Sopra di me (foto A. Mancini)

Sopra di me

A una bambina che ora ha 5 anni.

foto di Andrea Mancini

Placida e riversa
questa mattina di – versi
.                             glicini rossi
.                             sulla mia pancia –

un giorno che non c’è mai stato – canaglia
.                                                  il nostro tempo –

non ne ho memoria nella mente
è più come una – voglia
.                          indelebile
.                          qui, sullo stomaco –

assenza oggi che non è più quel giorno
la parvenza di non essere mai – nata –

stata
tra petali rossi
e budella

come dentro una madre – sotto
.                                       la sua pancia –

che mi protegge
ma io
non ne ho – certezza
.                  solo assenza,
.                  la sua? –

ricordo.

08/05/2012

Chiappanuvoli

Zona Rossa

Zona Rossa

foto di Claudio Cesaroli® (www.claudiocerasoli.com)

[Già apparso su Nazione Indiana]

Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi e realizzate, cazzo realizzate che state vivendo uno dei momenti che vorreste ricordare per sempre nella vostra vita e gioite e i polmoni si riempiono di aria buona e vi sentite di esplodere, ma ce la fate a malapena ad accennare un sorriso ebete? So che avete presente di quali sere sto parlando. Per me ieri sera è condensato nell’immagine delle mie mani che si strusciano tra loro nel mezzo dei suoi seni.

Ero stata attratta da lei fin dai tempi in cui ancora cercavo di piacere agli uomini. Tempi scomodi, frustranti. Ero attratta ma mi limitavo ad osservarla, a fantasticare di poterla conoscere. I desideri non erano del tutto chiari. Poi passarono gli anni. Vennero quelli dell’università assieme a quelli della consapevolezza. Poi venne il terremoto. E venne anche il ritorno all’Aquila. Oggi, vivo in una città distrutta, una sorta di open space che comunque pare non essere in grado di contenere tanta energia e tanta rabbia. Oggi, ci si arrangia a sopravvivere contentandosi di avere ancora un’esistenza, nonostante il mostro che ci ha morso da sottoterra ed il male, forse peggiore, che ci è venuto in soccorso.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

La sera scorsa sono stata in piazza Regina Margherita. Lì, in quegli unici 20 metri quadrati di centro che hanno resistito. Ho fatto l’aperitivo lungo con gli amici. Sono arrivata alle 19.15 più o meno. Ho atteso la chiusura del Boss, che poi ci mette sempre una vita a cacciar fuori tutti. Poi mi sono spostata in piazzetta e cocktail a ripetizione al Malacoda. Quindi, “tazza della staffa” allo Zenzero, locale troppo chic, infatti non ci vado spesso, e ultima consumazione che rigorosamente non arriva mai. Ieri, però, le cose dovevano andare per forza così. Almeno mi piace pensarlo. La musica assordante. Il sudore. Gli sguardi. Lo stupore e l’emozione che ne è seguita. Il tocco delle sue dita attorno alle mie e il suo biglietto di carta abbandonato nella mano.

Ciao. Non mi aspettavo di rivederti in giro.

Ed io non mi sarei mai aspettata questo bigliettino!

Non ci credo. Ma se avevo una cotta per te dalle Superiori!

L’avessi capito prima!.. Sei sola? Ti vanno 2 chiacchiere?

Stasera sono con degli amici… Sola con degli amici : ) E cosa stiamo aspettando?

E mentre stavo scrivendo “Sto solo aspettando di conoscere te…, l’ho vista ammiccarmi ed uscire dal locale.

L’aria gelida mi ha tagliato le labbra. L’ho trovata che si abbottonava il doppio petto del cappotto nero. Doveva costare un sacco di soldi quel soprabito. Ecco perché non ci siamo mai incontrate in questi due anni aquilani, abbiamo frequentato locali differenti, altra gente, evidentemente veniamo anche da due classi sociali diverse. Poi il subbuglio delle deportazioni sulla costa e le abitazioni provvisorie costruite a casa del diavolo. Le singole vite che ricominciano.

I suoi capelli si poggiavano dolcemente sulle spalle. Ha acceso una sigaretta. Attraverso il fumo mi ha sorriso. Le parole di quei pezzetti di carta, che si sgualcivano in fondo alle tasche tra le mie mani sudate, presero vita, suono, speranza. Ricordo di aver notato i tanti bicchieri appoggiati dentro a uno dei vasi del locale. Ricordo di aver fissato per la prima volta i suoi occhi e di essere arrossita. Mi fingevo calmissima, nonostante le sue risposte mi emozionassero ed ancor più le sue domande. Avevo paura di fare una pessima figura. Ero nervosa e, al contempo, disinibita. La sbronza. Qualcosa di buono, però, devo averlo pur detto se siamo restare a parlare per un bel po’ di tempo. Se gli amici, che a turno venivano a chiamarci, desistevano sempre. Se mi ha detto che era felice di avermi conosciuta, sfiorandosi appena il viso con le dita. Se senza esitazioni ha accettato il mio invito a fare due passi poco più in là, nella zona rossa.

Ricordo la chiesa di Santa Maria Paganica e il suo tetto di plastica e di aver detto una cavolata. Lei che, accendendo una sigaretta, per poco non ha perso l’equilibrio. Ho pensato che non sembrava affatto brilla mentre mi parlava. Ricordo che dopo qualche metro ci siamo infilate in una viuzza. Abbiamo parlato di quanto era triste quello che ci circondava. Lei ce l’ha un po’ meno di me col Governo e l’amministrazione locale. La cosa non mi ha dato troppo fastidio. Sembrava avere le sue ragioni. Sembrava senza pregiudizio. Ricordo la luce completamente arancione e la sua pelle che mi attraeva. Quel portone antico aperto. I puntellamenti di legno muffo a sorreggere il soffitto. La paura. L’ansia. E quell’atrio che si apriva davanti a noi. Macerie ovunque, ancora. L’oscurità blu scuro. La sigaretta che nel tiro le ha illuminato gli occhi. Il pozzo dietro di lei. E il nostro primo bacio.

Ho cinto la sua vita con la mano. Il suo sapore si diluiva nella mia saliva. La tenerezza nel tepore dei respiri. Le carezze tra i miei capelli. La testa mi ondeggiava come cullata dal mare. Un’impercettibile senso di nausea mi ha ridestato. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo sciolte in un sorriso. E poi il desiderio. La gola. I baci violenti sul suo collo. La mia lingua che imparava il gusto della sua pelle. I suoi gemiti dentro le mie orecchie. Le sue gambe che hanno preso ad attorcigliarsi sulle mie. I bottoni dei cappotti saltati via come lapilli. Una mano a sorreggerle una coscia e l’altra ferma sulla camicia di seta a cercare il coraggio di salire o di scendere. Lei mi stringeva forte la testa. Le unghie infilate nella nuca. E il suo bacino che ha preso a strusciarsi sul mio, nylon contro jeans. La sua camicia che si è aperta lentamente mentre lei ha cominciato a ridiscendere la mia schiena. Mi ha sfiorato il sedere ed io mi sono immersa nei tuoi seni. Morsi e palpeggiamenti. I nostri corpi si univano in danza sopra il pozzo dei nostri desideri.

Ecco le mie mani che si agitavano sul tuo petto e poi la lampo dei miei pantaloni che scendeva. Era come se le sue mani mi avessero posseduto da sempre, decise e sapienti. Ho gemito. Lei mi ha baciato con forza. Mentre giocavo con la lingua sui suoi capezzoli, mi trascinava oltre la logica. Il respiro si è interrotto presto. Ho preso a singhiozzare quasi. L’unica salvezza è stata chiudere gli occhi e lasciarmi conquistare completamente da lei. Il mio cuore pompava a centomila battiti al minuto. Ha portato le dita alla bocca.

Ricordo che ho avuto paura di romperle le calze. La restituzione del dono, perché è così che si creano le alleanze. Lei che riusciva persino a pronunciare delle sillabe piene di vapore. E mi stropicciava le orecchie. Mi mordeva il mento. Mi soggiogava al suo volere. Ero lì solo per lei. L’eco dei nostri vagiti che riempiva di vita quelle mura morte. E poi ricordo l’odore dei suoi capelli e il mio mento che premeva sulla sua schiena. Si è contorta dentro le mie braccia. Ho sentito una carezza calda tra le dita. Non sono riuscita a formulare pensieri composti. Felice. Innamorata. Emozionata. Eccitata. Confusa. E il mio cellulare che non la smetteva di squillare, da terra dentro la borsa, quella canzone che quasi come un prodigio. Take me somewhere nice dei Mogwai. Portami in qualche luogo piacevole. E c’ero.

Avrei voluto fotografarla per non pensare di aver immaginato tutto il giorno dopo. Mi rifiutavo di rischiare di perdere quel ricordo. Totalmente rapita. Avevo già paura di perderla. Era il peso di quel desiderio che avevo finalmente esaudito. Cosa avremmo fatto poi? Il giorno dopo ci saremmo ignorate? Saremmo state cattive?

Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Mi ha detto che la stavano di certo aspettando. Abbiamo sorriso e scherzato per un po’. La luce del cellulare per trovare l’uscita. Il puzzo delle travi di legno. La luce arancione intatta nella viuzza. Qualche metro più in là si è fermata. Mi ha baciato di nuovo cogliendomi di sorpresa. La mia bocca si è aperta in ritardo. La morsa delle sue labbra mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena. Non avrei mai immaginato di sentirmi così a mio agio, istintivamente, con una ragazza dell’Aquila. L’adolescenza sofferta. La libertà ritrovata solo lontano da qui. Le difficoltà al ritorno. Il peso del silenzio. La minaccia della vergogna. Il senso di colpa nel vedere i sogni di mia madre infranti. Il nervosismo ed i segreti. Le bugie che riempiono il melodramma della mia esistenza. Sono crollate le mura e ancora sento che non c’è spazio per noi qui all’Aquila. La città di Sant’Agnese.

Sto ricomponendo i pezzi di carta che ci siamo scambiate ieri sera. È come ricomporre me stessa, in questa piccola provincia mai diventata città. Li leggo e li rileggo senza sosta. Per cercare di carpire un altro senso, magari più profondo, che però non c’è. So, però, che è tutta in questi piccoli brandelli di carta la speranza di una vita che vuole ricostruirsi. Una vita che vuole rinascere.

In questa carta c’è la svolta del nostro domani.

Chiappanuvoli

Spiriti della città

Spiriti della città

Foto di Claudio Cerasoli®

Una grossa cazzata, un passaparola, una leggenda metropolitana, qualsiasi cosa fosse stava diventando per Tommaso una vera e propria ossessione: possibile che il centro storico dell’Aquila dopo il terremoto fosse stato invaso dagli spiriti? I giornali ovviamente non ne davano conto, erano troppo occupati a raccontare di miracoli, di lotte politiche intestine, di fondi per la ricostruzione, di zone franche, questi sì, immaginari. Dovunque si recasse però, dal Comune alla bancarella del mercato dislocato, alla fine, qualcuno se ne usciva fuori con questa storia. La gente ci ricamava sopra e si andavano aggiungendo sempre nuovi particolari.

Tommaso non era un fissato di occultismo e sciocchezze del genere, ma queste voci, tirando in causa il cuore ferito della sua città, lo facevano ingrippare. Memorizzava così ogni parola che captava confrontandola con le altre mille che sentiva in giro. Passeggiava spesso lungo Corso Vittorio Emanuele, l’unica via aperta del centro, aperta fino all’una di notte, ma mai nulla, mai un’ombra, mai un sospiro, mai un rumore sospetto aldilà delle transenne. Si fermava a parlare con i guardiani delle macerie dell’Aquila, i militari che prestavano servizio di vigilanza, e capitava che qualcuno di loro si lasciasse scappare qualche indiretta testimonianza:

­«Sì, sì, è ‘o vero. Io non ho visto gniente, ma ‘u maresciallo che pattugliava l’altra notte rice che ha visto qualcosa, qualcosa di muoversi nell’ombra.» gli raccontò un piantone d’origine campana «Quasi gli è preso un coccolone, Maro’, mo ci rimane secco per la paura!»

Ormai era più che deciso, doveva andare a vedere che stava succedendo nel suo centro storico, nella zona rossa, dietro le barriere, dentro quei vicoli bui, là dove ancora gli aquilani non potevano accedere senza inutili permessi speciali.

Una sera, Tommaso uscì con gli amici, come al solito. Qualche tazza ma senza strafare, tanto per raggiungere il livello sufficiente a trovare il coraggio. Alle due spaccate annunciò la sua ritirata e tra le proteste e le risa della compagnia si avviò verso l’auto. Alla Fontana Luminosa, passò di fianco la sua auto, tirò dritto e s’infilò in una viuzza, Via delle Tre Spighe. Fu avvolto immediatamente dalle tenebre. Intravide il convento Sant’Amico sulla destra. Affrettò il passo ed raggiuse subito le barriere che lo separavano dalla zona rossa. Spostò le transenne, appena appoggiate, e sgattaiolò dentro. Violazione amministrativa commessa. Sorrise.

Arrivò in Piazza Chiarino e da lì proseguì verso il quartiere San Pietro, il più colpito dal sisma. Buio pesto, silenzio disumano, giochi d’ombre. Il cuore gli batteva forte sotto i vestiti. Paura, eccitazione, incoscienza o forse, ancora di più, la coscienza lo eccitava. La coscienza di poter essere finalmente dove avrebbe voluto sempre stare durante i mesi d’inferno di post-sisma, nei vicoli dell’Aquila, o in quello che ne resta. La luna calante giocava con i palazzi senza vita formando, sulla testa del ragazzo, linee che gli parve di non riconoscere, linee non già nuove, ma remote, antiche, quasi dimenticate. A terra c’erano ancora pietre, mattoni, cocci, pezzi di un corpo martoriato. Li pestò sentendosi in colpa.

Imboccò Via San Domenico, ancora nulla, nessun un segno di presenza, nessun sentore di vita paranormale. Si spinse in giù per vicoli disastrati fino al Vicolaccio. Un po’ di luce. Da lì prese a risalire in direzione di Piazza Duomo. All’incrocio con Piazzetta Machilone, il primo contatto, un branco di cani, gli ultimi abitanti dell’Aquila, gli unici che non l’hanno mai abbandonata. Qualche guaito, il ticchettio in avvicinamento delle unghie sui sampietrini. Tommaso provò ad affrettare il passo, ma subito gli furono sopra. Quattro cani di grossa taglia decisi a essere accarezzati dallo sconosciuto passato lì per caso. Sciacalli pure loro.

Dopo essersi appestato le mani di fetore canino stantio, con difficoltà si riuscì a divincolare e riprese alla volta di Piazza Duomo. Ancora niente. Nessuno spirito. L’idea che le voci fossero tutte cazzate si era insinuata nella sua testa. Ma tanto valeva farsi un giro tra i ricordi, tra gli affetti incastonati a quelle mura gelide. La sensazione era simile a quando, da ragazzo, andava di notte nei cimiteri con gli amici. Semplici bravate, per carità, ma erano anche i primi contatti emotivi con la morte, con l’aldilà.

La piazza era illuminata, arancione stanco, vuota e silenziosa, come il ritorno a casa dopo una sbornia clamorosa tirata per le lunghe con i proprietari di un locale. Non fosse stato per le transenne, per i puntellamenti, pezzi d’acciaio e di legno che tengono unite le pareti degli edifici, per il preservativo messo sulla cupola delle Anime Sante, non fosse stato per il tendone dell’Assemblea Cittadina…

Risalendo verso Capo Piazza, perso tra i ricordi, Tommaso non notò l’arrivo di due fari lungo il Corso. Fece appena in tempo a buttarsi dentro la vasca vuota della fontana del D’Antino. La camionetta dei militari superò tutta la larghezza della piazza a velocità ridotta seguendo il suo cammino.

D’un tratto l’auto si fermò, come il sangue nelle vene del ragazzo. Deglutì. Erano abbastanza lontani. Avrebbe potuto tentare una fuga. Rotolò fuori della vasca, restando sempre accucciato. La camionetta mise la retromarcia. Panico. Tommaso prese a strisciare come un marine cercando di raggiungere la via di fuga più vicina. I militari fecero manovra ed entrarono lentamente nello slargo della piazza. Nel momento in cui la vista dei militari fu impallata dal chiosco dell’edicola, il ragazzo fece uno scatto e si andò a nascondere dietro il gabbiotto delle informazioni turistiche. La camionetta continuò a scendere verso il centro della piazza. La versione pericolosa della mosca cieca. Quando l’auto fu abbastanza lontana, dette l’ultimo guizzo verso Via Cimino, spostò rapidamente la transenna e s’infilò dentro. Continuò a correre senza voltarsi. Alla prima traversa svoltò. Era fatta, era salvo. Finalmente poteva ingoiare il cuore che gli pompava nella gola.

I vicoli nel quartiere di Santa Giusta erano ancora più bui. Non si vedeva a un palmo dal naso. Senza una meta, Tommaso riprese a camminare. Ora il desiderio era trovare un modo per tornarsene a casa. Superò una birreria e ancora la sua libreria preferita, il Polar Caffè. Un silenzio disumano. Quando statack! Un rumore sordo a non più di 50 metri davanti a sé.

Rimase impietrito. “Ancora i militari?”, pensò. L’attesa infinita. Poi una tenue luce delineò lentamente la fonte del rumore. Una figura nera, un’ombra, come un mantello. La prova che andava cercando. Uno spirito. Proprio di fronte a lui. Si avvicinava nella sua direzione. La curiosità scomparve, la paura prese il suo posto. Il cervello si spense. Il cuore gli risalì in gola. Fuga. Veloce. Ora! Iniziò a correre più forte che poteva, non curandosi minimamente di quanto stava avvenendo alle sue spalle. Sbucò sotto gli alberi di Piazzetta Nove Martiri. Tra le fronde filtrava pochissima luce dalle altre viuzze. Poca ma sufficiente a vedere che ogni via d’accesso, e quindi di fuga, era sbarrata da altrettante sagome nere. Spiriti. In trappola.

Preso dal panico si accovacciò ai piedi di un palazzo. Si coprì la faccia con le mani.

«Non è vero! Non è vero! Non sta accadendo! Non può essere reale!»

Sentì le lacrime corrergli lungo le guance. Un singhiozzo. Alzò la testa e le figure lo avevano accerchiato. Tutte le fantasie, i desideri, tutti i pensieri erano svaniti. Il respiro bloccato nei polmoni. Gli occhi sbarrati. Nessuna logica. Non senso. Dopo un terremoto.

Una sagoma fece un passo in avanti e gli tese qualcosa. Nell’ombra, circondata da un drappo nero, spuntò una mano.

“Una mano umana?”

Si accese una minuscola torcia. Volti. Occhi. Nasi. Bocche. Persone. Incappucciate sotto mantelli neri come la pece.

«Ti abbiamo osservato. Sappiamo che cerchi. Sappiamo anche chi sei.»

Il ragazzo era diventato di pietra.

«Tommaso…giusto?»

«Ma io, io veramente…»

«Se vuoi girare libero per il centro, devi indossare uno di questi» disse la figura scrollandosi appena il mantello.

«Chi siete…»

«Aquilani.» ribatte l’uomo «Siamo solo Aquilani stanchi di non poter più vivere in Centro…nella nostra città.»

«Io…veramente…cioè, credo…» mugugnò Tommaso recuperando le normali funzioni vitali.

«Perché cazzo devono impedirci di stare nei posti che amiamo?! Daje rizzate su. Semo paesani!»

Dopo quella notte, Tommaso iniziò ad andare in Centro più volte che poteva. Con il suo mantello. Scoprì che gli aquilani erano decine, centinaia. Molte delle quali conosceva, per giunta. Aquilani che avevano fatto tutti la stessa scelta. Imparò ad avere una seconda vita. Fatta di regole, di codici segreti, di rispetto reciproco, ma soprattutto fatta d’amore. Amore incondizionato per quelle vie, quelle piazze, per quegli angoli nascosti che aveva sempre amato, fin da quando aveva memoria.

9/08/2010

Chiappanuvoli

La stanza della casa di campagna

La stanza della casa di campagna

Foto di Andrea Mancini®

Quella sera un brivido di paura le attraversò la schiena. Una paura complessa, diversa dal solito, diversa dalle altre paure che infestavano le sue giornate. L’immagine di lei mano nella mano col ragazzo le s’impresse nella mente e non ci fu modo di mandarla via. I pensieri le scivolarono sul futuro – lei che non aveva mai troppo considerato i passi da compiere per raggiungere gli obiettivi che si andava ponendo. Era sempre stata un’istintiva. Il caos che si portava dentro però ammaliava le persone più che allontanarle. Quella sera, invece, sentì forte il bisogno di aggrapparsi a ciò che aveva di più sicuro al mondo e decise così di andare a dormire nella casa in campagna ad Onna, dove vivevano i suoi genitori e le sorelle minori. Lì le sembrò di poter starsene adagiata su tutto il presente possibile, nessuna illusione. Magari sarebbe anche riuscita a dormire qualche ora, abbandonandosi, perché no, a un breve sogno.

Era già in pigiama quando arrivò il suo ragazzo. Si erano sentiti per telefono e lui le disse che non voleva lasciarla sola proprio quella notte. Arrivò verso mezzanotte. Quando lo vide, qualcosa le si mosse dentro.

Come prima cosa si raccontarono le rispettive giornate. Chiusi nella stanza, scherzarono nel fumo di decine di sigarette. Ogni tanto si fermavano a fissarsi, rompendo in delicate risate. La seconda paura li colse nel mezzo di un dibattito sul tipo di saturazione da applicare a una recente foto di lui. Era la foto di un uovo poggiato su una distesa di chiodi. Si abbracciarono forte. Gli occhi lucidi di lei si gettarono dentro a quelli di lui, appena un po’ più fermi. Cercarono di sdrammatizzare. Lui le disse che insieme sarebbero stati al sicuro. Pensarono anche di restare svegli tutta la notte, ma ben presto la stanchezza iniziò a farsi sentire. I sorrisi diminuirono, assieme alle parole e ai baci.

Le lenzuola parevano di gesso, pur mantenendo una freschezza che sapeva di pulito e di naftalina. Avevano il profumo di casa. Ricordavano la forza dei legami familiari che uniscono le generazioni di corredo in corredo. Lei al matrimonio non ci aveva mai pensato. Le antiche sponde di legno del letto parevano donare un che di regale al loro riposo. Si sfiorarono sotto le coperte. Entrambi mostrarono i denti ma non si videro nel buio.

C’era qualcosa di magico. Come se qualcosa di unico dovesse accadere proprio quella notte. Per un attimo le sembrò che i loro corpi non si potessero distinguere, che si appartenessero l’uno l’altra, definitivamente. Lei pensò queste cose ma non disse nulla. Si sentì stupida. Tirò le gambe al petto. Così raggomitolata nel buio credeva di essere al sicuro da tutto, soprattutto dai pensieri buoni. Aprì gli occhi e riconobbe la sagoma distesa del ragazzo. Ne percorse i confini con lo sguardo. Non c’era verso di prendere sonno. La fronte le pulsava. Un peso insopportabile la costrinse a rigirarsi nel letto con movimenti lenti. Era come se l’imponenza della vita si fosse sdraiata sopra di lei. Aveva l’inquietante sensazione che fossero gli unici esseri esistenti sulla Terra. Pensò anche di alzarsi dal letto, ma poi si disse che era solo un po’ agitata. Cercò di respirare piano, gonfiando profondamente lo sterno.

Stese una mano, lo sfiorò appena. Già dormiva. Allora gli sgusciò vicino e appoggiò il seno sulla sua schiena. Si contorse un braccio sotto la testa e restò lì ad aspettare di addormentarsi.

D’un tratto ogni elemento del creato prese ad avvolgersi attorno a loro, oltre le coperte. Scricchiolarono i piedistalli del mondo assieme ai piedi del letto. Spalancò gli occhi. Il firmamento si fissò tra le crepe delle mura. L’eco indefinibile dell’espansione dell’universo si raccolse tutto dentro quella stanza. In un attimo ogni cosa era lì, viva. E nel movimento incontrollabile della terra, ogni cosa le parve finalmente chiara. Palpitava di fragilità la sua esistenza, come le pietre di quella casa di campagna. La fragilità era tutto ciò che aveva. Una coperta di neve che placa gl’impeti del cuore.

La paura, ciascuna singola paura scomparve. Nella carne trovò il perfetto rifugio dalle angosce che ci assillano ogni giorno, grandi e piccole. Quella che teneva stretta tra le dita era un’eternità a lungo desiderata. Sembrava che qualsiasi sogno, anche il più recondito, potesse diventare reale. Sarebbero restati insieme, sarebbero stati uniti, qualsiasi cosa fosse successa. Al sicuro da ogni paura. L’amore li avrebbe resi immortali. Questo pensò, senza curarsi troppo di quanto stava avvenendo intorno. Poi un’immagine sfocata e un po’ sovraesposta le attraversò il cervello. C’era lei che correva in uno spazio candido, senza profondità. Con gli occhi serrati di gioia gli correva incontro. Indossava un vestitino estivo con una fantasia floreale. I denti bianchi risaltavano nel rossetto rosso carminio.

Poi fu un sordo boato. Il giorno seguente li trovarono ancora stretti.

28/06/2009

Chiappanuvoli


309 – “PostSismSix”

309

 

 

 

Che siano 309 lame acclarate,

aggiunte all’altre mai dichiarate,

schegge d’acciaio tra le buie lenzuola

a rigirarsi negli incubi della coscienza,

che d’improvviso ritorna dai verdi lidi

dei paradisi fiscali dove l’avete esiliata.

 

Con le prime luci dell’alba

vedrete il simbolo della vendetta

marchiato a fuoco sul vostro capezzale,

ne sentire l’odore ed il peso e non potrete

far altro che attorcigliarvi nei brividi dell’alcova.

Occhio per occhio, dente per dente,

cuore per cuore, il dolore di uno, mille, 309,

70.000 anime.

 

Dal canto nostro, noi mediteremo

dalla rugiada delle nostre tombe,

sulla giustizia dell’odio,

sul valore della rivoluzione,

sull’umanità della vendetta,

sul dovere di aprire finalmente

gli occhi su tutti voi.

 

Che siano di rancore gli alterchi

con la vostra progenie, e di sangue

le preghiere rivolte al vostro misero

dio di carta, che sia identico lo sguardo

di vostra moglie e delle vostre puttane.

Il vostro rantolo sia l’appalto romano,

la vostra merda sia la frana messinese

i vostri tumori siano la monnezza campana

le vostre crisi epilettiche siano il sisma aquilano

e così sia…

 

Il principio

vedrà 70.000 dilemmi

contrapposto

al vostro mare d’affanni.

Nessuna nobiltà, solo

“essere o non essere”.

11/02/2010-10/03/2011

Chiappanuvoli

“Terremoto” di Enrico Macioci – Recensione

“Terremoto” di Enrico Macioci, edito da Terre di Mezzo nella collana Narrative, 10€, Febbraio 2010.

Scrivere e pubblicare i primi libri per uno scrittore non è mai questione facile. Figurarsi, poi, ottenere un buon risultato trattando di un argomento così delicato e così sputtanato come il terremoto dell’Aquila. La mia città e la città di Enrico Macioci, scrittore e amico. Lui ha scritto in un mese, quello di giugno mi pare, 10 racconti attraverso i quali ha tentato di descrivere i primissimi momenti dopo il sisma e quelli della prima emergenza, poi affidati al critico Giulio Mozzi. 10 sguardi, 10 impressioni, 10 esperienze fra le 70.000 diverse che abbiamo vissuto.

Che cosa aggiunge “Terremoto” al terremoto che abbiamo mediaticamente o personalmente vissuto? Nulla se non la potenza della fiction letteraria, diversa, ma non troppo in alcuni casi, dalla fiction televisiva. Ma Enrico riesce a raccontare “falsificando” la realtà, la triste realtà di quei giorni di Aprile, rendendola dunque più vera, più vicina ai nostri spiriti, senza mistificarla o utilizzarla come fanno normalmente i Media. A lui bisogna riconoscere una grande dote, quella di saper “disegnare ad acquerello” la realtà e così raccontarla. Dentro questo suo libro ci sono sia le immagini che i pensieri ed i sentimenti veri del terremoto, non solo quelle immagini di riflesso che premono sugli stereotipi televisivi o cinematografici. I miei racconti preferiti sono: Vedrai che sta bene, I doni del cielo, Una faccenda importante.

Punti di forza: il libro non descrive il terremoto, ma parla degli sconvolgimenti che lo stesso ha causato dentro le persone. E ci riesce. Un italiano diventerebbe aquilano e un aquilano, che lo leggesse, diventerebbe un altro aquilano. La lettura risulta davvero molto semplice e veloce, rilassante. Gli spazi, ecco, appartengono letteralmente allo scrittore, li conosce, li descrive alla perfezione e, se non si ha lo stomaco duro, potrebbe scattare la lacrima del romantico terremotato.

Punti deboli: forse è troppo un terremoto delle vittime quello di cui si parla, vittime di un qualcosa di troppo grande che ti schiaccia e ti lascia inerme. Forse a giugno scorso era così. Forse nel libro manca la determinazione, la forza nascosta, che a tanti nostri concittadini è venuta fuori. Enrico dimostra di per sé di averne tirata fuori molta, ma forse non tutta.

Consigli al lettore: tra i tanti libri pubblicati questo si può chiamare davvero “libro”. Ripeto, l’effetto su un italiano o su un aquilano è una buona immedesimazione in terremotato o concittadino. Aggiunge dettagli che stiamo piano piano rimuovendo.

Futuribile: attendiamo con ansia il prossimo e primo romanzo di Enrico Macioci, 700 pagine che cercano fiducia di certo meritata.

Link utili:

Terre di Mezzo, scheda libro.

Succhiare il sangue alla realtà – “Draquila” – Recensione

Il documentario Draquila della Guzzanti e la propaganda governativa a confronto, analisi sociologia degli eventi di questi giorni e dell’ultimo anno trascorso.

Ho visto il documentario della Guzzanti e ritengo che sia fatto sostanzialmente bene. Il mio giudizio nel complesso è sufficiente. Rispecchia la realtà che si respira qui a L’Aquila ma che sfugge ai più. Non è questo tuttavia il punto della questione. Il problema è un altro ed è assai profondo, affonda le sue radici nella società contemporanea italiana e nei ruoli dei soggetti coinvolti. Le critiche che i “non andrò a vedere Draquila” rivolgono all’artista sono, di fatto, banali ed inconsistenti, si limitano alla presunta strumentalizzazione operata nel documentario, allo sciacallaggio mediatico e ad un vago rimprovero: “dov’era la Guzzanti (artista) il 6 aprile notte?”.

Comincerei da questo ultimo punto. L’anno scorso alle 3:32 della notte la Guzzanti è colpevole di essere stata nel suo letto a dormire. Effettivamente sarebbe potuta venire a L’Aquila a dare una mano, a dare coperte e primi soccorsi a noi aquilani. Avrebbe trovato una città colpita, ferita e sola ad aspettarla. Per chi c’era in centro il 6 aprile dovrebbe ricordarsi che i primi soccorsi, comunque preziosissimi, sono arrivati alcune ore più tardi, dopo le telecamere. Non si vuole qui fare polemica sterile, è tempo andato, la situazione era terribile. Si vuole invece sottolineare che nessun aquilano era pronto al peggio e, prima di chiedermi dove fosse un artista di spettacolo, mi chiederei dove fosse la prevenzione. Dove fossero le autorità, dove fossero i politici, dove fossero gli esperti che non hanno messo in preallarme la popolazione il 31 marzo, dove fossero le esercitazioni antisismiche, dove fossero i luoghi adibiti in caso di emergenza.

Per quanto riguarda lo sciacallaggio mediatico, la Guzzanti è in ottima compagnia. Durante il mio volontariato molti giornalisti non hanno esitato a chiedermi di parlare con i “casi umani”, giornalisti RAI e Mediaset. Chiunque ha sciacallato la nostra sofferenza, non posso non ricordare la giornalista di Matrix che svegliava i terremotati che dormivano in macchina. Ma non è questo il punto. Il punto è che siamo tutti vittime di un’informazione esasperata da reality, in cui lo scoop vince sul fatto di cronaca. La causa è la nostra perversione recondita, ormai indifferenti al dato di fatto, ci lasciamo tutti prendere dal carattere emotivo di ciò che vediamo. Non se ne può fare una colpa alla Guzzanti che ovviamente “sfrutta” la situazione, ma con estrema partecipazione. Avete visto il suo viso contrito, i suoi capelli spettinati? Da agosto la Guzzanti ha vissuto con noi, in mezzo a noi, ha respirato la nostra polvere.

La strumentalizzazione, infine. Bastano due esempi lampanti. Il G8 e la consegna della prime case, quelle di Onna. Il nostro governo per tramite del nostro premier ha portato per primo l’attenzione mondiale a L’Aquila, ma non in maniera legittima e disinteressata. Il G8, la preannunciata manna dal cielo per L’Aquila, si è rivelata un flop. I soldi dei grandi del mondo non sono arrivati. Di contro Berlusconi ha potuto mostrare, con abile utilizzo questa volta sì del montaggio del montaggio, ciò che voleva, tutti i lati positivi del suo intervento, che ci sono stati, ma lasciando in ombra tutte le difficoltà, le sofferenze di una popolazione relegata in tendopoli da ormai 4 mesi. Le comparse, ossia le autorità locali, non hanno fatto nulla per portare l’attenzione suoi problemi reali. 15 settembre, Onna, consegna delle prime case costruite con i soldi della Croce Rossa Italiana dalla provincia di Trento. Improvvisamente, per i ritardi nella costruzione del piano C.A.S.E., quelle case erano state costruite dal Governo Italiano, nulla di più falso. Non è questa una strumentalizzazione? Sul palco, alla consegna, la provincia di Trento non è stata neanche invitata, c’erano solo Berlusconi, Bertolaso e monsignor Molinari.

La questione di fondo sono i ruoli. Il ruolo dell’artista è quello di interpretare la realtà, assorbirla, metabolizzarla e riversarla in un’opera. Per quanto l’artista si sforzi di essere oggettivo, il prodotto finale è sempre una visione soggettiva. Ma questa è l’arte, da sempre, da quando si è iniziato a disegnare sulla pareti della caverne. Lo Stato invece non può permettersi di dare versione artistiche della realtà. Lo Stato è espressione del popolo, non deve dare una versione dei fatti ma rappresentare la versione che il popolo stesso gli dà. Lo Stato è garante del volere e delle impressioni del popolo. Il ruolo dello Stato e dei “suoi” apparati informativi è quello di essere portavoce, rappresentante della realtà, nel bene e nel male. Altrimenti, l’informazione prende a chiamarsi, giustamente, propaganda.

Se proprio volessimo trovare difetti al documentario della Guzzanti, non è da un punto di vista distorto e parziale che si deve partire. Le critiche che si possono rivolgere alla Guzzanti sono altre. In particolare tre. 1) La strumentalizzazione dell’evento catastrofico dell’Aquila, se si manifesta, c’è nell’accanimento contro il Governo, Berlusconi e Protezione Civile che risulta forse esasperato. Pur essendo personalmente d’accordo con ogni parola affermata in Draquila, il bipolarismo “terremoto-Berlusconi” risulta più focalizzato sul secondo. 2) Da ciò ne risulta che l’immagine del Governo-Premier-Bertolaso-nemico risulta eccessivamente enfatizzata. Pare un soggetto etereo, irraggiungibile, metafisico, quando invece trattasi di null’altro che persone, di nostri rappresentanti politici e la politica, va ricordato, è la conduzione della realtà sociale. 3) Il documentario, a causa di questo squilibrio, è costretto anche a dare poco spazio alle alternative. L’impressione finale ti lascia sgomento: “la situazione è troppo grande, è troppo grave, non si può far nulla”. Lo spettatore è accompagnato nella nostra realtà e rimesso, alla fine, nello medesimo posto, nello punto iniziale. Le alternative invece ci sono, si sono prodotte, dai comitati, dai singoli cittadini, dai politici stessi, ma, fatta eccezione per le case di legno ed i container, non se ne fa cenno.

Il consiglio con cui vi lascio è il seguente, prima di aprire bocca e dar fiato, prima di criticare l’operato altrui, bisognerebbe sempre controllare dove sono collocati i nostri piedi. Il rischio è quello di essere strumentalizzati, questa volta davvero e senza possibilità di rimedio.

Va ricordato infine che la signora Sabina Guzzanti ha donato svariate migliaia di euro per la realizzazione del villaggio ecosostenibile di Pescomaggiore, oltre ad aver trascorso quasi un anno a L’Aquila.