Elezioni ammaestrative 2012

6 maggio 2012, L’Aquila. Si decide il destino dell’universo. Tutto il futuro. La possibilità di ricostruire la nostra città. Dobbiamo votare. Dobbiamo cambiare? Dobbiamo continuare così, la continuità è l’unica garanzia? Voci discordanti. 8 candidati sindaco. Al momento pare che gli exit poll diano la pioggia vincente al primo turno. C’è ancora domani però. Grande battaglia contro il sole e i permessi lavoro.

Sono andato a votare verso le 18. Mi sono leggermente bagnato. Ho votato stesso candidato e lista. Non si dice il peccatore. Ci ho messo 12 secondi netti. Una croce a matita. E via. «Buonasera». Sono entrato un poco bagnato e sono uscito col mal di stomaco. Una domanda (la domanda) a preso a farfugliarmi dentro le budella non appena ho ripreso la scheda elettorale e il mio documento. «Perché votare? Serve davvero? Posso incidere sulla realtà in soli 12 secondi di “incisione”? Nulla di più. Finito. Pic. E diventi un numero. Perché votare?!»

Elezioni amministrative 2012. Sono fuori dal seggio. Piove ancora. Il mal di stomaco si espande virulento. Un dubbio cancerogeno. Elezioni ammaestrative.

Non preoccupatevi, non è questo un attacco alla democrazia rappresentativa e tantomeno uno sfogo post anarchico. Come il dolore si irradia nel resto del corpo anche la domanda si struttura, si completa. «Perché votare se poi per i cinque anni di carica la gran parte della popolazione avente diritto al voto non fa un “benemerito” per il bene comune della propria città?»

Altro dubbio. Erezioni ammaestrative. Al resto ci pensano loro, chiunque “loro” essi siano. Siamo ammaestrati alla logica dei 12 secondi. Una sorta di insignificanti coiti precoci. Voci. «Tolto il dente. Al resto ci penseranno loro. Basta che ci sia sufficiente menta per il mio mojito e ghiaccio tritato in quantità! Tengo già tanti problemi… Tanto so’ tutti uguali!.. Fanno schifo! E che pozzo fa? Ma l’ho linkato su feisbuk!..» Elezioni ammaestrative.

Ho votato. Sono a casa. Al sicuro. È fatta. Il dolore sembra placarsi. Tra le carni di fa largo una risposta (la risposta). Mi cheta. Mi allieta. Mi placa. Come un’inattesa nuova erezione a coito avvenuto. Come un’altra possibilità. «L’ultima botta, dai… C’ho ‘na certa età…» Si chiama partecipazione civile. Che sia tramite disobbedienza o sostegno, che sia semplice informazione o movimento politico, non ha troppa importanza. Purché sia. Ci sia. Purché siano cinque nuovi decisivi anni di partecipazione civile. Quantomeno per dare un briciolo di speranza a queste quattro case diroccate.

Altrimenti anche quei “12 secondi” di erotica gloria non serviranno a un cazzo.

Chiappanuvoli

1096 giorni dopo, io dentro di te – [L’Aquila, 6 aprile 09-12]

1096 giorni dopo, io dentro di te.

1096 giorni. Sono solo giorni. Un tempo che non conta un cazzo. Non è il tempo che importa ora. Il tempo è solo uno spauracchio, uno specchietto per le allodole. Distrae, porta via altro tempo. Il tempo non si ferma, come non si ferma una città, del resto. Non si ferma un popolo. Non si ferma una Nazione. Non si fermano le bugie e non si fermano le verità. Tre anni che pesano come trenta. Non è vero? Si è fatto tutto denso. “Perché non mi hai ucciso? Perché non hai scelto me?” – te lo sei chiesto mai? Casualità, calcestruzzo, cabala, cemento. “Andare avanti, tornate a volare” – è tutto ciò che sapete dire. Il tempo si è rotto. E non vedo nessuno che sia capace di ammetterlo. Se ti muovo la sedia, se sbatto forte la porta, se spengo la luce all’improvviso. Sono cose che non riguardano il tempo. Non cambiano niente tre anni o mille. Solo la morte toglierà il tuo marchio. Per sempre, sempre con te. È lì dentro che voglio arrivare. No, non sono il tempo, non temere. Non scappare. Le tue sono solo moine. Lasciati andare. Lascialo sfogare, lasciami parlare. Tanto sono più forte di te, non mi puoi fermare. Troppo più forte. È questo che ti ha fatto paura? È questo che ancora temi, che ti blocca, che t’inceppa, come la più stupida delle macchine? Non abbassare lo sguardo, so a cosa stai pensando. Sono già dentro di te. Sono tutto ciò che sei. Oltre il tempo. No, non sono neanche una paura, la paura è già passata. Non sono un ricordo, il ricordo si affievolisce, e si confonde. Non sono una notte, quella notte è ormai passata, per quanto ti ostini a ricordarla. Non sono un rumore, il più terribile dei rumori. Lo ricordi, è vero? Quel rumore era solo il mio grido. Non sono una casa o una città, le case e le città non sono niente senza di me. Non sono la distruzione, la distruzione è solo una delle mie tante forme. E non sono neanche la tua distruzione, non sei distrutto. Vedi? Sei tutto intero. Anche se ci puoi passare un’unghia dentro a quella solcatura che ti attraversa quasi a metà, un piatto di porcellana scheggiato. Non sono una spiegazione e tantomeno una verità, la mia verità è l’unica cosa che non può essere spiegata. Non sono Dio. Dio è cosa mia! Dio, Dio al massimo se ne sta lì a guardare, come te. No, non sono neanche il terremoto, lui è uno dei tanti strumenti nelle mie mani. Lui è senza colpa, come una pistola o una spada sul collo di tuo figlio. Prova a fermarmi. Uccidimi! Uccidimi se ci riesci! Me che non sono nemmeno la morte. Anche se, devo dire, è la cosa che più mi somiglia. La morte è la mia forza magnifica, è la mia lingua, il mio messaggio per voi. Eppure io non sono fatto di parole. Non sono pensiero e non è con il pensiero che potrai anche solo inseguirmi. Sono dentro di te. Mi senti? Tutto ciò che puoi. Sentire. Sentire. Sentire.

1096 giorni. Sono un nulla. Il tempo non c’entra. Non c’entra la città, non è la tua L’Aquila. O le critiche, le lotte, le umiliazioni. Il bene che hai quasi già dimenticato. Il male che non dimenticherai mai. Non c’entra la giustizia. La giu-sti-zia. Senti? Riesci a sentire come mi muovo dentro di te? Le budella si attorcigliano all’aorta. Non c’entrano neanche i 309 morti e tutti quelli, innominabili, che sono venuti dopo. Per carità, anche io ho un costo, ma credetemi quando vi dico che con loro io non ci azzecco nulla. Quei morti, che lo vogliate o meno, sono causa vostra, sono cosa vostra. Il mancato allarme, la prevenzione, le case costruite male o dove non dovevano essere. Vedi? Non era mia intenzione prendermeli. Me li hai donati tu. Li hai sacrificati a me. Ma io non sono un Dio da saziare come il tuo stomaco. Io sono oltre. Io sono tutto. Sentimi. Mi senti? Puoi sentirmi?!

1096 giorni fa. Quel rumore infernale, più forte della casa che ti cadeva addosso. Il buio, la notte, le 3.32. Ricordi? Tu non ridevi. I figli nell’altra stanza, forse già nel lettone grande, tra le tue braccia. O il figlio che ti scalciava nella pancia! Eri sbattuto dentro una centrifuga, e come altro descriverlo? Era il tuo mondo che ti vorticava intorno. L’impotenza assoluta. L’annientamento totale. I calcinacci, i mattoni, le tegole, la stanza, tutto il piano o tutto il tuo palazzo, crollavano su di te. Su-di-te. Ti cedono le gambe anche ora. Vuoi smettere di leggere. Fallo! Ma lo senti dentro, lo senti dentro anche ora. Più lontano, più profondo, ma c’è. Sentimi. Sono io che mi muovo dentro di te. 30 lunghi secondi, così ti hanno detto. 30 secondi in cui io ero con te. Contiamoli insieme: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 20 – 21 –  22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30. Io ero lì, ero dentro di te. Come ora. Calmati. Non è con le lacrime che mi scaccerai. Non sono qualcosa di cattivo, il male è una cosa solo umana. Non aver paura. Io sono la cosa migliore che possa capitarti di sentire. Di ricordare. Di riconoscere. Di accettare. E in quei 30 secondi di 1096 giorni fa, io lo so, tu mi hai sentito. Non riconosciuto magari, non ricordato, non accettato, per carità. Ma mi hai sentito, come mi stai sentendo adesso. Tra una lacrima e l’altra. Dentro, nel profondo. Nell’antro più remoto del tuo animo.

Io sono la vita. È me che hai sentito quella notte. E te lo ricordo oggi, dopo 1096 giorni. Non aver paura. Non aver più paura. E non volermene se te lo dico così, brutalmente forse, ma farmi sentire è stato il dono più bello che tu potessi ricevere. Non aver paura. Non aver più paura. Non sei solo. Non sei stato solo mai. Io per te ci sono sempre stata e per sempre ci sarò. Coraggio. Abbi coraggio. Hai ancora altra vita davanti. Non so quanta e non c’è dato saperlo, ma io, giuro, ci sarò sempre. Sarò sempre dentro di te. Non importa sotto quale forma, ma tu, tu ci sarai. Coraggio, Aquilano.

Chiappanuvoli

Fiori di Rima-vera – il giardino letterario

Preambolo. Il 21 marzo si è svolto all’Aquila il principale evento italiano per la Giornata Mondiale della Poesia patrocinato dall’Unesco. L’evento in questione si chiama Lapoesiamanifesta ed è stato ideato e realizzato da Anna Maria Giancarli, Alessandra Di Vincenzo e Isabella Tomassi, con la collaborazione di Michele Fianco. Invadere L’Aquila con la poesia era il concetto, che dapprima ha convinto l’Unesco poi numerosi poeti e associazioni a partecipare. Sempre sul loro blog è possibile trova informazioni su tutti gli eventi realizzatisi, mentre questa è la lista dei poeti che hanno messo a disposizione i loro componimenti: Nanni Balestrini, Franca Battista, Dario Bellezza, Tomaso Binga, Donatella Bisutti, Maria Grazia Calandrone, Ugo Capezzali, Alessandra Carnaroli, Alessandra Cava, Franco Cavallo, Alessandro Chiappanuvoli, Tiziana Colusso, Bruno Conte, Ignazio Delogu, Lorenzo Di Marcantonio, Antonella Doria, Michele Fianco, Giovanni Fontana, Biancamaria Frabotta, Anna Maria Giancarli, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Mariangela Guatteri, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Valerio Magrelli, Alda Merini, Giuliano Mesa, Francesco Muzzioli, Elio Pagliarani, Marco Palladini, Paolo Paoletti, Elio Pecora, Lamberto Pignotti, Elena Ribet, Amelia Rosselli, Paolo Ruffilli, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa Spaziani, Fausta Squatriti, Isabella Tomassi, Gianni Toti, Valentino Zeichen. Le poesie sono raccolte qui. Un evento di risonanza nazionale dunque, tanto che già si prospetta, da parte dell’Unesco e della Giancarli, una nuova edizione per il prossimo anno.

Foto Lorenzo Nardis

Fiori di Rima-vera. Con un gruppo di amici, denominato “La banda”, abbiamo deciso di realizzare per l’occasione un’installazione che richiamasse sia la poesia che l’arrivo della primavera. È nata così l’idea di un giardino letterario, dove ogni pianta rappresentava un poeta e i fiori le loro poesie. Abbiamo poi invitato il pubblico accorso a raccogliere questi fiori e a seminarne di propri. Il tutto nello scenario suggestivo (e triste) del centro storico dell’Aquila, con l’aiuto del Bar del Corso di Luca Ciuffetelli, arricchito da letture, musica, proiezioni di foto (Lorenzo Nardis e Federica Tomassoni) e, non da ultimo, dai magnifici (quanto complessi da realizzare) origami contenenti poesie.

foto Lorenzo Nardis

Per la selezione dei poeti da proporre (dei quali bisogna sottolineare la gentilissima disponibilità), abbiamo propeso per dividere in tre gruppi. 1) Nuovi fiori: Antonella Taravella, Assurdo alias Paolo Paoletti, Isabella Tomassi e Valentina Inserra. 2) Fiori estinti: Alda Merini, Andrea Zanzotto, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti e Elio Pagliarani. 3) Poeti degli Anni Zero (def. da Poeti degli Anni Zero di Vincenzo Ostuni, Ponte Sisto, 2011): [  ] fu M.S., Andrea Inglese, Elisa Biagini, Gian Maria Annovi, Gilda Policastro, Giovanna Frene, Lidia Riviello, Marco Rovelli, Maria Grazia Calandrone, Michele Fianco, Natàlia Castaldi, Rossano Astremo, Vincenzo Ostuni. [In un altro post, saranno elencati i testi sia degli autori proposti che quelli “seminati” dal pubblico]

Tra le persone che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare elenchiamo: Giuliana Cicchetti Navarra, Filippo Crudele, Michele Fianco, Assurdo alias Paolo Paoloetti, Marilisa Rocchi, Roberto Bonura, Matteo Di Genova e le magnifiche Donne di Carta. Chiediamo venia agli altri che sono intervenuti e di cui non ricordiamo o non sappiamo il nome (ma fatecelo sapere!).

Tra i momenti che riteniamo indimenticabili, senza nulla togliere agli altri.

La prima anziana signora venuta a trovarci. Senza occhiali, ha detto, di non riuscire a leggere. Ha seminato però la prima poesia, forse di Carducci, recitandola a memoria, dopo averla imparata a scuola almeno sessant’anni fa.

Le poesie “aquilane” e “montanare del Gran Sasso”, dei poeti Giuliana Navarra Cicchetti e Filippo Crudele, anch’esse recitate a memoria. Come si faceva una volta, con la sapiente arte oratoria di una volta.

foto L. Nardis

Il militare, unico tra la dozzina che si è alternata durante il pomeriggio, che si è avvicinato al giardino. Ha dato uno sguardo qua e là. Ci ha detto di conoscere diversi dei poeti proposti. Ha dichiarato di leggere molto. Ha preso una poesia (non sappiamo quale) e ha ringraziato cordialmente. Quel militare ha piantato un prezioso seme di speranza, dato il non roseo rapporto che intercorre tra molti aquilani e le Forze Militari chiamate a sorvegliare il centro storico a tre anni dal sisma.

L’arrivo di vere balle di fieno a dare quel tocco in più all’installazione. Grazie a Fabrizio Spennati e a Daniele del ristorante Park Keller.

L’intervento inaspettato delle Donne di Carta, persone che dedicano la loro vita alla memorizzazione e alla narrazione orale di interi volumi sia di narrativa che di poesia. Il livello dell’evento ha subìto un’impennata pazzesca. Con la loro bravura hanno smosso il pubblico, lo hanno saputo commuovere. Da lì è partita la lettura a rotazione di più persone, per quello che è stato in assoluto il momento più bello della giornata. La piena realizzazione dello spirito dell’iniziativa Lapoesiamanifesta!.

L’abbraccio intenso con Roberto Bonura, un amico che da poco tempo ha iniziato a dedicarsi alla stesura di versi, dopo essersi lanciato nell’orazione dei primi due componimenti scritti in vita sua. Una commozione che da lui si profusa tra la gente e che, ricambiata in pieno, ha creato una sintonia magica. Sintonia che speriamo alimenti la vena poetica di Roberto.

La scoperta, a fine serata, delle tantissime poesie seminate dal pubblico. Poesie spesso seminate e raccolte nuovamente dalle altre persone che ci hanno fatto visita. E in effetti non conosciamo il loro numero esatto, ma ve ne forniremo presto tutti i particolari a nostra disposizione.

foto L. Nardis

Bene, l’ultima parte è dedicata ai ringraziamenti ovviamente. Ci ringraziamo anzitutto. Grazie a: Valentina e Francesca Nanni, Federica Tomassoni, Stefania Losch, Antonio De Paolis, Fabrizio Spennati, Alessandro Chiappanuvoli, Lorenzo Nardis, Stefano Di Brisco, Stefano Divizia, Federico Bologna e Pierluigi Frezza. Vogliamo ringraziare l’associazione Itinerari Armonici, nelle persone di Anna Maria Giancarli, Alessandra Di Vincenzo e Isabella Tomassi, per averci dato la disponibilità ed il sostegno necessario. Luca Ciuffetelli per aver offerto lo spazio antistante il suo bar, la corrente elettrica e la sua simpatica, il tutto allietandoci con aperitivi di gran classe e abbondanza. I poeti tutti che hanno messo a disposizione le loro opere, con particolare riferimento a Michele Fianco, che ha contribuito anche con consigli tecnici e buona dose di pazienza. Tutte le persone che hanno partecipato, che hanno reso la giornata fantastica e ci hanno ripagato dalle nostre fatiche. Infine, grazie alla nostra città, L’Aquila, che ci ha donato uno scenario magico, nonostante le vistose ferite che ancora porta addosso a tre anni dal sisma.

Dai Fiori di Rima-vera e La Banda, a presto.

Come quando fuori piove

Come quando fuori piove

[testo distribuito nell’evento Lapoesiamanifesta!

durante la Giornata Mondiale della Poesia all’Aquila]

Come quando fuori piove

dentro no.

Esiziale/

essenziale come una metastasi.

Il cuore vale più delle picche

e azzardo fingersi giocatore di poker,

la poesia è come il bridge:

dichiarazione di contratto temporaneo.

(Chevalier accroupi*)

 

I quadri e i fiori?

Ninnoli

tra gli orgasmi e i suicidi.

06/10/2011

[*Trad. cavaliere accovacciato. Cavaliere o membro della nobiltà che serviva i partecipanti ai giochi di società.]

Chiappanuvoli

Tirare le somme – senseofnon-sense

Tirare le somme. A me non pare il caso. Guarda caso oggi mi sento proprio tellurico. Anzi sub-tellurico. Sprofondato va, che è l’effetto che volevo dare. È sì perché. Beh adesso mi dovrei mettere ad elencare tutti i pro e i contro di quest’anno. E non c’ho proprio voglia. Tanto per buona parte li sapete. Cazzo, dico cazzo, sono uno scrittore. Wow! Basta. Sono stanco in realtà. E quel “wow” è del tutto finto. Quel “wow” è un wow italiano. Leggiamolo come tale. Farebbe più o meno così vuouvvvv. Ecco che ci siamo. Così mi si sento. Con tutto che sono scrittore-wow. Vuouvvvv. Proprio così. Adesso, se avete perso il filo del discorso è normale. Io non l’ho fatto. Il filo è teso va diretto sottoterra immergendosi piano e teso che se lo tiri si scrolla la terra dal filo. Tirare le somme. Stiamo tirando un filo. Sai che mi fa male il collo. Gli occhi mi si rigirano all’indietro. Come nei migliori romanzi dei miglio scrittori, quelli sì scrittori-wow. Quel filo, ovvio che sia il filo del 2011 e non solo, il filo dei miei pensieri, sta attaccato stretto, ma stretto stretto al mio…al mio collo. Non mi va di alimentare troppo la suspense, non ho tempo io, figuriamoci poi il 31 di dicembre. Oggi nessuno ha tempo. [Oggi nessuno ha il tempo – questa cosa ricordatevela, potrebbe tornarvi utile un giorno] E tira, stringe, strozza, sfiata. Ecco che il melodramma prende inizio, penserà qualcuno di voi. Ma no, ma no. Nessun melodramma, metafora. Siamo nella metafora, tranquilli tutti, soprattutto quelli che non leggeranno queste parole, quelli che non leggono più le mie parole. È ironicissima questa cosa, almeno, mi fa ridere a me, loro mi hanno lasciato proprio per la mia melodrammaticità. Parte di quella maglia che stringe il mio collo è la loro, sono solo. Poi ci sono i cordoni ombelicali. Mamma mia! Ahahah. Quanto sono belle le parole. Io mi ci diverto un sacco. È una sensazione di libertà. Mia di dire, vostra di capire. Vostra di carpire quel che volete. Poi ci sono i fili conduttori, i contatti, quelli che mi perdo per strada. Amici miei non sarò mai un buon amico. Voglio essere onesto come una lavatrice che cade dal quinto piano. Parte di quei fili conduttori sono i contatti accumulati quest’anno. Contatti da scrittore con scrittori–wow e critici–wow. Ci hanno già ammazzato come cani. Cani vs cani. Io ci provo a capire ma non ci riesco poi tanto. No, non è vero. Io capisco che siamo cani vs cani. Siamo già capitale. Siamo già in competizione. Concorrenza. Concorrenza e deferenza, ecco cosa ci ho capito io. Poi c’è l’ultimo pezzetto di magli di filo. Io. La mia scrittura. Le mie idee. Quelle strozzano più di tutto il resto. Perché alla fine. E sì oggi lo voglio proprio dire. Io scrivo per me. Scrivo solo per me. Nel gioco dell’impiccato sotterrato io sono quello che fa il nodo a farfalla alla mia stessa gola. Non c’è nessun’altra forza, motivazione, legge, chiamatela come vi pare. Sono io. E non starò mai qui ad aspettarvi. Mai. Mai aspetterò che qualcuno si accorga di me. Voi non servite proprio a niente. Esagero forse, ma il collo è il mio. L’unica vita in ballo è la mia. Tirare le somme. Adesso ci state capendo qualcosa? A me non pare comunque il caso. Guarda caso oggi ve lo dico, lo rivelo, sono tellurico. Sub-tellurico. Un terremoto. Lo aspettavo. L’ho avuto. L’ho amato. Ora mi manca. Come fosse tutto ciò di più caro avuto nella vita. Metaforicamente. Ahah. Forse. Tiriamo le somme. Tagliamoci le mani. Respiriamo forte. La terra che riempie i polmoni. Tiriamo le somme. Io ho fame. La terra è l’unica casa.

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Chiappanuvoli