Zona Rossa

Zona Rossa

foto di Claudio Cesaroli® (www.claudiocerasoli.com)

[Già apparso su Nazione Indiana]

Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi e realizzate, cazzo realizzate che state vivendo uno dei momenti che vorreste ricordare per sempre nella vostra vita e gioite e i polmoni si riempiono di aria buona e vi sentite di esplodere, ma ce la fate a malapena ad accennare un sorriso ebete? So che avete presente di quali sere sto parlando. Per me ieri sera è condensato nell’immagine delle mie mani che si strusciano tra loro nel mezzo dei suoi seni.

Ero stata attratta da lei fin dai tempi in cui ancora cercavo di piacere agli uomini. Tempi scomodi, frustranti. Ero attratta ma mi limitavo ad osservarla, a fantasticare di poterla conoscere. I desideri non erano del tutto chiari. Poi passarono gli anni. Vennero quelli dell’università assieme a quelli della consapevolezza. Poi venne il terremoto. E venne anche il ritorno all’Aquila. Oggi, vivo in una città distrutta, una sorta di open space che comunque pare non essere in grado di contenere tanta energia e tanta rabbia. Oggi, ci si arrangia a sopravvivere contentandosi di avere ancora un’esistenza, nonostante il mostro che ci ha morso da sottoterra ed il male, forse peggiore, che ci è venuto in soccorso.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

La sera scorsa sono stata in piazza Regina Margherita. Lì, in quegli unici 20 metri quadrati di centro che hanno resistito. Ho fatto l’aperitivo lungo con gli amici. Sono arrivata alle 19.15 più o meno. Ho atteso la chiusura del Boss, che poi ci mette sempre una vita a cacciar fuori tutti. Poi mi sono spostata in piazzetta e cocktail a ripetizione al Malacoda. Quindi, “tazza della staffa” allo Zenzero, locale troppo chic, infatti non ci vado spesso, e ultima consumazione che rigorosamente non arriva mai. Ieri, però, le cose dovevano andare per forza così. Almeno mi piace pensarlo. La musica assordante. Il sudore. Gli sguardi. Lo stupore e l’emozione che ne è seguita. Il tocco delle sue dita attorno alle mie e il suo biglietto di carta abbandonato nella mano.

Ciao. Non mi aspettavo di rivederti in giro.

Ed io non mi sarei mai aspettata questo bigliettino!

Non ci credo. Ma se avevo una cotta per te dalle Superiori!

L’avessi capito prima!.. Sei sola? Ti vanno 2 chiacchiere?

Stasera sono con degli amici… Sola con degli amici : ) E cosa stiamo aspettando?

E mentre stavo scrivendo “Sto solo aspettando di conoscere te…, l’ho vista ammiccarmi ed uscire dal locale.

L’aria gelida mi ha tagliato le labbra. L’ho trovata che si abbottonava il doppio petto del cappotto nero. Doveva costare un sacco di soldi quel soprabito. Ecco perché non ci siamo mai incontrate in questi due anni aquilani, abbiamo frequentato locali differenti, altra gente, evidentemente veniamo anche da due classi sociali diverse. Poi il subbuglio delle deportazioni sulla costa e le abitazioni provvisorie costruite a casa del diavolo. Le singole vite che ricominciano.

I suoi capelli si poggiavano dolcemente sulle spalle. Ha acceso una sigaretta. Attraverso il fumo mi ha sorriso. Le parole di quei pezzetti di carta, che si sgualcivano in fondo alle tasche tra le mie mani sudate, presero vita, suono, speranza. Ricordo di aver notato i tanti bicchieri appoggiati dentro a uno dei vasi del locale. Ricordo di aver fissato per la prima volta i suoi occhi e di essere arrossita. Mi fingevo calmissima, nonostante le sue risposte mi emozionassero ed ancor più le sue domande. Avevo paura di fare una pessima figura. Ero nervosa e, al contempo, disinibita. La sbronza. Qualcosa di buono, però, devo averlo pur detto se siamo restare a parlare per un bel po’ di tempo. Se gli amici, che a turno venivano a chiamarci, desistevano sempre. Se mi ha detto che era felice di avermi conosciuta, sfiorandosi appena il viso con le dita. Se senza esitazioni ha accettato il mio invito a fare due passi poco più in là, nella zona rossa.

Ricordo la chiesa di Santa Maria Paganica e il suo tetto di plastica e di aver detto una cavolata. Lei che, accendendo una sigaretta, per poco non ha perso l’equilibrio. Ho pensato che non sembrava affatto brilla mentre mi parlava. Ricordo che dopo qualche metro ci siamo infilate in una viuzza. Abbiamo parlato di quanto era triste quello che ci circondava. Lei ce l’ha un po’ meno di me col Governo e l’amministrazione locale. La cosa non mi ha dato troppo fastidio. Sembrava avere le sue ragioni. Sembrava senza pregiudizio. Ricordo la luce completamente arancione e la sua pelle che mi attraeva. Quel portone antico aperto. I puntellamenti di legno muffo a sorreggere il soffitto. La paura. L’ansia. E quell’atrio che si apriva davanti a noi. Macerie ovunque, ancora. L’oscurità blu scuro. La sigaretta che nel tiro le ha illuminato gli occhi. Il pozzo dietro di lei. E il nostro primo bacio.

Ho cinto la sua vita con la mano. Il suo sapore si diluiva nella mia saliva. La tenerezza nel tepore dei respiri. Le carezze tra i miei capelli. La testa mi ondeggiava come cullata dal mare. Un’impercettibile senso di nausea mi ha ridestato. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo sciolte in un sorriso. E poi il desiderio. La gola. I baci violenti sul suo collo. La mia lingua che imparava il gusto della sua pelle. I suoi gemiti dentro le mie orecchie. Le sue gambe che hanno preso ad attorcigliarsi sulle mie. I bottoni dei cappotti saltati via come lapilli. Una mano a sorreggerle una coscia e l’altra ferma sulla camicia di seta a cercare il coraggio di salire o di scendere. Lei mi stringeva forte la testa. Le unghie infilate nella nuca. E il suo bacino che ha preso a strusciarsi sul mio, nylon contro jeans. La sua camicia che si è aperta lentamente mentre lei ha cominciato a ridiscendere la mia schiena. Mi ha sfiorato il sedere ed io mi sono immersa nei tuoi seni. Morsi e palpeggiamenti. I nostri corpi si univano in danza sopra il pozzo dei nostri desideri.

Ecco le mie mani che si agitavano sul tuo petto e poi la lampo dei miei pantaloni che scendeva. Era come se le sue mani mi avessero posseduto da sempre, decise e sapienti. Ho gemito. Lei mi ha baciato con forza. Mentre giocavo con la lingua sui suoi capezzoli, mi trascinava oltre la logica. Il respiro si è interrotto presto. Ho preso a singhiozzare quasi. L’unica salvezza è stata chiudere gli occhi e lasciarmi conquistare completamente da lei. Il mio cuore pompava a centomila battiti al minuto. Ha portato le dita alla bocca.

Ricordo che ho avuto paura di romperle le calze. La restituzione del dono, perché è così che si creano le alleanze. Lei che riusciva persino a pronunciare delle sillabe piene di vapore. E mi stropicciava le orecchie. Mi mordeva il mento. Mi soggiogava al suo volere. Ero lì solo per lei. L’eco dei nostri vagiti che riempiva di vita quelle mura morte. E poi ricordo l’odore dei suoi capelli e il mio mento che premeva sulla sua schiena. Si è contorta dentro le mie braccia. Ho sentito una carezza calda tra le dita. Non sono riuscita a formulare pensieri composti. Felice. Innamorata. Emozionata. Eccitata. Confusa. E il mio cellulare che non la smetteva di squillare, da terra dentro la borsa, quella canzone che quasi come un prodigio. Take me somewhere nice dei Mogwai. Portami in qualche luogo piacevole. E c’ero.

Avrei voluto fotografarla per non pensare di aver immaginato tutto il giorno dopo. Mi rifiutavo di rischiare di perdere quel ricordo. Totalmente rapita. Avevo già paura di perderla. Era il peso di quel desiderio che avevo finalmente esaudito. Cosa avremmo fatto poi? Il giorno dopo ci saremmo ignorate? Saremmo state cattive?

Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Mi ha detto che la stavano di certo aspettando. Abbiamo sorriso e scherzato per un po’. La luce del cellulare per trovare l’uscita. Il puzzo delle travi di legno. La luce arancione intatta nella viuzza. Qualche metro più in là si è fermata. Mi ha baciato di nuovo cogliendomi di sorpresa. La mia bocca si è aperta in ritardo. La morsa delle sue labbra mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena. Non avrei mai immaginato di sentirmi così a mio agio, istintivamente, con una ragazza dell’Aquila. L’adolescenza sofferta. La libertà ritrovata solo lontano da qui. Le difficoltà al ritorno. Il peso del silenzio. La minaccia della vergogna. Il senso di colpa nel vedere i sogni di mia madre infranti. Il nervosismo ed i segreti. Le bugie che riempiono il melodramma della mia esistenza. Sono crollate le mura e ancora sento che non c’è spazio per noi qui all’Aquila. La città di Sant’Agnese.

Sto ricomponendo i pezzi di carta che ci siamo scambiate ieri sera. È come ricomporre me stessa, in questa piccola provincia mai diventata città. Li leggo e li rileggo senza sosta. Per cercare di carpire un altro senso, magari più profondo, che però non c’è. So, però, che è tutta in questi piccoli brandelli di carta la speranza di una vita che vuole ricostruirsi. Una vita che vuole rinascere.

In questa carta c’è la svolta del nostro domani.

Chiappanuvoli

Tirare le somme – senseofnon-sense

Tirare le somme. A me non pare il caso. Guarda caso oggi mi sento proprio tellurico. Anzi sub-tellurico. Sprofondato va, che è l’effetto che volevo dare. È sì perché. Beh adesso mi dovrei mettere ad elencare tutti i pro e i contro di quest’anno. E non c’ho proprio voglia. Tanto per buona parte li sapete. Cazzo, dico cazzo, sono uno scrittore. Wow! Basta. Sono stanco in realtà. E quel “wow” è del tutto finto. Quel “wow” è un wow italiano. Leggiamolo come tale. Farebbe più o meno così vuouvvvv. Ecco che ci siamo. Così mi si sento. Con tutto che sono scrittore-wow. Vuouvvvv. Proprio così. Adesso, se avete perso il filo del discorso è normale. Io non l’ho fatto. Il filo è teso va diretto sottoterra immergendosi piano e teso che se lo tiri si scrolla la terra dal filo. Tirare le somme. Stiamo tirando un filo. Sai che mi fa male il collo. Gli occhi mi si rigirano all’indietro. Come nei migliori romanzi dei miglio scrittori, quelli sì scrittori-wow. Quel filo, ovvio che sia il filo del 2011 e non solo, il filo dei miei pensieri, sta attaccato stretto, ma stretto stretto al mio…al mio collo. Non mi va di alimentare troppo la suspense, non ho tempo io, figuriamoci poi il 31 di dicembre. Oggi nessuno ha tempo. [Oggi nessuno ha il tempo – questa cosa ricordatevela, potrebbe tornarvi utile un giorno] E tira, stringe, strozza, sfiata. Ecco che il melodramma prende inizio, penserà qualcuno di voi. Ma no, ma no. Nessun melodramma, metafora. Siamo nella metafora, tranquilli tutti, soprattutto quelli che non leggeranno queste parole, quelli che non leggono più le mie parole. È ironicissima questa cosa, almeno, mi fa ridere a me, loro mi hanno lasciato proprio per la mia melodrammaticità. Parte di quella maglia che stringe il mio collo è la loro, sono solo. Poi ci sono i cordoni ombelicali. Mamma mia! Ahahah. Quanto sono belle le parole. Io mi ci diverto un sacco. È una sensazione di libertà. Mia di dire, vostra di capire. Vostra di carpire quel che volete. Poi ci sono i fili conduttori, i contatti, quelli che mi perdo per strada. Amici miei non sarò mai un buon amico. Voglio essere onesto come una lavatrice che cade dal quinto piano. Parte di quei fili conduttori sono i contatti accumulati quest’anno. Contatti da scrittore con scrittori–wow e critici–wow. Ci hanno già ammazzato come cani. Cani vs cani. Io ci provo a capire ma non ci riesco poi tanto. No, non è vero. Io capisco che siamo cani vs cani. Siamo già capitale. Siamo già in competizione. Concorrenza. Concorrenza e deferenza, ecco cosa ci ho capito io. Poi c’è l’ultimo pezzetto di magli di filo. Io. La mia scrittura. Le mie idee. Quelle strozzano più di tutto il resto. Perché alla fine. E sì oggi lo voglio proprio dire. Io scrivo per me. Scrivo solo per me. Nel gioco dell’impiccato sotterrato io sono quello che fa il nodo a farfalla alla mia stessa gola. Non c’è nessun’altra forza, motivazione, legge, chiamatela come vi pare. Sono io. E non starò mai qui ad aspettarvi. Mai. Mai aspetterò che qualcuno si accorga di me. Voi non servite proprio a niente. Esagero forse, ma il collo è il mio. L’unica vita in ballo è la mia. Tirare le somme. Adesso ci state capendo qualcosa? A me non pare comunque il caso. Guarda caso oggi ve lo dico, lo rivelo, sono tellurico. Sub-tellurico. Un terremoto. Lo aspettavo. L’ho avuto. L’ho amato. Ora mi manca. Come fosse tutto ciò di più caro avuto nella vita. Metaforicamente. Ahah. Forse. Tiriamo le somme. Tagliamoci le mani. Respiriamo forte. La terra che riempie i polmoni. Tiriamo le somme. Io ho fame. La terra è l’unica casa.

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Chiappanuvoli

Aspettando il 15 ottobre 2011

Uno scritto di quattro anni fa. Lo propongo così com’era. Attendendo Roma, la piazza, gli altri, donne e uomini. Attendendo il 15 ottobre e che cambi qualcosa.

Generazione sbagliata

 
 
Sono figlio di questa generazione
una generazione dai coglioni storti
dal dolore senza causa apparente.
Sono un prodotto di questa società
un reduce della sua storia
delle sue tante continue guerre
e delle carestie che sempre accompagnano.
Sono un uomo che si autoconsuma,
che piano si logora dentro
che rosicchia i propri organi
che respira il proprio ossido
che defeca il proprio nutrimento.
 
Sono figlio d’uomo che non sa parlare
discendente supremo dell’impero
dalle gerarchie distorte.
 
Sono il frutto di una evoluzione univoca
una fecondazione castrata in potenza
una violenza remota incastonata in un feto.
 
Sono figlio di una madre che ho segregato
per continuare a violentarla tutti i giorni
per creare ancora figli come me,
figli di dio, del dio padre,
del dio personificazione di me stesso,
il dio della storia e della guerre,
il dio del male di cui mi nutro.
 
Il mio dio è la mia mente
il mio dio è la mia cultura,
mezzo di creazione di massa
e di gerarchizzazione astratta.
Per capire, per comprendere
ho diviso ho segmentato
ho spezzattato, così ho creato valori
e distribuito onori.
 
Sono figlio della mia generazione,
sono figlio di mia madre e mio padre
gente tra la gente ed anch’io
uno tra i tanti.
Ieri mi sono svegliato
domani sarò seppellito
e sarò solo un figlio,
figlio mai partorito
un mai nato
perché cresciuto solo nel grembo
della mia cultura.
Sono e sarò sempre un senso relativo
un qualcosa di creato
di artificiale,
mai nascerò figlio assoluto
figlio amato e creato da Dio.
 
Oggi
posso solo sospirare parole
queste parole
prima di morire.
Sono solo un figlio
che altro potere avrò mai?
Sono solo un figlio della paura,
un figlio che ha paura
di un padre creato da suo padre
creato da suo padre ancora
e così indietro nel tempo fino a
perdersi nella memoria.
Ho solo paura.
Cosa posso fare?
Cosa?
Cosa che non sia strappare il mio cordone ombelicale
cosa che non sia uscire squarciando le carni di questa pancia
cosa che non sia vedere il sole
cosa che non sia abbracciare la mia vera madre
cosa che non sia guardare negli occhi mio fratello
cosa che non sia amare l’aria
cosa che non sia vivere la mia Vita
non prestando ascolto a genitori sbagliati?
 
Altrimenti posso anche morire.
7/05/’07

Chiappanuvoli

28 settembre 2011

Frammento più esteso. Oggi è così. Nessuna, nessuna. Le spiegazioni sfamano i cani. Ho fame. Tu, no.

28 settembre 2011:

«Veloci sembrano le parole

incolonnate. Vicini gli allori.

I poeti mangiano i sassi.

°

Moderatamente rapide, quelle raccolte

in un pugno di pagine. L’obiettivo luccica, pare a portata.

Il rischio di ubriacarsi di nulla, Carver lo conosceva.

°

Più lenta è quella distesa infinita di battute.

Meno i sorrisi. L’arte non si inventa (qualcosa la sto imparando).

Sarebbe comunque un boom – d’artificio / al suolo.

°

Tre strade davanti, non troppo devianti.

Fuorvianti. Avanti ai denti colpi prepotenti.

Potevo essere un ingegnere, un banchiere, uno strozzino.»

Musica di Eluvium. Oggi è stato il suo giorno. Genius and the thieves.

Chiappanuvoli

27 settembre 2011

Oggi. Proprio tanta fatica. Ho creduto di non farcela. Ho proprio pensato che non sarei riuscito a scrivere nulla. Al secondo giorno sarebbe stato mortale. Invece l’esercizio, l’a-e-sperimento va avanti. Oggi più introspettivo. Più autoreferenziale. Benefici d’una &@!%£%logia imprevista.

27 settembre 2011, frammento:

«La co-strizione, il senso di co-lpa.

Grandi amici del Super Io.

Non ho nulla di super. Io. Oltre che piombo, senza benzina.»

Ad accompagnare. Ancora un po’ di musica. Casuale, anch’essa.

The Samuel Jackson Five – “Michael Collins Autograph”

Chiappanuvoli

10 giorni di poesia – 26 settembre 2011

Of a lifetime – Crippled Black Phoniex

Stralcio da “10 giorni di poesia”. Nuovo lavoro e titolo provvisorio. Regole semplici. Tutto in 3 versi: 26 settembre – 5 ottobre 2011.

26 settembre 2011:

«Monsignor Ba(m)bini dice:

l’omosessuale pecca più del pedofilo. (I chirichetti sono un’altra storia.)

Contronatura o controcasta?»

10 giorni. 10 giorni qualsiasi. 10 giorni in cui odiare. 10 giorni in cui respirare. No, solo odio.

Chiappanuvoli

309 – “PostSismSix”

309

 

 

 

Che siano 309 lame acclarate,

aggiunte all’altre mai dichiarate,

schegge d’acciaio tra le buie lenzuola

a rigirarsi negli incubi della coscienza,

che d’improvviso ritorna dai verdi lidi

dei paradisi fiscali dove l’avete esiliata.

 

Con le prime luci dell’alba

vedrete il simbolo della vendetta

marchiato a fuoco sul vostro capezzale,

ne sentire l’odore ed il peso e non potrete

far altro che attorcigliarvi nei brividi dell’alcova.

Occhio per occhio, dente per dente,

cuore per cuore, il dolore di uno, mille, 309,

70.000 anime.

 

Dal canto nostro, noi mediteremo

dalla rugiada delle nostre tombe,

sulla giustizia dell’odio,

sul valore della rivoluzione,

sull’umanità della vendetta,

sul dovere di aprire finalmente

gli occhi su tutti voi.

 

Che siano di rancore gli alterchi

con la vostra progenie, e di sangue

le preghiere rivolte al vostro misero

dio di carta, che sia identico lo sguardo

di vostra moglie e delle vostre puttane.

Il vostro rantolo sia l’appalto romano,

la vostra merda sia la frana messinese

i vostri tumori siano la monnezza campana

le vostre crisi epilettiche siano il sisma aquilano

e così sia…

 

Il principio

vedrà 70.000 dilemmi

contrapposto

al vostro mare d’affanni.

Nessuna nobiltà, solo

“essere o non essere”.

11/02/2010-10/03/2011

Chiappanuvoli