita a un nuovo cammino, a un nuovo umanesimo, folle sì, ma certo più reale, più felice, più libero. È il momento di rimettere l’essere umano al centro.

Umanità. Una parola immensa permeata di significati fondamentali. Al solo pensiero, sotto la pelle si muovono un’emozione atavica, vitale e una paura paralizzante, umana, dovute all’arduo confronto con ciò che siamo, che abbiamo deciso di essere. Umanità intesa sia come genere umano, come insieme di Homo Sapiens, uomini e donne che vivono da millenni questo pianeta malridotto, sia come concezione etica basata su un ideale positivo, fiducioso nelle nostre capacità, nei nostri valori e sentimenti, un ideale valido per tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna. L’origine del termine è romana, humanitas, viene dal Circolo degli Sciopioni che tradussero il termine greco di “filantropia”, ossia benevolenza. Tre i principi guida: la filantropia appunto, il dovere di porsi al servizio degli altri; l’autonomia della persona; la dignità dell’attività culturale, oltre che politica. Cos’altro è stato Stella d’Italia se non questo, una dimostrazione sincera d’amore verso il nostro Paese, un abbraccio appassionato rivolto ai fratelli, italiani e stranieri, con i quali condividiamo la sorte; la dimostrazione che siamo ancora un Paese meraviglioso, ricco, ancora felice, che siamo un popolo indipendente per cultura e civiltà, e non meramente asservito alle logiche finanziarie globalizzanti, e che un modo altro per uscire dalla crisi esiste, è nella nostra carne, nella nostra storia, che non è tutto già stabilito, che possiamo ancora decidere il nostro futuro, e costruirlo insieme solidalmente; Stella d’Italia è la dimostrazione che la nostra cultura popolare e locale merita di essere salvaguardata, valorizzata e condivisa, e che per farlo dobbiamo esser noi stessi i primi responsabili, i suoi primo amministratori, i suoi amanti sinceri, per il nostro bene, del Paese e dei nostri fratelli, solo da qui inizia davvero un nuovo cammino.

Locandina Jpeg

08/10/2013

Giuseppe Genna, mi dispiace per te

Ero tra i fortunati – così si dice – che hanno potuto partecipare alla presentazione del tuo ultimo libro, Fine Impero, giovedì scorso al Circolo degli Artisti, a Roma. – Ero lì per la festa dei “famigerati” Piccoli Maestri, ricorderai, che, per la cronaca, non erano quelli che facevano bordello al lato della presentazione coprendo con il loro brusio la presentazione stessa, quella era una festa privata di tardoni che, in quanto tali, faceva a gara a chi produce più rumore per dimostrare agli altri di essere più vivi, non so se mi spiego, i Piccoli Maestri, invece, erano all’ingresso del Circolo e, sempre per la cronaca, sono un gruppo di scrittori che va in giro per le scuole a presentare i libri che amano agli studenti e sono stati, poi, piuttosto tranquilli, anche per colpa della partita dell’Italia (va detto). Ero lì con un mio amico, lui mi ha proposto di venire prima per sentire la tua presentazione. Io, per conto mio, per ignoranza mia lo ammetto, so chi sei, ma non so che scrivi, come scrivi, non ti ho mai letto insomma – lo farò prima o poi, giuro –, comunque avevo accettato di buon grado e sono venuto molto volentieri. Un’occasione per conoscere un altro scrittore affermato, no? Un’occasione da non perdere. Ebbene, mentre ero lì che assistevo alla tua presentazione, non ho potuto fare a meno di notare quanto sia stato spiacevole il tutto, triste, e non solo per la presenza della festa dei tardoni che, di fatto, impediva qualsiasi tipo di dibattito. È stato spiacevole assistere a un monologo, il tuo, che, per quanto potesse essere stilisticamente ben congegnato e assolutamente interessante, mi apriva la mente a una mesta considerazione, seppur in parte pregiudiziale: non c’è, al giorno d’oggi, vera critica nel destino dei libri. Ho dato uno sguardo su internet il giorno seguente e ho letto, non ricordo dove e neanche mi va di ritrovarlo, di “entusiastico incontro col grande Giuseppe Genna, ieri al Circolo degli Artisti”, di “un superbo monologo tenuto dall’autore”. Mi è piombata addosso ancora più tristezza se possibile, non solo perché il tuo monologo è stato in qualche modo “costretto” – il casino, l’ordinazione degli aperitivi, la discrasia culturale romano-milanese, la nota introduttiva di Teresa Ciabatti, che divideva il palco con te e che, di fatto, ha subito messo le mani avanti dicendo che è impossibile farti delle domande alle quali tu non risponda di no –, ma anche perché le domande che la platea ti ha rivolto sono state del tutto fuori calibro, per usare un eufemismo. “Spiegace er significado daa tartaruga?”, o roba del genere. Il risultato è stato quello che per un’ora hai fatto una sorta di oratoria introduttiva all’opera, nei hai tratteggiato gli ambienti, hai fornito una chiave di lettura descrivendo dettagliatamente – ti devo fare i complimenti – la nascita della televisione privata italiana e, quindi, del sistema di potere egemone negli ultimi 20(?) anni. Il risultato è stato che hai fatto questo e basta. Non si è giunti a un solo, semplice, giudizio non di valore, ma almeno vagamente critico sull’opera, se non le solite, banali, menate introduttive, che non favoriscono, in genere, l’opera, ma ne appiattiscono i contorni, ne limitano le possibilità. Avrei voluto essere messo a parte di altro e te lo dico con grande sincerità, sperando però che questo mio non venga scambiato per un attacco alla tua persona, perché dovrei? Non avrebbe senso. Avrei, per esser chiaro, voluto sapere dove si posiziona il tuo libro nello immaginario scaffale magico dell’industria editoria italiana? Lo troveremo al centro, altezza occhi, così che possa essere il primo libro che l’acquirente compri? Verrà dotato di fascette colorate che ne attestano la vendita o la certa tal premiazione? Lo troveremo in basso, tra i libri meno in voga? In alto, assieme alle offerte in sconto del mese? – Non è così che funziona? – Perché lo hai scritto, avrei voluto sapere. Che importanza ha quest’opera per te? Quanto hai patito per scriverlo? Eppoi, gentile Giuseppe, l’ultima cosa, perché mai dovrei – questa la più importante – comprare io il tuo libro? Io che so chi sei ma non so come scrivi. Io che, come tanti, sono sempre interessato a scoprire nuove voci, ad ampliare il mio panorama letterario. Io che sono venuto a posta giovedì scorso al Circolo degli Artisti. Dovrei comprarlo solamente perché sei Giuseppe Genna e so chi sei ma non come scrivi? Dovrei farlo perché quel pubblico di comparse di esperti del mondo letterario, di fatto, attesta la grandezza dell’opera? Dovrei farlo perché il tuo monologo è stato fantastico e molto, molto avvincente, davvero, ben congegnato? Dovrei farlo perché, assistendo al tuo monologo, si è evinta tutta la tua ars oratoria? O dovrei farlo perché al giorno d’oggi non si può non aver letto qualcosa di Giuseppe Genna, pena la mancanza di stare al passo coi tempi, di non essere a la page, di essere fuori dall’industria letteraria italiana? Francamente non so darmi una risposta, non ci riesco proprio. So che non ho comprato il tuo libro quel giorno. So che non mi ha stimolato curiosità anche due giorni dopo, e tre e quattro e cinque. So che mi ha messo ancora più tristezza leggere quell’articolo il giorno dopo. So che mi è spiaciuto molto aver assistito a una così solitaria declamazione. Mi è spiaciuto per te. Mi è spiaciuto anche per me, perché la presentazione non mi ha lasciato niente, se non un velo di livore. So che a tratti, e solo a tratti per fortuna, mi sei sembrato uno di quei personaggi da te brillantemente dipinti, uno di quei personaggi di sistema e che “fanno” sistema. Mi sei sembrato, come dire, fagocitato. Mi è sembrato, scusami se lo dico così, in modo estremamente diretto, che il tuo libro possa non essere solo grimaldello d’un mondo artefatto che stravolge, distorce la realtà da quel primo giorno di diretta su Antenna 3 ad oggi, ma che Fine impero, per tutta questa seria di ragioni, forse possa esserne addirittura anche un prodotto. Un dubbio, per carità, nulla di più. Sono costretto a leggerlo per sfatare quest’orribile dubbio, per capire, insomma, come si converrebbe in una presentazione, se si tratti finalmente di prodotto omeopatico nato dal sistema e che sia cura per lo stesso o se si tratti solo dell’ennesimo prodotto del sistema, cancerogeno… Non ho capito, in definitiva, se questo tuo è un romanzo scritto “per scrivere” o se è un romanzo scritto “per dire qualcosa”. Forse ecco, questa, caro Giuseppe, è la cosa più spiacevole.

04/07/2013

Chiappanuvoli

La grande bellezza: lettera a Paolo Sorrentino

La grande bellezza

Mi scuserai se inizio questa mia senza tanti convenevoli, usando addirittura questo “tu” così volgare. È che sento il dovere, caro Paolo, di dirti questa cosa, semplicemente, che poi, in fondo, non è altro che una proposta. E devo farlo proprio perché stimo il tuo lavoro, mi piace la tua forma di cinema, godo dell’uso estetico che fai del mezzo. A passeggiare per Roma, sembrava d’esserci. Lo sguardo del protagonista era così familiare. Veniamo al punto, però, a questa lettera, alla (grande) bellezza. Credo che il concetto di bellezza sia strettamente correlato  con la morte, come pure qualche filosofo avrà già detto, mi pare addirittura Platone. Credo, ancora, che la bellezza sia l’unica arma a disposizione dell’essere umano per sconfiggere la morte, per raggiungere l’immortalità. Ed è chiaro, Paolo, da ciò che fai, che tu vuoi l’immortalità, almeno artistica. Permetti ancora due parole introduttive. Accennerò solo brevemente del tuo ultimo film che in realtà mi serve solo come catalizzatore di attenzione, te lo dico con schiettezza, nella speranza che queste righe possa arrivarti. Ciò che ti voglio dire viene da prima della visione de “La grande bellezza”, visto lo scorso 28 maggio, l’ho pensato qualche mese, da quando ho letto un romanzo meraviglioso, scritto dal quello che credo essere il più grande scrittore italiano vivente.

Ho visto alcune tue interviste per il lancio del film. Sono rimasto un po’ deluso. Sembra, senza volertene fare una colpa, che tu non abbia nulla da aggiungere al film, come se dovesse bastare a se stesso. Le critiche che ha ricevuto mi paiono, in sostanza, decisamente contrastanti. Si va dal “capolavoro” al “flop”, dal “tecnicamente perfetto” al “inconsistente, ma con un Servillo eccezionale”. Per non parlare poi dei pesanti raffronti felliniani e delle fantasiose accuse di mancanza di realismo… Per ogni articolo di celebrazione, ne escono due di stroncatura, per uno che stronca, due celebrano. Insomma, il dibattito imperversa e pare che solo il tempo potrà aiutare a valutare. Succede ogni tanto ai grandi, non è vero Paolo? Il botteghino invece ti ha promosso alla grande, superati di 5 milioni di incasso in poche settimane.

La mia impressione su “La grande bellezza”, te lo dico in modo diretto, è che sia un’opera incompleta, come se mancasse di qualcosa, di profondità, di umanità. E non riesco a capire se questa “incompletezza” sia funzionale al messaggio del film che vuoi dare o se sia una grave pecca che inficia così tutto lo sforzo estetico, creativo. C’è una relazione tra la fascinazione che creano quelle vite naufraghe che ci mostri e il senso di smarrimento che mi ha assalito sul finire del film, come se Jep avesse solo subdorato una via d’uscita della sua condizione d’infelicità ma che non fosse riuscito del tutto a farla sua? La grande bellezza, insomma, è geniale o superficiale? E tu l’hai colta “la grande bellezza” della vita o no?

Non so dare una rispota a queste domande, né vorrei lo facessi tu. Nell’arte si risponde con i fatti. Preferisco aspettare i tuoi prossimi film. Con fiducia.

Ti dicevo, Paolo, che la mia non altro che una proposta in fondo. E arriviamoci dunque. Ti accennavo a un romanzo che ho letto di recente. Ebbene, mentre lo leggevo, non potevo non pensare a te. Non sapevo ancora de “La grande bellezza”, eppure, immaginando le scene magistralmente descritte dallo scrittore, vedevo i tuoi piani sequenza, le tue panoramiche, i tuoi colori saturi, sentivo le musiche ipnotiche che aleggiano nei tuoi precedenti film. Lo giravo come se fossi tu a farlo. Ho dato, naturalmente, la parte del protagonista a Beppe Servillo. Ebbene, caro Paolo, il romanzo in questione è “La lucina” di Antonio Moresco, edito a febbraio da Mondadori. Anche su questo libro si è detto molto. L’autore lo descrive come un “romanzo testamentario” e io non sono riuscito staccarmi da questa idea, la mia chiave di lettura ne è stata profondamente influenzata. Non posso fare a meno di credere che il romanzo affronti principalmente il tema della morte, che si rapporti con essa, che ne esprima l’accettazione e, mi spingo oltre, che non aspiri ad altro, “La lucina”, che al superamento della morte stessa.

La lucina

Sto qui a proporti la trasposizione di questo romanzo per una semplice ragione. Vorrei vederti a confronto con il materiale, con il tema, portato all’estremo dallo scrittore. Vorrei vederti inseguire quei “fantasmi” fino al fondo dell’animo di Moresco. Vorrei che ti perdessi tu stesso nel tuo film, e noi con te. Vorrei ancora che ci ritrovassimo, sui titoli di coda, tutti insieme. Vorrei che mi mostrassi l’arrivo inarrestabile del profondo silenzio con la stessa intensità con cui Moresco ne scrive. Vorrei essere trascinato nell’ombra della morte, vedere ciò che lì vedi tu, e poi tornare indietro ed essere un po’ più forte, e avere un po’ meno paura. Vorrei assaporare attraverso le tue immagini l’immortalità. Vorrei scoprire se anche tu, caro Paolo, sei un immortale.

Cordialmente,

Chiappanuvoli

A nome tuo di M. Covacich – recensione (?)

(Il contenuto di questo articolo è personale e non risponde al canone solito di recensione. NdA)

Ho pianto alla fine del libro. Ero in treno. Avevo le altre persone nello scompartimento a non più di un metro dalla mia faccia. Sono stato molto abile, non se n’è accorto nessuno. O forse mi sono illuso. Ho pensato di doverlo dire prima di iniziare la recensione di A nome tuo (Einaudi, 2011, ISBN 978-88-06-20018-3), ultimo atto del cosiddetto “ciclo delle stelle” (con A perdifiatoFiona, Prima di sparire e la videoinstallazione L’umiliazione delle stelle).

A nome tuo è diviso in tre parti: L’umiliazione delle stelle, Musica per aeroporti (la cui prima versione è stata pubblicata sempre da Einaudi col titolo Vi perdono sotto lo pseudonimo di Angela del Fabbro) e Lettera. Tre parti distinte eppure inevitabilmente collegate. Nella prima, Covacich ci racconta un viaggio che ha realmente fatto, la risalita dell’Adriatico, dall’Albania a Trieste, ma realtà e finzione iniziano qui a mescolarsi e al lettore non è permesso scorgerne i confini. Il viaggio però è solo il punto di partenza. L’arrivo è nella terza parte, nella lettera intestata all’autore stesso. Una lettera che più che una lettera è assieme, e al limite, una dichiarazione di guerra e un’ammissione di colpa. Nel mezzo c’è una storia, quella di una ragazza che come lavoro aiuta i malati terminali ad affrontare la morte dolce, a praticare l’eutanasia. Un’altra “zona d’ombra” tra realtà e finzione, quindi, una zona ambigua, come il terreno su cui si muove lo scrittore vero. A differenza degli altri libri recensiti, non voglio dire altro sulla trama. Non credo sia possibile riassumere A nome tuo senza svilirlo, senza ridurlo a qualcosa che non è. Invece A nome tuo è quello che è per ogni singola parola che lo compone, né una di più né una di meno. Ecco è la prima cosa che si può dire di questo libro.

La seconda cosa che si può dire è che Covacich si conferma scrittore di alto livello. Scrittore preparato dal punto di vista tecnico: la finzione può sfruttare un impianto teorico talmente minuzioso da renderla impeccabilmente paragonabile alla realtà. Scrittore dallo stile eccelso e soltanto in apparenza semplice: l’audace sistema retorico, poggiato sulle due gambe l’una reale l’altra finta, collasserebbe all’instante non ci fosse tanta maestria, infatti, resta lì solido davanti al lettore, monolitico come una montagna da scalare, profondamente umiliante come una discesa all’inferno. Scrittore, però, che a differenza degli altri libri non sembra più così “dosatore esperto, “centellinatore” di emozioni“: il dolore a larghi tratti trascende la pagina, corrompe la mani, infetta gli occhi, assale, macula la pelle del viso, mangia, corrode, crea buchi, voragini su cui il lettore dovrà districarsi inevitabilmente – inevitabile, appunto, come il dolore stesso. Solo uno scrittore vero riesce a districarsi su queste voragini, solo lui. E solo afferrandosi alla sua mano, fidandosi ciecamente, il lettore potrà sopravvivere, potrà sopportare il dolore – sopportare quella cosa talmente tanto grande da dover essere ignorata tutti i giorni della vita per sopravvivere.

La terza cosa che si può dire di A nome tuo è forse l’unica cosa che sento di voler dire su questo libro. (Mi stringo un attimo il cuore dentro la mano.) Chiusi la recensione di A perdifiato dichiarando, con ammirazione e invidia, che «Io odio Mauro Covacich». Ecco, non era così foriera di senso quell’affermazione. C’era in nuce un fondo di realtà, realtà nella finzione. Ecco, oggi posso affermare che odio Mauro Covacich perché Mauro Covacich vuole che io lo odi. (Vuole che noi tutti lo odiamo.) E il solo pensiero di questo pensiero fa sì che io lo odi ancora di più, perché mi rendo conto che, fin da quando ho afferrato la sua mano per scendere dentro le (sue) voragini giù fino all’inferno, in realtà, non ero io ad aggrapparmi ma lui che mi spingeva a fondo. Ero, sono diventato un oggetto nelle sue mani, un lettore di cui lui può disporre a piacimento. Per questo io lo odio. Perché Covacich questo fa, ti trascina, dove vuole. E non è possibile trascinare le persone in quel “lato oscuro della luna” (che è dentro ognuno di noi) e restare puliti, e non sporcarsi irrimediabilmente l’anima. Non è possibile creare un universo di dolore, immergerci le altre persone e non pagarne le conseguenze. Non è possibile, inoltre, generare dolore nel prossimo e non sentirsi in colpa. Il dolore causato come anche l’odio non sono sentimenti gratuiti. Qualcuno deve pur assumersene la responsabilità, ogni scrittore vero lo sa. Tutto ciò ha un prezzo carissimo. E chi lo paga? Chi ne fa le spese? La risposta pare essere una sola: Mauro Covacich.

Torniamo al libro. A nome tuo, da questo punto di vista, non è altro che un’ammissione di responsabilità, una dichiarazione esplicita di colpa. Il senso di colpa profondissimo che l’autore sente di dover espiare. Covacich è cosciente di essere responsabile del dolore provocato nel lettore. Dolore generato dal dolore dell’autore stesso, un dolore insieme personale e impersonale, un dolore reale e fittizio. Si sente responsabile di condurci in quell’inferno da cui tutti cerchiamo di sfuggire, che noi tutti abbiamo bisogno di ignorare per poter sopravvivere. In fondo, si dirà, questo è scrivere: condurre gli altri esseri umani dove normalmente non vanno, dove non vogliono più andare, lì da dove sono fuggiti immemore tempo fa. E ancora che lo scrittore vero ha questa capacità perché vive e scrive sempre sul limite tra realtà e finzione, tra sogno e incubo, tra sociale e animale. Ma lo scrittore vero sa anche assumersi questa responsabilità, è pronto a pagarne le conseguenze. E Covacich? Covacich si dimostra scrittore vero anche in questo?

Covacich sa che deve pagare per tutto il dolore che crea. Sì, lo paga scrivendo, lo paga vivendo, ma ciò non basta. Covacich lo sa, non è sufficiente. Non basta assumersi la responsabilità, non basta diventare l’unico capro espiatorio. Ci vuole qualcos’altro. Oltre l’espiazione è necessaria una soluzione, la soluzione al male stesso. Espiando salverebbe solo se stesso. Ci vuole altro, quindi, ci vuole qualcosa di più del semplice sacrificio umano per redimere anche “il resto del mondo”. Solo così si è scrittori veri. Ci vuole una proposta, filosofia, fede, speranza, scienza, idea, insomma, chiamatela come vi pare. Bisogna trovare un modo per sopravvivere a quel “lato oscuro” perché il “lato oscuro” non si può dimenticare del tutto, perché non si può non affrontarlo almeno una volta nella vita, perché, anche se lo ignoriamo, lui è sempre dentro ognuno di noi. Questo Covacich lo sa, e lo sappiamo anche noi.

«Ci salviamo da soli, senza l’aiuto di nessuna forza esterna. Ci salviamo a vicenda, insieme, l’uno con l’altro, uniti, almeno in due. E succede quando meno ce l’aspettiamo, succede e basta, è il caso. Tutto ciò da cui dobbiamo salvarci, le voragini su cui viviamo, il mare nero su cui nuotiamo, altro non sono che paura, umana paura. Solo uniti si può affrontare la paura, solo insieme si può sopravviverle.» – parrebbe dire Mauro Covacich.

Detto così sembrerebbe banale, ma non è mai banale cercare una salvezza da soli, cercarla per se stessi e per gli altri. Non è banale rinunciare a Dio e cercare una salvezza su questa Terra. Non lo è mai. Questo riescono a farlo solo gli scrittori veri, e gli esseri umani veri.

Se così è, se A nome tuo è tutto questo, se Mauro Covacich è uno scrittore vero, non posso che chiudere questa recensione che recensione non è in un unico modo, squartandomi il cuore, asciugandomi le lacrime, idealmente guardandolo negli occhi e dicendogli:

«Caro Mauro, io ti perdono. Anche se so che non è il mio perdono che vuoi.»

Ecco, questa è l’unica cosa che volevo dire.

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21/09/2012

Chiappanuvoli

Aspettando i barbari – J.M. Coetzee (recensione)

Se tutta questa storia (sceneggiata per i più) ha avuto inizio è per “colpa” di un libro. Il libro in questione è Vergogna di J.M. Coetzee e la storia è quella dello scrivere, del mio iniziare a scrivere “perché da grande farò lo scrittore”. Una malsana decisione destinata all’insuccesso nel 99,9% dei casi (direi che la percentuale è realistica, “uno su mille ce la fa”). Ebbene dopo aver letto quel libro pensai «caspita, un libro scritto in modo così semplice, eppure così complesso nei contenuti» – e qui viene la parte migliore del pensiero e  vaffanculo la vergogna – «mah, anche io credo di saper scrivere così, che ci vuole?». Solo un po’ di tempo dopo ho scoperto chi è J.M. Coetzee, qualche tempo dopo ho capito tante cose sulla scrittura. Per esempio, quanto è innaturale mettersi davanti ad una pagina bianca. A quasi un anno e mezzo da quella lettura, mi è capitato per le mani quest’altro libro, sempre di Coetzee, Aspettando i barbari (Waiting for the Barbarians, edizione Einaudi, 2000, ISBN 88-06-17312-8).

In una sperduta località ai margini dell’Impero vive un magistrato e la sua pacifica comunità. Il magistrato amministra, loro vivono. Il magistrato ha tempo anche per collezionare antichi manufatti delle popolazioni barbare preesistenti nella zona. Un giorno piomba in città l’esercito con la sua Terza Divisione. La loro missione è capire se i barbari oltre il confine stanno tramando contro l’Impero. I loro metodi sono violenti. Si scagliano contro le pacifiche popolazioni nomadi che vivono oltre questo confine che realmente, e come al solito, neanche esiste. Arresti, interrogatori, sevizie, morti. Il magistrato si oppone. Si ribella. Aiuta, per quel che può, quella gente indifesa. Ma non riesce a fermare tanta ferocia, in nome della giustizia, in nome della pace, in nome dell’Impero. L’esercito va via a mani vuote, lasciando la città ed il suo magistrato scossi. Lasciando miserabili sfiniti dalla prigionia. Lasciando una ragazza barbara nella città. Lei è stata accecata dai suoi aguzzini. I piedi le sono stati spezzati. Non può andar via. Il magistrato la accoglie in casa sua, la cura. A modo suo, si innamora di lei. Così l’impurità del nemico barbaro si insinua nel suo cuore. Agli occhi della popolazione e dell’esercito diventa un nemico anch’egli. Quello che segue è la battaglia morale di un uomo giusto contro il potere spregiudicato e corrotto. Quello che segue è un insegnamento per tutti noi.

Aspettando i barbari è un libro scritto in piena Apartheid (1980). È il libro di un sudafricano bianco che ha vissuto in quel periodo. È il libro di uno scrittore che ha saputo cogliere le profonde motivazioni di tanto odio, che ha saputo metabolizzare e assolutizzare, rendendolo opera d’arte nei suoi libri. Si parla qui di archetipi fondamentali dell’essere umano. Tipologie antropologiche. Verità. Cose che hanno portato Coetzee ad essere premiato con il Premio Nobel per la Letteratura nel 2003. Per capire a fondo le sue parole, ho dovuto attingere alle reminiscenze universitarie dei tomi di antropologia. Canetti, Girard, Douglas, Foucault, per citarne alcuni. Letto altrimenti, senza strutture teoriche intendo, non vede dissiparsi assolutamente il suo valore. Tutt’altro, resta comunque un libro che riesce in pieno a comunicare con l’animo del lettore. Resta un terremoto culturale.

Il testo è breve, appena 193 pagine. La cura nel dettaglio è impeccabile. I ruoli perfettamente rispettati: io sono lo scrittore e ti suggerisco, tu sei il lettore e devi immaginare. Il deserto, il colore della pelle dei barbari, la fragranza della vita semplice, la vergogna e la rabbia, prendono forma, diventano reali. Il protagonista, seppur magistrato, è un uomo semplice. Il suo monologo permette di avvicinarci agli archetipi naturali dei quali siamo fatti, fluendo come olio raffinato tra le pieghe delle nostre sovrastrutture culturali. Si perde via via il contatto con i muscoli volontari del corpo, e con la ratio. Dopo poche frasi ci si ritrova ad ascoltare i propri organi. Il battito del cuore, le contrazioni delle viscere. È lì che avviene il libro, è lì che si completa l’essenza del libro.

Punti di forza: oltre la qualità direi indiscutibile, siamo in presenza di una vera e propria lezione di vita. Semplicità e profondità si integrano e si mescolano. Uno dei migliori libri mai letti.

Punti deboli: eh, qualcosuccia che non mi è piaciuta, qualche stonatura c’è. Sono sicuro che sarà costume nella letteratura anglosassone, ma troppo spesso i “modi di dire”, le metafore, si ripetono, rendendo, a tratti, il testo ridondante.

Consigli al lettore: un libro imperdibile. Ottimo se ci si vuole avvicinare all’autore, che in esso rivela tutta la sua classe e poetica. Da leggere, però, piano, gustarlo, poche pagine al giorno. Al massimo 20.

Futuribili: credo che sarò ben lieto di leggere tutti gli altri libri di Coetzee. E credo che continuerò con i primi. Terre al crepuscolo, Nel cuore del paese, La vita e il tempo di Michael K.

Link:

J.M. Coetzee wiki.

Aspettando i barbari, Einaudi.

Chiappanuvoli