Fuori come…

balcone progetto c.a.s.e.

 

Fatti d’insolide certezze
disimpegnati dal creato
calmierati dal creatore,
state fuori come…
tagliati fuori come…
Crollate su altre spalle
di chi regge un poco più
appena –
appena siete stanchi,
destati di nuovo
per pochi attimi:
quel balcone
temporaneo, emergenziale
sei tu.

03.09.2014

[L’articolo su la Repubblica]

 

Al Principe, Giuliano Piazzi

Io non lo so e di certo non è questo il punto, però forse tu, dipende dai punti di vista, potevi anche crederci a questa cosa qui. Facciamo comunque finta che sia possibile, inganniamoci, solo per un poco. Io non lo so ma faccio finta che sia possibile, parlarti, scriverti cose che avrei voluto dirti di persona quando eri ancora vivo, cose che forse sapevi, cose che non allungano la vita, ma la rendono più lieta, forse, persino più sopportabile proprio negli ultimi momenti. Presumo sia così. Non lo so. Lo saprò comunque prima o poi.

Ciao Principe Giuliano. Sai, ancora oggi, mentre ti scrivo, qui sulla mensola di fianco alla mia testa c’è il tuo Principe, il Casador. È qui perché ogni tanto lo apro, sfoglio le pagine, leggo qualche frase qua e là. Niente è perso. Quel che leggo si aggancia immediatamente a un sapere profondo, genomico diresti tu, e ritrova subito un senso complesso, organico. Una teoria tu la chiamasti, per pudore credo, quando invece era, ed è tuttora, qualcosa di più grande, assoluto, è un sapere, è vita, la tua almeno.

La vita è un sapere. Scrivesti.

Per me, quando ti incontrai per la prima volta – non ricordo se almeno questo te l’ho mai detto – fu come una rivelazione, fu come poter dare il proprio nome a tutte le cose che avevo attorno, dentro e lontano. Una mappa, ecco, per orientare la mia vita. Ero giovane quando ti conobbi, sono uomo ora che ti scrivo, ma la mappa è sempre la stessa.

Non sono più sociologo, finiti gli studi ho lasciato tutto com’era, ho tenuto gli strumenti, ho messo da parte le informazioni. Ora faccio lo scrittore, ci provo almeno. Gli strumenti però sono sempre gli stessi. La vita è, la non-vita non è. È quanto basta. Tu non lo sai, te lo dico ora, ma dentro i due libri che ho scritto ci sei tu, ci sei andato a finire in un modo o nell’altro, e non solo per riconoscenza. Vedi, scrivo perché con la sociologia non potevo fare quello che ho sempre voluto fare, dare tutto me stesso per regalare solo un sorriso a qualcuno. Tu per me sei stato tanti sorrisi. Tu sei la mia scrittura. La parte più profonda.

Non te lo aspettavi, eh?

Ecco, forse dopotutto, quel che voglio dirti è proprio questo – sperando un domani di poter fare ancora di più –, riconoscere il debito che ho nei tuoi confronti, ricordarti, stralciare per un attimo solo il velo e mostrare la verità, potrei dire la nostra verità, perché, lo sappiamo, il Capitale è sempre lì a costruire altro da sé, la finzione, il virtuale. D-D’.

Sono qui solo per dirti: Principe, Maestro, Amico mio, grazie.

La mia vita è, o tende a esserlo, per merito tuo.

Giuliano Piazzi

La buca

da Il Capoluogo

(da Il Capoluogo)

Che io mi ci avvicinai pure ma ebbi paura di guardarci dentro come se dentro avessi potuto trovarci uno scheletro, o più di uno scheletro, il meccanismo, gli ingranaggi che muovono o che non muovono – dipende dai punti di vista – tutta la città.
La buca si aprì la scorsa domenica, all’improvviso, e inghiottì la prima cosa che gli capitò a tiro. Fu un’auto, per fortuna, non un bambino o una donna gravida. Fu un’auto e s’incastrò e là rimase. La rimossero dopo alcune ore e la buca stette aperta per un giorno interno. Fu in quel giorno che andai a vederla, mi avvicinai ma ebbi paura: quale verità orribile poteva mostrare?
Accorsero degli operai, il loro compito era di tappare la buca e così fecero. Anche loro non guardarono dentro la buca, non era loro compito, ci riversarono dentro un camion di sabbia, un camion intero, e andarono via. Il sindaco pure venne e disse che era tutto a posto e da allora nessuno ha pensato più alla buca, era come se non fosse mai esistita. Siamo tornati tutti a occuparci dei problemi di superficie, del lavoro in superficie, di come spendere il nostro tempo in superficie perché come spendere il nostro denaro, in grazia di Dio, è un problema che ci è stato risparmiato, di quando sarà ricostruita la nostra casa di superficie, di quando terneremo a vivere il nostro centro storico di superficie. Di nuovo sopra, oltre la buca.
Il fatto è che è successo, che ieri, la buca si è riaperta ancora, all’improvviso ancora, sorprendendo di nuovo tutti. Io ho provato a dire «Guardate che la buca c’era anche prima, anzi, è la stessa di prima!», ma gli altri ormai avevano dimenticato e mi hanno dato del pazzo. Ora, io pazzo lo sono, non posso negarlo, sono pazzo perché ho paura di guardare nei buchi, ma non così tanto pazzo da confondere i buchi. Quando sono tornato a vedere la nuova buca, la paura di guardarci dentro era sempre la stessa. Credetemi!
E allora sono accorsi di nuovo gli operai e di nuovo hanno tappato la buca con un altro camion di terra. Anche il sindaco è tornato e ha detto che è tutto a posto e, anzi, ha detto pure che quello era un buco pilota, che presto, dentro una buca ancora più grande, parcheggeremo tutti le nostre macchine.
Ora, è vero che io sono pazzo, ma al vederla, quella nuova buca, a me mi è venuto anche da pensare una cosa, che però non ho detto a nessuno, neppure al sindaco, per paura che mi dessero ancora del pazzo. Ma questa cosa mi ha messo ancora più paura che guardarci dentro, alla buca, mi ha fatto più paura della buca stessa! E se in questi anni avessimo tappato i buchi di superficie come abbiamo tappato ieri quel buco in profondità? E se i buchi della città dovessero all’improvviso tornare ad aprirsi come quella buca in profondità? Questo pensiero, signori, mi fa impazzire ancora di più di quanto non sono già pazzo, e ancora più paura, per giunta!
E allora io oggi ho fatto una cosa, e l’ho fatta perché sarò pure pazzo ma non voglio tenere pure una paura che mi fa diventare ancora più pazzo. E allora sono andato ancora vicino a quella buca, e questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono messo a scavare, e ho tolto tutta la terra del camion e alla fine sono pure riuscito a guardarci dentro, a quella buca, e ho visto, ho visto, signori, quello che ci sta dentro, a quella buca. Dentro, signori, non c’è niente. Nessuno scheletro, nessun meccanismo, nessun ingranaggio che muove o che non muove tutta la città.
Signori, la paura mi è subito passata! Signori, ho capito che l’orribile non tanto orribile verità che ci sta sotto è che non c’è nessun meccanismo, in realtà! E se non c’è nessun meccanismo, allora, signori, significa che dipende tutto da noi, buchi in profondità e buchi di superficie! Signori! La paura mi è passata! Oh, se mi è passata! Dentro, non c’è niente.
E sarò pure pazzo, forse più di quel che penso, ma io non voglio più starmene zitto per paura che mi date del pazzo! Datemi pure del pazzo allora, se volete, però io, signori, io devo dirvela, questa cosa, una cosa che mi fa ridere e ridere, ora, che mi fa ridere tanto che non riesco a smettere.
«Venite, signori. Venite a vederla, la buca. È la nostra buca! Venite a vederla dentro, non abbiate paura. La buca è solo una buca. Il resto dipende da noi. Non abbiate paura…»

da Il Messaggero

(da Il Messaggero)

Chiappanuvoli

[notizie ulteriori sono reperibili, per esempio, qui, qui e qui]

“Porcoddiaz!”

roma

Tutto ciò è molto, molto bello. Quasi inebriante. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ci mancherebbe, ma sottolineare che sempre, invece, un fascio finisce per rovinare tutta l’erba. E immaginerete a cosa mi sto riferendo. Ebbene, che è successo di nuovo? È successo che il pincopallo in questione, oggi, si è presentato in Questura dicendo “Sono io quello col giubbetto di pelle che l’altro giorno ha pestato la signorina a terra abbracciata dal ragazzo, e che, mannaggia, è stato visto dall’Italia intera”. Subito si è alzato un coro da dentro la Questura, “Un cretino!”. E per ora la storia finisce qui.

Quello che succederà poi, forse, potrebbe essere quanto segue. Ma lavoro di fantasia, sia chiaro a tutti. Forse per associazione col passato…boh! Comunque, succederà che lo sospenderanno. Daranno lui una pena “apparentemente” esemplare. Demagogicamente lo faranno passare per capro espiatorio della situazione, per mela marcia dentro un sistema buono e sano, che è lì solo per proteggerci e mantenere l’ordine. Il più di noi ci crederà. Un’altra parte cospicua invece no, ma smetterà di pensarci col passare dei giorni. Pochissimi, davvero una parte esigua, continueranno a chiedere giustizia. E lo faranno invano. Dopo pochi mesi alla scrivania, infatti, il tizio con la giacca di pelle tornerà al suo posto, forse prendere bellamente a randellate gente disperata. Ci sarà, sì, un processo, ma finirà in vacca, ho paura. Il tizio, il “cretino”, ho invece il vago sospetto che con questo comportamento si sia spianato la strada verso una lunga e luminosa carriera nelle Forze dell’Ordine. E, se dovesse continuare così, forse, ma dico forse perché ci vogliono anche i giusti appoggi politici, potrebbe un giorno trovarsi a fare pure il Questore Capo, o perché no, il Ministro dell’Interno.
Bello, no? Inebriante.

Mi permetto di aggiungere, con un ghigno, anzi no, sorridendo, ma che dico, ridendo quasi, ma sì, ridendo a crepapelle, “Porcoddiaz!”.

Chiappanuvoli

Da lontano, dentro

Oggi cercherò di parlare al festival Un Paese. Raccontare il presente italiano dello stretto collegamento tra L’Aquila e l’Italia. Questo sono gli appunti che porterò con me, li posto così come sono, refusi compresi.

Un Confronto

Fin dai primi giorni dopo il terremoto, ho sempre pensato che L’Aquila fosse nient’altro che l’immagine riflessa dell’Italia da lì a cinque anni. Ora che sono passati cinque anni devo ammettere di essermi sbagliato, è probabile che lo scarto sia maggiore, forse di dieci, quindici anni. Certo è che il Paese, a differenza della mia città, può contare su sacrifici maggiori, su una gran quantità di sangue versato degli Italiani che forse ne rallenta il declino.

Vorrei comunque provare a tirare un po’ le somme, a tracciare una rete di affinità sovra-temporali e così umanamente tragiche che lega L’Aquila all’Italia. Lo farò elencando 15 punti, i primi che mi sono venuti in mente, e 15 perché 15 sono i minuti a mia diposizione. Un minuto a questione. Nulla di originale, per carità, è un “gioco” questo che può essere fatto confrontando qualsiasi realtà periferica italiana al resto del corpo, alla carogna.

1. Siamo di fronte a due realtà in piena decadenza. Apparentemente i mali che affliggono, o hanno afflitto, L’Aquila e l’Italia sembrano essere diversi, da una parte la catastrofe naturale, dall’altra la crisi economico-sistemica. In realtà, il male che le sta divorando è lo stesso, solo e squisitamente umano. La crisi in sé, che si parli di terremoto o di recessione, non è il problema, il vero problema è la soluzione, la strategia che adottiamo per tirarcene fuori.

2. L’Aquila e l’Italia sembrano destinate all’oblio, condannate all’abbandono, entrambe hanno bisogno di un intervento coraggioso, sanatorio, ricostruttivo. Di cambiamenti di rotta radicali, e non dai connotati “democristiani” o peggio ancora populisti come quelli che sono stati adottati negli ultimi anni.

3. L’illegalità, o anche solo il malcostume, pervade tutte le sfere sociali: la politica, l’imprenditoria, la popolazione tutta. All’Aquila come in Italia pare essersi generato l’habitat ideale per la proliferazione del germe della corruzione. Sembra che rubare sia diventato normale, mentre essere onesti, un’onta di cui vergognarsi.

4. Questa situazione è aiutata dal fatto che pare non esserci controllo sociale. Il poco che c’è, è affidato all’iniziativa della magistratura, resa sempre più lenta e macchinosa, o agli sparuti controlli delle Forze dell’Ordine che, all’occasione, sono asservite al potere, e quindi prepotenti, quando devono confrontarsi con la disperazione o la determinazione dei cittadini, o si ritrovano a essere realmente impotenti quando cercano di far fronte alla complessità del male che devono combattere.

5. C’è quindi un generale e diffuso senso di mancanza di giustizia, di tutela da parte dei cittadini. Il potere, che dovrebbe contenere le degenerazioni violente e garantire l’ordine anche tramite l’uso della violenza stessa, da un lato, pare essersi tirato indietro, aver perso presa sul reale, dall’altro, ordisce trame in apparenza incomprensibili, persegue obiettivi lontani dai bisogni reali dei cittadini. E questo genera insicurezza, paura. Il senso d’impotenza che ci pervade fa il resto.

6. L’Italia e L’Aquila sono due posti bellissimi, seppure in decadenza. Sono posti dove il concetto stesso di bello ha perso significato. In entrambe è come se fossimo costretti a ricomprarlo fuori, oltre i nostri confini, questo concetto, come se fossimo ormai troppo disumani per riuscire a cogliere da soli la grande bellezza. È come se fossimo estromessi da uno dei processi più naturali, più istintivi: il riconoscimento del bello.

7. Le bellezze artistiche e naturali, di cui tanto amiamo vantarci al cospetto del resto del mondo, all’Aquila come in Italia, oltre a essere degradate alla stregua di merci, con tutto il dibattito che ne segue, diventano anche occasioni di propaganda politica, o peggio, di malaffare privato. Abbiamo dimenticato che il territorio è parte integrante dell’identità individuale e sociale, mancargli di rispetto è mancare di rispetto a noi stessi, e questo avviene tutti i sacrosanti giorni.

8. Entrambe, nei loro rispettivi contesti di appartenenza, vengono spacciate dai media e dai politici come terre in grado di garantire sicure opportunità di rilancio economico, si veda Renzi in questi giorni in giro per l’Europa, o la balla del cantiere più grande d’Europa per L’Aquila. In realtà, siamo percepiti dai contesti stessi come problemi, come talloni di Achille, come zone cancerose e cancerogene, organi malati in tutto dipendenti dal resto del corpo, deboli, e dunque medicalizzati, schiavizzati, ma anche sacrificabili.

9. L’Italia e L’Aquila sono ormai territori di serie B. Delle periferie, dal punto di vista economico e quindi politico, niente di più. Si avverte nettamente la mancanza dal centro, e del centro. Ma, attenzione, non credo sia corretto scivolare nella retorica del nonluogo, nel senso proprio del termine, perché quelli che viviamo ogni giorno sono luoghi fin troppo antropoligizzati, da riconsiderare è il valore stesso che diamo alla nostra terra, nel suo insieme, come un unicum, e non smembrata nella sterile dialettica centro-periferia.

10. Vediamo la gente fuggire, emigrare, soprattutto i giovani. Vanno via sia per necessità, alla ricerca di nuove opportunità, perché qui le risorse scarseggiano, sia perché hanno fame di idee, per il bisogno di aria nuova, pulita. Ma, anche qui bisogna stare attenti, l’altrove quasi mai è percepito come un luogo straordinario, eccezionale, assolutamente migliore della terra di provenienza, è semplicemente visto come qualcosa di normale, una realtà normale. Si emigra alla ricerca della normalità. Tanti di loro, degli emigranti, infatti, volentieri tornerebbero, volentieri resterebbero.

11. La rappresentanza politica è del tutto finta, illusoria. La parola “democrazia” è stata svuotata di senso. Ogni Governo, di qualsiasi bandiera, è ormai totalmente asservita alle lobbies, alle logiche di profitto privato, come pure al mantenimento del proprio privilegio. Il fatto ancora più grave è che c’è stata, però, una sorta di slittamento, una convergenza, un affastellamento al centro, sintomatico. Responsabilità, la chiamano. Pare invece, da un lato, raschiare il fondo del barile elettorale, dall’altro, un evidente e deleterio scacco: comunque vada, a loro, alle lobbies, va garantito quanto pattuito; la logica del ricatto.

12. Che poi il problema, credo vada ribadito sempre con forza, non è tanto, o solo, essere una realtà assoggettata ai poteri mafiosi, quanto la cultura mafiosa, collusa, omertosa, assertiva, che ormai ci ha fagocitati: l’interesse privato su quello pubblico, il familismo amorale, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse a disposizione, l’egemonia pressoché totale sull’ambiente. Siamo mafiosi, tutti, chi per un modo che per un altro, siamo tutti affiliati a un clan.

13. Non solo all’Aquila, il bisogno di ricostruzione è generalizzato. Ricostruzione morale prima ancora che materiale, del tessuto sociale, insomma. E non è seguendo la logica del “dov’era com’era”, come è stato sbandierato nella mia città, che ci tireremo fuori dalla questa crisi; quello è solo uno spot, uno spauracchio per mantenere ben saldo niente più che lo status quo. Serve un passo in avanti, non certo un’utopia ma un sogno, semplicemente.

14. Quel che manca, quel che ci hanno tolto, sembrerebbe essere è proprio la speranza. Nel domani, nel prossimo, nel sistema, perfino in se stessi. Sembriamo condannati all’individualismo più sfrenato, o quantomeno ci viene offerto come l’unica soluzione realistica; ma è solo l’ideologia capitalistica di cui siamo purtroppo forgiati, chi più chi meno, a condannarci. Un’ideologia, credo, sento, del tutto priva di qualsiasi fondamento. Nei momenti di difficoltà, infatti, è naturale riporre la propria fiducia nell’altro, aiutarsi, collaborare per. La comunità, il senso profondo della comunità non è morto come vogliono farci credere. Una comunità unita è potente, e quindi pericolosa per chi detiene il potere. Dobbiamo avere fiducia, prima di tutto, non quella di cui blaterano i politici ovviamente, dobbiamo avere fiducia nel prossimo.

 15. Ancora più grave della perdita di speranza e di fiducia, a condannare sia L’Aquila che l’Italia credo sia la mancanza di un’idea condivisa. Una visione d’insieme, la consapevolezza di se stessi, e quindi la responsabilità delle nostre azioni. Non abbiamo idea di quel che vogliamo essere domani perché non sappiamo quel che siamo oggi e abbiamo dimenticato ciò che eravamo ieri. Viviamo giorno per giorno, basandoci soltanto sulle sparute e misere certezze che abbiamo in mano, perpetrando così, inconsapevolmente, un sistema ormai fallimentare, giunto al capolinea. Serve un’idea per ricostruire L’Aquila, serve un’idea per ricostruire l’Italia. Una visione. È questa la nostra principale mancanza, è questa la nostra principale colpa.

Я вмираю – Sto morendo

sto morendo

«Sto morendo» ha scritto quell’infermiera di 21 anni. Il proiettile ancora non era uscito dalla sua gola che lei già aveva twittato quella frase indecifrabile che inizia con una R rovesciata che non significa niente e significa tutto. Come un ribaltamento, una rabbia capovolta. Assurdo, eppure così comprensibile. Una presa di coscienza radicale, umana, elementare. È una distorsione del tempo, la sua manipolazione. La condivisione estrema. La convergenza inevitabilmente istintiva all’uno, unico, inseparabile (perché finalmente unito). L’estremo superamento della paura. La morte congiunta è un po’ meno morte.

Oggi arrivano dall’Ucraina, quel freddo ed enorme Paese vittima delle armi di distrazione di massa, notizie rassicuranti, Olesya è viva. Arrivano pure altre notizie, Olesya è nazista.

Chiappanuvoli

5 conigli provano a farmi ridere: Sleep Party People – Notes to you

5 conigli provano a farmi ridere:
Avviene che. E poi anche che. Quando pure poi ancora. E sempre persino. Invece alle volte. Qualcosa d’altro in cert’altri momenti.
Piano sintetizzo elettronicamente la minimalità plettrante.

“This is for the bad time
Telling you our lies
And I believe in you,
Do you believe in your…”

Questo è per i tempi difficili.
Io sto sempre bene finché non crolla tutto.
Allora vediamo che è successo.
Dentro dove mi specchio non c’è alcun dente. Neanche uno. Il bianco è tutto un bianco che deve essere riempito di nero. Ma non ha alcuna forma. Mai l’avrà. La mia forma non è forma che trova corrispettive. Provano. Continuo a provare
lalalaaalalalaaala
Chiappanuvoli